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lunedì 10 aprile 2017

Santa Lucia, weekend terzo

Data la concomitanza della seconda parte del corso di biersommelier della Doemens Akademie - di cui scriverò a breve - il terzo weekend a Santa Lucia per mè è stato un po' più breve del consueto; ma non per questo non mi ha riservato qualche conoscenza interessante.

La prima è stato il valtellinese Revertis - luppolo in dialetto locale -, cosa che potrei definire "un nome, un programma": tutte le birre in repertorio, con poche eccezioni, si caratterizzano infatti per la centralità del ruolo del luppolo nel risultato finale - centralità che significa comunque anche saperlo dosare, per non varcare la sottile linea di confine tra la birra e la spremuta di luppolo. Non a caso poi tutte le loro birre sono identificate con un numero, nella fattispecie quello del'Ibu (l'unità di misura dell'amaro, chi non la conoscesse può clicare sul glossario): un dato puramente tecnico, dato che la percezione effettiva dell'amaro è influenzata anche da altri fattori, ma che è comunque indicativo di quale sia il centro dell'attenzione dei birrai. I ragazzi mi hanno indicato come punta di diamante della casa la apa 72 - che mi sarei aspettata nettamente amara, basti dire che generalmente sopra gli 80 ulteriori incrementi di amarezza non vengono nemmeno percepiti: in realtà, data la generosa ma elegante luppolatura in aroma tra l'agrumato e la frutta tropicale, e un corpo in cui la componente maltata conferisce note di tostato e caramello sufficientemente robuste da bilanciare il netto e persistente amaro citrico finale, risulta una birra equilibrata e dall'amaro non invasivo. Positiva la prima impressione dunque, che mi auguro possa essere confermata in futuro da altri assaggi.

Nuova conoscenza è stato il White Pony, sorta di trait d'union tra Italia e Belgio, in quanto il titolare - figlio di padovani emigrati a Liegi - è oggi rientrato nella terra d'origine dei genitori, ma fa sostanzialmente beerfirm nelle Fiandre esportando in diversi Paesi - tra cui appunto l'Italia, dove ha anche aperto un pub in quel di Padova. Stile belga in tutto e per tutto, e pure di quelli "tosti" (basti citare il barley wine con lievito di Westmalle): anche in una birra non di stile belga come la Black Sheep, una Imperial stout dal corpo tanto pieno da far venir quasi voglia di prendere un cucchiaino per mescolarla a mo' di cioccolata calda o di caffè, spiccano comunque sotto i generosissimi aromi di cacao, caffè e liquirizia i profumi del lievito d'abbazia - quella di Rochefort, nella fattispecie.

Ho poi ritrovato con piacere le birre di The White Hag allo stand di Beergate - questa volta ho provato la Puca, una sour al limone che nonostante gli aromi che possono apparire pungenti risulta poi morbida e fruttata al palato - nonché quelle di Rogue alla Birroteca - di cui ho provato la la brown ale alle noccioline: sentori di frutta secca e di tostato predominano, a coronare una dolcezza che però non è stucchevole. Da ultimo le barricate di Retorto, "nate" dalla tripel Vincent Vega - la Marsellus W in botti di rum, e la Mia W in botti di whisky. In entrambi i casi le note provenienti dalle botti in cui sono state affinate sono nettamente predominanti, sia all'aroma che al corpo, con notevoli sentori caldi ed alcolici - a titolo personale ammetto che le avrei preferite più delicate -, per cui le consiglierei agli amanti di rum e whisky rispettivamente.

Anche per questo terzo ci sarebbe naturalmente altro da aggiungere, ma mi fermo qui; a presto risentirci con ulteriori aggiornamenti...

lunedì 4 maggio 2015

Cerveza y arena

So che non è bene fare i titoli in lingua straniera, ma come meglio introdurre un post su un birrificio spagnolo? (Per i non bilingui, "birra e sabbia", allusione al più celebre "sangre y arena", "sangue e sabbia", che descrive le corride). A Santa Lucia ho infatti avuto per la prima volta l'occasione di assaggiare birre spagnole allo stand Carpano, dove erano presenti distributori di bottiglie iberiche. Mi sono preventivamente fatta una chiacchierata con Andrea, il ragazzo allo stand, sul panorama birrario in Spagna: una nazione, a suo dire, "che è un po' come l'Italia dell'inizio degli anni 2000: i birrifici stanno iniziando a fiorire e crescere, indubbiamente qualcuno di questi ha molto da dire, e c'è tanta voglia di sperimentare. Qui in Italia, dopo la sperimentazione, si sta un po' rientrando nei ranghi, mentre lì si cerca di colpire".

E infatti il panorama offerto a Santa Lucia, per quanto diversificato, per era piuttosto sbilanciato verso le Ipa, genere per eccellenza atto a stupire: su tutte mi ha incuriosita la Devil's Ipa del birrificio Marina, una botta di amaro da 130 ibu - per i non adepti: l'ibu è l'unità di misurazione dell'amaro, vedi glossario. 130, credetemi, sono tanti - dal colore ramato. "Tranquilla, il palato dopo i 100 ibu non snete più nulla" mi ha rassicurata andrea; e in effetti, dopo la rosa di aromi di luppoli americani all'aroma, al palato ritorna il malto (crystal, per la precisione) e l'amaro arriva netto soltanto in chiusura. Per chi ama le ipa, ma non disdegna nemmeno una bitter di quelle toste. Altra curiosità che ho trovato al banco di Carpano è la Vinya Hop - sempre di Marina, una birra chiara a fermentazione semispontanea con aggiunta di uva spina, in cui sono preponderanti gli aromi e i sapori della frutta.

Non mancava comunque qualcosa di più classico nella linea del birrificio Espiga: assai rinfrescante con i suoi profumi tra il floreale e l'agrumato la bonde ale, leggera e con un finale di un amaro citrico delicato; così come la pale ale dal colore tra il dorato e il ramato, in cui le note dolci del malto nel corpo si equilibrano bene con il finale luppolato.

Ultima nota: al banco dello stesso distributore ho trovato anche le birre del tedesco Crew Republic, di cui ho provato la Imperial Stout Roundhouse Kick: 9 gradi e mezzo - e non sentirli da quanto è piacevole berla, per quanto l'alcol sia ben percepibile - di caffè, cioccolato e tostato come nella migliore tradizione del genere, con un corpo tanto pieno da sembrare cremoso, e una chiusura di amaro da malto tanto decisa da preparare il sorso successivo. Ruffiana finché volete, per carità: ma se non fosse per il grado alcolico, la pinta intera scenderebbe che è un piacere...

giovedì 30 aprile 2015

Birra al popolo!

No, non ho fatto partire la campagna per sostituire lo Kvas - altra bevanda a base di crereali fermentati - con la birra nella grande madre Russia: è lo slogan del birrificio Sant'Andrea - BSA per gli amici - di Vercelli, che si definisce "un'azienda rivoluzionaria" perché vuole "regalare nuovi piaceri al modo di interndere la birra". Il tutto, come lascia intuire un altro loro slogan, "Puri e crudi", senza desiderio di stupire a tutti i costi: "Noi per definizione no aggiungiamo né miele né altri fronzoli, al massimo le spezie quando è richiesto dallo stile - ha sottolineato il buon Armando (che anche se non è il birraio ma il responsabile commerciale, ha assicurato che ci lavora gomito a gomito) -: la vera sfida è mantenere il prodotto stabile nel tempo, affinandolo".

Dai fermentatori del BSA escono birre di stile anglosassone e belga: dalla Rossa del Gallo, una bitter ale che si è classificata seconda per la categoria sia nel 2011 che nel 2012 a Birra dell'Anno; alla Fog, una witbier che ha invece ottenuto il primo posto; alla Enigma, definita "belgian ipa" perché usa lieviti da saison. Undici birre in tutto di cui ho assaggiato prima la Mozkito, una golden ale pensata - come lascia intuire il nome stesso - per essere bevuta nei climi caldi: arima fresco e floreale, con note di agrume che ritornano nel corpo quasi acidulo e assai dissetante. Chiusura sull'amaro discreto, tendente al citrico.

La seconda è stata la Riot, una belgian strong ale in pieno stile: otto gradi e sentirli tutti, con un aroma che pur esaltando il caramellato del malto fa trasparire anche qualche nota resinosa, che prosegue anche nel corpo dolce ma equilibrato in cui si distingue anche frutta secca. In chiusura il pizzicorìo dell'alcol si fa ben sentire, e non la definirei certo una birra dissetante: certo un corpo tanto ricco fa la felicità degli amanti del genere - tipo mio padre che mi accompagnava, che se l'è bevuta con estrema soddisfazione. Perché, ebbene sì, ho definitivamente convertito un ex bevitore di birre da supermercato: quando si dice che anche i figli possono "educare" i padri....(sì papà, lo so che mi leggi. Però anche tu sai che scherzo, e allora non prendertela...).

Ultima nota di merito alla Ipa "Hey Ho! To go!": non perché l'abbia assaggiata, ma perché i proventi della vendita sono destinati alla costruzione di un pozzo in Togo. E se birra e solidarietà vanno insieme, non c'è che da esserne compiaciuti.

mercoledì 29 aprile 2015

Dalla Franconia con furore

Chi legge questo blog sa che, tendenzialmente, io e la Germania non andiamo troppo d'accordo; e non sto parlando del rigorismo austero della Merkel, ma del fatto che preferisco di gran lunga le birre di stile belga o anglosassone. Ho trovato però una piacevole smentita a questo mio pregiudizio allo stand di Weiherer Bier, sempre a santa Lucia di Piave. A presidiarlo era Antonia Conficoni della Compagnia del Fermento, che distribuisce il marchio a Pordenone e dintorni; un marchio che si vanta di portare la più pura tradizione della Franconia, e non a caso lo slogan della campagna marketing italiana è è "semplicemente birra".


Antonia mi ha fatto iniziare con la Keller, descritta come una delle punte di diamante della casa, nonché medaglia d'oro 2011 European Beer Star: una birra dall'aroma intenso che io e il buon Miro - aka Truk Drake - di Accademia delle Birre che mi accompagnava ci siamo trovati a definire scherzosamente "macedonia", tanto erano notevoli i profumi di pera, pesca, banana e frutta in generale. Come prevedibile a fare la parte del leone è quindi il lievito in sospensione, che dona un sentore fresco di crosta di pane anche al corpo. In tutto e per tutto una birra assai originale per il genere, fresca e piacevole, che ha sfidato con successo la mia tradizionale diffidenza.

Un po' meno mi ha entusiasmata la seconda birra proposta, la Bock - medaglia di bronzo allo stesso concorso: aromi dolci di malto ben percepibili che trovano il loro corrispettivo al palato, con un lieve tostato in chiusura. Non ho invece percepito un granché le "note fruttate di luppolo" di cui la scheda parlava: mea culpa, forse, ma è così. Intendiamoci, è una buona birra, però non mi ha colpita.

Interessante ho trovato invece la Urstoffla, una rossa da agricoltura biologica prodotta secondo l'editto di purezza del 1516: curiose le note dolci all'aroma, quasi di caramella mou, che virano poi verso la frutta secca al palato per chiudere con una luppolatura leggera e fresca. Una birra che "evolve", si direbbe, passando dal dolce netto all'amaro leggero.

Da ultima ho tenuto la Rauch, visto che è difficile assaggiare qualcosa dopo un'affumicata; ma si tratta in questo caso di un'affumicato del tutto equilibrato, che non va a pregiudicare né i sentori di frutta secca né il luppolo in chiusura. D'altronde, se le Rauch non le sanno fare in Franconia - è infatti la birra tipica di Bamberga e dintorni -, chi altro dovrebbe saperle fare?

martedì 28 aprile 2015

La ninna nanna del chicco di caffè

Eh già, il titolo è per intenditori; ma non ho potuto non pensare a questa vecchia canzone delo Zecchino d'oro (lo ammetto: sono cresciuta a pane e Antoniano di Bologna, senza comunque tralasciare Battisti, De André, Vivaldi e Cajkovskij senza soluzione di continuità) quando, alla fiera di Santa Lucia, mi sono trovata davanti alla spina della Black Lullaby del birrificio Retorto: "Ninna nanna nera" - nera appunto come il caffè -, per cui l'associazione è stata spontanea.


Ammetto che ero curiosa di provare le loro birre, in particolare questa e la Daughter of Autumn, dati i i riconoscimenti ottenuti - entrambe primi premi nel 2014 nelle rispettive categorie al Campionato italiano birre artigianali dell'Associazione degustatori birra, e la Daughter of Autumn anche per Unionbirrai nella categoria strong ale angloamericane -; e appunto dalla Black Lullaby ho cominciato, per quanto a rigor di logica avrei dovuto fare il contrario.

Trattasi infatti di una belgian strong ale scura, come il nome stesso suggerisce; e che il buon birraio mi ha anticipato avere una forte base maltata con l'aggiunta di avena e fave di cacao, nonché vaniglia sia in bollitura che a freddo. Insomma, c'era di che incuriosirsi. Per quanto il tostato dell'aroma non sia più intenso che in altre birre, e la vaniglia sia sì percepibile ma comunque discreta, al primo sorso il palato viene letteralmente invaso da un tostato tanto forte da risultare amaro e perfettamente amalgamato col cacao, con una punta di acido da malto - che personalmente ho colto anche all'aroma; per poi virare verso la cremosità dolce della vaniglia, e chiudere con un amaro - sempre da malto tostato - assai netto. Devo dire che l'ho apprezzata molto a livello di gusti personali; certo non è una birra semplice - data anche la gradazione alcolica elevata, ben otto gradi - né nei canoni, e i fanatici dell'editto di purezza avrebbero di che ridire: ma se proprio bisogna sperimentare almeno facciamolo bene, e per quanto mi riguarda Retorto ci è riuscito, facendo una birra che si fa amare nonostante la complessità.

Dopo cotanta roba - passatemi l'espressione -, persino una scotch ale sembra delicata: e infatti nella Daughter of Atumn, dagli aromi caramellati, ho trovato un corpo caldo e decisamente morbido per il genere, in cui il malto torbato si fa sentire in maniera discreta e tutt'altro che invasiva, per chiudere con un sentore alcolico e quasi di whisky nel finale. Buono anche l'equilibrio tra il dolce e l'amaro nella persistenza, che quasi "giocano" a chi ha la meglio.

Il prossimo passo in casa Retorto, per quanto mi riguarda, potrebbe essere il barley wine Malalingua, o la sua versione barricata Malanima - invecchiata nove mesi in botti di vinsanto avute da un produttore locale: arrivederci su questi schermi...

giovedì 23 aprile 2015

I vecchi amici...e uno nuovo

Data la presenza del birrificio Acelum a Santa Lucia, non potevo non togliermi la curiosità di assaggiare la loro Bela Lugosi, una dark Ipa che si è aggiudicata il secondo gradino del podio per la categoria al concorso "Birra dell'anno" di Unionbirrai. Già l'aroma, dai toni erbacei particolarmente intensi ad acri - con anche una punta di caffè data dai malti - lasciano presagire che si tratti di qualcosa per palati forti; soprattutto per quanto riguarda l'amaro, grazie al connubio tra quello dato dai malti nel corpo ben pieno in cui dominano i sapori di caffè e di tostato, e quello del finale, data la luppolatura da amaro particolarmente decisa. Indubbiamente una birra che si fa ricordare per la sua intensità sotto tutti i profili, e che ho trovato discretamente dissetante a dispetto dei sapori forti e del grado alcolico importante. Ad incuriosirmi è stata anche la Sour Germana (ha-ha-ha....), una berliner weisse servita con sciroppo di lampone agguinto al momento. L'ho provata prima al naturale, e devo ammettere che, essendo particolarmente delicata per il suo genere, l'ho apprezzata di più così: l'acidità non è affatto invasiva nel corpo e si fa sentire di più, ma sempre con discrezione, nel finale, lasciando un sentore di "pulito" che non è affatto sgradevole. Insomma, se proprio siete dei neofiti delle berliner weisse, partite da questa, e poi si andrà in crescendo.

Altri amici che ho rivisto con piacere sono stati quelli del Benaco 70, di cui a Rimini avevo apprezzato soprattutto la Honey Ale (leggi qui): e anche questa volta hanno confermato di saper brassare bene con la loro Porter - a cui ha reso giustizia anche la spillatura a pompa -. In realtà la si direbbe quasi una stout, perché il corpo ben pieno con note intense di caffè e cioccolato ricorda la versione più forte - stout, appunto - delle porter; ma il grado alcolico è comunque contenuto (4,5) e la beva discretamente facile, per cui non andiamo a cercare il pelo nell'uovo sulle questioni di stile. Notevole anche il finale amaro, di buona persistenza.

Ho poi ritrovato il Bradipongo, che mi ha questa volta proposto la loro Saison: un'ambrata che è una vera girandola di spezie, con il coriandolo che spicca nell'aroma, e il pepe sia rosa che nero che dà un pizzicorino al palato nel finale, in contrappunto curioso con la camomilla che invece dona un tono delicato al corpo. Complessa ma equilibrata, e anche questa piacevolmente fresca.

Altra vecchia conoscenza è il birrificio di Quero, di cui ho provato la weisse scura Stein Ziegen: il corpo ben pieno di cereale, in cui il malto si fa sentire con toni discretamente dolci, la rende forse meno rinfrescante della sua parente classica - con cui ha comunque in comune l'arome di banana dato dal lievito; vi troveranno però soddisfazione gli amanti dei sapori più forti e non troppo dolci, dato che la luppolatura spicca molto meno che nelle weizen chiare.

Nuovo amico conosciuto a Santa Lucia è invece il birrificio di Fiemme. Veramente mi era stata magnificata la Nòsa, una ale ambrata brassata secondo un'antica ricetta utilizzata nella valle, che però non mi ha particolarmente colpita in quanto non ho trovato corrispondenza tra i toni particolarmente forti sia sul fronte dei malti tostati che su quello dell'amaro del luppolo che venivano descritti nella scheda; assai di più ho invece apprezzato la Lupinus, anche questa una ale ambrata, aromatizzata con una particolare varietà di lupino coltivata d Anterivo - detta "caffè di anterivo" - che dona un peculiare sapore di nocciola - ancor più che di caffè. Certo una particolarità, e i cultori della "purezza" apprezzeranno sicuramente di più la Nòsa: ma che vi devo dire, a me il caffè di Anterivo è proprio piaciuto...

mercoledì 22 aprile 2015

#iostocolratto

No, non è una nuova campagna animalista in favore dei roditori, ma lo sogan del birrificio Rattabrew di Lendinara: nome scelto ironicamente perché "di tipico in Polesine ci sono i ratti", come scherza il mastro birraio Mirko Borghesan, anche lui conosciuto a Santa Lucia di Piave. Un amore per la birra, il suo, che è partito da una Westvleteren 12 tappo oro, è passato per una cotta pubblica del birrificio Mastino - di cui ho parlato in questo post - che gli ha poi ceduto il proprio impianto, e si è concretizzato nel 2013 con la nascita del birrificio.

Caratteristica delle birre Rattabrew è quella di avere tutte nomi femminili, ciascuno con la sua storia: dalla Joska la Rossa, una belgian red ale ispirata al noto canto degli alpini; alla Ottavina, una german helles che ha preso il nome dal "matto del villaggio" Ottavio; alla Marilyn, una light Ipa, a tutti gli affetti una "bionda americana"; fino alla più irriverente Bernarda, una fruit sour con albicocche, chiamata a quel modo perché "è così che dalle nostre parti vengono soprannominati i genitali femminili", ha riferito la ragazza al banco. Unica eccezione la Bluff, una belgian golden strog ale, perché - mascherando bene i suoi 8 gradi alcolici - "come tutte le donne, inganna". Nota di merito anche in questo caso alle etichette, conuna grafica che "assegna" a ciascuna birra una fiugura distintiva: le labbra per la Marilyn, le carte da gioco per la Bluff, e via discorrendo.

Ho provato per prima la Jessie White - che prende il nome dalla moglie di Alberto Mario, importante figura del Risorgimento italiano citata da Carducci -, una belgian wit: già all'aroma, ai tipici toni di frumento ed erbacei, si nota lo speziato del pepe rosa che caratterizza questa birra; e che ritorna in forze nel finale, dopo aver lasciato spazio nel corpo ai sapori di buccia d'arancia dolce - altra peculiare aggiunta. Una birra assai gradevole e rinfrescante, che ha il merito di saper equilibrare bene lo speziato del pepe per renderlo un "fattore dissentante" - invece che far tossire il povero malcapitato che beve un sorso.

Mi aveva poi incuriosita la Francesca, una blanche all'ibisco e rosa canina, il cui nome è ispirato al celebre verso del sesto canto dell'inferno di Dante - protagonisti appunto Paolo e Francesca - "amor ch'al cor gentil ratto s'apprende" (quando si dice che la letteratura incontra l'ironia...). A spiccare è soprattutto l'ibisco, sia all'aroma che al palato; tanto da sovrastare - soprattutto nel corpo, in cui si fa sentore bene anche la rosa canina - la birra di partenza, almeno a mio parere. Anche questa comunque molto gradevole e dissetante grazie al connubio tra i due fiori, adatta alle giornate estive, e indubbiamente assai originale.

Non ho poi potuto resistere alla tentazione di assaggiare una loro birra sperimentale che ancora non commercializzano in bottiglia, e che è stata per ora battezzata "Experimental grappa": una belgian brune maturata in botti di grappa per otto mesi, in cui sia i profumi che i sapori "alcolici" - definiamoli così - della grappa sono ben evidenti, e che lascia una persistenza lunga e calda. Una birra da bere in una fredda serata d'inverno, davanti al fuoco, come fosse un barley wine - anche la carbonatazione è praticamente assente: sempre che vi piaccia la grappa, beninteso, nel qual caso diventerà uana delle vostre birre preferite...

martedì 21 aprile 2015

Una birra "di famiglia"

No, non nel senso che a farla sono due o più fratelli; ma nel senso che a ispirare il nome del birrificio, "Tempesta", è stato quello della nobile famiglia veneziana che possedeva la Rocca di Noale: cittadina in cui ha sede il ristopub "Il cortivo" da cui nel 2010 è nato anche il birrificio, su iniziativa di Claudio Pigozzo e Pierluigi Ceola. Tecnicamente si tratta di un beerfirm, ma mi sento di consigliare di superare i pregiudizi: sarà perché si affidano ad un birrificio di provata esperienza come l'Acelum, sarà perché i nostri ragazzi sanno fare (e testare) bene le ricette, il risultato finale è di tutto rispetto.


Anche loro sono una conoscenza fatta a Santa Lucia di Piave, dove i due ragazzotti mi hanno accolta con la massima simpatia. Mi hanno così raccontato come tutto sia partito nel 2010 da una strong ale speziata al miele di tiglio e pensata come birra di Natale - battezzata "La Rocca", in onore ai trascorsi storici del luogo -: che però ha avuto tra gli amici e al pub un successo tale non solo da essere mantenuta oltre le feste, ma anche da spingere i due giovani su questa strada. Sono così seguite la bitter "Secca" e la pale ale "Ultra", la Ipa "Nemesi" e la stout affumicata "La Nera". Il tutto in un rigoroso stile inglese - pur con qualche reinterpretazione -, dalla bassa carbonatazione e preferibilmente spillate a pompa.

Non potendole assaggiare tutte di botto ho chiesto quale fosse, a loro giudizio, il pezzo forte della casa: la Secca, "ma assaggiala domani, perché oggi abbiamo un problema tecnico e non possiamo spillartela a pompa". L'attesa ha pagato: per quanto le bitter non siano il mio genere devo ammettere che questa mi ha colpita, con una luppolatura tanto generosa e agrumata - con qualche nota di frutta tropicale - da far pensare ad una Ipa, che fa da contrappunto ad un corpo leggero - ma non annacquato - e dissetante che chiude con un amaro netto e secco in onore al nome. A una birra così indubbiamente la spina non avrebbe reso giustizia, perché la bassa carbonatazione consente di apprezzare al meglio i vari aromi e sapori. Nota di merito anche a chi l'ha spillata, che ha saputo mettermi davanti un cappello di schiuma ben spesso, fine e persistente.

Naturalmente però il giorno precedente i ragazzi del Tempesta non mi avevano lasciata a bocca asciutta, prononendomi la Nemesi: una Ipa rispettosa dell'antico stile inglese, più delicata e amara in quanto a luppolatura rispetto a quelle oggi in voga, risultando assai più equilibrata della media dello stile. Interessanti anche le note resinose che si percepiscono appena nel corpo, e una punta speziata in chiusura.

Ultima nota di merito alle etichette: delle vere opere d'arte, realizzate da Monica Stievano. Se anche l'occhio vuole la sua parte...

lunedì 20 aprile 2015

Tra Palazzolo sull'Oglio, Belgio e...Lapponia

 Altra conoscenza fatta a Santa Lucia di Piave è il Palabrauhaus - Phb per gli amici -, birrificio di Palazzolo sull'Oglio (Brescia) con annesso brewpub. A capitanare lo stand era il buon Nicola Vitali, birraio e biersommelier - o cervisier, gli appellativi si sprecano - che si è formato alla Doemens Akademie di Monaco. Scuola tedesca, dunque: dalla helles First Lady, alla weizen President, alla bock Drulù, alla dunkles bayrisch ("bavarese scura", per i non germanofoni) backstage.

Particolarità in questo panorama è la Lapponia, una berliner weisse - birra di frumento originaria del berlinese, a cui i lactobacilli e i brett usati in fermentazione conferiscono un'acidità molto spiccata - con aggiunta di sciroppo di lampone: quello di aggiungere sciroppi (quello classico è l'asperula) è infatti un escamotage utilizzato tradizionalmente per rendere di più facile beva "la più acida tra le acide", e lo si fa di solito direttamente nel bicchiere dopo averla spillata. Qui, trattandosi di una bottiglia, per forza di cose lo sciroppo è stato aggunto in precedenza: e in quantità discretamente generosa - notare il colore ben carico -, dato che il profumo di lampone sovrasta nettamente gli altri aromi e anche nel corpo predomina allo stesso modo, dando quasi l'impressione di bere un succo di frutta a dispetto dei quasi 5 gradi alcolici. La sorpresa arriva dopo, quando compare una persistenza acidula in cui si distinguono anche le note di frumento: quasi a ricordare che rimane comunque una birra, e che se volevate il succo di frutta c'è la Zuegg che serve benissimo allo scopo.

Non mancano comunque altri stili, dalla Ipa Stephen, alla Belgian Golden Ale Fiandra: una birra in pieno stile fiammingo che trova la sua originalità nell'uso dell'anice stellato, che va a controbilanciare con freschezza il corpo caldo e ben maltato, e si fa notare anche all'aroma donando un sentore speziato a quello tipico di frutta secca e crosta di pane delle belghe. Giusto per aggiungere una nota di colore, va detto che ho avuto l'onore di assaggiare quest'ultima birra insieme a Lorenzo Dabove, meglio noto come Kuaska, a Santa Lucia per tenere una conferenza e un laboratorio: per un attimo, insomma, ho avuto l'impressione di capirci anch'io qualcosa di birra essendo in contanta compagnia...

giovedì 16 aprile 2015

Un ritorno in Brasseria Alpina

Un altro felice ritrovo in quel di Santa Lucia è stato la Brasseria Alpina, che già avevo descritto con dovizia di particolari in questo post. Il ricordo della Genepi era positivo, per cui ho approfittato del fatto di trovarmi lì con mio padre e con Enrico per condividere un assaggio di tre birre diverse.

Mi ha incuriosita per prima la Irish Ale: un'ambrata dalla schiuma fine e compatta il cui aggettivo più calzante è secondo me "delicata", perché pur presentando sia aromi che sapori che di per sé tendono ad essere abbastanza robusti - su tutti il torrefatto - in realtà rimangono molto morbidi e ben amalgamati - a sentire i birrai anche grazie all'avena, che ha appunto questa peculiarità. Una birra in cui predominano nettamente i malti, ma che chiude con una tocco di amaro erbaceo altrettanto delicato del luppolo. D'altronde, leggera lo è anche come grado alcolico - 5 gradi.


Mio papà e Enrico sono invece andati su tutt'altro genere. Al primo, conoscendo i suoi gusti, ho consigliato la Lingero: una golden strong ale che ho trovato abbastanza insolita, perché anche qui mi sarei aspettata sapori di malto, crosta di pane - e note alcoliche, dati i sette gradi - ben più forti. Invece anche qui si rimane sulla linea del "non strafiamo": l'aroma è tra il floreale e il fruttato ma non particolarmente intenso, e anche il corpo rimane fresco e decisamente beverino per il genere grazie alla miscela di erbe e luppoli che equilibra il malto e lascia un finale ben pulito.

Enrico invece ha fatto da sé e ha scelto la Gran Truc, un'ambrata doppio malto che è invece di tutt'altra scuola: qui sia l'aroma che il corpo sono ben intensi, miscelando in una complessità notevole forti toni di malto, resina, frutta secca, frutta esotica e un sentore liquoroso. Sette gradi e sentirli tutti anzi di più, data questa complessità; che lascia peraltro una persistenza lunga, calda e dolce, senza note percepibili di luppolo.

Alla fine della carrellata direi che si conferma un birrificio originale e che ama sperimentare; con l'accortezza di accostare alle birre più particolari e complesse anche altre di più facile beva, senza cadere nel banale.

martedì 14 aprile 2015

Il basilico no...

....non l'avevo considerato. Sul serio: di birre con le spezie o aromatizzazioni più audaci ne avevo sentite, ma che si potesse usare anche il basilico non mi era proprio mai passato per la testa. Così, lo ammetto, quando alla Fiera di Santa Lucia i due simpatici ragazzotti genovesi del birrificio La Superba mi hanno proposto la loro birra - indovinate un po'? - "Genova", una lager chiara con basilico della riviera ligure, non ho potuto non pensare: ecco, i soliti esibizionisti fanatici del "famola strana" (la birra, naturalmente). Che poi finiscono per ottenere risultati che piacciono solo a loro perché, così come ogni scarrafone è bello a' mamma sua, ogni birra è buona al suo creatore - peccato che gli tocchi poi bersi l'intero lotto da solo, perché nessun altro gli fa compagnia.

Invece devo ammettere che ho dovuto ricredermi. Il profumo di basilico che sale dalla Genova è fresco e delicato, e ben armonizzato con l'erbaceo del luppolo; e anche nel corpo leggero non è affatto invasivo, lasciando il giusto spazio al cereale, per poi ritornare con una persistenza fresca e dissetante. Insomma, così come avevo dovuto ammettere che il simpatico proprietario del chiosco delle limonate sul lungotevere - sosta obbligata sulla via del ritorno a casa nelle calde estati romane quando vivevo lì - aveva visto giusto nell'aggiungere il basilico alla sua ricetta, così devo dirlo dei ragazzi de La Superba.

Coerentemente con la volontà comune a numerosi birrifici artigianali di testimoniare il legame con il proprio territorio, La Superba utilizza prodotti locali in buona parte delle sue birre. La Regina, ad esempio, è una lager con miele millefiori della Valle Scrivia: miele che all'olfatto sovrasta nettamente tutti gli altri aromi e che personalmente ho trovato un po' eccessivo,ma che in bocca lascia inaspettatamente spazio ad una breve nota di amaro ben netto per poi ritornare in piena forza con una persistenza che mescola i due sapori. Interessante poi la Castagna, che non usa le castagne arrostite ma la farina, lasciando in bocca un sentore che mi sono trovata a definire "pastoso" e robusto, e indubbiamente molto più "grezzo" rispetto a quello delle birre che utilizzano castagne cotte.

Nota godereccia, le spine de La Superba sono arrivate a Santa Lucia in accoppiata con una nutrita - perdonate l'ironia - offerta di focacce liguri, a cui è difficile resistere: come tipicità mi è stata consigliata quella non lievitata con ripieno di stracchino, e non mi sono pentita di aver accettato il suggerimento.

Devo ammettere che di curiosità su La Superba me ne sono rimaste: ad esempio la Serena, una Lager ai petali di rosa; la Puro Sangue, una lager doppio malto; o La Superba, una nera ad alta fermentazione con cinque tipi di malto. Che dire, prima o poi spero di togliermela....

giovedì 24 aprile 2014

Mastro birraio, parte quinta: le sorprese della torba

L'ultima nuova conoscenza che ho fatto a Santa Lucia è stato il birrificio Camerini, di Piazzola sul Brenta (Padova). Lo stabilimento è nato nel 2012, ma la storia, quantomeno del nome, è assai più lunga: arriva infatti dalla ferrovia Camerini, che collegava Padova con la nascente zona industriale di Piazzola, voluta dal conte Paolo Camerini - appunto - nel 1911. A titolo di curiosità, sappiate che è stata la prima ferrovia privata italiana, e che ha funzionato fino al 1958: e dato che oggi ne rimangono pochi resti, i tre birrai - Franco, Giampaolo e Mauro - hanno voluto mantenerne così il ricordo.


Purtroppo non ho avuto il piacere di parlare con nessuno di loro, dato che non erano presenti in quel momento; però il ragazzotto che si è sminuito dicendo "Sono solo uno stagista" ha comunque fatto un egregio lavoro nel descrivermi le birre in questione, senza nulla da invidiare a mastri birrai di più lunga esperienza. I nomi, peraltro, sono abbastanza curiosi: si va dalla Bisbetica, una rossa doppio malto in stile belga (otto gradi però, fate attenzione); alla Birichina, una kolsch chiara assai più "bevibile" (4,5 gradi); alla Seducente, una birra speciale stile American Ale aromatizzata con agrumi.

 Su consiglio dello stagista però, per quanto fosse forse stata quest'ultima ad incuriosirmi di più, ho provato la Selvaggia: una oatmeal stout dal colore nero che più nero non si può e dalla schiuma ben cremosa. Dopo il primo sorso, in cui ritornavano nettamente le note di caffè ben evidenti all'aroma, ho percepito un'insolita persistenza di un'affumicato acre, quasi di bruciato, che non avevo mai trovato in nessun'altra birra: ohibò, e questo come lo definisco? "Hai sentito che note di torba?", mi ha chiesto prontamente lo stagista. Ah, ecco. Ammetto di non aver mai assaggiato la torba, ma indubbiamente se penso all'odore che ha mi ci ritrovo. E bravo il ragazzo, che ha saputo darmi una dritta. Una birra certamente interessante all'interno del panorama delle stout, non solo per questo motivo, ma anche per il corpo più deciso della media.

A questo punto, mi sa che dovrò organizzare una gita a Piazzola: sia per conoscere i birrai, che per togliermi la curiosità quantomeno della Seducente...

mercoledì 16 aprile 2014

Mastro Birraio, parte terza: quanto sei bella Roma

Una delle conoscenze che ho fatto a Mastro Birraio, in realtà, non era del tutto nuova: quando vivevo a Roma avevo infatti già avuto modo di assaggiare " 'Na biretta", del birrificio Birradamare di Fiumicino. Anche questo, come il Villa Chazil di cui ho già parlato, un birrificio agricolo: si occupa cioè di tutta la produzione, dalla coltivazione delle materie prime all'imbottigliamento. Diciamocelo, peraltro, era passato un po' di tempo da quando l'avevo assaggiata: per cui si imponeva un'ulteriore indagine.

Anche qui il birraio, come tipico dei romani, mi ha accolta a braccia aperte: e ci è pure voluto del tempo per descrivere con dovizia la lunga serie di birre che brassano. La fantasia di sicuro non manca: si va dalla Raaf, con malti affumicati al fuoco di torba; alla Wild Yeast, con lieviti brettanomyces (generalmente usato per i vini, mentre per le birre è limitato alle lambic e alle gueuze); alla La Zia Ale (ok, potete ridere) che usa unicamente cereali provenienti dalla filiera agricola della regione. Senza tralasciare la Bifuel con aggiunta di uva vermentina dell'azienda agricola Torre in Pietra, la Nat rifermentata al miele, il barley wine, e la 'na Bio con farro biologico non maltato. Insomma, c'è di che confondersi.

Soprattutto se, come nel mio caso, il birraio insiste per fartene assaggiare un buon numero. Se la chiara pils, la Roma Ambrata e la Onda Bionda - una hell bock di bevuta assai facile nonostante i sette gradi - non mi sono sembrate distinguersi notevolmente da altre dello stesso genere, già la nera fa sentire la sua peculiarità, con delle note tostate all'aroma che arrivano quasi a ricordare le braci vere e proprie nella persistenza. Secondo il birraio, però, il fatto che le prime non avessero troppo carattere non è una pecca: "Così ce stanno co' tutto - ha sentenziato -, con l'amatriciana e anche con la carbonara". In effetti, risultavano tutte abbastanza "universali".

Più particolare è invece l'ultima che ho provato, la Kuasapa: una American Pale Ale con luppoli sia americani che europei, in cui l'amaro ben deciso della luppolatura non nasconde affatto gli oltre sei gradi alcolici. Anche qui non ci discostiamo troppo dal genere: però bisogna riconoscere che risulta comunque ben equilibrata nonostante l'amaro di cui parlavo, per cui non è dispiaciuta nemmeno a me che di solito non amo le persistenze di questo genere.

Insomma, un birrificio bello perché è vario, un po' come la capitale: di sicuro, tra tutte queste, qualcosa di vostro gradimento lo troverete...

martedì 15 aprile 2014

Mastro birraio, parte seconda: quanto è bello il terzo tempo

La mia seconda tappa è stato Argo, un birrificio che nono conoscevo anche per ragioni "anagrafiche": è nato infatti da soli quattro mesi, in quel di Lemignano di Collecchio, in provincia di Parma. Le idee però sono ben chiare - e non solo per via dello slogan che non lascia spazio ad equivoci, "We want beer" -: il mastro birraio Stefano Di Stefano, infatti, vanta un'esperienza in realtà di tutto rispetto, in cui spicca un anno al Birrificio Italiano, sette al Birrificio di Lambrate e due stage negli Usa. Insomma, in realtà non è proprio gente nata ieri.


Al banco c'era però Veronica, l'altra metà del birrificio, che pur occupandosi essenzialmente della parte amministrativa di birra comunque ne sa. E' stata infatti lei a raccontarmi la storia della Terzo Tempo, così chiamata ispirandosi al "terzo tempo" del rugby, in cui i giocatori vanno a seppellire l'ascia di guerra dopo la partita davanti ad una buona pinta. Trattasi di un'American Cream Ale, uno stile - ha spiegato - creato negli Usa ai tempi del proibizionismo dagli immigrati tedeschi, che hanno "reinventato" la loro cara vecchia pils usando gli ingredienti locali, tra cui il mais.

Ce n'era a sufficienza per incuriosirmi, e così mi sono lanciata. Già all'aroma in effetti si percepiscono le note dolci del mais, che risaltano ancora più nettamente nel corpo. Veronica mi aveva avvertita che è molto beverina, e infatti, complici anche gli appena 4 gradi alcolici, è scesa allegramente nonostante fosse dolce: i luppoli infatti "puliscono" la bocca al retrogusto quel tanto che basta per invitare ad un altro sorso. Per carità, se non vi piacciono le birre dolci probabilmente non fa per voi; però indubbiamente vale la pena provare qualcosa di diverso, anche perché di fatto è ben bilanciata.

Altra creazione dell'Argo è la Aran, una Irish Stout che si mantiene sul classico del genere pur accentuando le note di caffè; a colpirmi però è stata soprattutto la Milva, una Imperial Red Ale, che vanta la bellezza di sei luppoli - tra americani, sloveni e neozelandesi. Se pensate che le rosse ben maltate non rendano giustizia ai luppoli, potrebbe essere l'occasione per ricredervi: già all'aroma si fa sentire la rosa di profumi che va dal resinoso, all'erbaceo, all'agrumato, e al gusto la dolcezza iniziale dei malti viene subito accompagnata da un amaro che fa il paio alla rosa di cui sopra. Insomma, onore al merito di una rossa non qualunque.

Argo, quindi, sarà pur nato da poco; ma, complice il fatto che, come ha detto Veronica, stanno cercando di farsi conoscere, credo proprio che avrò ancora il piacere di incontrarlo...

lunedì 14 aprile 2014

Mastro Birraio, parte prima: il sapore delle spezie

A Mastro Birraio, la fiera della birra di Santa Lucia di Piave, sono tornata volentieri: si tratta di rievocare un bel ricordo, dato che è la prima a cui ho partecipato due anni fa insieme ad Enrico. Questa volta ero da sola, ma è stata l'occasione per ritrovare dei vecchi amici - dall'Acelum, al Bradipongo, all'Estense, al Bad Guy - e per conoscerne di nuovi.

Tra questi il Croce di Malto, birrificio di Trecate (Novara), che brassa 5 birre fisse più un'altra decina di stagionali a rotazione: per la maggior parte di impronta belga, ma non mancano nemmeno le weizen in stile tedesco - come la Triticum - e quelle di stile inglese - come la Acerbus.


Eh già, la fantasia nei nomi ai ragazzi del Croce di Malto non manca: tra quelle a rotazione c'è infatti la simpaticissima Piedi Neri, una stout con castagne e riso venere - a testimoniare il legame con in territorio - e la Birra Jazz, prodotta per il festival jazz di Novara. Significativa poi la denominazione della Due Mondi, così chiamata perché prodotta in collaborazione con il Birrificio Italiano.

Sì lo so, fin qui questo post suona un po' come uno sbadiglio: della serie, se era per sciorinarci solo una serie di nomi di birre, oggi potevi occupare il tuo tempo in maniera più utile. E allora veniamo al dunque, cioè alle birre che ho assaggiato e sulle quali posso quindi dire qualcosa.

Quando ho visto che tra le amenità a disposizione alla spina c'era una triplo malto in stile belga, la Triplexxx, nonostante il grado un po' inappropriato per l'ora mattutina - quasi 8 gradi - non ho potuto tirarmi indietro: d'altronde il buon birraio mi aveva pure magnificato questa miscela di orzo, avena e frumento (di qui le 3 X) con tre luppoli e tre spezie, giusto per coerenza. L'aroma è assai fruttato, e farebbe presagire una birra parecchio dolce: in realtà, pur risultando quasi mielosa al primo sorso - facendo ben sentire tutta la gradazione alcolica, peraltro - in realtà è ben bilanciata, perché i luppoli subentrano prontamente. Insomma, la definirei una birra che ha il merito di bilanciare sapientemente una maltatura che altrimenti rischierebbe di essere eccessiva, risultando assai meno dolce sia al corpo che alla persistenza rispetto ad altre dello stesso genere. Non per niente si è aggiudicata la medaglia di platino al Mondial Beer di Strasburgo...

Però, a dire il vero, io quelle tre spezie di cui parlava la scheda di degustazione non le avevo sentite: per cui mi sono arrischiata a fare un'altra prova con la Temporis, una saison aromatizzata con due tipi di pepe cinese del Sichuan e coriandolo. Almeno qui, mi sono detta, le spezie le sentirò. E l'aroma infatti era tutto un programma: il pepe si sentiva in maniera ben decisa, creando un mix di profumi che mi ha indubbiamente incuriosita. Al gusto, però, la speziatura tendeva a sparire per lasciare il posto ad un amaro tendente all'erbaceo; salvo ricomparire leggermente alla persistenza, dando un tocco dissetante in unione con i luppoli. A questo punto stavo per chiedere delucidazioni, ma il birraio mi ha prevenuta: "Se mi dici che non senti le spezie, mi stai facendo un complimento". Ohibò, come mai? "La birra deve essere birra, il sapore non deve essere coperto dalla speziatura". Ok, ho conosciuto un'altra scuola di pensiero, oltre ad una birra decisamente peculiare. Sempre detto che non si finisce mai di imparare...