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lunedì 7 dicembre 2015

Birra, canapa e panettoni: il Natale a Sauris

Nemmeno quest'anno ho mancato il consueto appuntamento con i mercatini di Natale a Sauris, che rimangono tra quelli che visito più volentieri. E non solo perché le bancarelle offrono sempre bei lavori di artigianato, prodotti locali e leccornie di vario genere - immancabile come sempre la pasticceria Mirandò, tra le cui novità c'era questa volta il tortino con ripieno di lamponi freschi: non dico "datemi una framboise" perché sovrapporre tono su tono sarebbe stato eccessivo, ma un lambic giovane sarebbe stato azzeccato - ; ma anche perché il birrificio Zahre ha in questi anni sempre incrementato la sua presenza all'evento. Nel cuore della zona dei mercatini c'è infatti un primo stand, a volte senza nessuno dietro al banco, ma con un omone lì davanti con una birra in mano che si lamenta: "Ma come, qua non c'è mai nessuno, è una vergogna, ma dove sono i titolari????". Peccato che uno dei titolari sia proprio lui, Sandro Petris, che dopo aver così fatto sorridere gli stupiti avventori si posiziona accanto alle spine pronto a servirli (nella foto: uno degli stupiti avventori, nel sole di mezzogiorno dopo un paio di birre, dotato di uno dei gadget a marchio Zahre).

Le birre sono sempre quelle classiche, e, come ha ammesso Sandro stesso, "Se le cambio non vengono più apprezzate allo stesso modo": difficile trovare un birrificio che in 15 anni di onorata attività ha mantenuto la stessa costanza nel prodotto e che si è sempre cimentato - con l'eccezione della più recente apa Ouber Zahre - nel campo più delicato delle basse fermentazioni. Le novità di quest'anno riguardano i prodotti, definimoli così, "collaterali": erano infatti ben esposti sul banco il panettone sia alla Rossa Vienna che alla Canapa, insieme ad una serie di altri prodotti alla canapa - dall'olio al muesli - realizzati in collaborazione con un'altra azienda agricola altoatesina - la Ecopassion - che la coltiva. Zahre conferma insomma di voler puntare sulla valorizzazione di questa pianta, che - ha ricordato Danila durante la visita guidata al birrificio, sulla quale mi soffermerò poi - a Sauris viene coltivata in un piccolo appezzamento vicino alla chiesa e tagliata, piantina per piantina, con le forbici: "Perché in pianura cresce fino a diventare alta e con un fusto più grosso, ma quassù a 1400 m rimane più piccola; e rimanendo più piccola, anche gli aromi sono più concentrati".

In effetti la birra alla canapa è forse l'unica, tra quelle di Zahre, che può definirsi a volte una sorpresa: perché, come confermatomi da Sandro, la naturale variabilità che c'è in natura tra un raccolto e l'altro di canapa va ad influire ancora di più rispetto a quella del luppolo, più facilmente controllabile con il dosaggio. Mi è capitato di sentire di volta in volta dominare aromi più vicini alle note floreali, oppure a quelle agrumate, o ancora (come ieri) a quelle arbacee, a seconda di come i profumi della canapa andavano a sposarsi con la luppolatura. Il tutto sempre secondo quella che è la linea sobria di Zahre, ossia di non calcare mai la mano né in amaro né in aroma e prediligere aromi eleganti a quelli pungenti: persino nella apa, che pur usa luppoli americani, non manca comunque il saaz a dare un tocco più delicato.

Dicevo quindi delle visite al birrificio, che in questi anni si sono fatte sempre più articolate e frequentate: domenica ho visto l'instancabile Danila condurre gruppi di visitatori in maniera praticamente continuata, il che conferma il crescente interesse non solo per la birra artigianale e per un suo consumo più consapevole e ragionato, ma anche per tutto il mondo che vi sta dietro. Naturalmente non è mancata la possibilità di assaggiare, e fare così "cultura della birra" in maniera completa - altro campo in cui la sensibilità dei birrifici è in costante crescita -; possibilità che in futuro sarà sistematica. Sono infatti in corso i lavori per l'allestimento di uno spaccio e spazio degustazione, in cui gli ex falegnami ora birrai Sandro e Max esprimono tutta la loro passione non solo per la birra, ma anche per gli arredi in legno: l'apertura è prevista tra la primavera e l'estate del 2016, e c'è da credere che non mancheranno i frequentatori.

Se non volete aspettare l'apertura dello spaccio, sappiate comunque che i mercatini sono aperti fino all'8 dicembre: occasione per unire una gita tra montagne pittoresche, all'acquisto dei regali di Natale fatto sostenendo l'artigianato locale, ad un buon bicchiere di Zahre.

lunedì 15 settembre 2014

Spille, pezzata rossa, e...rossa di Sauris

Che i birrai artigianali non avessero preso proprio bene il fatto che Castello e Moretti fossero presenti a questa edizione di Friulidoc, mentre alcuni birrifici locali erano stati esclusi, l'avevo già ampiamente raccontato in questo post; e come facilmente immaginabile la cosa non è finita lì, tra lettere e appelli a chi di dovere, interventi sulla stampa locale, e discussioni su che iniziative fosse meglio intraprendere per manifestare il proprio dissenso. Alla fine, su proposta del presidente dell'Accademia delle birre Paolo Erne, la scelta è caduta sulla distribuzione delle spillette che vedete in foto: un modo per sensibilizzare gli avventori sulla differenza tra birra artigianale e industriale, approfittando della folla che aveva riempito le vie di Udine per Friulidoc il sabato sera.

Quella sera peraltro si è anche presentata l'occasione di unirsi all'Ersa e all'Anapri - l'Agenzia regionale per lo sviluppo rurale e l'Associazione nazionale degli allevatori di pezzata rossa italiana - in una degustazione di goulasch fatto con questo particolare tipo di carne bovina, ed abbinarvi appunto delle birre artigianali friulane; il tutto con l'intervento sia di Erne sulla birra rtigianale in senso lato, che dei birrai coinvolti, che di Daniela Riccardi, ostetrica di formazione e chef per passione, le cui specialità sono i piatti - tra cui appunto il goulasch - in cui la birra rientra come ingrediente.


 La scelta per l'abbinamento è caduta sulla rossa Vienna - dal nome del particolare malto con cui viene prodotta, che dà particolari sentori di tostato - che si accompagna appunto particolarmente bene a sapori forti come è quello del goulasch; presentata con dovizia di particolari dal buon Max, che è stato una vera rivelazione: un "gigante buono" che non definireste assolutamente un "animale da palco", ma che ha spaziato dalla Vienna in sé alla storia della produzione della birra catturando l'attenzione del pubbilco come il più consumato degli intrattenitori. Lo stesso dicasi per la seconda birra presentata, la Ipa, che pur non essendo intesa come abbinamento al goulasch ha comunque raccolto il favore dei presenti.


E poi, una volta finita la carne - dato che questa birra non vi si sarebbe accompagnata affatto - è arrivata la Mar Nero del Grana 40, presentata da Emauele Beltramini. Già, proprio lui, quello che per primo si era fatto avanti nel denunciare di essere stato escluso da Friulidoc, e che ha invece alla fine trovato uno spazio di tutto rispetto all'interno di questa iniziativa. Al di là delle considerazioni su come gli sia probabilmente andata meglio così, dato che denuncia e degustazione ha verosimilmente ottenuto più visibilità di quella che avrebbe avuto con un semplice stand, bisogna ammettere che il Grana 40 si è semplicemente ripreso un posto che a rigor di logica sarebbe stato suo: ossia l'essere presente insieme agli altri birrifici artigianali friulani, perché birrificio artigianale friulano è.

Non voglio con questo post alimentare la polemica che si è creata, e la conseguente "guerra tra birrifici artigianali e industriali" - come l'aveva definita anche l'assessore Venanzi - perché le guerre finiscono sempre per trasformarsi in guerre tra poveri, e nuocere anche alla più nobile delle cause per cui possono essere partite; ma mi permetto di spezzare una lancia a favore dell'opera di "educazione del consumatore" per cui questa polemica ha dato occasione. Del resto, ho notato che Moretti e Castello erano perlopiù distribuite nei chioschi con cucina e spinate praticamente insieme alle altre bibite, risultando pertanto "bevande come le altre" per togliersi la sete durante la cena; mentre le birre artigianali, ciascuna con il suo stand o quantomeno distribuite in contesti ad hoc, ne uscivano assai più valorizzate. Il che, insieme ad una degustazione e presentazione come quella di sabato, mi auguro abbia contribuito a far capire non tanto che la birra artigianale è più o meno buona: ma che è, molto semplicemente, un'altra cosa.

domenica 4 maggio 2014

A tutta birra, parte seconda: tra canapa e pompelmo

Come già accennato, tra gli stand di "A tutta birra" c'era anche il ben noto Zahre: e lì ci ha accolti a braccia aperte Danila, per quanto fosse impegnata tra griglie e affettatrici. Come spesso accade, infatti, il birrificio e il prosciuttificio Wolf fanno squadra: e così come non abbinare un'affumicata al tipico speck, o una chiara pilsen al prosciutto crudo. Per l'occasione, poi, c'è stata anche l'innovazione della griglia: "La nuova salsiccia di Wolf, è spettacolare - ci ha anticipato entusiasta Danila -, aspettate che ve ne metto una sul fuoco con un po' di polenta...". Insomma, non ci si fa mancare niente.

In quanto a beveraggi, Enrico ha puntato sulla rossa Vienna, che rimane al di là di tutto la sua preferita; io invece, data la gola riarsa, ho optato per quella che trovo più dissetante, la Canapa. "Buona scelta - ha osservato Danila -, questa cotta l'abbiamo fatta con la canapa di Sauris, la nostra, è diversa dalle altre. Fammi sapere cosa ti sembra".

In effetti, già l'aroma era nettamente più agrumato del consueto: quasi non si sentiva il classico erbaceo che contraddistingue questa birra. Al gusto poi, lasciando a bocca aperta la povera Danila che non si sarebbe aspettata una simile trovata, ho sentito delle chiare note di pompelmo: vabbè, sarò pure l'unica che le percepisce, ma c'erano. E non ci stavano male, devo dire, perché la rendono molto più dissetante, senza nulla togliere poi - anzi, forse valorizzando - la persistenza amarognola. Insomma, l'ho trovata migliorata, e complimenti ai birrai - e alla canapa locale.

Ora attendo con ansia di assaggiare la Ipa: i primi test sono già usciti dai fermentatori, e sono pure stati collaudati - leggi: birrai e assaggiatori si sono fatti un'allegra bevuta, meritata dopo tante fatiche creative. Danila, Massimo, Slavica e compagnia, siete avvisati: mettetemi da parte una bottiglia che arrivo...

venerdì 14 marzo 2014

Cjarsons e bire (virtuale)

E vabbè, ho volutamente fatto riferimento al titolo di un vecchio post, dove parlavo di una degustazione in cui al forse più celebre piatto tipico della Carnia era stata abbinata appunto la birra; questa volta però, a dire il vero, ad un altro incontro organizzato da Friuli Future Forum sulle paste tipiche di Carnia la birra non c'era. Ma tant'è, come nell'appuntamento precedente, mi sono divertita ad ipotizzare gli abbinamenti. Per carità, solo ipotesi, magari provandoli mi accorgerei di aver preso delle cantonate pazzesche: ma, si sa, fare un po' di esercizio non guasta mai.

L'artista della situazione era Corinna Gortana di Arta Terme, che nel suo laboratorio "Tradizione Carnia" produce artigianalmente i cjarsons - sorta di ravioli, ma solo in quanto ad aspetto: sia la pasta che il ripieno sono infatti molto diversi - rigorosamente a mano: "Per questo la pasta è un po' più spessa - ha specificato -, altrimenti sarebbe impossibile ripiegarli e chiuderli senza romperli".

C'è da dire che di ricette di cjarsons ce ne sono tante quante le donne carniche: quella di Corinna, ha spiegato lei, "è più simile a quella della Valle del But, meno dolce e più improntata alle erbe aromatiche". I cjarsons, infatti, possono essere sia dolci che salati, e anche in questo secondo caso "una punta di dolce serve sempre, sennò non è un cjarson: per questo nel ripieno si usano spesso uvetta, cannella e simili". La pasta dei cjarsons di Corinna è rigorosamente senza uova, e anche un ingrediente tipico di questo impasto, ossia la patata, è usato con parsimonia, "altrimenti la pasta tende a rompersi": insomma, un viaggio tra i trucchi del mestiere, custoditi con sapienza da ormai poche intenditrici.

Ad accompagnare Corinna c'era lo chef Andrea, che ha prestato la sua arte per cucinare al momento le specialità appena descritte: altrimenti, ammettiamolo, sarebbe stato un po' difficile apprezzarle fino in fondo. Il primo assaggio è stato quello dei ravioli alla trota, conditi con panna acida ed erba cipollina: un ripieno dal sapore assai delicato, che la panna, pur accompagnandolo bene, tendeva forse quasi a sovrastare. Urgeva quindi capire che birra lo avrebbe esaltato: dopo accesa discussione, io e Enrico siamo giunti alla conclusione che l'opzione migliore potrebbe essere una Freewheelin' Ipa di Foglie d'Erba, che con l'agrumato iniziale e la luppolatura finale decisa andrebbe a contrastare perfettamente la panna valorizzando tutti i sapori precedenti.

Come secondo assaggio sono arrivati i blecs (letteralmente "toppe") di grano saraceno, che - come forma - ricordano un po' i maltagliati: questo perché, ha spiegato Corinna, venivano ricavati dai ritagli della pasta usata per i cjarsons, che sono rotondi. A 'nvedi tu, non si butta via niente. Questi erano conditi con una crema di burro e acqua di cottura ed una spettacolare - consentitemi di rendere omaggio - salsa allo schioppettino: amara, ma davvero perfetta sui Blecs. Qui ci siamo trovati subito d'accordo sul fatto che l'amaro andasse contrastato con una rossa discretamente maltata, ma non troppo invadente: magari una Rossa Vienna di Zahre, o una Liquidambra (che è un'ambrata, vabbè) di Garlatti Costa, che essendo molto equilibrata nonostante una certa persistenza amara renderebbe un buon servizio.

E' stata quindi la volta dei cjarsons veri e propri, con un ripieno che definire originale è un eufemismo: rhum, uvetta, menta, melissa, verbena, cannella e un tocco di marmellata, conditi con una spolverata di ricotta affumicata, una foglia di maggiorana e "ont". Non chiamatelo burro: si tratta infatti, ha spiegato Corinna, di uno "stadio successivo", in cui il burro - per poter essere conservato in assenza di frigorifero - veniva cotto in fasi lunari particolari, e ripulito dalle impurità grazie all'aggiunta di farina di mais tolta poi a fine cottura. "Molto più leggero e digeribile", ha assicurato, e "con un naturale sapore arrostito indispensabile per accompagnare i cjarsons. Col burro fuso non è la stessa cosa". In effetti sia il ripieno che il condimento sono stati qualcosa per me del tutto nuovo ed apprezzato: spiccava bene la menta, che non mi era mai capitato di accostare a sapori affumicati. E con una rosa di gusti così diversi tra loro, anche ipotizzare una birra non è stato facile: dopo ulteriore lunga discussione, la premiata commissione Chiara&Enrico ha quindi deliberato a favore della Canapa di Zahre, che fa il paio con il ripieno grazie alle note erbacee e floreali.

Da ultimo i ravioli di grano saraceno ripieni di fromadi frant - tipico friulano, ricavato dai resti di lavorazioni di formaggi precedenti - e noci, con fonduta di ricotta e montasio e mostarda di fichi. Devo dire che è stata quest'ultima il tocco di classe, confermando la teoria di Corinna che in queste paste un po' di dolce serve: specie con formaggi come il frant, che non avevo mai provato assieme alle noci e che ho trovato assai interessante come abbinamento. In quanto a birra, se inizialmente ci siamo diretti senza indugi sulla Westmalle Tripel, decisamente caramellata al gusto ma pù amara poi in quanto a persistenza, ci è poco dopo venuto lo sfizio di una Matrimoniale di Valscura, che con le note decise di malti pils e pale ale accompagnerebbe il dolce del piatto senza però risultare eccessiva.

Il problema, in tutto ciò, era che alla fine ci era venuta sete sul serio: per cui, sazi e soddisfatti, usciti di lì ci siamo diretti in birreria...

martedì 25 febbraio 2014

Petto di pollo alla Rossa Vienna

Ok, questo non è tecnicamente un blog di cucina né, posso vantarmi di essere una cuoca sopraffina; però, dato che sperimentare mi piace - specie nel caso di ricette con la birra - e che ogni tanto mi va pure bene, ho pensato che un post in merito poteva starci. E così, complice il fatto che mio fratello si è finalmente deciso ad aprire il fustino da 5 litri di Rossa Vienna di Zahre che gli avevamo regalato - e quindi bisognava finirla prima che (sacrilegio!) si sciupasse -, mi sono lanciata in una ricetta molto semplice: le fettine di petto di pollo alla Zahre Rossa.


Il procedimento è a prova di moderna giovane casalinga media che arriva a casa di corsa. Ho messo le fettine di petto di pollo a bagno nella Rossa Vienna per poco più di un'ora prima di cena - giusto il tempo di farsi una doccia e riprendere fiato -, scolandole e asciugandole con cura tale da mettere in crisi d'identità anche i rotoloni Regina - che hanno scoperto che anche loro ad un certo punto finiscono. Operazione fondamentale perché riesca bene il successivo passaggio nella farina, di cui deve rimanere giusto un velo per evitare che si bruci in cottura. Poi ho scaldato bene la padella - io ho la fortuna di avere quella della AMC, per cui non ho necessità di aggiungere olio perché la carne non si attacchi; vi consiglio comunque di evitare di metterne troppo, per non pregiudicare poi il sapore della birra -, ho adagiato le fettine e ho messo il coperchio. Una volta cotte da un lato le ho girate, e ho sfumato con la Rossa Vienna lasciando poi senza coperchio (per evitare l'effetto "lesso" lasciando evaporare). Una possibilità sarebbe anche fare la salsina, con birra e farina: però non ho provato, quindi non mi pronuncio - se lo fate, attendo feedback. Personalmente preferisco aggiungere il sale alla fine, per evitare che "asciughi" la carne durante la cottura; e anche per regolare meglio il condimento, dato che la birra rossa è comunque molto saporita.


A quel punto si poneva il problema dell'abbinamento: che cosa bere insieme a cotanta roba? Nel nostro caso, avendo - come già detto - un fusto da 5 litri aperto, abbiamo dovuto fare di necessità virtù e continuare con la Rossa; però oggettivamente risulta eccessivo, anche perché - come testimoniava la caramellatura rimasta in fondo alla padella - è una birra dalla maltatura abbastanza decisa, che tende al dolce. Andrei piuttosto più sul neutro, bevendoci insieme una Chiara Pilsen - che è come il nero, va con tutto - oppure per contrasto, accostandoci il retrogusto erbaceo e quasi amarognolo della Canapa - per quanto si tratti forse di un abbinamento un po' più audace. Eviterei invece l'affumicata, che a mio parere caricherebbe troppo.

Che dire? A me è sembrato che il petto di pollo fosse riuscito bene, morbido, saporito e leggermente caramellato. In fondo, il prerequisito è quello di usare birra di qualità, anche se apparentemente sembrerebbe sprecata se usata per cucinare. Ma un qualsiasi chef vi confermerà che la bontà del risultato finale, oltre che dalla mano di chi cucina, dipende dalla bontà dei singoli ingredienti....

mercoledì 11 dicembre 2013

Sauris, dove i mercatini sono solo una scusa

Quella di andare ai mercatini natalizi a Sauris, sperduto paesello della Carnia, era per me e Enrico una questione di principio: due anni fa infatti, leggendo sulla locandina che sarebbero stati aperti in data "6-8 dicembre", con buone speranze ci siamo andati il 7. E invece no, erano aperti proprio il 6 e l'8, senza il 7 di mezzo: per carità, gita piacevole, ma niente bancarelle. Quest'anno non c'erano possibilità di errore, essendo aperti in data 7-8 dicembre: così siamo saliti in macchina con la certezza di andare a colpo sicuro.


Oltretutto, di certezza ne avevamo un'altra: ossia la possibilità - dato che avevamo preso preventivaente contatto - di una visita guidata al birrificio Zahre, nostra vecchia conoscenza. Climaticamente parlando la giornata non era delle migliori, perché nonostante il sole faceva - passatemi il termine - un freddo becco: così rifugiarsi tra tank e fermentatori, nonostante il capannone non fosse riscaldato, è comunque stato un sollievo, mentre ascoltavamo la moglie di uno dei titolari raccontarci la storia del birrificio e le tecniche di produzione.

Storia curiosa, quella di Zahre: un birrificio nato 14 anni fa, quando le realtà di questo genere erano ancora poche, dalla falegnameria di due fratelli che durante i lunghi mesi invernali avanzavano tempo per brassare. Inizialmente "alla buona", tanto che i nomi delle birre sono stati dati quasi con ingenuità: la chiara Pilsen perché è fatta con malti pils, anche se pils non è; la rossa Vienna perché è fatta - indovinate un po'? - con malti Vienna; l'affumicata perché ha il 30 per cento di "rauchmalt", un malto affumicato sopra braci di legno; e la canapa perché viene agguinta appunto la canapa. Una produzione che è rimasta invariata nel corso degli anni, e c'è da dire che hanno avuto modo di affinarla: Zahre ormai è un nome conosciuto nel panorama birrario, soprattutto in abbinamento agli altri prodotti tipici del paese - speck in primo luogo.

Devo dire che ho scoperto un sacco di cose nuove sulla produzione della Zahre, non da ultimo il perché vada assolutamente tenuta in frigo: essendo una birra a bassa fermentazione, infatti, c'è il rischio che questa riparta in bottiglia. "Ma tranquilli, non vi fa male - ha assicurato la nostra guida - al massimo diventa acida e vi fa andare in bagno un paio di volte in più". Beh, meglio comunque non rischiare. Proprio per non interrompere la catena del freddo, la Zahre non viene commercializzata se non su brevi distanze: "Il trasporto in celle frigo è costosissimo - ci è stato spiegato - e in più dobbiamo essere sicuri che, una volta arrivata a destinazione, venga subito trasferita in un'altra cella frigorifera". Motivo per cui Zahre non ha distributori, che non sarebbero in grado di garantire i 4 gradi centigradi costanti.

La visita al birrificio era pubblicizzata come "Birra a km 0": titolo forse un po' fuorviante, perché malti e luppoli non vengono certo coltivati a Sauris. La Zahre ha acquistato dei campi nella bassa fiulana per far crescere l'orzo, che viene poi mandato a maltare a Vienna: paradossalmente più vicina che altre malterie in Italia, data la vicinanza al confine austriaco. A km zero è comunque la brassatura, che avviene tutta entro quei pochi metri quadrati in cui - per ammissione della stessa moglie - i titolari a volte addirittura dormono durante i periodi di pieno lavoro.

Lavoro che, fortunatamente per loro, non manca: sono infatti in arrivo due nuovi tank da 25 mila litri perché la produzione è diventata insufficiente alle richieste, nonché due nuovi tipi di birra meno sensibili alla catena del freddo. Che dire, speriamo si mantengano comuque fedeli all'operato di questi 14 anni: il bicchiere di affumicata che ci hanno offerto alla fine del tour, infatti, era sempre buono come una volta...

domenica 29 settembre 2013

Festival di Fiume, sesta tappa: Zahre e filosofia

Lo stand successivo che abbiamo visitato non ci era certo nuovo: Zahre, la birra di Sauris, quella che conosciamo da più tempo le presenti. Insomma, un nome, una certezza: tanto che - queste sì - le abbiamo provate tutte (nel tempo, cosa credete?), dalla Chiara Pilsen, alla Rossa Vienna, alla Canapa, all'Affumicata. C'è da dire, peraltro, che la nostra passione per Sauris non è certo legata solo alla birra o allo speck: viaggio dopo viaggio, questo paesino sperduto è diventato quasi un "luogo dell'anima", per cui andare lì vuol dire ristorarsi ottimamente non solo dal punto di vista culinario, ma anche da quello - passatemi il termine - spirituale.


Sarà un caso, ma proprio di questo sono finita a parlare con il buon Massimo, il cotitolare e responsabile della produzione: un saurano "vero", nato e cresciuto lì, che dopo aver fatto - come tanti in montagna - l'esperienza di cercare miglior fortuna altrove è tornato in fondo a questa valle impervia. "Quando nasci e cresci in un posto del genere - ha raccontato mentre stava dietro la spina - sei obbligato a porti delle domande: il silenzio, la quiete, gli amici che se ne vanno...ti trovi a chiederti che senso abbia vivere lì". E Massimo, probabilmente, l'ha trovato: "Dopo un periodo di lontananza, mi sono reso conto che ero circondato da tanta bellezza. E così sono tornato. Non tutti quelli che arrivano lassù capiscono Sauris...serve un rapporto spirituale col luogo". Ecco, mi sono detta, ha usato la stessa parola. E chi l'avrebbe mai detto che la birra stimola a filosofare, dato che da lì il discorso poi è proseguito.

Già, perché mica eravamo a mani vuote: entrambi avevamo nel bicchiere - solo un assaggio, lo giuro...questa è una foto di qualche tempo fa, come testimonia l'abbigliamento invernale... - di Canapa, che avevo scelto sull'Affumicata - la mia preferita, come ho già avuto modo di scrivere - giusto per cambiare. Devo ammettere che questa volta l'ho apprezzata meglio: ho sentito in pieno la particolarità dell'aroma dei fiori di canapa - questo sì "floreale" - e il gusto delicato, anche in questo caso del tutto particolare dato l'uso - appunto - della canapa. Molto dissetante, peraltro, complice anche il grado alcolico basso (5 gradi).

Che dire? Me ne sono andata non solo piacevolmente dissetata, ma soprattutto con la sensazione di aver appena fatto una bella conversazione con un amico, pur avendo conosciuto Massimo non più di un quarto d'ora prima...