sabato 3 ottobre 2020

Tra beerfirm, il contrario del beerfirm, e il marketing

Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere, sulla bacheca Facebook di un birraio di mia conoscenza, questo stato: "Vedo serate di promozione della birra artigianale, dove sul palco troviamo beerfirm ("birrai" senza impianto, che fanno produrre ad altri) e il contrario dei beerfirm (che non so come definire) che invece hanno l'impianto ma chiamano un birraio esterno a fare la cotta...promuovono le "proprie" birre sfruttando il culo che si sono fatti i birrai veri negli ultimi 10-15 anni...ma il cliente preferisce sempre chi sa raccontare piuttosto che chi sa fare...".

La cosa ha naturalmente stimolato diversi commenti, più o meno infuocati. Dato che è un tema che si sta ponendo in maniera sempre più pesante, e che lavoro lavoro con tutte e tre le tipologie di realtà - birrifici propriamente detti, beerfirm, imprenditori che hanno fatto l'investimento affidando poi a qualcun altro il compito di fare la birra - azzardo anch'io alcune considerazioni.

La questione si è recentemente fatta scottante, come ben si intuisce dal post, in particolare per quanto riguarda l'ultima categoria; alla quale viene imputato non tanto il fatto di aver intrapreso un'iniziativa evidentemente legittima sotto il profilo imprenditoriale - e anzi meritoria se riesce magari a dare lavoro ad un bravo birraio disoccupato, metterlo nelle condizioni di lavorare al meglio, e fare birra buona - quanto di non comunicare correttamente il fatto di essere appunto una realtà diversa, cavalcando la stima che si sono guadagnati in questi anni tutti quei birrai-imprenditori che hanno spianato la strada allo sviluppo del settore.

A mio avviso, la considerazione sulla comunicazione è corretta, ma forse impostata nella maniera sbagliata da entrambe le parti. Da parte dei birrifici artigianali "primitivi" (passatemi l'espressione), che con questa considerazione fanno più o meno consapevolmente coincidere la meritoria opera già fatta negli anni scorsi con una vera o presunta "superiorità morale" che il pubblico dovrebbe cogliere; e da parte dei "birrifici imprenditori", che evidentemente (almeno alcuni, perché non tutti operano così) sono convinti di dover per forza nascondere il fatto di essere diversi dai birrifici di cui sopra - che sarebbero, appunto, "moralmente superiori". Ok, ho forzato i toni, ma era per rendere l'idea. Invece sono dell'opinione che entrambi, per farsi apprezzare, debbano dire le cose come stanno. I primi raccontare la storia del birraio e della sua impresa, di come questa si concretizzi nelle birre, e di come si inserisca in quella più ampia del movimento birrario artigianale italiano; i secondi quella dell'incontro, si spera virtuoso, tra le capacità economiche e manageriali di un imprenditore - sicuramente utile spunto nella gestione aziendale anche per molti birrai - e un birraio o un consulente. Che magari non avrà potuto esprimere liberamente tutto il suo estro creativo, ma magari è stato bravissimo a cogliere al meglio e con passione le richieste del mercato a cui l'imprenditore si rivolgeva. Insomma, credo che tutti e due abbiano da guadagnarci nell'impostare la comunicazione, molto banalmente, sulla trasparenza. Tanto è vero che, in altri Paesi, gli imprenditori che assumono un birraio (anche per le piccole realtà) sono figura più comune che da noi.


In secondo luogo, posto che nessun birraio della prima ora fa più il discorso secondo cui la birra buona si vende da sola, se la gente "preferisce chi sa raccontare", allora chi non lo sa fare - a qualunque delle tipologie di cui sopra appartenga - deve porsi qualche domanda. E se, statisticamente, ad essere più bravi a raccontare sono quelli della terza tipologia, allora la soluzione per i primi è imparare a raccontare meglio una storia che, almeno per il pubblico a cui loro mirano, è sicuramente più avvincente di quella dell'imprenditore che assume un birraio. Non dico che sia facile a farsi, ma col
tivare acrimonie e sfogarsi sui social non aiuta a far conoscere al pubblico questi retroscena.

 

Mi ha anche dato da pensare il fatto che alcuni, nei commenti, abbiano lamentato il fatto che la birra artigianale sia diventata "un prodotto". A mio parere, dobbiamo definire che cosa intendiamo per "prodotto". Se intendiamo qualcosa che viene fatto per poi essere venduto, allora ovviamente sì, la birra artigianale fatta da un birraio è un prodotto, perché se la fa per non venderla allora si chiama homebrewer e lo fa per hobby e non per lavoro. A meno che, appunto, non vogliamo dare un'accezione diversa al termine, ammettendo che all'interno del concetto stesso di prodotto c'è anche la motivazione che porta a farlo: chi, ad esempio, si sognerebbe di mettere sullo stesso piano un frigorifero e un'opera d'arte venduta in una qualche casa d'aste? Eppure entrambe sono fatte per essere vendute, e dare la giusta (si spera) remunerazione a chi ci ha lavorato. A fare la differenza è, appunto, la motivazione e il processo che porta a questi "prodotti". Se vogliamo fare questa distinzione allora sì, birra artigianale fatta dai birrai "classici", birra fatta da queste altre realtà, e birra fatta dall'industria sono "prodotti" diversi nella misura in cui nascono in maniera differente, cosa che va appunto comunicata correttamente. Ma forse chi lamentava questa "prodottificazione" lamentava in realtà che la birra artigianale sia diventata una sorta di moda, in cui la qualità del (appunto) prodotto finisce per passare in secondo piano rispetto alle dinamiche di marketing e di tendenza - al di là di quale categoria di birrificio l'abbia prodotta. E questo è un problema di non facile risoluzione perché implica il fatto di incentrare la propria comunicazione e le proprie vendite sul rendere il consumatore consapevole, e non sul semplice accattivarsi i suoi gusti.

Detto ciò: capisco benissimo la critica che ha fatto partire questo post, e sì, vedere chi non è trasparente sul dove e /o da chi si fa fare la birra o le ricette mi dà estremamente fastidio - e cerco di fare quello che posso per comunicare correttamente le varie realtà. Ma una delle cose che mi porto dietro dalla mia precedente esperienza giornalistica è che qualsiasi storia, se lo si vuole e lo si sa fare, può essere raccontata mettendo in luce nel migliore dei modi anche quegli aspetti che potrebbero altrimenti risultare critici. Facciamolo.

lunedì 21 settembre 2020

Una serata Slow

Lo scorso 19 settembre ho avuto il piacere di partecipare, al birrificio Basei di Latisana, alla degustazione organizzata con gli undici birrifici del Friuli Venezia Giulia inseriti nell'ultima edizione della Guida alle Birre d'Italia Slow Food.

La prima cosa apprezzabile in una serata di questo tipo è stato senz'altro il fatto di avere lì, tutti insieme, i birrai che hanno ricevuto questo riconoscimento: quindi un'occasione come poche altre di discussione, confronto e conoscenza.

In secondo luogo, come ho avuto modo di affermare anche nel mio intervento all'inizio della degustazione, conoscere le birre e i birrifici selezionati da Slow Food per la guida significa andare a prendere in considerazione parametri che vanno oltre la sola - pur centrale - qualità delle birre: come testimoniano riconoscimenti come la Chiocciola o il titolo di "Birra Slow", significa tenere in considerazione anche la metodologia di lavoro dell'azienda, il rispetto per le tematiche ambientali, il suo rapporto con il territorio e con le materie prime che offre. Insomma, vuol dire conoscere anche un po' il birrificio, il suo territorio e la sua storia.

I birrifici presenti, per la cronaca, erano - oltre a Basei stesso, e in ordine rigorosamente casuale - Meni, Garlatti Costa, The Lure, Dimont, Campestre, Agro, Galassia, Foglie d'Erba, Bondai e Borderline. Personalmente ho partecipato a due delle quattro degustazioni in programma, con la Koelsch di Basei, la Bagan (amber ale) di Dimont, la Maan (belgian stout) di Galassia, la Blanche di Agro, la Lupus (belgian blonde ale) di Garlatti Costa, e la Bird (smoked porter) di The Lure.

Conoscevo già buona parte delle birre presenti, ma è stato in ogni caso interessante riprovarle - anche alla luce di alcune modifiche alle ricette. Iniziando dalla Koelsch di Basei, che appunto già conoscevo, l'appunto che mi sento di fare è che si conferma sempre più una sui generis, tanto che personalmente avrei difficoltà ad inquadrarla nello stile; in particolare per quanto riguarda la luppolatura più "esuberante" rispetto alle Koelsch classiche, e l'utilizzo di frumento - ben percepibile sia al naso che al palato. Venendo alla Bagan, anch'essa già nota, mi è viceversa sembrata meno "fuori stile" dell'assaggio precedente, avendo dimostrato una migliore continuità nella bevuta tra il caramellato-tostato del corpo snello e il taglio amaro-resinoso finale - abbastanza rispondente quindi alle amber ale, in tal caso americane vista la luppolatura. Nulla da aggiungere sulla Maan, già più volte descritta.

In quanto alla Blanche di Agro, che mi era invece nuova, devo ammettere che mi ha lasciata piuttosto spiazzata il connubio che si crea all'aroma tra il frumento maltato - potremmo quindi definirla un ibrido tra blanche e weizen, sotto questo profilo -, lievito e coriandolo usato generosamente: diciamo che deve piacere, e che - diversamente dalla filosofia "generale" del birrificio - strizza l'occhio più a chi cerca sperimentazioni che a chi cerca una blanche classica. Poco da aggiungere anche sulla Lupus di cui ho già parlato più volte, e che si conferma una di quelle in cui meglio si riconosce il tocco di Severino Garlatti Costa nel gioco tra i profumi del lievito belga e la luppolatura continentale, che torna a chiudere il finale; così come sulla Bird, questa volta in versione leggermente affumicata, tanto che questi profumi vanno ad amalgamarsi con il classico tostato-torrefatto delle porter (dandogli comunque un tocco di peculiarità).

Un grazie a tutti i birrai, e in particolare al padrone di casa Giuseppe Ciutto.

lunedì 7 settembre 2020

Acido Acida, edizione autunnale


Domenica 6 settembre sono stata al festival Acido Acida, eccezionalmente spostato a settembre dall'usuale data di aprile a causa dell'emergenza Covid. Al netto del fatto che, come chi mi segue sa, faccio da addetta stampa al festival e quindi potrei essere accusata di conflitto di interesse sotto questo profilo, una considerazione credo si imponga: per quanto il lockdown e le conseguenze difficoltà poste al movimento (sia di uomini che di merci) da e per l'Inghilterra abbia avuto inevitabili ripercussioni, con un calo tangibile delle birre e dei birrai presenti, non è stato soltanto uno slogan o una vaga promessa quella secondo cui la qualità non ne avrebbe risentito. Prova ne è il fatto che, la domenica, ho dovuto depennare una buona metà delle birre che avrei voluto assaggiare perché, molto banalmente, erano già finite (in particolare la sezione delle birre affinate in botte, sostanzialmente saccheggiata). Ok, la quantità disponibile era minore rispetto agli altri anni, ma lo era anche l'afflusso di pubblico a causa delle limitazioni poste dalle normative anti Covid, per cui non basta il calo della disponibilità a spiegare la cosa: chi c'era, evidentemente, ha apprezzato.

Altra considerazione va fatta sul pubblico: la necessità di prenotazione per entrare ha sostanzialmente tagliato l'avventore "occasionale", spostando l'utenza - come confermatomi anche dall'organizzatore, Davide Franchini - sul pubblico "appassionato". Il che, a detta di più o meno tutti gli operatori a cui ho parlato, non è stato un male, e non necessariamente ha fatto rimpiangere le maggiori potenzialità di incasso dovute a un pubblico più ampio.

Venendo alle birre: gran predominanza di sour e fruit sour, a scapito dei "classiconi" inglesi (comunque presenti, anche se meno in forze rispetto allo scorso anno, quando avevano viceversa fatto la parte del leone). Se sia meglio o peggio è questione di gusti, ma è anche vero che si trattava per la maggior parte di sour pensate per risultare attrattive anche al pubblico generico: vuoi per la frutta tropicale, vuoi per il cacao, vuoi per affinature in botti con vini "di richiamo", le sour davvero solo per i patiti non erano molte. Il che ha ovviamente un senso per un festival non rivolto solo ad una nicchia ristretta.

In realtà ho iniziato con una birra che sarebbe andata piuttosto tra le ultime, ossia la Vingraf 2016 di Antica Contea (uno dei birrifici italiani ospiti): ultimo fusto quasi alla fine, prendere o lasciare (e quindi prendere). Trattasi di una Iga con mosto di Sauvignon dell'azienda agricola Casa delle Rose di Ruttars, maturata in tonneau di rovere. In un primo momento a fare da padrona è la fruttatura, una girandola di aromi che arriva a toccare persino qualche nota di frutta tropicale; poi, al salire della temperatura, emerge anche la componente del legno, che rimane comunque ben bilanciata nel gioco con la fruttatura, prima di un finale secco e di un acidulo fresco. Si conferma, nelle varie annate (avevo già provato la 2014 e la 2015), una birra ben riuscita.

Venendo alle fruit sour, sono partita con quelle del canadese Collective Arts Brewing; che a mio avviso si distingue, almeno per quelle che ho provato, per una netta tendenza a far prevalere la frutta. Cito ad esempio la Pina Colada, con lattosio, cocco e ananas; e la Blueberry with Cocoa Nibs, con mirtilli e cacao. Senz'altro gradevoli da bere e dall'acidità ben smorzata dalla frutta, forse eresia per coloro che usano inveire contro le birre che assomigliano un po' troppo a succhi di frutta. Più equilibrata la "Si sente che è diversa", Apa con mango aggiunto in fermentazione del goriziano The Lure (altro ospite italiano), in cui la frutta si armonizza in maniera equilibrata con la luppolatura e con l'acidità stessa, che ha un suo ruolo nel mantenere il gioco d'insieme.

Meno scontata sotto questo profilo la Fake Bake di Overworks, che sulla carta sembrava - a dispetto del nome - uuna vera e propria torta frangipane, a cui afferma di essere ispirata: una pastry stout con marmellata di ciliege e mandorle, maturata in botti di rye whisky. Incredibile a dirsi, ma è e rimane una birra, in cui la base di stout gioca a rincorrersi con la frutta e la mandorla. Finale pulito grazie all'acidità elegante, senza persistenze stucchevoli, e più secca di quel che ci si potrebbe aspettare.

Chiudo dedicando qualche riga al dialogo che ho avuto il piacere di condurre con Hellsandro, artista goriziano che disegna le etichette delle lattine di The Lure. Un dialogo che ha messo in evidenza, se mai ce ne fosse stato bisogno, come la questione del design delle lattine e della lattina "come opera d'arte" stia diventando anche in Italia una faccenda serissima; e come si stia esplorando, sia da parte dei birrai che degli artisti, il legame tra arte e birra. Nel caso di specie, poi, è curioso notare come non ci sia solo una questione di identificazione tra disegno e birra, ma la volontà di raccontare una vera e propria storia, una sorta di fumetto, legato in qualche modo alla birra in questione. Una via già esplorata da altri, ma che qui ha raggiunto forme di compiutezza che non mi era capitato di vedere prima.

Concludo con un ringraziamento a tutti i birrai, e all'organizzatore Davide Franchini.

mercoledì 26 agosto 2020

Birra, vino e sproloqui sull'universo femminile (e non solo)

Sta circolando in questi giorni sui social un articolo apparso su Il Foglio a firma di Camillo Langone e Corrado Beldì, dal titolo "Malvasia di Bosa o Verdiso trevigiano per le nuove generazioni malate di birra". Non mi soffermo sui contenuti, anche perché in realtà di contenuti propriamente detti non ce ne sono: si tratta infatti di una serie di luoghi comuni, presentati in forma provocatoria e irridente, su una pretesa nobiltà del vino e di chi lo beve rispetto alla birra; fino a sconfinare in aggettivi che possono risultare offensivi a chi produce birra con passione, nonché in frasi dal sapore sessista sulle donne che bevono birra - e dalle quali traspare un'evidente mancata conoscenza di questa parte dell'universo femminile.

Al di là della magistrale risposta di Unionbirrai per mano di Andrea Soncini, che trovo molto ben scritta, azzardo anch'io alcune considerazioni.

La prima riguarda, appunto, l'universo femminile. Ormai non si contano le ricerche e i sondaggi che dimostrano come le donne non solo apprezzino la birra - Assobirra stima in oltre il 60% le donne consumatrici di questa bevanda - ma lo facciano anche in maniera più misurata e consapevole degli uomini, preferendo formati più piccoli e andando a ricercare sapori, aromi, abbinamenti culinari, secondo una peculiare sensibilità. Non è un caso che in Italia sia nata cinque anni fa un'associazione, Le Donne della Birra, che riunisce sia appassionate che professioniste del settore - birraie, biersommelière, publican, beer chef, distributrici, formatrici, giornaliste. Insomma, tutte donne ben lontane dallo stereotipo della rozza donzella che si ubriaca ruttando evocata da Langone. Se non ci crede, libero di partecipare come uditore ad un incontro-degustazione dell'Associazione e giudicare da sé.

In secondo luogo, risulta quantomeno curioso che i due, per dimostrare la (presunta) superiorità del vino, citino apertamente un'azienda - Gregoletto - che è proprietaria anche del marchio Birra Follina. Conoscendo personalmente il titolare e lo staff, mi sento di dire che, per quanto quello vinicolo rimanga il cuore dell'azienda, di sicuro nessuno lì dentro ha posizioni denigratorie nei confronti della birra; anzi, nell'ultimo anno a questa parte, con l'ingresso anche di nuovo personale, ho notato un'evoluzione positiva nell'attività del birrificio. Una citazione dunque che, per come la leggo io, più che dimostrare la superiorità di una bevanda sull'altra prova quell'italico legame tra birra e vino citato anche da Soncini.

Ultimo punto: ho sempre affermato che, dal punto di vista mediatico, la peggior condanna è il silenzio. Il "nel bene o nel male, purché se ne parli" è un luogo comune tragicamente vero; e anche confutare un articolo di questo tipo è parte del successo dell'articolo stesso. Tuttavia, anche se in un primo momento avevo pensato di tacere, ho deciso di scrivere qualcosa in virtù del dibattito che si è creato, e al quale spero di aver dato un contributo costruttivo. Da giornalista, dispiace vedere che colleghi dalla lunga e rispettabile esperienza, che hanno tutte le competenze per scrivere articoli di livello (come già hanno dimostrato), utilizzino la loro penna per denigrare gratuitamente - o almeno così io, e tanti altri, abbiamo colto questo articolo - invece che per portare in maniera costruttiva la propria voce. Perché denigrare gratuitamente non è satira, né dotta provocazione - entrambi ambiti in cui Langone già si è cimentato con successo, e che all'interno del giornalismo hanno una loro precisa e riconosciuta funzione.

sabato 1 agosto 2020

Nelle valli del Natisone

Alcuni giorni fa ho accolto l'invito di Mirco Masetti, birraio del birrificio Gjulia (nonché collega biersommelier Doemens) a visitare il nuovo (aperto il 10 luglio per la precisione) Agriristoro Stazione Gjulia a San Pietro al Natisone (Udine). L'idea iniziale era quella di fare una semplice tap room per il birrificio lì accanto, ma la cosa alla fine ha preso una piega più articolata su impulso di Nicola Meneghin e Fabio Cargnello.

Si tratta infatti di un edificio di due piani in cui è possibile degustare sia le birre che alcuni prodotti gastronomici (taglieri di salumi e formaggi, focacce e panini fatti dalla casa, tipicità locali come frico e gubana, e anche i vini dell'azienda agricola Alturis di cui il birrificio è parte); e che prevede, al pian terreno, una curiosità come "la fontana della birra" - un erogatore automatico (anche di acqua e succo di mela, come la foto testimonia) da cui è possibile servirsi h24 tramite tessera ricaricabile, eventualmente anche tramite boccale personalizzato da lavare e lasciare nella stanza d'ingresso apribile sempre con la tessera. Completano il quadro una serie di servizi per biciclette e biciclette elettriche (compreso il noleggio), dato che le valli del Natisone sono luogo di turismo su due ruote (è possibile anche utilizzare servizi igienici e docce, nonché un punto di lavaggio per cani). Insomma, potremmo definirlo l'upgrade di una tap room.

Nella scelta e degustazione delle birre mi sono naturalmente fatta guidare da Mirco. Siamo partiti con la Ioi, una Golden Ale senza glutine, che Mirco mi ha spiegato voler essere quanto più vicina possibile all'idea di una birra giovane e ancora "grezza" (tanto è vero che l'idea è stata anche quella di battezzarla "cruda", non perché le altre siano viceversa pastorizzate, ma perché questa appunto vuol essere "verace"). Devo dire che in realtà, più che una Golden Ale, mi ha quasi più ricordato una Helles: l'aroma è infatti molto pulito, senza esteri, con elegante luppolatura floreale. Il corpo è estremamente scarico, pur senza risultare "vuoto" grazie alle note di crosta di pane comunque presenti, e una chiusura di un amaro leggero e poco persistente. Insomma, anche se la Helles di Gjulia è un'altra, a mia opinione può andare incontro ai gusti dello stesso pubblico (oltre che di chi ha problemi di celiachia, naturalmente).

Siamo poi passati a quella che viene definita "Ambrata", invero una sui generis che, se mi avessero fatto fare una degustazione alla cieca, non avrei saputo definire. Si tratta infatti di una lager, come da tradizione tedesca, che prevede però - al di là del pils di base, fatto con l'orzo di Alturis - un mix di malti e di luppoli inglesi. Il risultato è qualcosa di appunto indefinibile, in cui la luppolatura erbacea fa da sfondo ad una rosa di sapori di cereale che va dalla crosta di pane ben cotta, al biscotto, al caramello, al pane tostato, prima di chiudere su un amaro anche qui non invasivo e poco persistente.

Non mi soffermo sulla Weizen, aderente allo stile e senza particolari osservazioni da fare; e passo direttamente alla Ipa, sulla quale nutrivo qualche curiosità dato che Mirco mi aveva anticipato di non essere un patito delle luppolature strabilianti. In effetti l'aroma, pur esibendo con chiarezza profumi di macedonia di frutta tropicale (con tanto di spruzzata di lime sopra, giusto per non scordare gli agrumi), non risulta tale da stupire; sorprende piuttosto come questi aromi diventino poi sapori con decisamente maggior forza, soprattutto nella seconda parte della bevuta, in cui vanno sostanzialmente ad accompagnare la luppolatura in amaro. Un gioco interessante, per chi cerca qualcosa di diverso dalle "solite Ipa" pur volendo rimanere nei ranghi dello stile.

Da ultimo il distillato, ricavato dal barley wine della casa, affinato in barrique di rovere 24 mesi: toni che ricordano decisamente il rum, e un tasso alcolico da suggerire di non indulgere troppo (40 gradi).

Un grazie a Mirco e allo staff per la calorosa accoglienza, nonché a Stefan Grauvogl di Arte Bier, referente in Italia per i corsi Doemens e docente dei corsi stessi, presente quella sera.

venerdì 31 luglio 2020

Tra terme e Sbilf

La seconda tappa del mio giro in Carnia è stato ad Arta Terme al birrificio Dimont, attivo da poco più di un anno. Anche in questo caso, all'origine non c'è un homebrewer: sono stati infatti sette soci, tutti provenienti da altre esperienze nel settore dell'industria alimentare, che hanno dato vita ad un nuovo progetto imprenditoriale.

Mi si permetta una digressione. Sarebbe ipocrita negare che, nel mondo della birra artigianale, casi simili non sono sempre visti di buon occhio: per quanto sia opinione comune che i tempi dell'abile homebrewer squattrinato che avvia un birrificio animato dal solo sacro fuoco della passione siano ormai passati (o che si tratti quantomeno di rare eccezioni), è altrettanto vero che le esperienze di imprenditori che hanno fatto un investimento in questo senso non sapendone nulla (o almeno sino ad allora) di birra non sempre si sono rivelate felici (dagli screzi con i mastri birrai, a risultati discutibili sotto il profilo qualitativo per andare incontro a gusti veri o presunti del largo pubblico o per tagliare i costi, fino ai danni d'immagine dovuti ad affermazioni che rivelavano la loro scarsa conoscenza della birra). Insomma, ovvio che se uno apre un'azienda vuole e deve fare utili, ma se questo proposito non è accompagnato da un reale interesse per il prodotto e per il contesto in cui è inserito prima o poi i nodi vengono al pettine.

Se il fatto di mettersi in gioco in prima persona vale come prova del reale interesse di cui sopra, va riconosciuto che in questo caso c'è stato: quattro dei sette soci sono infatti direttamente attivi in azienda, di cui uno - proveniente sempre dal lievito, verrebbe da osservare, dato che ha lavorato a lungo in una nota azienda di prodotti da forno - che si occupa appunto di fare la birra affiancato da un consulente e da un altro socio. Anche la profonda conoscenza del settore beverage, derivante dalla precedente esperienza nel settore vinicolo di Piero Totis - che si occupa del marketing - è un altro fattore che gioca a favore di Dimont. Insomma, non siamo di fronte al caso di qualcuno che ha semplicemente messo i soldi e poi preteso un ritorno dell'investimento, ma di di imprenditori che sulla base di una solida esperienza (pur non birraria) alle spalle hanno intrapreso questa strada con impegno.

La filosofia di Dimont è quella di fare birre che, pur senza rinunciare alla caratterizzazione, risultino facilmente bevibili e vadano incontro ai gusti di una larga platea. Elemento di base per il legame con il territorio è l'acqua del monte Cabia, che sgorga poco lontano; e che ha ispirato anche il nome stesso ("di mont", in friulano, significa "di montagna"). Scelta degna di nota sotto il profilo tecnico è quella di passare tutte le birre in maturatore per avere un risultato più "pulito", indipendentemente dallo stile; e di imbottigliare in isobarico.

Secondo punto di legame con il territorio è quello di abbinare ad ogni birra in etichetta uno "sbilf" (alcuni esemplari nella foto accanto), i folletti bonariamente dispettosi della montagna friulana, che - secondo la leggenda - si divertono a fare scherzi agli uomini: così alla lager chiara è stato abbinato lo sbilf Gjan (quello più amichevole, secondo la storia); alla Pils lo sbilf Licj (che si diverte a scucire i vestiti); alla Weizen lo sbilf Pavar (amante della natura); alla ale ambrata lo sbilf Bagan (goloso di panna e cjarsons, tipico piatto locale); e alla ipa lo sbilf Braulin (che si diverte a fare nodi).

Venendo quindi nel dettaglio alle birre, devo ammettere che mi sono trovata a definirle "ruffiane": non nel senso dispregiativo del termine, ma nel senso che - come da filosofia di cui sopra - "vogliono piacere"; e andare incontro ad una clientela più vasta possibile in virtù o della semplicità che le rende adatte a tutti, o di un elemento che stupisca (e che "non possa non piacere"). In birrificio ho assaggiato per prima la Weizen: fondamentalmente in stile, ma sobria sulle note più "spigolose" del genere (come possono essere gli aromi fruttato-speziati o l'acidulo del frumento) e più leggera di corpo rispetto alla media. Poi sono passata alla Ipa, che viceversa tende a stupire data la luppolatura resinosa ed agrumata ben evidente, adeguatamente sostenuta dal corpo tostato. In un secondo momento ho provato la Gjan, in ossequio al principio per cui è sulle lager chiare che "si capisce" un birrificio: aroma floreale molto discreto, forse quasi troppo per i miei gusti, ma coerente con il corpo snellissimo in cui in cereale scivola agevolmente e un amaro finale appena percepibile. Insomma, torniamo alla filosofia della "birra per tutti", senza fronzoli né caratterizzazioni particolari, a cui va riconosciuta la pulizia d'insieme centrale e apprezzabile in uno stile come questo.

Dimont dispone di un impianto da 12,5 hl e tre fermentatori da 30 hl. La potenzialità è di 3000 hl annui; ma per ora, ha riferito Piero Totis, il birrificio punta ad una crescita lenta e progressiva, curando da un lato la costanza nel risultato delle ricette già elaborate e dall'altro l'allargamento della distribuzione soprattutto nel canale Ho.Re.Ca. In linea con il principio della territorialità, infine, il birrificio sta anche valutando l'ipotesi di utilizzare in futuro materie prime friulane. Ma non solo: "Mi piacerebbe creare una rete qui in Carnia - ha spiegato Piero - per creare un'immagine complessiva del prodotto e del territorio in sinergia: penso a progetti come le terme della birra, o i formaggi - altro prodotto tipico - alla birra".

Un grazie a tutto lo staff di Dimont per la calorosa accoglienza.

giovedì 30 luglio 2020

La birra del calciatore

Approfittando di alcuni giorni di ferie, nonché dell'ispirazione che mi ha dato il Carnia Craft Beer Bike Tour - chi non sapesse di che cosa si tratta può leggerlo qui - un paio di settimane fa mi sono recata appunto in quel della Carnia per visitare un paio di birrifici dove, nonostante la distanza relativamente breve, non ero mai stata.

La prima tappa è stata a Enemonzo al birrificio Casamatta, gestito dal giovane (poco più che trentenne, per l'esattezza) Andrea Menegon. Andrea arriva da un percorso diverso rispetto alla maggior parte degli altri birrai: aveva intrapreso infatti la carriera di calciatore professionista, e a far birra non ci pensava proprio. Almeno fino a che, complici una serie di circostanze che non sto qui a riferire, non si è trovato a rispondere di sì ad un noto brewpub di Udine che cercava manovalanza per la produzione di birra: lì, volendo usare le parole sue, "mi si è aperto un mondo", e si è "messo alla scuola" del mastro birraio. Dopo un passaggio in una grossa azienda del settore e un corso di formazione all'Istituto Cerletti di Conegliano, ha così deciso di appendere al chiodo le scarpe da calcio; e tornare a Enemonzo, suo paese d'origine, dove si era concretizzata la possibilità di utilizzare la vecchia casa di famiglia per avviare il suo birrificio. Nel 2017 è partita così la produzione su un impianto di 5hl, e il nostro ha da poco festeggiato la duecentesima cotta.

Arrivando da Casamatta, la sensazione che si ha è in effetti quella di entrare in una delle tante case di montagna, con tanto di terrazzini in legno e gerani ai balconi: salvo poi trovarvi dentro una piccola tap room, la sala cotta, sei serbatoi da 5hl (ne è in arrivo uno nuovo da 20, oltre a due maturatori), e il magazzino in un vicino stavolo. Insomma, fa atmosfera, non c'è che dire.

Sono quattro le ricette fisse e quattro le stagionali (ispirate ai prodotti che il territorio offre nel corso dell'anno), tutte in ossequio al principio di Andrea secondo cui "la birra per me è semplicità" - pur senza rinunciare ad un tocco di personalizzazione, mi permetto di aggiungere. La prima che ho assaggiato è stata la Slip, Pils ceca la cui ricetta è dono del mastro birraio che l'ha formato (non a caso noto proprio per le birre di ispirazione ceca): e in effetti fa onore alla definizione, con la classica fragranza piena di pane appena sfornato in bocca, e l'eleganza della luppolatura con Saaz, Perle e Premiant; risultando al contempo meno "grezza" di certe Pils ceche (anche i classici dimetilsolfuro e diacetile, citati in pressoché tutti i manuali come difetti viceversa accettabili in quantità contenute nelle birre ceche, qui sono sostanzialmente non percepibili).

Siamo poi passati alla Siesta, la stagionale estiva (come il nome stesso lascia supporre), aromatizzata con 800g a cotta di fiori di camomilla e una melassa di fiori di tarassaco (fiore che cresce in maggio-giugno da queste parti). Devo ammettere che l'aroma mi ha fatto inizialmente temere una tisana, dato che la camomilla (per la quale personalmente non stravedo) è parecchio evidente; in bocca però si conferma essere una birra e mantiene un buon equilibrio tra la componente snella di cereale e quella erbacea, per chiudere sulla dolcezza del tarassaco - che però lungi dall'essere zuccherinamente stucchevole, rimane fresca.

Quindi la Florian, una sorta di "sui generis" di cui Andrea dice che "o la si ama o la si odia", ossia un'ambrata di ispirazione ceca a cui vengono aggiunti a fine bollitura bucce d'arancia e semi di cardamomo. Anche se sulla carta farebbe presupporre un risultato estremamente "vivace", in realtà l'aroma, pur ben evidente, risulta di una speziatura elegante, con le due componenti ben armonizzate; in bocca rimane scorrevole nonostante i toni di caramello, per chiudere di nuovo sullo speziato, lasciando il luppolo - Saphir in questo caso - in secondo piano.

Cambiando del tutto genere, ho provato la ipa Tipa: il dryhopping con Chinook, pur ben percepibile, rimane nei ranghi della moderazione, mentre il corpo tostato, ma comunque snello, lascia poi il posto ad un taglio amaro e secco che si evidenzia ancor più nella discreta persistenza.

A casa ho poi degustato l'ultima fissa è la Double Fradi - una Belgian Ale ambrata che, pur rimanendo nei ranghi dello stile, presenta in modo meno evidente dello standard i tipici aromi spezzati e fruttati del lievito, in favore piuttosto di un tocco di luppolo che risalta più in amaro, conferendo una secchezza relativamente elevata per il genere - e la stagionale primaverile, la Regalia. Interessate quest'ultima per l'utilizzo della salvia sclarea (un fiore di montagna) essiccata che, se all'aroma può far pensare semplicemente all'ennesima trovata in quanto a nuovi luppoli, risalta in tutta la sua forza erbacea e balsamica sul finale, a mo' di gruit, lasciando anche una notevole persistenza amara. Per quanto anche questa possa ricadere nella categoria "o la ami o la odi", l'aromatizzazione rimane comunque nei limiti di un equilibrio complessivo, e risulta quindi accessibile anche a chi non dovesse essere proprio un patito dell'amaro. Per la cronaca, le altre stagionali sono l'autunnale San Bortul, un'affumicata con carrube, e l'invernale Ciaspola, con fichi e fave di cacao.

Nel complesso, tutte birre tecnicamente ben fatte che, pur dando l'idea di una semplicità complessiva e mantenendo l'equilibrio d'insieme, non rinunciano ad un pizzico di originalità. Da segnalare anche il fatto che Andrea ha riferito che, durante il lockdown, è riuscito a compensare molto bene con la consegna a domicilio le mancate vendite in tap room e nei locali (per il 70-80%, a suo dire): un segnale interessante di come, almeno in un contesto di clientela affezionata e su raggio breve o relativamente breve, questa modalità possa essere valida.

Rimanete sintonizzati per la prossima tappa...