Visualizzazione post con etichetta Belgio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Belgio. Mostra tutti i post

mercoledì 25 marzo 2015

La birra "come una volta"

Avete mai assaggiato una lambic? O una geuze? O una kriek? Beh, dimenticatevela. Al di là del fatto che vi possano piacere di più o di meno rispetto a quelle classiche, le birre a fermentazione spontanea del birrificio Oud Beersel sono "tutta un'altra cosa" rispetto alle omologhe, come ho avuto modo - e piacere, devo dire - di constatare di persona visitando il birrificio.

La storia di Oud Beersel è tanto lunga quanto curiosa. Il birrificio è stato fondato nel 1882 da Henri Vandervelden, raccoglitore di frutti e dipendente del birrificio De Kroon. Il birrificio è rimasto proprietà di famiglia per oltre un secolo crescendo ed innovando, tanto da fondare nel 1973 il primo museo della birra del Belgio situato in uno stabilimento; ma nel 1991 l'ormai anziano birraio Henri Vandervelden II è andato in pensione, e Danny Draps, proprietario del pub accanto al birrificio, dopo aver preso in mano anche l'attività di quest'ultimo ha prima esternalizzato la produzione del mosto al birrificio Boon, ed infine chiuso entrambe le attività nel 2002. E' così che l'allora venticinquenne Gert Christiaens, nello scoprire una sera nella sua birreria preferita che quella davanti a lui era una delle ultime bottiglie disponibili, ha deciso di dimenticare i passati studi di economia e informatica e rispondere all'appello del vecchio birraio per trovare un successore. Dopo due anni di studi a Lovanio e la pratica sotto la guida di Henri, Gert ha riavviato la produzione nel 2005 - di qui lo slogan "Beer traditions reborn", tradizioni birrarie rinate - insieme a Roland de Bus: prima con la Bersalis Tripel - una bionda ad alta fermentazione di produzione più "rapida" per raccogliere liquidità, dato che le birre acide necessitano da uno a tre anni di maturazione -, e l'anno successivo le prime lambic giovani e kriek hanno visto la luce - pardon, la bottiglia. Oggi la produzione è arrivata a 2800 ettolitri annui, e gli attestati dei premi appesi alle pareti - "il Wall of fame", l'ha battezzato Gert - non si contano. Una onlus locale organizza visite guidate ogni settimana - finanziando così l'associazione e portando clienti al birrificio al tempo stesso -, che si concludono nel fornitissimo spazio vendita e degustazione - notevoli anche i cioccolatini da abbinare, prodotti da un'altra associazione. Insomma, qui si fa business, e lo si fa in maniera coordinata e ragionata.


Gert ci ha guidati in una lunga passeggiata tra le botti - da quelle più antiche in cui era conservato in vino porto, sbarcate ad Anversa, alle più recenti prodotte dal coneglianese Garbellotto - raccontandoci della situazione attuale e dei progetti futuri: per ora il mosto è ancora prodotto da Boon, perché il vecchio impianto non è più utilizzabile e "vogliamo fare un passo alla volta: prima cresciamo, poi facciamo l'investimento". La soglia critica, secondo Gert, è quella - ormai vicina - dei 3000 hl/anno, che permetterebbe di aggiungere un terzo dipendente; "ma non ho fretta, ho voluto salvare questa birra, ed è questo che mi interessa". Una birra che, appunto, è ancora prodotta all'antica maniera e secondo l'antica ricetta, miscelando i lambic dalle varie botti - dato che non sono tutti uguali - per equilibrare il risultato finale, ed ottenere il giusto tono di acidità - "perché di fare aceto sono capaci tutti, basta lasciare lì la bottiglia e aspettare che il tempo passi". Altra caratteristica peculiare è l'assenza di zuccheri aggiunti, anche nel caso della kriek e della framboise: "Tanti addolciscono la birra con lo zucchero per renderla più gradevole ed usare meno frutta - ha spiegato Gert -, ma noi nelle nostre lambic usiamo 400 g di ciliegie per litro e nient'altro. Proprio come si faceva una volta".

Il risultato finale, in effetti, è qualcosa che ammetto di non aver mai sentito prima: un equilibrio encomiabile tra le note dolci e quelle acide, e un gusto di ciliegia particolarmente intenso che si sposa con entrambi i sapori lasciando un finale in cui l'acidulo del frutto si confonde con quello della birra. Anche il lambic liscio di due anni che ho provato aveva un'acidità morbida e non aggressiva, intensa senza essere pungente; mentre la geuze rivela profumi ed una dolcezza inaspettata al palato, quasi fruttata, che rende poi giustizia alla sua natura di birra a farmentazione spontanea con un tocco di acidità finale.

Anche se non siete appassionati di birre acide, qui vale la pena provare: se non altro per la soddisfazione di poter dire di aver bevuto la birra "come una volta"...

martedì 24 marzo 2015

Cinghiali, folletti e birra

Alzi la mano chi di voi conosce Bastogne: tranquilli, non la conoscevo nemmeno io. Trattasi di una cittadina di neanche 15 mila abitanti nel cuore delle Ardenne, che deve la sua fama - ma non in Italia, dato che è un capitolo di storia che non studiamo - all'assedio che i nazisti vi posero durante la seconda guerra mondiale; e di cui fa oggi memoria un interessantissimo museo interattivo, che ho scoperto praticamente per caso - ma che ho visitato con grande piacere.

Già, perché in realtà non era per quello che ero lì; ma per visitare la Brasserie de Bastogne, di cui avevo conosciuto il mastro birraio Philippe Minne al Beer Attraction di Rimini. Ammetto di aver avuto le mie difficoltà a trovare il birrificio: trattasi infatti di un capannone in mezzo ai campi nell'azienda agricola di Philippe Meurisse, agricoltore biologico con cui il suo omonimo collabora. Mascotte del birrificio sono il cinghiale, animale tipico di queste zone, e Trouffette, folletto della tradizione popolare: ed entrambi compaiono infatti nelle etichette delle otto birre prodotte.

Come dicevamo, il birrificio non ha grandi dimensioni, ma questo non ha per ora ostacolato le sue capacità di crescita: aperto nel 2008, è andato praticamente raddoppiando di anno in anno la produzione fino ai 1040 ettolitri del 2014, di cui il 50% venduti oltre confine. Anche in Italia: a sentire Minne, infatti, nel nostro Paese arriva il 20% della loro produzione.


La linea base è detta appunto "La trouffette" nelle sue varie versioni - tutte rigorosamente di stile belga, ad alta fermentazione: bionda, rossa, ambrata e blanche. Di queste ho assaggiato la bionda, che ho trovato distinguersi per un aroma floreale particolarmente intenso che continua con le stesse note anche nel corpo rotondo, per chiudersi poi con una luppolatura fresca e un amaro delicato. Una versione più leggera delle classiche belgian ale - anche contando che fa solo 6 gradi -, adatta anche a chi preferisce sapori e gradazioni meno "importanti".

Interessante, per quanto sia venuta meno incontro ai miei gusti personali, anche la Bastogne Pale Ale: una base di Ipa a cui è stato aggiunto il farro - coltivazione tipica della regione -, creando un connubio del tutto peculiare tra questo e i toni erbacei ed agrumati dei luppoli tipici di questo stile. Se vi aspettate una Ipa, sicuramente rimarrete perplessi perché il risultato finale è del tutto diverso: tende infatti ad avere più spazio il cereale, e sono anche in questo caso non troppo intensi sia l'aroma, che il corpo, che il tenore alcolico - 5 gradi. Del resto, è questa la linea che Minne ha affermato di seguire: ok la tradizione belga delle alte gradazioni, ma con moderazione, devo poter bere senza troppi pensieri.


La chicca della casa è però indubbiamente la saison, che sotto il profilo dell'intensita aromatica e del corpo fa eccezione riuspetto a questa linea: già di per sé una birra ben speziata, con intense note di pepe e chiodi di garofano e luppoli hallertau e cascade in dry hopping, viene poi fatta rifermentare in bottiglia con l'aggiunta di brett. Il risultato è una rosa di odori e di sapori che si susseguono - dalle spezie, all'erbaceo e floreale dei luppoli, per chiudere con i toni acidi del brett - senza però cozzare, generando una sequenza armoniosa; e la persistenza acida lascia poi la bocca "pulita", pronta al sorso successivo. L'etichetta riporta la dicitura "Bière sauvage", birra selvaggia, e la figura di un cinghiale: e in effetti bisogna dire che, dati i sapori intensi, la definizione ci sta...

giovedì 12 marzo 2015

"Vide tra la folla quella nera signora"

Come avrete intuito, sono qui a rendervi conto di una nuova incursione al Samarcanda di Plaino: e questa volta su esplicito invito di Beppe e Raffaella, perché "ne abbiamo una che devi assolutamente assaggiare, fai presto prima che finiamo il fusto". Trattavasi della imperial stout - "nera signora", appunto - della danese Mikkeller, la Mikkeller Black Hole, e mi spiace per voi ma devo usare il passato: sono infatti arrivata giusto in tempo per l'ultima mezza pinta - e vi garantisco che, contando i 13 gradi alcolici, era sufficiente.

La schiuma dai riflessi scuri tanto quanto il colore della birra stessa e ben pannosa, quasi solida - tanto che c'è da divertirsi nell'addentarla - è degna delle migliori birre del genere; e sprigiona un aroma di cioccolato particolarmente intenso, che si unisce a quello di liquirizia. Il corpo è denso tanto quanto la schiuma, tanto da apparire quasi cremoso al palato; e qui dominano piuttosto i sapori di caffè, tanto da ricordarmi l'ottimo liquore che fa mia suocera - grazie Serenella, che ci rifornisci sempre così generosamente. La chiusura vira all'amaro, e per quanto inizialmente sprigioni in maniera abbastanza forte i sentori alcolici, questi durano solo un attimo: in altre parole, saranno pure tredici gradi, ma la mezza pinta scende assai bene, e forse potrebbe scenderne anche una intera. Ottimo sarebbe stato un abbinamento con un cioccolato fondente o delle mandorle, per non parlare dell'ottimo birramisù che uscirebbe da uuna bagna del genere. Indubbiamente una rarità all'interno del genere insomma, che vale la pena provare.

Come dicevamo, sono arrivata ad accaparrarmi l'ultima mezza pinta: così Enrico ha ripiegato - si fa per dire - su una Maredsous Tripel, una belga d'abbazia triplo malto dal colore dorato. La chicca del Samarcanda è poi che viene servita nel boccale di ceramica, fatto a mano dai monaci stessi: piccola rarità che Beppe e Raffaella hanno portato direttamente dal Belgio. L'aroma mi ha ricordato in particolare la mandorla caramellata, e anche nel corpo i toni dolci la fanno da padrone tra il malto, il biscotto e il caramello, con una chiusura liquorosa che fa sentire tutta la gradazione alcolica - 10 gradi. L'amaro è quasi del tutto assente, per cui non aspettatevi che vi "lavi" la bocca per il sorso successivo: per cui - parlando di "birre da meditazione" - meditate, gente, meditate...e bevete lentamente...

giovedì 29 gennaio 2015

Che pirati questi belgi

Trovandoci a passare in queldi Plaino - ok, va bene, "passare" da Plaino è difficile: diciamo che non eravamo troppo lontani da lì -, io e Enrico ci siamo fermati al Samarcanda; e accolti col consueto calore da Beppe e Raffaella, siamo passati a quella che lì è la parte più ardua: scegliere che cosa bere, dato il listino così lungo da scoraggiare chiunque. Per quanto sia difficile rimanere delusi anche puntando il dito a caso sul listino, dato che si tratta sempre di birre di qualità, abbiamo deciso di restringere il campo dando uun'occhiata alle ultime novità: e ad incuriosirci è stata la Piraat, una strong ale belga doppio malto dal colore ramato. In realtà non è ciò che si dice una una birra da aperitivo, e infatti Raffaella ci aveva avvisati: 10 gradi alcolici e sentirli tutti, dato il corpo ben pieno e le note liquorose ben presenti. Ma tant'era, ormai eravamo curiosi, e quindi abbiamo optato per rimediare aggiungendoci un paio di tartine.

Da sotto la schiuma non molto persistente saliva un aroma intenso di nocciola e di biscotto, mentre in bocca la facevano da padrone la densità del malto e delle note alcoliche. La dolcezza del corpo è comunque smorzata nel finale, più asciutto - per quanto, in pieno rispetto dello stile, il luppolo non sia evidente - e discretamente lungo: per cui risulta comunque una birra bilanciata, nella misura in cui non lascia la bocca "impastata di caramello" - come uso ironizzare. Già dopo il primo sorso l'abbiamo definita "Belgio allo stato puro", in quanto rispetta in pieno lo stile: con il tocco in più di sapori e aromi particolarmente intensi, che le conferiscono una nota distintiva.

Ad attirare la nostra attenzione è stata poi una scatola in legno molto graziosa, in cui erano ordinatamente disposte delle bottiglie che non avevo mai visto prima: quelle della Ypres di De Struise, un'altra belga. Considerata la gradazione alcolica della Piraat, abbiamo concluso che una birra per quella sera era sufficiente: se non altro, abbiamo una scusa per ritornare...


martedì 9 settembre 2014

Tra Pale Ale, Brett e Tripel

Ebbene sì, sono già passati due anni da quel 9 settembre del 2012 in cui colui che mi aveva iniziato alla birra (con una St Bernardus Abt 12, perché "tutto il resto è acqua") è diventato mio marito; il brindisi birrario siamo però soliti riservarlo al giorno precedente, in memoria del fatto che la sera dell'8 verso le 22 è arrivato a mio fratello un sms dal futuro sposo - che immaginavo chiuso nella sua stanzetta a meditare sul grande passo che stava per compiere - con le testuali parole "Noi siamo in birerria, ci raggiungi? Fai pure con comodo, tanto qui va per le lunghe". Presa dallo sconforto davanti all'idea di trovarmelo all'altare in pieno coma post sbronza, ho stappato una birra anch'io; che mio fratello ha naturalmente condiviso prima di uscire - "Mica vorrai bere da sola???" - e lasciare me a meditare sul grande passo del giorno dopo. Per fortuna parrebbe che Enrico quella sera non abbia esagerato - o perlomeno ha delle capacità di recupero eccezionali, perché la mattina successiva l'ho trovato fresco come una rosa: così ora ci ridiamo su, e usiamo appunto ricordare quella serata con un giro in birreria - nella fattispecie la Brasserie, luogo in cui Enrico mi ha fatto bere la prima St. Bernardus. Lo so, simao pateticamente nostalgici, ma che ce voi fa'...

L'anno scorso abbiamo brindato con una Freewheelin' Ipa di Foglie d'Erba; quest'anno ci siamo invece diretti sulle Caulier, per la precisione la 28 Pale Ale (io) e la 28 Brett (Enrico). In realtà lui aveva ordinato la 28 Tripel, ma Matilde, quasi in un lapsus freudiano, conoscendo i gusti di Enrico ha stappato senza nemmeno pensarci la Brett: felice errore, dato che ne è rimasto assai soddisfatto. Già l'aroma caldo, che ricorda gli acini d'uva ma con una nota più acida, rende piena giustizia al genere; così come il corpo che, pur concedendo inizialmente più spazio ad un malto che potrebbe sembrare quasi caramellato, lascia poi che il Brettanomyces faccia il suo lavoro per la gioia degli amanti delle birre acide. Birre acide che, in realtà, non rientrano nei miei canoni personali; ma devo ammettere che, aspettando che raggiungesse la temperatura giusta per berla, ho comunque apprezzato il bilanciamento tra i vari sapori e il fatto che l'acido non risulti comunque invasivo né sia troppo persistente, lasciando un finale non sgradevole anche per chi preferisce altri generi.

Venendo alla Pale Ale, da segnalare l'aroma delicato tra l'agrumato e l'erbaceo del tutto peculiare; per i resto, una birra particolarmente beverina e rinfrescante - complice il basso grado alcolico, 5% - che in virtù del fatto di non essere troppo "pungente" sotto alcun aspetto può incontrare i gusti di una vasta platea. Come tutte le birre di questa linea, peraltro, è senza zucchero: il che contribuisce a renderla particolarmente dissetante, e ad esaltare il finale "pulito" lasciato dalla luppolatura delicata.

In quanto alla Tripel invece, di cui Matilde ci ha dato un assaggio, mi duole dire che non sarebbe stata affatto una scelta indovinata: per quanto la scheda la descrivesse come "ispirata alle birre d'abbazia belghe", il miele decisamente pervasivo sia all'aroma che nel corpo mi è sembrato portarla lontano mille miglia dal genere citato. Una dolcezza che ho trovato eccessiva e che la rende di difficile bevibilità considerando gli oltre 9 gradi, che si sentono davvero tutti. In teoria avrebbero dovuto esserci anche alcune non meglio specificate spezie: mi spiace però di non averle affatto sentite, perché il miele di cui sopra copre davvero tutto; così come il preteso finale che vira all'amaro, dato che sono rimasta con la sensazione di essermi appena mangiata un cucchiaio di millefiori - buonissimo, per carità: ma se ho voglia di miele apro un vasetto, se ho voglia di birra stappo una bottiglia. In conclusione: tanto di cappello per la Brett anche se non è il mio genere, promossa pur senza avermi colpita la Pale Ale, rimandata a settembre la Tripel. Il prossimo, naturalmente: per il brindisi pre terzo anniversario...

giovedì 5 dicembre 2013

Una serata senza zucchero

Da tempo avevo in programma una visita ad uno dei pub che mi erano stati descritti da più parti come da non perdere, il King's Arm di Pordenone: e dopo diverse sollecitazioni e buoni propositi andati a vuoto, a darmi finalmente l'occasione di andare è stato il buon Francesco, peraltro frequentatore abituale - tranquilli, non è un alcolista; anzi, alle ragazze single mi permetto pure di suggerirlo come buon partito, se volete il numero di telefono fatemi sapere - di suddetto pub.

Il posto è arredato in maniera senz'altro consona ad una birreria: le pareti sono letteralmente tappezzate di poster, foto, bandierine e chi più ne ha più ne metta dei marchi più o meno conosciuti. Il pezzo forte è però il listino: non a caso il simpatico proprietario ci ha detto "Vi lascio un elenco telefonico", ad indicarne lo spessore. E in effetti siamo rimasti parecchio disorientati, tanto che la povera cameriera è dovuta tornare più volte a prendere l'ordine: tra birre alla spina e in bottiglia se ne contano infatti più di 150 tipi, per cui la scelta è stata piuttosto laboriosa.

Meno male che ci è venuto in soccorso appunto il titolare, che con fare esperto ci ha consigliati.Veramente io una mezza idea ce l'avevo già: per colpa o merito dell'amico Gino di Foglie d'erba mi sono appassionata alle birre con poco zucchero, più facilmente "assimilabili" e dal gusto che trovo più "genuino" perché permette di apprezzare meglio i sapori - qualunque essi siano. Così, quando il mio sguardo è caduto sulle Caulier - una casa belga che pubblicizza birre "senza zucchero per natura" -, non ho potuto reisstere alla curiosità. Rimaneva solo da scegliere quale: giusto per andare sul sicuro rispetto alle mie preferenze consolidate ho optato per la bruna, nonostante i 6,8 gradi a stomaco vuoto mi lasciassero un po' perplessa. Devo dire che è valsa la pena aver osato: non ho ricordi di aver provato birre dal malto così intenso - prevedibile, direte voi -, con tutta la rosa dal caramello al tostato in sequenza. Curioso come tenda, partendo dal dolce, a virare in una seire di sfumature verso l'amaro, fino a lasciare un retrogusto che di zuccherino non ha proprio nulla: per palati forti, ma da provare.

Francesco a dire il vero mi aveva consigliato piuttosto la Caulier 28, la sua preferita: una bionda, decisamente più leggera (5 gradi) e anche in questo caso senza zucchero. Naturalmente, dato che lui ha ordinato quella, sarebbe stato un peccato non assaggiare una birra che mi era stata magnificata così tanto: compito a cui ho prontamente adempiuto, barattando la cosa con un sorso di bruna. Anche in questo caso il tocco della casa si sente: le note di agrumi sono ben bilanciate con quelle di tostato del malto, esaltate appunto dall'assenza di zucchero a differenza che in altre bionde.

Chiaramente, a quel punto urgeva tamponare l'alcol prima di rimettersi alla guida: così ci siamo dati alla lista di toast, panini e piadine che in quanto a lunghezza non ha molto da invidiare a quella delle birre - altra particolarità del King's Arm, nel caso in cui siate appassionati di questi sfizi e soprattutto delle innumerevoli salse di ogni genere di cui sono guarniti. Il migliore ricordo della serata rimane comunque la dotta dissertazione birraria del titolare: come sempre, apprezzi di più se sai cosa bevi, e se lo fai in buona compagnia...

mercoledì 16 ottobre 2013

Chissà com'è la birra in Nepal

Forse chi di voi conosce me e famiglia, avrà immaginato che la birra in regalo di cui avevo parlato nel penultimo post fosse per mio fratello, neo dottore in ingegneria industriale. Glie l'ho portata il giorno della proclamazione, ma, in ossequio alla massima secondo cui chi beve senza offrire all'inferno va a finire, ha gentilmente atteso che fosse presente anche Enrico - che quel giorno non c'era - per stappare. Del resto, l'aveva detto anche Matilde: quella è una birra che va condivisa, perché è così corposa che berla tutta da soli diventa impegnativo.

Trattasi di una Embrasse del birrificio De Dochter, direttamente dalle Fiandre in produzione limitata con tanto di bottiglia numerata: una scura in stile belga prodotta - come magnifica l'etichetta - usando esclusivamente malti, senza alcuna aggiunta di zucchero - e ce ne devono essere parecchi se raggiunge i 20 gradi plato (per i non adepti, l'unità di misura della densità di zuccheri disciolti: per avere un termine di paragone, una birra "normale" ne ha attorno ai 12). Come direbbe il buon Gino del Foglie d'Erba, comunque, tanto meglio: se usi il malto invece che lo zucchero per fare grado (alcolico, questa volta) vuol dire che dà meno alla testa.

Già all'aroma le peculiarità si notano: sembra quasi di avere a che fare con un vino o con un liquore, più che con una birra. In quanto al gusto, mi sono trovata scherzosamente a definirla la versione alcolica - 9 gradi, per la precisione - dell'orzo caldo che tante volte mi faccio la sera: perché davvero il malto è così preponderante da far sentire quasi esclusivamente l'orzo, che rimane quasi intatto al retrogusto. Retrogusto che comunque non è affatto dolce, perché a quel punto fa finalmente capolino quella punta di luppolo che lascia - senza però alcuna connotazione negativa in questo caso - l'amaro in bocca.

Una birra da intenditori, insomma: buona, ma da bere con cognizione di causa e moderazione, perché è così corposa che ogni sorso è un impegno - e l'alcol si sente tutto, per quanto mi tocchi ancora una volta dar ragione a Gino sul fatto che il problema in realtà è lo zucchero.


Detto ciò, è ora di spiegare il titolo di questo post: spento il computer partirò per un trekking di due settimane in Nepal, insieme a mio fratello. Il programma prevede di raggiungere al campo base dell'Himlung due amici di nostro padre, e quindi proseguire con loro attorno all'Annapurna attraverso il Mustang: un tragitto particolarmente interessante in quanto tocca zone da poco aperte al turismo, e quindi pressoché sconosciute. Che dire? Ci rivediamo su questi schermi tra due settimane, e chissà com'e la birra in Nepal...

lunedì 8 luglio 2013

Praga caput mundi

Da una vita dico a Enrico che prima o poi lo dovrò portare a Praga: al di là delle bellezze storiche e artistiche, una città in cui la birra costa meno dell'acqua - ragione per cui a mio fratello, pur alla tenera età di quindici anni, è stato concesso di berne purché con moderazione - senz'altro merita di essere visitata.


La cosa mi è tornata in mente perché questa mattina, nelle mie quotidiane peregrinazioni sul web in cerca di informazioni del genere più svariato - modo migliore, si sa, per non trovare ciò che si cerca, ma imbattersi in compenso in tante altre cose interessanti - sono capitata su una pagina in cui si parlava del consumo di birra pro capite nel mondo. Per carità, i dati non sono tutti concordi tra le varie indagini, e non necessariamente sono aggiornatissimi: ma se c'è una cosa su cui tutti sono d'accordo, è che bisogna ricredersi in quanto allo stereotipo del tedesco bevitore.

A battere tutti sarebbero infatti proprio i Cechi: il Beer Statistics Report 2012 di Brewers of Europe lo stima a 145 litri l'anno a testa contro i 108 dell'Austria e i 107 della Germania, e anche una fonte autorevole come il Wall Street Journal lo scorso gennaio lo dava a 168 litri. Anche la buona vecchia Wikipedia, i cui dati più aggiornati risalgono però al 2010, mette la Repubblica Ceca in testa con 131 litri, seguita dalla Germania con 107 e l'Austria con 106. Altre fonti più o meno autorevoli lo stimano sempre attorno ai 150, con l'ingresso dell'Irlanda nel podio di qualche classifica che la stima attorno ai 130 (mentre Austria e Germania rimangono tendenzialmente stabili). Insomma, in fin dei conti ci si sposta di poco, e l'unico dato davvero costante è il primato di Praga e dintorni. Anche l'Organizzazione mondiale della sanità, in effetti, conferma: secondo l'ultimo rapporto sull'abuso di sostanze alcoliche, la birra rappresenta il 57 per cento sul totale degli alcolici consumati in Repubblica Ceca. Insomma, tante cose si spiegano.

I tedeschi, comunque, possono consolarsi: con 95.545. 000 ettolitri annui (sempre secondo il Beer Statistics Report 2012) il primato nella produzione non glie lo leva nessuno, così come quello sui guadagni con 702 milioni di euro di utili, e quello sulle esportazioni con 15.360.000 ettolitri. Si vede dunque come la maggioranza della produzione rimanga per il consumo interno, dato che la Germania rimane comunque il Paese che beve di più in termini assoluti (87.655.000 ettolitri l'anno).

E il Belgio, chiederà qualcuno? Loro a quanto pare rimangono intenditori: solo birre pregiate, ma in misura moderata - "appena" 78 litri a testa l'anno. In compenso, su 18.571.000 ettolitri prodotti, ben 11.091.000 sono destinati all'esportazione: insomma, nomi come Chimay, Westmalle e socie confermano che buon sangue non mente, e che la buona reputazione al di fuori dei confini rimane ben salda.

sabato 15 giugno 2013

Il Bradipongo non è un animale

Un paio di giorni fa ho avuto modo di aggiungere un ulteriore "check" - come si usa dire ora...mah, a me sembrava che "fatto" fosse sufficientemente chiaro - alla lista delle cose da provare: il Bradipongo - che appunto non è un animale, ma un ottimo birrificio artigianale con annesso locale a San Martino di Colle Umberto (Treviso). Purtroppo non ho potuto cogliere l'occasione per rientrare nelle mie terre d'origine, ma mi sono come di consueto affidata alla fidata Brasserie (perdonate il gioco di parole), che aveva organizzato una cena degustazione accompagnata dalle birre Bradipongo.


Ammetto che ero piuttosto curiosa, dato che da tempo Matilde me ne parlava con toni entusiasti: per cui ho accettato la sfida di affrontare ben quattro colibrì - ho scoperto che i bicchieri da degustazione si chiamano così, essendo appunto più piccoli -, ciascuno accompagnato da un abbinamento culinario.
Va detto che era una giornata particolarmente calda, per cui il primo dei quattro bicchieri - quello di BradIpa, una India Pale Ale - è sceso con massimo piacere nonostante il moderato tenore alcolico (6 gradi): l'aroma di frutta e il retrogusto deciso di pompelmo la rendono davvero dissetante. Il che si sposava peraltro benissimo con l'acre del tortino di riso agli spinaci e pecorino, forse non proprio estivo ma molto ben riuscito.

Devo ammettere quindi che, nonostante tendenzialmente non ami le birre molto luppolate - e quindi amare al gusto, come appunto la BradIpa - complice il caldo l'ho apprezzata più della Mafalda, una belgian ale rossa che - al di là dell'omonimia col mio idolo dei fumetti - avrebbe normalmente fatto la mia felicità: il retrogusto caramellato, infatti, mi ha lasciata certo soddisfatissima, ma ancora assetata - o forse era colpa dei funghi, polenta e grana in abbinamento?

Meno male che a seguire c'era la Bubana, una belgian strong ale doppio malto, dissetante tanto quanto la BradIpa nonostante i sette gradi: con qualche nota di resina all'aroma, un amaro che personalmente ho trovato abbastanza pungente e un finale molto secco, è stata graditissima per quanto non sia il mio stile. Per la felicità di Enrico, poi, era abbinata a "les chicons" (nella foto), ossia l'indivia belga con pancetta cotta nella birra: forse più adatta, appunto, ai lunghi inverni di Bruxelles, ma senz'altro una ghiottoneria.

Dulcis in fundo, insieme al tortino di carote è arrivata la Cansei, una imperial stout dalla schiuma decisamente invitante. Con le scure difficilmente ho mezze misure, o le amo o le odio: in questo caso m'è andata bene, perché i profumi di liquirizia e di caffè che salivano dal bicchiere sono decisamente nelle mie corde.

Che dire? Sono uscita parecchio provata da questo tour de force, ma ne è valsa la pena: la prossima volta che rientro verso la mia terra natìa, potrebbe starci una tappa a Colle Umberto...

venerdì 17 maggio 2013

Cjarsons e bire, benvignude in Friul

Rieccomi, dopo un lungo silenzio - giusto per citare il titolo del mio ultimo post. Non starò a sciorinare scuse del tipo "quanto ho dovuto lavorare", vi basti sapere che non ho trovato le risorse né temporali né di concentrazione per scrivere: per cui non mi dilungo oltre.

A darmi l'occasione per tornare su queste pagine è stata ancora una volta la buona vecchia (in senso affettuoso) birraia Matilde, che ha organizzato una degustazione Alla Brasserie di Tricesimo invitando ben due mastri birrai: Severino Garlatti Costa, del birrificio omonimo di Forgaria, e Gino Perissutti, del birrificio Foglie d'Erba di Forni di Sopra. Dato che la cosa sarebbe caduta in concomitanza con il compleanno di Enrico, la coincidenza era perfetta.

Oltre ad aver finalmente avuto l'occasione di assaggiare i cjarsons direttamente dalla Carnia (non furlanofoni, cliccate qui), la parte più interessante della serata è stata il dialogo con Gino e Severino: perché, diciamocelo, sorseggiare una birra mentre qualcuno ti spiega quello che stai facendo e come l'ha prodotta ti apre un mondo - oltre a costringerti a far finta di conoscere la differenza tra i diversi tipi di malto - e rende il tutto non soltanto una bevuta, ma una vera e propria esperienza culturale - e quindi meglio non esagerare, sennò poi da brillo non ti ricordi più nulla.


La serata è iniziata con la Saison di Foglie d'Erba, abbinata appunto ai cjarsons: sei gradi e non sentirli, dato che la filosofia di Gino prevede che "La birra ideale è quella che puoi bere quasi senza pensarci" (almeno fino al giorno dopo, chiaro). Del resto, qualche trucco aiuta: "Meglio non mettere troppo zucchero, come nelle birre belghe - ha consigliato - perché è quello che poi te la fa pesare". Ah, ecco perché in Belgio mi svegliavo sempre col mal di pancia. Per quanto avessi timidamente ammesso che le birre di quel genere, con una punta di acido, non sono tra le mie preferite, non ho potuto alla fine che mostrargli il bicchiere vuoto: insomma proprio così male non era, anche se a detta di Gino sarebbe mancata ancora qualche settimana di maturazione.

Più vicino ai miei gusti avrebbe in teoria dovuto essere la seconda birra, la Babel (sempre di Foglie d'Erba), una pale ale in stile inglese che ha ricevuto diversi riconoscimenti: ma devo ammettere che, specie se in abbinamento con un piatto degustazione - in questo caso frittata alle erbe, opera di Matilde - apprezzo di più qualcosa con un gusto meno deciso e in cui si senta meno l'alcol - anche se, paradossalmente, è meno alcolica della Saison. Ad ogni modo buonissima, sia chiaro.

Tra le opere di Severino ho invece avuto modo di provare la Lupus, una birra chiara, ben luppolata e asciutta. Non male, ma nulla in confronto alla Liquidambra che avevo assaggiato qualche tempo prima e che ricordo con estremo piacere: un'ambrata - come dice il nome stesso - che, pur con un principio quasi caramellato, lascia un contrasto luppolato nel retrogusto decisamente sorprendente.

Tutto questo è successo nel corso di una lunga chiacchierata, in cui ho avuto modo di farmi raccontare come lavorano i due birrifici e le filosofie di produzione - con tanto di dibattito tra Gino, accanito avversario dello stile belga, e Severino, che invece non lo disdegna: due realtà artigianali che lavorano su piccoli volumi - per quanto Foglie d'Erba arrivi a circa 2000 litri l'anno - e che per la promozione e la distribuzione si basano soprattutto sul web e sul contatto diretto con il cliente. "Entrare nella rete di distribuzione e mantenerla non è facile - ha ammesso Gino - per cui sfruttiamo soprattutto i circuiti di appassionati: un prodotto buono e fatto con passione non conosce crisi". Del resto, l'essere piccoli consente anche di sperimentare, uno dei passatempi preferiti di Severino: "Cerco continuamente nuove ricette usando anche i prodotti locali - ha raccontato - e i risultati sono sempre una sorpresa: essendo un prodotto artigianale, la stessa birra può variare anche considerevolmente da cotta a cotta".

Se poi si crede che tra i birrai ci sia grande rivalità, bastava vederli bere convivialmente attorno allo stesso tavolo per ricredersi: del resto i due hanno anche brassato insieme, e Foglie d'Erba ha collaborato con altri birrifici come Opperbacco, Dada, Busker's e Derek Walsh. Da ricordare poi è che i primi a consigliare di non esagerare sono proprio i produttori: come si legge nella brochure di Foglie d'Erba, "Promuoviamo un consumo moderato e consapevole: la birra buona è arte, non va sprecata". Prosit!