martedì 9 ottobre 2018

Le birre della terra

Qualche tempo fa ho avuto il piacere di tornare a trovare gli amici del birrificio BioNoc' in quel di Mezzano (Trento); ed è stata l'occasione per provare la linea "Birre della Terra", un progetto concretizzato a fine 2017 che già mi era stato annunciato da Fabio in precedenza. La radice del tutto è la società agricola - appunto - Birre della Terra, nata dal sodalizio tra il birrificio e un coltivatore di cereali della zona: sempre più quindi si conferma la tendenza dei birrifici artigianali ad avere un controllo diretto della filiera, almeno per alcune produzioni, e a puntare su materie prime locali.


Sono partita con la degustazione dalla Nana Bianca, una blanche - come il nome stesso lascia intuire: schiuma candida, fine e abbondante (chiedo perdono per la foto che non rende giustizia), colore dorato, meno velata di altre blanche, esibisce un aroma - sui toni dello speziato e del cereale, come da manuale - decisamente delicato per lo stile. Al corpo discretamente ricco ma fresco, che ricorda il pane, segue una luppolatura abbastanza decisa in amaro: una blanche quindi un po' fuori dai canoni, che predilige il luppolo alle spezie, e che consiglierei di conseguenza a chi non ama indulgere troppo su coriandolo e affini - pur apprezzando lo stile, evidentemente.

Sono poi passata alla Fil di Farro, birra - appunto - al farro dai toni ambrati. Schiuma compatta, aromi floreali su uno sfondo di caramello, la si apprezza al meglio al salire della temperatura che esalta l'aroma e il gusto peculiari del cereale - che altrimenti rimangono amalgamati a quelli della maltatura: un tostato sui generis, che dopo un corpo scorrevole per quanto non evanescente, torna sul finale prima della chiusura su un fugace amaro elegante.

Ancor più peculiare è la Taragna, birra anch'essa ambrata al grano saraceno: presenta infatti delle reminiscenze di torrefazione simili a quelle delle stout, che dominano sia nell'aroma che nel corpo, prima di chiudere su un amaro da malto deciso ma non invadente. La definirei sorprendente nella misura in cui cela - a sorpresa, appunto - toni tipici delle birre scure sotto al colore ambrato, che farebbe invece presupporre una predominanza del caramello o del biscotto.

Da ultima la più "sperimentale" in assoluto, la Miss Lichene: una saison aromatizzata al lichene selvatico su idea di Alessandro Gilmozzi de El Molin di Cavalese, chef stellato noto appunto per l'utilizzo originale degli ingredienti che la montagna offre - tra cui appunto il lichene. Anche la ricetta è il risultato di una collaborazione, ossia quella - ampiamente consolidata - tra il BioNoc' e Nicola Coppe (nella foto, ritratto nella bottaia a poca distanza dal birrificio), e unisce i cereali dell'azienda con luppoli trentini. Il lichene, pur amalgamandosi bene con lo speziato tipico delle saison, dà in effetti sia un aroma che un ritorno in chiusura del tutto caratteristici: un erbaceo da sottobosco - e non me ne vogliano al BioNoc' se dico che mi ha ricordato il muschio, dal momento che non lo intendo nel senso di birra che sa di stantio, ma come associazione spontanea che mi è sorta. Per quanto - come si suol dire - come birra "debba piacere", trovo indovinata l'intuizione di sposare lo speziato della saison al lichene in quanto si accompagnano bene valorizzandosi a vicenda.

Un grazie a tutto lo staff di BioNoc', e a Fabio in particolare, per la calorosa accoglienza.


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mercoledì 3 ottobre 2018

Una cena in Brussa

La settimana scorsa ho avuto finalmente occasione di provare la cucina che il birrificio B2O ha aperto quest'estate - insieme a Enrico ed Emma, peraltro, in una serata in famiglia. Come chi mi segue già sa, il birrificio ha inaugurato la sua nuova sede giusto un anno fa, all'interno della barchessa ristrutturata di una vecchia casa contadina nell'oasi naturale della Brussa; e, tassello dopo tassello, ha prima aperto la tap room e poi appunto la cucina, che utilizza ingredienti provenienti dall'azienda agricola stessa o da altre del circondario.

Accolti con il consueto calore da Gianluca, abbiamo iniziato con un tagliere di salumi e formaggi per accompagnare l'aperitivo. Io e Enrico ci siamo divisi  una helles Sibilla e una Grodziskie - come da usanza si fa beer sharing per assaggiare di più...dopotutto anche il marito bisogna sceglierselo bene, specie se hai pure una pupa di nove mesi che sgrana gli occhi e cerca di afferrare il bicchiere rischiando di farsi consegnare seduta stante ai servizi sociali. Se la Sibilla si conferma una birra sostanzialmente "buona per tutte le stagioni" in virtù della sua versatilità, e del peculiare taglio amaro finale dai toni quasi balsamici del luppolo Sybilla che "puliscono" il salume, devo dire che anche la Grodziskie nell'accompagnare un tagliere ha naturalmente il suo perché: le note di affumicato, in particolare con la pancetta, fanno uno sposalizio degno di nota.

Siamo poi passati al piatto principale - petto di pollo alla griglia con verdure per me, e grigliata mista per Enrico. Io ho scelto la Gabi, ragionando che una pilsner dal corpo un po' più robusto e tostato e un amaro più deciso di quelle canoniche avrebbe accompagnato a dovere una carne sì bianca, ma che è pur sempre grigliata, e quindi necessita di una birra più importante che se fosse cotta in altra maniera; mentre Enrico è andato sul classico con la Brussa, una Irish Red Ale, che con la carne rossa non è mai un errore - corpo tra il tostato e caramellato e finale di un amaro non invasivo, ma sufficiente a chiudere la bevuta aprendo al boccone e al sorso successivi. Anche in questo caso due scelte indovinate, e complimenti al cuoco per l'ottima cottura.

La sorpresa è stato in realtà il dolce, il birramisù con la stout Renera. Io ho ordinato d'istinto appunto una Renera, data l'associazione scontata tra un dolce con il cacao e le birre scure; Gianluca mi ha per contro suggerito la blanche Terra, che esibisce peraltro una speziatura discretamente robusta per lo stile. E' finita che io ed Enrico abbiamo anche questa volta scelto due birre diverse, così da poter provare entrambe le opzioni. E devo dire che mi sono trovata a dare ragione a Gianluca: se l'accompagnamento con la Renera non è sgradevole, tende a risultare però ripetitivo rispetto al fatto che è già presente nel dolce - che peraltro non ha moltissimo cacao, per cui il gusto del cioccolato non risulta dominante. Più dominante risulta invece quello della crema, rispetto alla quale l'accostamento con la speziatura tra arancia e coriandolo della Terra è stata una rivelazione: direi che si valorizzavano a vicenda per contrasto prima, e finendo per amalgamarsi poi, come se la speziatura "entrasse" nella crema.

Insomma, una cena "impegnativa" ma senz'altro interessante; di nuovo un grazie a Gianluca per averci accompagnati nel percorso degustativo.


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sabato 29 settembre 2018

Un giro a Gusti di Frontiera

Come ogni anno non ho mancato il tour goriziano a Gusti di Frontiera, che, al di là delle presenze ormai consolidate, offre sempre qualche nuova conoscenza. La prima in ordine di tempo è stato l'aretino microbirrificio Bifrons, dove mi ha accolta il giovane mastro birraio Filippo, che ha raccolto dal padre il testimone della passione per l'homebrewing prima e per l'attività imprenditoriale poi. La produzione rimane molto limitata, un centinaio di ettolitri l'anno e distribuita perlopiù localmente tramite un vicino pub; quest'anno Bifrons è comunque arrivato anche a Gorizia, con sei birre alla spina a copertura di una rosa variegata di stili - helles, weizen, ipa, stout, English pale ale e Scotch ale. Su suggerimento di Filippo stesso ho provato la Scotch ale Kilt: aroma quasi vinoso con note acidule inizialmente, che hanno lasciato poi spazio al tostato con qualche nota torbata; corpo snello per lo stile, pur mantenendo i toni tra il caramellato e il biscottato; prima di un finale con una leggera punta di speziato e una persistenza dolce discretamente lunga, con tenui note alcoliche. Ho poi assaggiato anche la ipa, su richiesta di Filippo stesso che intende aggiustare la ricetta per equilibrare meglio il cereale del corpo col taglio amaro finale: senza dubbio ho apprezzato questo suo mettersi in gioco, cercare di affinare le ricette, e del resto si sente anche nelle sue birre che sta lavorando per "aggiustare" il tiro. Sarei decisamente curiosa di incontrarlo di nuovo l'anno prossimo, per vedere - anzi, assaggiare - dove ha portato questo lavoro di affinamento.

Seconda nuova conoscenza è stato Furlan Beer, beerfirm capitanata da Emanuele Tavano che lavora (e si appoggia per le cotte) al birrificio trevigiano Morgana. Come il nome stesso fa intuire, Emanuele è di friulano - di Sclaunicco per la precisione (se proprio siete curiosi, Google Maps sa dov'è. Io no, ammetto la mia crassa ignoranza, so solo che è da qualche parte a sud ovest di Udine) e produce con materie prime friulane - orzo da Villa Chazil o dalla rete Asprom, mentre coltiva da sé, nell'azienda agricola di famiglia che nei suoi progetti sarà in futuro sede di un suo birrificio, alcune varietà di luppolo. Al momento ha due birre a disposizione: una ale chiara aromatizzata alla camomilla e coriandolo e una rossa con il 30% di grani antichi anch'essi coltivati in Friuli, nella fattispecie diverse varietà di frumento, più avena in grani. Ammetto di aver trovato la prima quasi eccessiva sul fronte dell'aromatizzazione, che pur morbida finisce per sovrastare un corpo decisamente esile; assai più interessante la seconda, in cui Emanuele ha saputo unire in maniera equilibrata il biscotto all'aroma ed amaro delicato in chiusura delle Vienna - a cui si è ispirato, pur usando in malto Vienna in alta fermentazione - e le note di caramello e di grano al palato - con una rotondità data anche dall'avena.

Tornando invece ai birrifici già noti, al mio ultimo giro in casa The Lure mi era rimasta da provare la Simple Mint, una golden ale con menta e sambuco ispirata al noto cocktail Hugo. Al naso spicca soprattutto la menta, che al palato se la gioca comunque in buon equilibrio con la componente dolce del cereale e del sambuco; in un corpo estremamente esile e scorrevole, pur non evanescente. La menta ritorna poi sul finale, che rimane fresco e balsamico. Da bere senza troppi pensieri nelle giornate calde.

Da ultima, ma non per importanza, la mia sosta al Birrificio di Meni - acoclta come sempre con calore, nonché con un bicchiere, da Domenico e Giovanni - che mi hanno fatto provare la ale ambrata Runcis in versione barricata. Due mesi in botti di rovere "pulite", al naso note leggere di legno, insieme a quelle di caramello e frutti rossi. Corpo snello che non dimostra i suoi sette gradi, solo sul finale arriva un po' di calore, tuttavia molto fugace data la buona attenuazione. Persistono leggeri toni dolci, ma non stucchevoli. Una buona "entry level" per chi non avesse mai provato una barricata, nella misura in cui rimane delicata nel complesso.

Un grazie a tutti coloro che mi hanno accolta agli stand.


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mercoledì 26 settembre 2018

Nuove aperture in quel di Udine

No, questa volta non si tratta di un birrificio: come ho scritto su Udine Economia, il mensile della Camera di Commercio locale, si tratta infatti di un pub. In ossequio alla miglior tradizione inglese è stato battezzato Public House - ossia il nome con cui venivano chiamati i locali di questo genere in Inghilterra, da cui l'odierno diminutivo "pub" - e ad aprirlo lo scorso giugno, coinvolgendo un socio che prima faceva tutt'altro nella vita, è stato un mastro birraio diplomato all'Accademia Dieffe nel 2016 - Giovanni Rossi.

Già qui ci sta una prima considerazione: Giovanni ha ammesso che il suo sogno sarebbe stato (evidentemente) quello di aprire un birrificio, ma alcune considerazioni sia di ordine finanziario, sia dell'attuale congiuntura in quanto a birrifici artigianali in Italia, lo hanno spinto a percorrere una strada diversa da quella inizialmente pensata. Il sogno è diventato così quello di aprire "Un pub che tenesse davvero solo birre artigianali, sia italiane che estere, e che fosse indipendente". Si direbbe che si stia quindi prospettando una nuova generazione di birrai sì entusiasti, ma non illusi né inclini a facili romanticismi sulla professione - specie se la professione la conoscono da vicino, e non sono semplicemente homebrewers che un bel giorno decidono di fare impresa. Andremo quindi verosimilmente verso una situazione in cui sempre più diplomati a corsi di questo genere metteranno le loro competenze a servizio di altre professioni nel settore birrario.

E va da sé infatti che l'intento di Giovanni è stato a quel punto quello di mettere a frutto la sua formazione birraria nel lavoro del publican: e qui l'ho provocato perché, se è evidente a tutti che un publican non ha automaticamente le capacità per stare in sala cotta, meno immediato è forse pensare che un birraio non necessariamente ha quelle per stare al meglio dietro ad un bancone - altrimenti, del resto, non ci sarebbero fior fior di corsi di formazione in materia. E Giovanni mi ha infatti riferito che sia lui che il socio Federico hanno appunto frequentato un master di spillatura sempre alla Dieffe. "Ma la mia preparazione mi è utilissima - assicura - in particolare nel descrivere le birre ai clienti, nell'avere più coscienza del perché una birra tedesca va spillata alla tedesca e perché una birra belga va spillata alla belga. Certo bisogna entrare in un'altra ottica perché al cliente non si può parlare in termini tecnici, però l'essere mastro birraio per me è fondamentale".


Senz'altro Giovanni e Federico hanno un occhio di riguardo per la scelta delle birre: hanno riferito che ne sono girate una cinquantina nell'arco dei primi due mesi di apertura, con un'attenzione particolare per i marchi locali - da Foglie d'Erba, a Campestre, a Borderline, a Garlatti Costa, a Zahre - ma senza disdegnare il resto d'Italia e del mondo - cito qui Elav, Manerba, Birra Perugia, Crak, Birrificio di Cagliari, Lariano, Croce di Malto e Vibrant Forest. Non mancano nemmeno le artigianali senza glutine, in particolare quella di Manerba. Il tutto spillato da quello che i due definiscono con orgoglio "un bancone a regola di MoBi", ben inserito anche sotto il profilo estetico in quello che è un arredamento ispirato al vintage industriale dei vecchi pub americani - da notare la colonnina rossa di un idrante "reinventata" come gamba per uno dei tavoli. Presenti naturalmente anche le referenze in bottiglia, per quanto si capisca che è appunto sul servizio alla spina che Giovanni e Federico intendono puntare.

Da segnalare sotto questo profilo anche la filosofia di praticare, almeno in alcuni casi, prezzi diversi per le diverse birre anche alla spina - cosa certo non nuova, ma che non in tutti i locali si trova, preferendo per praticità la "quota unica" per pinta e mezza pinta tra tutte le tipologie. "Se entro in un concessionario, è evidente che le diverse auto hanno prezzi diversi - ha scherzato Giovanni - e così birre diverse hanno prezzi diversi. Per alcune ipa e double ipa, o definite tali, ad ogni cotta il costo dei luppoli è a quattro cifre: è evidente che il prezzo finale è assai diverso rispetto a quello di una Helles. E credo che anche questo messaggio debba passare". Eh sì, è anche da qui che parte la tanto auspicata "educazione del consumatore".

Giovanni non ha comunque messo del tutto da parte i sogni birrari: "Mi piacerebbe fare in beerfirm delle birre da servire a rotazione qui al pub - spiega -, così da dare la connotazione di brewpub e poter mettere a frutto le mie competenze da mastro birraio. Sarebbe un ottimo tratto distintivo per il Public House". Insomma, non è detto che un sogno "ricalibrato" debba per forza essere meno soddisfacente: se le circostanze suggeriscono, dato l'investimento appena fatto, di contenere il rischio d'impresa puntando su birre "una tantum" da vendere pressoché sicuramente in toto al pub - purché ben fatte, ovviamente -, sicuramente questo può comunque diventare un valore aggiunto apprezzato dal pubblico. I migliori auguri dunque per i progetti futuri a Giovanni e Federico.


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martedì 18 settembre 2018

Un pomeriggio...friulano doc

Come ogni anno ho dedicato una giornata ad un giro per Friuli Doc, la principale manifestazione dedicata all'enogastronomia friulana. Anche le birre artigianali locali si sono ormai da qualche tempo guadagnate il proprio spazio all'interno della kermesse, per cui gli estimatori trovani di che dissetarsi.

La mia prima sosta birraria tuttavia non è stata allo stand di un birrificio artigianale, ma a quello della rete Asprom con la sua Centparcent Furlane: un progetto birrario lanciato lo scorso anno proprio a Friuli Doc - e di cui avevo parlato qui - e che è andato espandendosi con la creazione di una cooperativa finalizzata alla commercalizzazione della birra e di altri prodotti. Alla birra di lancio iniziale - una golden ale - se ne sono aggiunte altre - viaggiamo attualmente verso la decina di stili; quest'anno per Friulidoc nello specifico erano disponibili due lager, una bionda e una ambrata. Ho scelto la bionda in quanto, come da vulgata dei biersommelier e affini, sulla lager bionda è più difficile mentire. All'aroma, pur cogliendosi in maniera delicata il profumo dei luppoli Hallertau, si nota un leggero sentore di esteri: ho infatti poi avuto conferma da Alido Gigante, presidente di Asprom, che si tratta di una birra rifermentata per poterla meglio conservare. Il corpo è ricco sui toni del miele, ma comunque snello; e il taglio amaro secco sul finale, pur leggero, fa sì che non ci siano persistenze dolci troppo prolungate. Una birra semplice e beverina nel suo complesso - unico appunto che farei è appunto il leggero fenolico all'aroma, sarei curiosa di riprovarla non rifermentata.

Insieme a Gigante ho poi assaggiato una delle novità, la apa: ben percepibile ma non eccessivamente spinto il Citra all'aroma, corpo anche qui snello con qualche nota tostata e di biscotto, e chiusura di un amaro resinoso ben persistente per quanto non particolarmente intenso. Una apa in stile, equilibrata tra la componente agrumata del luppolo e quella tra il tostato e il caramellato del malto.

Naturalmente non ho mancato una sosta allo stand dell'Associazione artigiani birrai Fvg, dove ho fatto conoscenza - tra le tante - con una delle birre del triestino birrificio Cavana - la Sania, una ale chiara alla curcuma in cui la spezia, pur rimanendo morbida, è presente in maniera molto decisa - e con la Super Nova di Galassia, American Ipa pensata come "sorella maggiore" della loro Nova. Profumi di pompelmo, agrumi e frutta gialla in generale ben notevoli - da segnalare di dry hopping di mosaic, galaxy ed ekuanot -, corpo scorrevole in cui si coglie comunque il caramello al di sotto dei toni agrumati che persistono anche in bocca, e taglio finale di un amaro netto e resinoso che persiste pur senza essere invasivo. Buona evoluzione della sorella minore, forse da controbilanciare con un corpo leggermente più biscottato, ma nel complesso assai gradevole e beverina nonostante e 6 gradi alcolici.

Vedendo i due stand - Asprom e Associazione artigiani birrai - così vicini, non ha potuto non imporsi qualche riflessione. La rete che riunisce un'ottantina di produttori d'orzo ha infatti gettato un nuovo "sassolino" in quanto alla produzione di birra in Fvg. Alcuni di questi restisti - pochi, per la verità - sono anche birrifici agricoli, ma perlopiù la rete vende a Peroni e Castello che utilizzano poi il malto per alcune specifiche produzioni di impronta regionale - non propriamente delle crafty, in quanto si parla ad esempio del rilanciato marchio Dormisch, comunque legato alla storia dell'industria birraria. Presentando la propria birra agricola, Asprom si è lanciata in un mercato che, a mio avviso, si sovrappone solo parzialmente a quello dei birrifici artigianali: perché l'appassionato di microbirrifici continuerà a cercare i microbirrifici - dato che il suo interesse sta nell'arte dello specifico birraio prima che nella produzione locale delle materie prime -, mentre chi invece cerca una birra dalle connotazioni territoriali e diversa da quella industriale potrà cercare anche la Centpercent Furlane. Un pubblico di estimatori di produzioni locali, dunque, prima che di cultori di arte brassicola in senso stretto - per quanto ciò non escluda che i cultori di arte brassicola possano anche ricercare prodotti locali, naturalmente. Su questo punto però non possiamo domenticare che diversi birrifici artigianali sono anche agribirrifici, producendo da sé l'orzo e altre materie prime: e si crea dunque qui un'ulteriore sovrapposizione tra i due soggetti - argomento che senz'altro merita più approfondita riflessione, e quindi in un altro post.


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mercoledì 5 settembre 2018

Novità in quel di Latisana

Ho avuto il piacere di presenziare sabato 1 settembre a Latisana all'inaugurazione del birrificio Basei, ultima novità brassicola della bassa friulana. Mastro birraio è Giuseppe Ciutto che, dopo diversi anni ha homebrewer e un percorso di formazione con il prof. Buiatti all'Università di Udine, spinto dalla sorella si è lanciato nell'avventura; non da solo, però, perché insieme a lui ci sono diversi soci che hanno portato il capitale - sia economico che in termini di risorse umane - necessario.


Il caso di Basei è un'ulteriore dimostrazione che, se fino a qualche anno fa ancora c'era chi partiva per l'avventura birraria armato solo di passione e di scarsi mezzi, ora non è più così: la quasi totalità degli ultimi ingressi nel settore con cui ho avuto modo di confrontarmi ha alle spalle almeno un socio finanziatore, e si rivolge ad altri professionisti per quanto riguarda controllo qualità, grafica, marketing, comunicazione ed altro ancora. Insomma, posto che ormai da tempo nessuno crede più che "la birra buona si vende da sola", c'è coscienza che per pensare di aprire l'ennesimo birrificio è necessario investire più di un tempo sia sul saper fare la birra che sul saperla vendere. E non a caso è stato questo uno dei primi temi su cui ho provocato Giuseppe, chiedendogli il perché della decisione di aprire un birrificio in un momento storico in cui la vulgata parla di saturazione: e per quanto lui si sia soffermato in primo luogo sulla passione e sulla voglia di fare questo mestiere, una visita al nuovo impianto e un'occhiata alla compagine societaria confermano come sia necessario dare a questa passione anche una base sotto il profilo imprenditoriale.


Ad unirsi a lui come soci sono infatti stati Giuseppe Lamanno - che potremmo scherzosamente definire "lo zio d'America" della situazione, dato che vive a New York e fa da responsabile esportazione negli Usa -; Davide Cunial, responsabile commerciale; Stefano Movio, responsabile della logistica; Antonino Leanza, responsabile finanziario; e la già citata sorella Serena, responsabile amministrativa e marketing. Il birrificio è stato battezzato con il soprannome dato in paese a questo ramo della famiglia Ciutto - Basei, appunto; ed ora, dopo quelli che Giuseppe ha descritto come lunghi preparativi - tra formazione, ricerca dei soci e dei finanziamenti, allestimento del capannone e dell'impianto e burocrazia varia - l'avventura è partita. Dopo il taglio del nastro, Giuseppe e soci hanno accompagnato i presenti a visitare il birrificio; occasione in cui ho avuto modo di fare una chiacchierata con il mastro birraio sui processi di controllo qualità che ha approntato, aspetto al quale ha affermato di porre particolare attenzione soprattutto per quanto riguarda l'acqua - non avendo quella disponibile in loco il profilo chimico ideale.


Sono sette le birre a listino - una koelsch, una amber ale, una apa, una porter, una american wheat, una blanche e una session ipa - di cui quattro disponibili alla spina il giorno dell'inaugurazione; tutte brassate secondo la filosofia di voler puntare a birre sì caratterizzate, ma che comunque rimangano semplici nel complesso e di facile beva - significativa in questo senso la scelta di fare solo 0,33 e fusto, per eccellenza i formati della bevuta informale.

A portare il nome di casa - Basei - è la koelsch, che personalmente ho trovato relativamente poco caratterizzata per lo stile: potremmo dire che ambisce a prendere, nel repertorio di Basei, il posto della classica bionda buona per tutti i gusti e per tutte le stagioni, pur senza abbandonare del tutto le caratteristiche peculiari dello stile di riferimento. Interpellato su questa mia considerazione, Giuseppe ha risposto che era sua intenzione fare appunto una rivisitazione della koelsch, puntando su una delicatezza ancora maggiore sia in aroma che in amaro rispetto alle birre di Colonia a favore del maltato del corpo, che rimane comunque molto snello.

Sempre sulla linea della facile beva - naturalmente - la session ipa Mattnik; improntata su aromi agrumati e di frutta tropicale non invadenti ma che spiccano bene - da segnalare eldorado e mosaic in dry hopping - a fronte di un corpo molto esile e di un amaro finale sui toni citrici, delicato e non troppo persistente, ma deciso a sufficienza da chiudere la bevuta. Può in un certo senso essere definita la "sorella maggiore" la Mojo, una apa ambrata in pieno stile che punta su una luppolatura sempre tra l'agrumato e il fruttato - cascade, chinhook, simcoe, più citra in dry hopping - ma che non lesina sulla componente tostata del corpo, che ben si amalgama all'aroma e precede un amaro più deciso della precedente a controbilanciare i toni maltati.

La più peculiare è sicuramente la american wheat Aguiar, che all'aroma esibisce toni floreali, accanto a quelli citrici della scorza di limone, che arrivano a coprire i profumi tipici del frumento; per aprire poi ad un corpo anche qui snello sulle note dolci del cereale, prima di un taglio finale di un amaro citrico che arriva quasi a sorpresa.

Nota a parte merita il design delle bottiglie - dalla caratteristica forma bombata - e delle etichette, stampate in rilievo: aspetto con il quale, ha affermato Giuseppe, il birrificio intende darsi una nota caratteristica.

Per ora Basei distribuisce a livello locale, oltre che - come già accennato sopra - a New York; per il prossimo futuro è in progetto l'apertura della tap room.

Non mi resta che fare i migliori auguri a Giuseppe e soci per questo percorso appena iniziato. Concordo in generale sul fatto che siano birre che cercano di trovare la propria nota caratteristica, pur rimanendo nella semplicità; una ricerca che sicuramente Giuseppe dovrà proseguire, essendo ancora alle prime battute, e che auspico porterà buoni frutti.


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martedì 17 luglio 2018

Un giro sulle rive del(la) Piave

Ebbene sì, avete letto bene: per quanto pochi lo ricordino, il celebre fiume sacro alla patria e universalmente conosciuto al maschile - il Piave - dalle popolazioni che ne abitano le rive è invece stato per secoli, e alcuni lo fanno ancora oggi, declinato al femminile: ed è da questo che prende il nome l'ultimo birrificio che ho visitato, La Piave, situato a breve distanza dal fiume in quel di Moriago della Battaglia. Ad aprirlo nell'aprile del 2017 è stata la famiglia Zanin, già attiva nel settore dell'agricoltura, viticoltura e ristorazione agrituristica; a questo ha quindi aggiunto la produzione di birra artigianale affidata al giovane Enrico Martini - mastro birraio uscito dall'Accademia Dieffe. L'orzo è naturalmente quello dell'azienda stessa, maltato al CoBi; e la birra è al momento acquistabile e degustabile nella tap room annessa al birrificio - ci sono comunque progetti di crescita, in quanto per l'anno prossimo è prevista l'apertura di un "agripub" che unisca l'anima brassicola e quella agrituristica dell'azienda.

Come sempre quando conosco un nuovo birrificio, ancor prima che la degustazione delle birre apprezzo il fatto di fare una chiacchierata con il birraio o con il titolare (e possibilmente con entrambi, nel caso in cui non coincidano); in questo caso mi ha accolta un membro della famiglia Zanin, Massimo, che mi ha raccontato come - dopo un passato nel settore del marmo - sia giunto infine all'agricoltura e alla birra. Massimo non fa mistero di come utilizzi per la birra la stessa filosofia che utilizza per il prosecco: tanto è vero che non ha avuto peli sulla lingua nel dire che cosa pensa della birra in lattina o delle birre particolarmente audaci sotto il profilo della luppolatura - "Tu lo berresti mai un buon vino in lattina? No, per una questione d'immagine ci vuole una bella bottiglia"; "Con le luppolature forti sono capaci tutti di nascondere i difetti: per capire se uno fa un buon vino bevo il prosecco col fondo, perché su quello non menti, e lo stesso vale per le birre".

Massimo mi ha spiegato di aver puntato a birre di estrema semplicità e facilità di beva, secche e sobrie sotto il profilo sia dell'aroma che dell'amaro, essendo questi i gusti del pubblico a cui La Piave si rivolge; ed è quindi su queste linee che si è mosso Enrico per le sei birre fisse, che prendono tutte il nome da luoghi significativi per il fiume. Ne ho provate quattro, di cui per prima la blanche Fontanebianche: all'aroma speziato d'ordinanza  estremamente delicato, accompagnato da una punta acidula da frumento; corpo scorrevole che, se in prima battuta appare evanescente, esibisce poi un ritorno di frumento prima di un finale neutro, senza persistenza alcuna. Sono poi passata alla pils Peralba, che pur utilizzando il luppolo Saaz come da tradizione ne fa un uso assai sobrio, coerentemente con i profumi appena accennati del cereale; anche nel corpo questa componente rimane molto meno robusta rispetto alla media delle pils, così come l'amaro finale, sufficiente sì a chiudere la bevuta ma ricordando piuttosto quello più delicato delle Helles.

In terza battuta la apa Veneta: cascade ben percepibile con il suo aroma di pompelmo, ma anche qui misurato e sostenuto dal leggero tostato da cereale. Tostato che, dopo un corpo scorrevole per quanto non così esile come i precedenti, ritorna sul finale, avendo quasi la meglio sul taglio amaro citrico che chiude la bevuta. Da ultimo la red ale Isola Rossa, che con i suoi aromi caramellati e di biscotto, con una punta di legno e frutti rossi, farebbe pensare ad una birra che esuli dalla filosofia delle precedenti esibendo maggior forza: invece anche in questo caso il corpo - pur non esilissimo - scorre al pari dei precedenti, con però la sorpresa di un amaro erbaceo e secco finale un po' più evidente che non lascia indulgere al palato le note di caramello a beneficio del sorso successivo.

Ammetto di essere abituata a birre più caratterizzate, e che ai palati di alcuni quelle de La Piave potrebbero apparire creazioni fin troppo "misurate" sotto il profilo gustativo; ma non posso non riconoscere che sono state costruite in maniera perfettamente rispondente alle intenzioni dichiarate, e che il birraio lo ha saputo fare in maniera pulita ed equilibrata - senza creare cioè alcuna discrasia tra aroma, corpo e chiusura, ma rimanendo leggero e pulito su tutte le componenti - a beneficio appunto di una beva facile e senza pensieri. Rimango curiosa di vedere futuri sviluppi, magari riguardanti qualche birra in edizione limitata: con Massimo ho provocatoriamente sollevato l'idea di una iga, data la produzione di prosecco della casa, e lui mi ha confermato che anche il birraio aveva avanzato la stessa proposta. Indubbiamente potrebbe essere un percorso interessante per unire i gusti della clientela - sicuramente ben disposta verso il Prosecco, essendo una produzione tipica locale -, sperimentazioni che esulano dagli stili "storici" e creatività del birraio


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