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domenica 25 novembre 2018

Nuove aperture a Cividale: il birrificio Forum Iulii

Chi mi segue ricorderà Grana 40, beerfirm di cui ho scritto più volte; ed ora si è concretizzato il progetto di apertura del birrificio vero e proprio - battezzato Forum Iulii, dall'antico nome di Cividale del Friuli, dove ha sede. E' stato presentato alla stampa e agli addetti di settore il 22 novembre scorso, prima dell'inaugurazione del 25. Giusto per ricapitolare le puntate precedenti, il tutto è partito nel 2014 appunto con Grana 40, beerfirm nato da Emanuele Beltramini e Christian Drecogna e dalla loro esperienza di homebrewing; la compagine sociale si è poi allargata nel tempo fino a comprendere altri quattro soci - Michele Specogna, Michele Zeuli, Samira Dorbolò e Giovanni Dorbolò - rendendo possibile la rimessa a nuovo di un vecchio capannone del cividalese che diventa la sede per il birrificio. Anche in questo caso siamo quindi davanti ad un allargamento a soci finanziatori non birrai: una strada, come ho osservato in precedenti post, seguita da sempre più birrifici - a fronte di investimenti che, nella congiuntura attuale, diventano sempre più impegnativi non potendo semplicemente andare ad aggiungersi al novero dei tanti birrifici artigianali senza un solido progetto imprenditoriale. Nel caso di specie, poi, c'è stato anche un forte investimento anche sul fotovoltaico - 427,68 Kwp, stando ai dati forniti dal birrificio - che fornirà quindi energia rinnovabile agli impianti. Va ricordato infine che si tratta di un birrificio agricolo: l'orzo (biologico) viene prodotto in Molise e maltato da Farchioni, in Umbria, ma i progetti sono di avere produzione anche in Friuli nel prossimo futuro.


Al di là del quadro generale, la prima cosa che colpisce arrivando al Forum Iulii è la sala degustazione - con pareti vetrate che danno da un lato sul giardino esterno, dall'altro sulla sala cotta (10 hl di capacità): una sala elegante e curata, dagli arredi in legno ai divanetti, alle sedie. Insomma, un locale che vuole attirare anche per l'ambiente in sé e non solo per la birra (e la cucina, dato che ci sarà anche quella); e che, come ha concordato lo stesso Christian, vuole adattarsi anche ad occasioni formali. Il tutto comunque senza nessuna intenzione di attirare soltanto una clientela - appunto - formale: Emanuele ha espresso l'auspicio che questa sia una tap room "dallo stesso valore sociale che hanno i pub inglesi, dove si incontrano dopo il lavoro, il professionista così come l'operaio". Nel complesso, comunque, la sensazione che ho avuto è che la squadra di Forum Iulii intenda portare la birra in un genere di ambiente che - almeno a Cividale e dintorni - era sempre stato inteso per altre bevande, vino in primo luogo, lanciando in questo senso un segnale di differenziazione rispetto a molte tap room.

Sono sei al momento le birre a listino - quelle della linea Grana 40, che si rifanno (riviste) al precedente beerfirm, e la birra della casa che sarà distribuita soltanto lì: una Helles che ho avuto occasione di provare per l'evento, e che definirei classica e in stile, se non per la luppolatura un po' più accentuata in quanto a persistenza. A queste si aggiungeranno le birre della linea Forum Iulii, intesa per essere più "classica" - a complemento dell'altra, più "sperimentale" - e quelle di alcuni birrifici ospiti. In effetti si può dire che il denominatore comune di tutte le birre Grana 40 è l'uso "intenso" del luppolo - inteso non necessariamente in termini di quantità assoluta di luppolo utilizzato, ma del ruolo che questo occupa nel complesso degustativo: sempre molto profumate, dalla persistenza lunga e dall'amaro deciso - difficilmente troverete una birra che dia l'impressione di essere dolce, anche se a livello di Ibu non dovesse essere altissima.

Alla presentazione ho assaggiato nello specifico la session ipa Orbitale e la white ipa Carat. La prima esibisce un aroma su toni resinosi, ancor più che fruttati - pur percepibili; corpo molto snello pur concedendo una nota biscottata, prima di un finale di un amaro altrettanto resinoso, netto e molto persistente. La Carat, che vuol essere un incrocio tra una blanche e una ipa nella misura in cui contiene anche frumento, è comunque una ipa a tutti gli effetti: aromi agrumati del Citra - che comunque non coprono del tutto la componente del cereale -, corpo scorrevole e finale agrumato sempre molto intenso e persistente.


Per quanto già conoscessi le birre di Grana 40, questo - come ha giustamente osservato Emanuele - è un punto di partenza, non di arrivo - e non solo per l'azienda nel complesso ma anche per le birre nello specifico, dato che si tratta pur sempre di utilizzare un nuovo impianto e rivolgersi ad una clientela che verosimilmente non sarà esattamente la stessa del beerfirm: da questo punto di vista, non posso che fare i migliori auguri perché la squadra di Forum Iulii riesca a mettere a frutto al meglio gli sforzi compiuti sinora.

Si ringrazia Ismaele Michelotti per le foto.

martedì 17 luglio 2018

Un giro sulle rive del(la) Piave

Ebbene sì, avete letto bene: per quanto pochi lo ricordino, il celebre fiume sacro alla patria e universalmente conosciuto al maschile - il Piave - dalle popolazioni che ne abitano le rive è invece stato per secoli, e alcuni lo fanno ancora oggi, declinato al femminile: ed è da questo che prende il nome l'ultimo birrificio che ho visitato, La Piave, situato a breve distanza dal fiume in quel di Moriago della Battaglia. Ad aprirlo nell'aprile del 2017 è stata la famiglia Zanin, già attiva nel settore dell'agricoltura, viticoltura e ristorazione agrituristica; a questo ha quindi aggiunto la produzione di birra artigianale affidata al giovane Enrico Martini - mastro birraio uscito dall'Accademia Dieffe. L'orzo è naturalmente quello dell'azienda stessa, maltato al CoBi; e la birra è al momento acquistabile e degustabile nella tap room annessa al birrificio - ci sono comunque progetti di crescita, in quanto per l'anno prossimo è prevista l'apertura di un "agripub" che unisca l'anima brassicola e quella agrituristica dell'azienda.

Come sempre quando conosco un nuovo birrificio, ancor prima che la degustazione delle birre apprezzo il fatto di fare una chiacchierata con il birraio o con il titolare (e possibilmente con entrambi, nel caso in cui non coincidano); in questo caso mi ha accolta un membro della famiglia Zanin, Massimo, che mi ha raccontato come - dopo un passato nel settore del marmo - sia giunto infine all'agricoltura e alla birra. Massimo non fa mistero di come utilizzi per la birra la stessa filosofia che utilizza per il prosecco: tanto è vero che non ha avuto peli sulla lingua nel dire che cosa pensa della birra in lattina o delle birre particolarmente audaci sotto il profilo della luppolatura - "Tu lo berresti mai un buon vino in lattina? No, per una questione d'immagine ci vuole una bella bottiglia"; "Con le luppolature forti sono capaci tutti di nascondere i difetti: per capire se uno fa un buon vino bevo il prosecco col fondo, perché su quello non menti, e lo stesso vale per le birre".

Massimo mi ha spiegato di aver puntato a birre di estrema semplicità e facilità di beva, secche e sobrie sotto il profilo sia dell'aroma che dell'amaro, essendo questi i gusti del pubblico a cui La Piave si rivolge; ed è quindi su queste linee che si è mosso Enrico per le sei birre fisse, che prendono tutte il nome da luoghi significativi per il fiume. Ne ho provate quattro, di cui per prima la blanche Fontanebianche: all'aroma speziato d'ordinanza  estremamente delicato, accompagnato da una punta acidula da frumento; corpo scorrevole che, se in prima battuta appare evanescente, esibisce poi un ritorno di frumento prima di un finale neutro, senza persistenza alcuna. Sono poi passata alla pils Peralba, che pur utilizzando il luppolo Saaz come da tradizione ne fa un uso assai sobrio, coerentemente con i profumi appena accennati del cereale; anche nel corpo questa componente rimane molto meno robusta rispetto alla media delle pils, così come l'amaro finale, sufficiente sì a chiudere la bevuta ma ricordando piuttosto quello più delicato delle Helles.

In terza battuta la apa Veneta: cascade ben percepibile con il suo aroma di pompelmo, ma anche qui misurato e sostenuto dal leggero tostato da cereale. Tostato che, dopo un corpo scorrevole per quanto non così esile come i precedenti, ritorna sul finale, avendo quasi la meglio sul taglio amaro citrico che chiude la bevuta. Da ultimo la red ale Isola Rossa, che con i suoi aromi caramellati e di biscotto, con una punta di legno e frutti rossi, farebbe pensare ad una birra che esuli dalla filosofia delle precedenti esibendo maggior forza: invece anche in questo caso il corpo - pur non esilissimo - scorre al pari dei precedenti, con però la sorpresa di un amaro erbaceo e secco finale un po' più evidente che non lascia indulgere al palato le note di caramello a beneficio del sorso successivo.

Ammetto di essere abituata a birre più caratterizzate, e che ai palati di alcuni quelle de La Piave potrebbero apparire creazioni fin troppo "misurate" sotto il profilo gustativo; ma non posso non riconoscere che sono state costruite in maniera perfettamente rispondente alle intenzioni dichiarate, e che il birraio lo ha saputo fare in maniera pulita ed equilibrata - senza creare cioè alcuna discrasia tra aroma, corpo e chiusura, ma rimanendo leggero e pulito su tutte le componenti - a beneficio appunto di una beva facile e senza pensieri. Rimango curiosa di vedere futuri sviluppi, magari riguardanti qualche birra in edizione limitata: con Massimo ho provocatoriamente sollevato l'idea di una iga, data la produzione di prosecco della casa, e lui mi ha confermato che anche il birraio aveva avanzato la stessa proposta. Indubbiamente potrebbe essere un percorso interessante per unire i gusti della clientela - sicuramente ben disposta verso il Prosecco, essendo una produzione tipica locale -, sperimentazioni che esulano dagli stili "storici" e creatività del birraio


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venerdì 30 ottobre 2015

Le fatine dell'Expo

Mi ero sempre annoverata, se non tra le fila dei no Expo, quantomeno tra quelle dgli scettici; sabotare no, per carità, ma nemmeno andarci, a vedere sto carrozzone mettendosi in fila come pecoroni - ho maniere migliori di impiegare il mio tempo, grazie. Alla fine però mi sono fatta trascinare, e così mercoledì scorso mi sono trovata allegramente non "tra" le fila ma "in" fila, insieme a tanti altri - no, l'accredito stampa non fa miracoli, inutile che inveiate contro i soliti giornalisti che entrano gratis ovunque senza problemi.

Vi risparmio il resoconto dei vari padiglioni con più o meno coda (anche se il criterio di scelta è stato rigorosamente quello del "no o ai timp di piardi", come dicono i friulani, "non ho tempo da perdere"); fatto sta che, quando ormai stanchi e in calo di entusiasmo stavamo per intraprendere la lunga camminata verso l'uscita, Enrico ha proposto di entrare in uno dei padiglioni vicini a palazzo Italia, in cui erano esposti e venduti alcuni prodotti tipici. Ed è stato lì che è finalmente comparso ciò che già da qualche ora agognavamo per ristorarci, ossia la birra. Abbiamo infatti conosciuto l'agribirrificio Le Fate di Comunanza (Ascoli Piceno), che prende il nome da una leggenda dei Monti Sibillini, dove il birrificio è nato quattro anni fa. Ad unirsi è stata l'esperienza del birraio e sommelier Mauro Masacci e dell'agricoltore Antonio Dionisi, che appoggiandosi alla malteria Cobi di Ancona utilizzano l'orzo coltivato in loco per brassare - 700 ettolitri annui circa.

Ad accogliermi allo stand sono stati i simpaticissimi Roberto Testa e Fabio Gabrielli, che mi hanno illustrato le birre disponibili - oltre che coinvolta in un'appassionata discussione sull'ortodossia degli stili, che penso ricorderò a lungo con piacere. Abbiamo iniziato con La Sibilla, una ale chiara e semplice, dagli aromi floreali e corpo leggero. La chiusura è pulita, complice anche una punta di acido che accompagna la luppolatura delicata. Abbiamo poi proseguito con la Ladeisi, un'altra ale chiara aromatizzata alla mela rosa. L'acido leggero al naso, in cui il luppolo è pressoché assente, apre ad un corpo ben pieno - grazie anche all'aggiunta di grano - in cui la mela non è affatto sovrastante, ma contrbuisce ad una nota elegante tra il dolce e l'acido che ben si armonizza con l'insieme. Oltretutto la mela rosa dei Sibillini è presidio Slow Food, e la stessa Slow Food ha dato alla Ladeisi il titolo di Birra Quotidiana. Da ultimo la Lalcina, una ale dal colore ramato, che presenta degli aromi speziati dal lievito a cui si aggiungono quelli della buccia di bergamotto. Il corpo caldo conduce ad una chiusura caramellata ma non stucchevole, complice anche il bilanciamento dato dall'agrume.

Nel complesso, tre birre che ho gradito; e che mi hanno lasciato un buon ricordo di una giornata passata a sgomitare a fare code tra i padiglioni...

lunedì 5 ottobre 2015

Gusti di Frontiera, capitolo primo: ricordati di santificare le feste...e anche il sabato

Già il fatto che il titolo del post dica "Capitolo primo" potrebbe farvi temere una lunga e tediosa serie; ma non preoccupatevi, le telenovelas le ho sempre odiate, per cui cercherò di mantenermi nei limiti dell'umano. In ordine rigorosamente casuale inizio quindi da una delle nuove conoscenze, il birrificio Sante Sabide di Fraforeano. Il nome deriva, come illustra a dovere il sito del birrificio agricolo in questione - nasce infatti dall'azienda agricola Bull DecArt - da "un'antica e ingenua santificazione dell'osservanza del sabato come giorno di festa in uso nelle campagne del Friuli, osservanza repressa in seguito nel XVII e nel XVIII secolo nella zona di Aquileia dai "Sabatari", pubblici ufficiali che comminavano multe ai contadini sorpresi ad osservare il riposo di sabato": e, incredibile a dirsi, "a Sante Sabide sono intitolati quasi una trentina di luoghi di culto sparsi per le campagne del territorio friulano, in genere collocati presso corsi d’acqua o sorgenti". Insomma, un birrificio che pur essendo giovane - ha infatti iniziato la produzione a marzo scorso - ha in qualche modo una storia dietro di sé.

Il Sante Sabide produce al momento tre birre (più una quarta stagionale, la birra alla zucca, che però non era disponibile in quel momento). La prima che ho assaggiato è stata la Blonde Ale, una bionda ad alta fermentazione - come dice il nome stesso - dal colore giallo dorato, leggermente opaca e con un buon cappello di schiuma. La luppolatura fresca e l'aroma floreale fanno da apertura al sorso che in bocca rimane delicato con una punta di dolce da malto, e che chiude poi con un amaro leggero e pulito: una birra semplice dai toni sobri e nel contempo decisamente piacevole, da bere in quantità nelle giornate assolate.


Diverso il discorso per le altre due birre, la Ipa e la Amber Ale. Anche qui la volontà è quella di "evitare gli eccessi" - nella fattispecie non avere una amber ale troppo dolce, né una ipa troppo amara -; ma si tratta di una ricerca di equilibrio ancora in corso, come del resto mi ha confermato anche il birraio. La amber ale infatti, pur mantenendo un corpo rotondo e con sentori di biscotto e caramello come da stile, pecca forse di toni erbacei e resinosi un po' troppo pungenti per quanto riguarda sia la luppolatura in aroma che quella in amaro; mentre la ipa predilige luppolature più dolci che danno sentori di frutta tropicale ed esaltano la maltatura che la discostano un po' dallo stile - per quanto le ipa siano ultimamente terreno delle sperimentazioni più audaci. Dato l'equilibrio già raggunto dalla Blonde Ale, comunque, le premesse per una promettente evoluzione anche delle altre due ci sono: sarà un piacere fare un nuovo pellegrinaggio alla "santa del sabato" tra qualche tempo...

lunedì 14 settembre 2015

Degustando a Friulidoc

Ad ulteriore dimostrazione del maggiore spazio che la birra artigianale ha avuto quest'anno a Friulidoc, anche Confartigianato ha organizzato tre degustazioni: la prima dedicata al birrificio Grana 40, la seconda a Villa Chazil, e la terza a Garlatti Costa. Personalmente sono riuscita a partecipare soltanto alle ultime due, e non me ne voglia il Grana 40; ma il buon numero di partecipanti a tutte e tre le serate conferma l'interesse diffuso per la birra artigianale anche nell'ambito di un evento come Friulidoc, tradizionalmente più incentrato sul mondo del vino.

La prima degustazione a cui personalmente ho preso parte, dicevamo, è stata quella di Villa Chazil. Il birraio Carlo Antonio Venier, con inaspettate doti istrioniche, ha raccontato ai presenti come è nata la sua azienda agricola e che cosa si intenda per agrobirrificio, illustrato la sua coltivazione di luppolo chinhook, cascade e willamette, nonché alcuni aspetti tecnici della produzione; sucitando l'interesse e la curiosità anche dei "non addetti ai lavori", e coinvolgendo l'uditorio nella discussione. Le birre in degustazione erano tre - sambuco, lager e pale ale -; la prima - definita dal birraio "una birra da aperitivo" -, con il suo aroma floreale, il corpo leggero e la chiusura dolce del sambuco; la seconda con gli aromi delicati del willamette, ed una persistenza assai meno amara della media delle lager chiare (al di là dell'estrema variabilità all'interno del genere); e l'ultima caratterizzata dall'agrumato del luppolo citra e dalle note speziate del lievito. Il raccolto di luppolo, ha assicurato Antonio, è andato bene; chissà che non possa uscire un'edizione limitata di lager con luppolo a km zero, come "chicca" della produzione del birrificio.

La seconda degustazione è stata dedicata a Garlatti Costa, con il buon Severino la cui imponenza fisica, se mi consentite l'ironia, è inversamente proporzionale alle doti brassicole e di conferenziere: dalla storia della birra, agli aspetti tecnici della produzione, fino ad arrivare ai lambic e a ricordi del tipo "quando ho cominciato a fare birra io, i libri per imparare erano ancora solo in inglese", Severino ha intrattenuto a tutto tondo una platea ancora più numerosa di quella del giorno precedente. La degustazione è partita dalla birra di frumento Opalita, la cui peculiarità è l'aggiunta di avena; per proseguire con la ale chiara Lupus - in cui si riconosce l'uso dello stesso lievito della Opalita, dato che Severino ha scelto di mantenerlo identico per tutte le sue birre "perché lo conosco ed è consono al mio stile" - pur essendo intensi anche gli aromi del luppolo; passare poi alla Liquidambra, in cui i toni di caramello e di lieve tostato che caratterizza le ambrate si fa notare già all'olfatto per poi essere confermato nel corpo rotondo e dalla persistenza lunga; e chiudere con la Orzobruno, una nera dai profumi intensi di tostato e di caffè, a cui si aggiunge il cioccolato nel corpo per poi chiudere nuovamente sul caffè. Pare che a riscuotere successo siano state soprattutto quest'ultima e la Lupus, ma si sa, è questione di gusti.

Un'ultima nota va riservata agli accompagnamenti proposti da Confartigianato, una coppetta di patate, formaggio e salsa di fichi la prima sera, e una di polenta, formaggio e funghi la seconda. Certo era impossibile, data l'eterogeneità delle birre, pensare ad uno stuzzichino che andasse bene per tutte; ma sono stati comuqnue graditi, se non altro perché espressione del territorio in cui la manifestazione si è svolta.

mercoledì 16 aprile 2014

Mastro Birraio, parte terza: quanto sei bella Roma

Una delle conoscenze che ho fatto a Mastro Birraio, in realtà, non era del tutto nuova: quando vivevo a Roma avevo infatti già avuto modo di assaggiare " 'Na biretta", del birrificio Birradamare di Fiumicino. Anche questo, come il Villa Chazil di cui ho già parlato, un birrificio agricolo: si occupa cioè di tutta la produzione, dalla coltivazione delle materie prime all'imbottigliamento. Diciamocelo, peraltro, era passato un po' di tempo da quando l'avevo assaggiata: per cui si imponeva un'ulteriore indagine.

Anche qui il birraio, come tipico dei romani, mi ha accolta a braccia aperte: e ci è pure voluto del tempo per descrivere con dovizia la lunga serie di birre che brassano. La fantasia di sicuro non manca: si va dalla Raaf, con malti affumicati al fuoco di torba; alla Wild Yeast, con lieviti brettanomyces (generalmente usato per i vini, mentre per le birre è limitato alle lambic e alle gueuze); alla La Zia Ale (ok, potete ridere) che usa unicamente cereali provenienti dalla filiera agricola della regione. Senza tralasciare la Bifuel con aggiunta di uva vermentina dell'azienda agricola Torre in Pietra, la Nat rifermentata al miele, il barley wine, e la 'na Bio con farro biologico non maltato. Insomma, c'è di che confondersi.

Soprattutto se, come nel mio caso, il birraio insiste per fartene assaggiare un buon numero. Se la chiara pils, la Roma Ambrata e la Onda Bionda - una hell bock di bevuta assai facile nonostante i sette gradi - non mi sono sembrate distinguersi notevolmente da altre dello stesso genere, già la nera fa sentire la sua peculiarità, con delle note tostate all'aroma che arrivano quasi a ricordare le braci vere e proprie nella persistenza. Secondo il birraio, però, il fatto che le prime non avessero troppo carattere non è una pecca: "Così ce stanno co' tutto - ha sentenziato -, con l'amatriciana e anche con la carbonara". In effetti, risultavano tutte abbastanza "universali".

Più particolare è invece l'ultima che ho provato, la Kuasapa: una American Pale Ale con luppoli sia americani che europei, in cui l'amaro ben deciso della luppolatura non nasconde affatto gli oltre sei gradi alcolici. Anche qui non ci discostiamo troppo dal genere: però bisogna riconoscere che risulta comunque ben equilibrata nonostante l'amaro di cui parlavo, per cui non è dispiaciuta nemmeno a me che di solito non amo le persistenze di questo genere.

Insomma, un birrificio bello perché è vario, un po' come la capitale: di sicuro, tra tutte queste, qualcosa di vostro gradimento lo troverete...

giovedì 19 dicembre 2013

Non chiamatelo retrogusto

C'è da dire che Udine, per gli amanti della birra, è una città che offre parecchio: non solo perché l'università è stata una delle prime in Italia a brassare ed avviare corsi in merito alla facoltà di agraria, o perché è sede del Bire, uno dei più antichi brewpub friulani; ma anche perché le associazioni di categoria si impegnano su questo fronte, per promuovere i numerosi birrifici artigianali locali. Così la Confartigianato ha organizzato due degustazioni guidate, condotte da Walter Filiputti insieme ad alcuni mastri birrai. Chiaramente l'occasione era ghiotta e non ho potuto mancarla, per quanto si trattasse di due birrifici che già conoscevo bene: il Villa Chazil, di cui avevo parlato in questo post, e il Valscura, sul quale è suprfluo aggiungere qualcosa (ma chi non lo conoscesse, clicchi qui).

La serata si è aperta con una dotta e interessante dissertazione di Antonio, il proprietario di Villa Chazil: un'occasione per scoprire tante cose che non conoscevo sulla produzione della birra, tanto più nel caso di un agribirrificio che fa da sé sia l'orzo che il luppolo. Ad esempio, non avevo idea del fatto che i maltifici italiani non garantiscano la tracciabilità del prodotto: ossia, voi consegnate l'orzo perché venga maltato (come vedete nella foto), ma poi non potete sapere se il malto che vi viene restituito è davvero il vostro, perché viene sostanzialmente messo tutto insieme per lavorarlo abbattendo i costi. Il che, chiaramente, non ha alcun senso nel caso di un agribirrificio, il cui punto di forza è appunto quello di produrre la birra esclusivamente con le proprie coltivazioni: così Villa Chazil porta il suo orzo a maltare in Austria - come Zahre -, data la vicinanza al confine. Oppure ho scoperto che il luppolo va messo "a crudo", alla fine, perché conservi gli aromi: se viene cotto, infatti, perde tutto quel bouquet di profumi che caratterizzano le birre ben luppolate. Insomma, una scoperta dopo l'altra.

Detto ciò, si è passati alla degustazione. Avevo sinora assaggiato solo una delle loro birre, la lager, che se devo essere sincera non mi aveva entusiasmata: non perché non l'abbia gradita, semplicemente perché non ci avevo visto quel tocco di originalità che in genere tanto apprezzo nelle produzioni artigianali. Alla degustazione c'era però oltre a quella anche la Pale Ale, e in questo caso devo dire che Villa Chazil ha fatto centro: senz'altro molto più corposa, dall'aroma fruttato e da un bel color rame, che una volta in bocca fa sentire in pieno la rosa di sapori del luppolo di cui sopra lasciando un amaro che, se all'inizio mi è parso quasi troppo forte, si è poi smorzato nel retrogusto.

E qui ho avuto la pessima idea di domandare al mastro birraio che guidava la degustazione come si faccia a "controllare" il retrogusto. Non l'avessi mai fatto: dopo avermi gentilmente spiegato che è una questione di luppoli, di quali tipi vengono usati, come vengono dosati e quando vengono aggiunti, mi ha infatti puntualizzato che "non si chiama retrogusto, si chiama persistenza: se parliamo di retrogusto vuol dire che non è una birra di qualità, perché questo sta a indicare che ha lasciato in bocca una sorta di saporaccio". Insomma, come sempre bisogna imparare ad usare bene le parole: e mi sono quasi vergognata di tutte le volte in cui in questo blog ho parlato di retrogusto, per quanto sia un termine comunemente usato, senza sapere di aver inconsciamente denigrato le birre che avevo bevuto.

La seconda parte della degustazione era appunto dedicata alle birre Valscura, nella fattispecie la Blanche de Sarone e la Nadal, la birra di Natale. E qui il buon Gabriele dovrà assumersi la responsabilità di avermi ripresa perché "Non devi solo scrivere le cose che ti sono piaciute nelle birre, devi anche dire quelle che non vanno": perché se la Blanche mi ha lasciata - letteralmente - a bocca aperta per la particolarità sia dell'aroma che del gusto, date le note di frutta che giudicherei uniche, la Nadal devo ammettere che mi ha un po' delusa. Intendiamoci, non che sia male: le spezie e gli aromi caldi tipici delle birre di questo genere si fanno sentire, ma ho trovato il gusto troppo liquoroso, quasi dolciastro. Gusti personali, per carità; e a onor di Valscura c'è da dire che è la prima volta che una loro birra mi lascia non del tutto soddisfatta - e dire che ne ho provate parecchie. Insomma, che dire? Toccherà farsi la bocca buona assaggiandone un'altra...

lunedì 4 novembre 2013

Al Good di Udine, parte prima: ma che sarà mai un agribirrificio

Rieccomi qui, dopo la trasferta nepalese. Giusto per togliervi la curiosità, se volete bere birra locale in quel di Kathmandu, il mio personale consiglio - con tutto il rispetto per i nepalesi - è di lasciar perdere: la scelta va dalla Everest alla Gorkha, due pils molto simili tra loro, che pur non essendo da buttar via non offrono nulla di più di ciò che si potrebbe trovare in un qualsiasi supermercato. Ottime per dissetarsi magari, ma non per chi cerca un sapore particolare.

Al rientro in Italia mi sono così diretta con migliori speranze al Good di Udine, salone delle specialità enogastronomiche friulane e non solo. Ovviamente non mi sono certo dilettata solo con la birra: è stata l'occasione per scoprire che di prosciutto San Daniele esistono quasi una decina di tipologie, grazie alla guida del buon Max Plett del prosciuttificio Dok dall'Ava; o di provare i veri confetti di Sulmona dell'azienda Giallo Zafferano - spettacolari quelli alla mandorla, caramello e rum; e la lista potrebbe continuare a lungo.

In quanto a birrifici, oltre a ritrovare più o meno tutti i vecchi amici - tra cui Valscura, di cui ho provato la Nadal: notevoli le note di frutta esotica sia all'olfatto che al palato, ma forse un po' impegnativa da bere perché gli otto gradi si sentono tutti - ho fatto anche alcune nuove conoscenze. Ad attirare la mia attenzione, per pura curiosità, è stato per primo l'agribirrificio Villa Chazil di Lestizza: ohibò, mi sono detta, che sarà mai un agribirrificio?

Sono così andata a farmelo spiegare dal bravo ragazzo al banco, che ancor prima di rispondere alla mia domanda mi ha messo in mano un bicchiere. In sostanza, come intuibile dal nome stesso, si tratta di un'azienda che - come per gli agriturismi - coltiva in proprio le materie prime: in questo caso, il malto e il luppolo. E qui è sorto il dubbio: ok per l'orzo, ma in quanto al luppolo avevo sempre saputo che farlo crescere in queste zone è una battaglia persa: come la mettiamo? "Con i luppoli tedeschi sì - ha specificato il ragazzotto - ma con quelli americani si può fare". A onor del vero, in effetti, il luppolo a km zero ancora non c'è: il birrificio è attivo da due mesi, per cui bisognerà attendere l'anno prossimo - quando le piante saranno cresciute - per vedere se davvero l'esperimento funziona; per ora c'è il malto - che mi è anche stato fatto assaggiare, prima volta che mi capitava -, e le previsioni sono quelle di produrre circa 1500 ettolitri l'anno di birra a filiera corta.

Per ora Villa Chazil produce un solo tipo di birra, quella - appunto - che mi era stata messa in mano: una lager con malto Pils - quello sì già prodotto in azienda - e luppolo Cascade. Se devo essere sincera, per quanto l'abbia trovata piacevolmente dissetante, non mi ha particolarmente colpita; certo si sente comunque il tocco dell'artigianalità, in quanto non ha nulla a che vedere con quelle da supermercato di cui sopra. Per cui, che dire? Aspetto di assaggiare quella con luppolo locale il prossimo anno, che promette di essere, al di là dei gusti personali, senz'altro unica in quanto a materie prime.