lunedì 11 novembre 2019

Nuove conoscenze e vecchi amici a Pordenone

Anche quest’anno ho partecipato alla fiera della birra artigianale di Pordenone, conducendo beer tour e degustazioni. Per quanto non sia una manifestazione improntata ai grossi numeri, devo dire che in questa edizione ho avuto la sorpresa di vedere un inedito interesse per gli eventi di approfondimento cultural-brassicolo – sia da parte del pubblico che dei birrai; il che è indubbiamente un buon segno, indice di un’evoluzione nell’approccio alla materia.

Sono naturalmente stati numerosi sia gli amici ritrovati che le nuove conoscenze. Per quanto riguarda i vecchi amici, nel primo weekend c’è stato Sothis – la cui Dunkelweizen Renenet, di cui avevo parlato qui, rimane a mio avviso la punta di diamante; poi Meraki – di cui ho provato per la prima volta la porter Ade – un esempio “verace” dello stile: aromi di tostato e caffè ben prominenti senza indugi sul cioccolato, corpo scorrevole e discretamente scarico prima del finale di un amaro acidulo e netto da tostatura ma non eccessivamente persistente. Unico neo, renderebbe meglio alla pompa, che scaricherebbe un po' la carbonatazione - a mio avviso piuttosto elevata per lo stile. Infine i Chianti Brew Fighters, che portavano come novità La Gioconda: definita come hoppy blonde ale, all'aroma fonde in maniera curiosa lo speziato del lievito belga con l'agrumato della luppolatura americana. Il risultato può per certi versi ricordare alcune blanche, con il loro connubio tra speziatura e buccia d'arancia. Corpo estremamente snello e fresco, senza particolari indugi sul cereale, e finale di un amaro citrico.

Nel secondo weekend ho ritrovato invece Darf: una piacevole conferma in quanto a rigore e pulizia “tedeschi” (sia nello spirito che negli stili di ispirazione) nel modo di lavorare, e in cui ho trovato però un’evoluzione in quanto a creatività. La Keller (nella foto), ad esempio, già era del tutto sui generis in quanto prevedeva l’utilizzo di luppolo cascade fresco; ora che sono entrati in gioco anche i luppoli cryo, esibisce una notevolissima rosa di aromi e sapori intensissimi che – per quanto equilibrati nell’insieme, da un tutti i frutti fino ai toni più floreali e resinosi – che la rendono un curioso ibrido tra la base tedesca e le mirabolanti luppolature americane. Una birra che vuole stupire, per quanto non arrivi a “stroppiare” in forza di questo equilibrio nell’intensità. Da segnalare anche la Doppelbock – che inganna notevolmente al palato apparendo piuttosto una Bock semplice, alquanto beverina nonostante la maltatura. Ho poi ritrovato Meni, di cui ho provato la nuova versione più leggera della Candeot alla zucca: disdegnatori delle birre alla zucca, ricredetevi, perché in questo caso la componente del frutto è assolutamente misurata e ben armonizzata nell’insieme. Per la prima volta ho poi provato la Weizenbock Centis: dopo un aroma in cui si coglie che la componente dei malti è leggermente più forte e dolce delle Weizen semplici, arriva una notevole ricchezza di cereale al palato, di pane fresco a morsi; prima di chiudere in maniera inaspettatamente breve e fresca, praticamente senza lasciare persistenze. Per chi ama le birre “importanti”, ma ha tanta sete.

In quanto a nuove conoscenze del primo weekend c’è stato Agro, agribirrificio di recente apertura in quel di Aviano. Dal mio punto di vista hanno iniziato con il piede giusto nella misura in cui hanno passato il mio personale test della Helles: semplice e pulita, ma appunto per questo ben riuscita. Da segnalare anche la oatmeal stout, improntata ai toni di tostato e caffè senza indugi ruffiani sul cioccolato, corpo rotondo e scorrevole e finale di un amaro acidulo da tostato. Unica critica va alla Saison, che esibisce una speziatura a mio avviso un po’ troppo sopra le righe.

Nel secondo weekend c’è invece stato il pugliese Birra del Console, aperto nel 2016 da Dario – appunto – Console; che, fedele alla sua filosofia per cui “e che è, siccome noi siamo italiani e quindi dobbiamo essere creativi, adesso qualsiasi brodaglia viene spacciata per la reinterpretazione di uno stile?????” produce quattro birre estremamente semplici, lineari e bevibili; riservandosi appunto di sperimentare in futuro, quando avrà maggior padronanza degli stili di base. In realtà proprio la più semplice di queste birre, una golden ale, un minimo di sperimentazione ce l’ha: utilizza infatti luppoli continentali, i cui aromi floreali ed erbacei peraltro ben si accostano al leggero fruttato (voluto) del lievito, rendendola un po’ “la cugina ad alta fermentazione” delle lager chiare continentali. Fresca, bevibile e caratterizzata al tempo stesso, per una bevuta spensierata ma non banale. In lista c’è poi una Blanche, volutamente “scarica” sia sotto il profilo della speziatura di arancia e coriandolo che sotto quello del corpo – un po’ troppo, a mio avviso – e che gioca su una particolare secchezza dovuta all’utilizzo di un secondo lievito particolarmente attenuante; e una strong bitter e una american ipa, entrambe in pieno stile. Nel complesso un birrificio che in questi primi tre anni di attività mi pare aver già sviluppato una sua linea di lavoro, e che con ulteriori consolidamenti dati dall’esperienza può mirare a svilupparla ulteriormente dando maggior personalità alla sua produzione senza perdere la semplicità e pulizia di base che ha dimostrato di saper dare.

Concludo con un ringraziamento a tutti i birrifici che hanno partecipato alle degustazioni e che mi hanno accolta ai loro stand.

martedì 29 ottobre 2019

Ein Prosit!

Approfittando del fatto che il tutto accadeva a poca distanza da casa mia, ho per la prima volta fatto un giro a Ein Prosit - consolidata manifestazione enogastronomica friulana organizzata da Co. Pro. Tur., giunta ormai alla ventunesima edizione. Pur in mezzo a tante cantine, che costituiscono il "nocciolo duro" degli espositori, già da qualche anno hanno fatto la loro comparsa i birrifici artigianali della Regione; quest'anno tre - Cittavecchia, Gjulia, e il debuttante 620 Passi. Il tutto "condito" da alcuni laboratori di degustazione condotti da Eugenio Signoroni, con birre di spessore in listino - basti citare quelle di Barley, Cantillon, 3 Fonteinen, Oud Beersel, Ca' del Brado e Asso di Coppe, per nominarne solo alcune.

Senz'altro è buona cosa che le birre artigianali abbiano avuto uno spazio all'interno di una manifestazione che vuole porsi come evento indirizzato ad espositori e ad un pubblico di alto livello, portando in città chef stellati e nomi di prestigio. Ammetto però che mi ha lasciata un po' perplessa vedere i birrifici messi nella sezione delle gastronomie, nell'ambito di una suddivisione tra tutto ciò che è vino e tutto ciò che non lo è: ne capisco la logica, ma avrei visto meglio una suddivisione tra cibi e bevande - per quanto probabilmente sarebbe stata poco capita da un pubblico che dalla mostra-assaggio di Ein Prosit si aspetta appunto di trovare un'area riservata alle cantine, specie in una Regione in cui lo status del vino è indiscusso. E' vero che non è utile andare a rinfocolare sterili rivalità tra birra e vino, ma credo che "mettere ogni cosa al suo posto", dividendo appunto piuttosto tra bevande e cibi (e faccio notare che anche le grappe di un colosso come Nonino erano nella sezione gastronomia), aiuti piuttosto a superare le contrapposizioni. Così come non mi sarebbe dispiaciuto, per quanto le degustazioni in sé e per sé siano slegate dalla mostra-assaggio, vedere qualche birrificio locale parteciparvi. Semplici opinioni personali, e quindi prendetele come tali.

Ma veniamo a ciò che ho assaggiato. Da Cittavecchia sono partita da Andre, la loro Ipa realizzata in collaborazione con I bambini delle Fate, e i cui proventi sono in parte destinati a questa impresa sociale. Una ipa che, nonostante i lievi aromi agrumati dati dal cascade in aroma, rimane comunque intrinsecamente britannica - Fuggle e East Kent Golding - soprattutto per quanto riguarda il taglio amaro erbaceo finale. Beverina ma non ruffiana, per gli amanti delle ipa non troppo impegnative ma "veraci". Interessante poi la versione cherry della stout Karnera, con sciroppo di amarena aggiunto in fermentazione, su mash leggermente meno zuccherino appunto in previsione dell'aggiunta di frutta. L'amarena si coglie appena in aroma, dove continuano a dominare il caffè e il tostato, così come nel corpo; ricompare in chiusura con un gioco tra l'acidulo e il dolce, ma ben integrato con la componente amaro-acidula del malto tostato in un incastro di contrasti che alla fine lascia una persistenza amalgamata. Da segnalare infine la Saison Goriot, che quest'anno verrà anche presentata in versione birra di Natale: la tradizionale speziatura del lievito è arricchita dal cardamomo e dall'arancia, ben percepibili - soprattutto il cardamomo - ma non soverchianti, integrate in un corpo dal cereale discretamente caldo per lo stile ma scorrevole. Per chi ama le speziature calde, ma preferisce una birra meno corposa delle tradizionali natalizie.

Ho avuto poi il piacere di conoscere 620 Passi, nato come beerfirm (presso Bradipongo) a Marano Lagunare, ed ora in procinto di inaugurare il proprio impianto. Sono partita dalla lager Arsura, che nonostante un pizzico di Citra può dire di rispettare a pieno i tradizionali canoni continentali - la fanno piuttosto da padroni Hersbrucker e Premiant, sul classico corpo di cereale fragrante -; per poi passare alla ipa Fipa - anche in questo caso una ipa che, pur nella luppolatura interamente americana di amarillo, mosaic e simcoe rifugge qualsiasi ruffianesimo eccessivamente tropical-fruttato, per privilegiare di più la componente acre dell'agrume soprattutto in chiusura -; e infine la Belgian Ale Cortona, pienamente in stile nonostante la luppolatura americana - una luppolatura che "c'è ma non si sente", come di regola nelle birre belghe, per privilegiare il lievito - e un corpo più scorrevole della media nonostante la pienezza maltata, per amor di bevibilità. Nel complesso, birre che mirano ad essere facilmente bevibili nella loro semplicità, ma che non mirano al voler sedurre a tutti i costi per raggiungere questo obiettivo.

In quanto a Gjulia, ho "finalmente" - nel senso che da tanto tempo ne sentivo parlare - provato la Iga Ribò, con Ribolla Gialla. Discretamente delicata come Iga, le note tra il fruttato e il floreale della ribolla ben amalgamate con il malto sia all'aroma che al palato, dove emerge anche una certa sapidità; e poi il Barley Wine, dove la fa da padrone il profumo e il sapore del legno dati i 18 mesi di barricatura.

Un grazie ai birrifici presenti per la calorosa accoglienza ai loro stand.

domenica 27 ottobre 2019

La birra in fabbrica a Corno di Rosazzo

Anche quest'anno mi sono concessa un giro a "Fusti - La birra in fabbrica", piccolo festival birrario organizzato nella propria tap room dal Birrificio Campestre di Corno di Rosazzo. Piccolo, ma neanche tanto: come già mi sono trovata a considerare lo scorso anno, è comunque notevole come una realtà di dimensioni ridotte in un paesino sconosciuto (se non agli amanti del vino) riesca a fungere da catalizzatore per nove birrifici regionali, una ventina di birre - numeri in crescita rispetto all'edizione passata - ed un pubblico tutto sommato consistente per un comune di 3000 abitanti. Per carità, non è l'Happy Beerthday Foglie d'Erba di Forni di Sopra (birrificio che comunque ha partecipato, a riprova del fatto che è una manifestazione in cui crede); ma non è neanche possibile fare il paragone tra una realtà ormai più che consolidata come Foglie d'Erba e il Campestre, che ha meno della metà dei suoi anni e una produzione e distribuzione assai più contenute. Questo per dire, una volta di più, che quello del "piccolo festival tra birrifici amici" è un format che si adatta a questa realtà, e che Giulio Cristancig ha avuto la felice intuizione di portare nella sua tap room.

A parte ciò, in realtà non erano molte le birre per me nuove in listino; ma è stato comunque un piacere riprovarne alcune che già conoscevo in virtù di variazioni alla ricetta, o semplicemente per l'opportunità di degustarle direttamente con il birraio se in passato non l'avevo avuta. E' stato il caso ad esempio della Basei del birrificio omonimo, ispirata alle Koelsch, e che avevo provato l'anno scorso all'inaugurazione del birrificio: la ricetta attuale è più improntata sulla corposità e fragranza del cereale, vero pane liquido appena sfornato senza però indulgere nel miele, e meno sulla componente aromatica - anche fin troppo poco, a mio parere, dato che la luppolatura sia in amaro che in aroma è appena percettibile. Bisogna riconoscere però a Giuseppe Ciutto che ha saputo far lavorare bene il lievito, sia per l'assenza totale di aromi fermentativi inappropriati (che a volte nelle Koelsch mi è capitato di trovare) che per la secchezza e pulizia finale, che lascia la bocca fresca pur nella gran sobrietà della luppolatura a cui accennavo sopra.

Per la prima volta ho avuto occasione di bere con il birraio la Blanche Dreon di Meni: fondamentalmente in stile, pur puntando in maniera piuttosto decisa sulla speziatura sia in aroma che sul finale - grazie all'aggiunta di pepe bianco, che lascia una leggera persistenza piccante che sicuramente sarebbe interessante abbinare a qualche piatto. Penso ad esempio ad una tagliata di pollo.

Novità assoluta invece la Triple Threat, la Tripel appena sfornata da Antica Contea, e che prende il nome da una mossa del basket. Anche in questo caso, mi sono trovata a scherzare con il birraio Costantino su come Antica Contea a fare birre non britanniche ci provi, e magari anche con ottimi risultati in termini di piacevolezza della bevuta; però metterci almeno un elemento che ricordi una birra britannica, così come era stato per la Vienna che aveva un taglio amaro che mi ricordava piuttosto quello delle bitter, è più forte di loro. In questo caso infatti il tipico aroma speziato da lievito belga è appena percettibile, mentre nel corpo esce in forze un caramello biscottato che fa pensare ad una strong scotch ale; prima di chiudere su un finale relativamente secco per lo stile, a beneficio di bevibilità nonostante gli otto gradi alcolici - valore imprescindibile per Antica Contea. Vi piacerà se amate le birre corpose e maltate come appunto le belghe, ma nonostante ciò le trovate a volte ardue da bere.

Da ultimo sono ritornata sulla Non aprite quella Porter, la Porter al cardamomo e scorza d'arancia di Campestre. Cardamomo decisamente riconoscibile, sia in aroma che sul finale dove dà una nota balsamica, ma comunque ben amalgamato sia con il leggero agrumato dell'arancia che con a componente tostata; secca e beverina come una Porter dev'essere, pur nella sua originalità.

Concludo con un grazie a tutti i birrifici e birrai presenti - Campestre, Foglie d'Erba, Villa Chazil, The Lure, Meni, Galassia, Antica Contea, Garlatti Costa e Basei, in ordine assolutamente casuale - e in particolare al padrone di casa Giulio Cristancig.


lunedì 14 ottobre 2019

Ritorno al festival Nonsolobirra

Anche quest'anno sono ritornata volentieri in quel di Marano Vicentino per Nonsolobirra; che peraltro vedeva alcune nuove partecipazioni, accanto a nomi più "affezionati".


Nuovo anche per me era Barbaforte, birrificio di Folgaria (TN), guidato dal vulcanico birraio Matteo. Il nome viene dalla pianta meglio conosciuta con il nome di rafano, dalla cui radice si ricava il noto cren; di cui Matteo è particolarmente appassionato, tanto da utilizzarla anche in una delle birre - la saison Quadro. Delle sei birre che aveva portato a Marano, questa è forse la più rappresentativa e caratterizzata: ai profumi speziati del tipico lievito si accostano le note della radice di genziana - anch'essa presente - e una peculiarità sempre erbaceo-balsamica data dal rafano; non invasive in bocca dove torna a dominare il cereale, prima di una chiusura di un amaro delicato ma deciso sui toni appunto della genziana e del rafano. Equilibrata nell'insieme, nonostante la complessità. Da segnalare anche la Golden Ale San Lorenzo - che in una degustazione alla cieca si potrebbe quasi prendere per una lager, data la componente di esteri pressoché assente, la luppolatura floreale elegante e il corpo di cereale e miele pieno e fragrante ma estremamente pulito - e la oatmeal stout Trifoglio, che fugge da qualsiasi ruffianesimo cioccolatoso per prediligere i toni tostati e di acidulo da malto tostato, per amor di beverinità- anche in virtù della scarsa persistenza. Ottima peraltro la schiuma, valorizzata dalla spillatura a pompa.

Novità per me è stato anche il birrificio Leder, portato a Marano da Diexe distribuzione; in particolare il buon Roberto ha portato la loro Bohemian Dunkel, una lager scura che libera nel corpo pieno e caldo tutta la forza del cereale tostato tra il caffè e il pane nero, come onestamente mi era capitato di trovare solo appunto in Boemia. Molto contenuto l'amaro, e poco persistente nel complesso nonostante la forza gustativa.

Novità non come birrificio ma come birre sono state la Hoppy Hour e la Mohjto del Jeb. La prima è una sui generis, una ale leggermente ambrata con ginepro, zenzero, scorza d'arancia, bergamotto e pepe di Sichuan. Ammetto che, quando Chiara mi ha detto di averla pensata per l'aperitivo (da cui il nome) ero rimasta perplessa, perché mi dava l'idea di una birra dai sapori piuttosto forti; invece è estremamente bilanciata ed elegante, con un aroma ben integrato e non soverchiante tra le varie componenti, un corpo snello ma non evanescente con qualche nota di biscotto, e un finale in cui ritorna il balsamico del ginepro e un interessante gioco tra le due speziature complementari di zenzero e pepe. Necessita di poche descrizioni la Mohjto, nel senso che, pur rimanendo una birra e non un cocktail, è esattamente come ve la aspettereste dal nome: profumi di lime e zenzero con i relativi sapori che accompagnano tutta la bevuta, estremamente fresca e scorrevole.

Infine ho conosciuto, come "fuori concorso" (nel senso che non partecipava al festival, ma all'evento organizzato da Le Donne della Birra) Birrachiara, di Chiara De Pisi; con le sue due etichette, la 23 e la Marea. La prima è una birra appunto chiara che gioca sul filo tra l'alta e la bassa fermentazione, nel senso che utilizza un lievito da bassa fatto lavorare ad una temperatura leggermente più alta; colore dorato, velata, schiuma bianca e pannosa, aromi tra il floreale e il cereale con una nota di miele e leggerissimi esteri; nota che si ripropone in bocca nel corpo snello ma non evanescente, prima del finale di un amaro erbaceo moderato e poco persistente. La seconda è una session ipa dai caratteristici profumi di agrumi e frutta tropicale, uniti al caramello del malto - come del resto intuibile dal colore ambrato -; in bocca la componente del malto vira quasi più sulla nocciola caramellata e sul biscotto, prima di un finale in cui, insieme all'agrume, torna anche una leggera nota balsamica e terrosa mediamente persistente. Nell'insieme due birre che denotano un risultato apprezzabile per un birrificio che ha aperto da poco e quindi giocoforza sta ancora "aggiustando il tiro"; e da una birraia che, in età non più giovanissima, ha intrapreso questo percorso da autodidatta e appoggiandosi ad altri birrai.

Concludo con un ringraziamento a tutti i birrai e agli organizzatori, nonché con le congratulazioni a Chiara Baù che anche quest'anno ha ottenuto per il Jeb il titolo di miglior birrificio del festival con i voti del pubblico.

giovedì 3 ottobre 2019

Eventi estivi e pensieri in libertà

Per quanto nel mio blog ci sia stato un "buco" tra fine luglio e fine settembre, ho comunque preso parte ad alcuni eventi e degustazioni; per diletto, più che per questioni professionali. Tra questi segnalo in particolare la Festa del Luppolo a Villa Chazil, l'8 settembre, con un'interessante mattinata dedicata ad interventi di esperti nella coltivazione e utilizzo di questa pianta (il coltivatore amatoriale Gianluca Bertozzi, l'agronomo Antonio Noacco, e lo staff di Mr Malt) e degustazione finale con Le Donne della Birra; e le degustazioni dell'Associazione Artigiani Birrai Fvg a Friulidoc, quest'anno per la prima volta nella prestigiosa cornice di piazza San Giacomo - risultato notevole, a riprova della reputazione ormai raggiunta dalla birra artigianale in Regione e dai birrai di conseguenza.

Mi è però dispiaciuto constatare che, in alcune occasioni, per amor di "arrivare al grande pubblico" si sia semplificato così tanto il messaggio da cadere in mancanze significative. Benissimo, per rendere il tutto più appetibile, affidare la conduzione dell'evento a showmen o showwomen di provato spessore (per quanto non ne sappiano nulla di birra): ma se poi uno di questi se ne esce con un "A me piace la birra non filtrata, che è quella di frumento", abbiamo un problema. E poco conta avere il birraio a fianco se a questi non viene data la parola, né lui ha verve necessaria ad inserirsi e replicare. Così come, se il birraio non sa rispondere nel dettaglio a domande tutt'altro che banali su storia e cultura della birra - e non ne faccio colpa ai birrai, nessuno può sapere tutto di tutto -, è bene che accanto a lui a condurre ci sia qualcuno adeguatamente formato per farlo. E sì, sto tirando l'acqua al mio mulino: però credo sia un dato di fatto che, così come il biersommelier non sarebbe la persona giusta per discettare di contenuto di alfa acidi di un certo tipo di luppolo, allo stesso modo un birraio che risponde di "credere" che la birra sia nata in Mesopotamia non è la persona giusta per discettare di storia. O, se glissa quando viene chiesto dal pubblico quale sia il bicchiere più adatto per degustare la birra in questione, forse è utile che espanda la sua formazione al di là di ciò che concerne il processo produttivo. O ancora, ho visto birre servite in maniera tale da pregiudicarne le caratteristiche. Cose capitate, naturalmente, non tutte nella stessa occasione; ma che mi hanno dato da pensare. Preciso che non faccio nomi perché, nell'ambito degli stessi eventi, c'erano anche birrai o conduttori che invece hanno lavorato benissimo, e che troverei ingiusto esporre.


La cosa mi ha lasciata perplessa tanto più perché ho sentito fare domande molto più "serie" e pertinenti che in passato da parte del pubblico. Indice che si sta creando una certa conoscenza nei confronti della birra; e che c'è gente che questa conoscenza ha voglia di espanderla. In questo senso è cruciale che, per rispondere a questa evoluzione della platea e stimolarla ulteriormente, le iniziative di comunicazione e diffusione mettano insieme più professionalità complementari: per rimanere nell'ambito di un esempio già citato, la Festa del Luppolo a Villa Chazil (nella foto sopra) ha riunito birraio, agronomo, amatore, rivenditore e consulente e biersommelier, andando a illustrare il tema e a rispondere - ciascuno per il suo ambito di competenza - a tutte le domande del pubblico. Non basta più dire "chiamo il birraio, spiegherà lui la sua birra", o "chiamo il degustatore, descriverà lui che cosa c'è nel bicchiere": la curiosità del pubblico è sempre più a tutto tondo. Una cosa è semplificare il messaggio perché sia comprensibile da tutti - cosa difficilissima da fare, e per la quale serve professionalità -, altra cosa è svilirlo.

Uso spesso citare due massime che mi porto dietro dalla scuola di giornalismo, dettemi da due docenti. La prima è "Non dovete scrivere come parlate, ma parlare come scrivete". La semplificazione del messaggio non passa attraverso il colloquialismo, ma attraverso una cura profonda del proprio modo di esprimersi. La seconda è "Una fonte non deve essere solo attendibile, ma anche pertinente". Ossia non deve solo dire la verità, ma anche avere le competenze per dirla; perché altrimenti il messaggio potrebbe essere vero di per sé ma incompleto, impreciso o fuorviante. Credo siano due massime da tenere a mente anche nel fare cultura birraria.

mercoledì 25 settembre 2019

In una nuova Galassia

Ho avuto l'opportunità e il piacere di partecipare alla visita in anteprima al nuovo stabilimento di Birra Galassia; che, dopo anni di onorato beerfirm, sta per avviare il proprio impianto a Pordenone - riportando la produzione di birra in città dopo oltre un secolo.

L'impianto è di dimensioni contenute - 3 hl -; consono tuttavia non solo a quelle che possono realisticamente essere le ambizioni quantitative in questo momento, ma anche alla propensione alla creazione di birre sperimentali (che ancora escono dal loro impianto pilota casalingo). Parlando con i ragazzi, ho colto quasi del sollievo nel fatto di avere d'ora in poi la prospettiva di quantità più piccole rispetto a quelle richieste dai birrifici dove facevano beerfirm: molto spesso trovano infatti necessario lavorare su scala più piccola per svariate ragioni - dal fatto che le birre sperimentali hanno oggettivamente un mercato più ristretto, a questioni legate più strettamente al processo produttivo e agli ingredienti. Senza contare, aggiungo io, che il fatto di fare beerfirm pone un problema di costanza delle birre: anche dando per buona l'abilità sia del beerfirmer che del mastro birraio titolare, è evidente che, a meno di non rivolgersi sempre allo stesso birrificio, la stessa ricetta in impianti diversi risulterà inevitabilmente diversa.

Con l'occasione i ragazzi avevano allestito anche una degustazione con abbinamenti gastronomici curati da due di loro, Christian Gusso - forte della sua esperienza in cucina all'Urban Farmhouse - e Davide Bernardini. In prima battuta crostini di prosciutto crudo, stracchino della latteria di Taiedo e composta di Figo Moro di Caneva abbinati alla "American Koelsch" Apollo - che ho trovato più in forma del solito, nella misura in cui ho percepito un maggiore e apprezzabile equilibrio tra l'anima tedesca dello stile di base e la delicata luppolatura americana, che si coglie ma non snatura -; quindi crostino di pancetta affumicata, mela verde e chutney al peperoncino abbinato alla summer ale Nova versione Mosaic - forse un po' aggressivo per il miei gusti il dry hopping, ma la luppolatura fruttata così decisa ha avuto la sua ottima ragion d'essere nell'accostarsi al chutney, persistendo anche in bocca e contrastando con eleganza il piccante; crostino al frant alle arance della latteria di Taiedo con la "saison ipa" Galassia - interessante il gioco tra l'agrume e lo speziato del lievito belga, per quanto in questa versione l'intensità di quest'ultimo vada a scapito della luppolatura; e spezzatino di guanciale alla "belgian stout" Maan abbinato alla stessa - nuova versione, più "ruffiana" nella misura in cui è più dolce e meno secca. Rimane una delle loro birre meglio riuscite, anche se personalmente preferisco la versione "verace" - che, per quanto inizialmente possa lasciare perplessi per la sua intensità di cacao, caffè e liquirizia, riesce a farsi bere in maniera pericolosamente facile nonostante i 10 gradi in virtù di secchezza ed equilibrio nella complessità. Nel complesso tutti abbinamenti ben riusciti, in particolare il secondo, nel gioco appunto tra chutney e luppolatura tropicale.

Da ultimo, una considerazione sulla situazione in cui si trova il birrificio. Al momento infatti, pur essendo l'impianto pronto a partire, Birra Galassia è ferma per questioni burocratiche e di interpretazioni della normativa; situazione in cui, ahimé, altri birrifici di mia conoscenza si trovano o si sono trovati. Al di là di quanto certe norme siano o meno giustificate - e diamo pure per buono che lo siano -, la questione è un'altra: che l'applicazione di quelle stesse leggi e regolamenti attuativi che dovrebbero tutelare i piccoli birrifici, come da intenti esplicitamente dichiarati da chi li ha prima promossi e poi approvati, avviene in maniera tale da ostacolarli. Una coincidenza "tragicamente ironica", per dirla con i ragazzi di Galassia, in quanto a tempi e modalità di interpretazione e applicazione. E questo, in una fase storica in cui è necessario incentivare l'imprenditoria, è un grossissimo problema - non solo per i birrifici.

sabato 27 luglio 2019

Nuove conoscenze in Zardin Grant

Per i non udinesi, specifico che "Zardin Grant" ("giardino grande", trattandosi di fatto di un parco) è l'antico toponimo di Piazza Primo Maggio; dove anche quest'anno si è svolta la festa della birra. Mi permetto di osservare che mi ha lasciata assai perplessa il balletto che c'è stato tra il chiamarla "festa della birra artigianale" in alcuni contesti, e semplicemente "festa della birra" nelle locandine; e l'aver visto circolare comunicati stampa che parlavano di "artigianale Ichnusa" tra le birre presenti. Della serie, una comunicazione corretta in questo campo è purtroppo ancora ben al di là da venire, e sono pochi gli addetti stampa e comunicazione adeguatamente formati. Il tema richiederebbe comunque ben più di un semplice post, e quindi chiudo, giusto per la semplice e narcisistica soddisfazione di essermi tolta il sassolino dalla scarpa.

Nella veloce toccata e fuga che ho fatto ho avuto modo di conoscere un birrificio del vicentino, il Kraken, aperto da Massimo Cracco e Nicola Randon nel 2017. I due si definiscono "birrai per passione"; tuttavia, per tornare al punto secondo cui la storia dell'homebrewer che passa direttamente dalle pentole nel garage alla sala cotta è ormai storia passata, anche in questo caso ci sono altre competenze di base oltre al saper fare la birra in casa. Massimo è infatti un tecnologo alimentare che ha studiato a Udine con il noto prof. Buiatti, mentre Nicola ha competenze in ambito commerciale. La loro filosofia è quella di fare birre che abbiano sì un tocco di originalità, principalmente orientato alla facilità di beva, ma che comunque non stravolgano gli stili; e al momento ne hanno sei a listino - di cui una stagionale, una strong ale al miele di castagno. A destare la mia attenzione per prima è stata la Horny, una Alt - stile non molto diffuso in Italia. Si tratta, come desumibile dalla filosofia del birrificio che mi era stata appena illustrata, di una Alt in stile, dagli aromi tra il biscottato e il caramellato come da manuale; e con un corpo leggermente più snello e un finale meno amaro delle Alt classiche, che lascia il maggior evidenza la componente maltata pur rimanendo secco e chiudendo la bevuta.

Su proposta di Massimo ho poi assaggiato la Saison, aromatizzata con coriandolo e arancia dolce. Correttamente per lo stile, la parte del leone nell'aroma la fa la speziatura del lievito, lasciando arancia e coriandolo solo sullo sfondo a dare una punta di ulteriore complessità; in bocca risulta poi assai più delicata di quanto il naso lascerebbe supporre, con un corpo decisamente scorrevole e forse ai limiti dell'esile - irrobustirlo un pochino credo renderebbe meglio giustizia ai cereali, ed eviterebbe il passaggio brusco rispetto alla forza dell'aroma - per poi chiudere su toni tra il dolce e lo speziato. Mi ha infine incuriosita la summer ale Frida, senza glutine grazie all'utilizzo di un enzima che lo degrada. Al naso domina l'amarillo con i suoi aromi agrumati e floreali, per poi lasciare il posto ad un corpo estremamente scorrevole senza troppe note di cereale e ben carbonato. Interessante la chiusura netta e secca ma delicata e non persistente data dal Saaz usato in amaro. Nel complesso definirei quindi il Kraken un birrificio giovane, ma che può riservare sviluppi interessanti sia in quanto a consolidamento delle birre già prodotte che a nuove produzioni.

Parlando invece di birrifici a me già noti, ho provato la nuova "sperimentale" di Cittavecchia, la "Sex-ion Ipa" (il cui nome già rivela lo stile). Non vi tedio con la lunga lista di luppoli utilizzati sia in amaro che in aroma, che Giulio mi ha elecato con dovizia (roba da far impallidire la Millemilaluppoli della Poretti, verrebbe da ironizzare); il risultato è comunque un mix ben bilanciato che all'aroma evidenzia soprattutto la componente di frutta tropicale, prima di un corpo ben carbonato e snello pur senza disdegnare qualche leggera nota tra il maltato e il caramellato; e un finale tra il citrico e l'erbaceo mediamente persistente. Fresca e beverina, in stile, ma senza voler fare i fuochi d'artificio in quanto a luppolatura come da filosofia di Cittavecchia.

Da ultimo ho ritrovato il birrificio La Ru con la sua nuova Ruby, session ipa a cui la barbabietola dona un tenue colore rosato. In realtà la barbabietola dona anche una leggerissima punta di vegetale all'aroma dai toni agrumati e una certa aura tra il dolce e l'acidulo al corpo, che smorza l'amaro finale; fondamentalmente comunque rimane una ipa, dato che questi tocchi "eterodossi" sono comunque gestiti con parsimonia.

Al di là delle criticità a livello comunicativo che ho rilevato sopra (intendiamoci, non sto dicendo che non è legittimo fare un festival che unisca birre artigianali e non; però l'importante è la chiarezza), direi che un po' di buon materiale per appassionati c'è (gli altri birrifici artigianali presenti sono Zahre, Beerbante, Aqua Alta e Trevigiano).  L'auspicio è che, anche eventualmente su impulso dei birrifici stessi, in futuro la comunicazione sia migliore.