domenica 16 dicembre 2018

Novità dalla cucina della Brussa

Ho colto l'occasione di una delle serate a tema organizzate dal birrificio B2O - per la precisione la "Serata veneta", una cena con piatti di pesce della tradizione locale rivisitati secondo la "sensibilità birraria" ed abbinati alle birre della casa - per provare la cucina del nuovo chef, Galdino Aggio. Nell'intervistarlo per conto del birrificio - intervista che trovate a questo link - mi era infatti sorta di conseguenza la curiosità di provare le sue creazioni; tanto più che, in questo caso, c'era anche l'effetto sorpresa, avendo Galdino e collaboratori scelto di non rendere noto come la birra sarebbe stata usata nelle preparazioni e come sarebbe stata abbinata ai piatti.

La serata è iniziata con un aperitivo di benvenuto, la Helles Sibilla accompagnata dal baccalà mantecato. Una birra semplice e delicata per un baccalà che in effetti lo era altrettanto; e anche se personalmente avrei osato una blanche, la Terra - che lo staff del birrificio mi ha però riferito di aver scartato perché, data la sua speziatura abbastanza importante, andava a sovrastare il baccalà stesso - devo dire che si è trattato di un gradevole connubio tra i due sapori. Nota di merito anche per il pane artigianale del forno di Lugugnana, che tiene insieme in maniera magistrale la croccantezza saporita della crosta con la morbidezza neutra dell'interno.

Più elaborato l'antipasto, un bis di sarde - in saor, come da tradizione veneta, e "rivisitate" alla blanche e scorza di limone - abbinate alla weizen Jam Session. Ottima l'idea di far sposare la tradizionale ricetta veneta con l'agrumato e lo speziato della blanche, che fa molto bene il paio con il frumento della weizen - della quale in questo caso non risultava nemmeno troppo percepibile l'amaro finale più netto per la media dello stile, "marchio di fabbrica" della Jam Session. Per quanto l'abbinamento non risultasse fuori luogo nemmeno per le sarde in saor, ho ammesso che le avrei viste meglio con la red ale Brussa, così da accompagnare l'agrodolce del pesce con il corpo maltato e "pulire" con l'amaro finale; Brussa che mi è stata gentilmente fornita in assaggio, e che - almeno per quella che è la mia personale sensibilità - ha confermato ciò che avevo pensato.

La portata più sorprendente è però risultata essere il primo, i tagliolini al nero di seppia abbinati alla Grodziskie - un accostamento al quale ammetto che non avrei mai pensato. L'affumicato della birra si accompagnava infatti benissimo alla pastosità della seppia, dandole un tocco di sapore del tutto peculiare, e "tagliando" al tempo stesso la persistenza del pesce. Nota di merito peraltro ai tagliolini in sé e per sé, di cui si coglieva bene la freschezza.

Di nuovo un bis di pesce della tradizione per il secondo - classico baccalà alla vicentina da un lato, e quello alla veneziana sfumato con la Helles dall'altro - accompagnati dalla polenta e abbinati alla apa Edgard. Un abbinamento con cui direi che si è riusciti nella non facile impresa di coniugare due preparazioni così diverse, in quanto al baccalà alla vicentina rendeva meglio giustizia il taglio amaro agrumato sul finale, e a quello alla veneziana la componente maltata del corpo discretamente robusto ma scorrevole. Cruciale poi il ruolo della polenta nell'amalgamare tutti i sapori e fare da ponte.

Da ultimo il dolce, i biscotti al radicchio di Treviso abbinati alla natalizia xmaStrong. Ammetto di non aver colto moltissimo l'amaro del radicchio; ad ogni modo la frolla può accompagnare bene una birra importante come questa - con figo moro di Caneva Igp e maturata in botti di rovere, dai sentori fruttati e liquorosi -; così come ancor meglio potrebbe accompagnarsi ad un panettone.

Nel complesso, non posso che definirla (e con piacere) una cena degustazione ben costruita, in cui lo staff ha dato prova di competenza sia sotto il profilo culinario che sotto il profilo brassicolo; e c'è da augurarsi che questo filone possa sempre meglio svilupparsi - in B2O nello specifico, data la nuova avventura appena intrapresa, ma anche nelle tante altre realtà che si sono avviate su questa strada.

Concludo con un ringraziamento a tutto il personale per la sua cordialità e disponibilità; e congratulazioni al nuovo cuoco, che sono certa porterà interessanti novità alla cucina del birrificio.

venerdì 7 dicembre 2018

Proposta di emendamento sulla riduzione delle accise: alcune considerazioni

E' rimbalzata con grande impeto l'approvazione dell'emendamento alla legge di bilancio avanzato dall'on. Chiara Gagnarli, che prevede una riduzione del 40% sulle accise per tutti i birrifici al di sotto dei 10.000 hl annui di produzione. Manca ancora l'approvazione del Senato, ma si attende con trepidazione quello che è un traguardo agognato da tempo: per quanto la proposta originale fosse più articolata - prevedeva infatti diversi scaglioni di riduzione, di cui alla fine ne è stato accolto soltanto uno - si tratta comunque di un passo avanti di grande portata per il settore.

In primo luogo, si può dire che "temperi" in qualche modo il limite palesemente "in crescita" posto dalla legge sulla birra artigianale del 2016 - 200.000 hl, da molti considerato eccessivo - accostando, all'attenzione per l'artigianalità, quello per la tutela dei produttori "effettivamente piccoli". In secondo luogo, è di vasto impatto perché riguarda la stragrande maggioranza dei birrifici artigianali operanti: stando all'ultima edizione della guida Slow Food, quelli al di sopra dei 10.000 hl si contano letteralmente sulle dita di una mano - sono infatti 5: Amarcord, Baladin, Salento, Tenute Collesi e Flea. Una platea quindi estremamente vasta, coinvolgendo oltre 700 birrifici veri e propri, più tutti i brewpub e beerfirm.

C'è però chi si è chiesto se questo limite possa agire in qualche misura da freno alla crescita, ponendosi come "deterrente" per fare il grande salto produttivo per tutti quei birrifici poco al di sotto di questa soglia - o che comunque pianificano un incremento produttivo tale da porla come realisticamente raggiungibile. Anche qui: buona parte dei birrifici artigianali italiani è comunque lontana da questi quantitativi, per cui non è un problema che si porrà nel breve termine; ma se continuerà la (pur lenta) crescita dell'incidenza della quota di mercato delle birre artigianali sui consumi totali di birra (in crescita ancor più lenta), unitamente alla presumibile chiusura di diversi microbirrifici nati sull'onda del boom ma senza un solido progetto imprenditoriale alle spalle, la questione prima o poi si porrà. Già alcuni sono sulla buona strada: Lambrate con 8200 hl, Birrificio Italiano con 7500, Elav e San Gabriel con 6000 (e fermiamoci qui, giusto per non arrivare a pronosticare un raddoppio della produzione). Davvero l'accisa aumentata può fungere da deterrente?

Verosimilmente, come spesso nella vita, la risposta è "dipende": ogni piano industriale che si rispetti mette in conto, insieme agli investimenti per la crescita, anche i costi strutturali che ci saranno poi per "foraggiare" una produzione più ampia - che si auspicano però più che compensati dalle economie di scala. Stando allo studio realizzato da Mobi nel 2016 (fonte che al momento trovo ancora la più completa, per quanto datata, e del quale avevo già scritto qui), a seconda delle dimensioni del birrificio, le accise arrivano a pesare da un decimo a un settimo dei costi totali di produzione - su cui si avrebbe ora un risparmio che ammonterebbe a circa il 45%, considerando l'ulteriore riduzione dell'accisa generale; arrivando dunque ad incidere per una percentuale media che possiamo stimare sul 4-5% dei costi. Numeri significativi, certo, ma che non appaiono tali da essere ingestibili all'interno di un piano di crescita ben concepito. Certo una disciplina a più scaglioni, come richiesto anche da Unionbirrai, avrebbe consentito di assorbire meglio questi costi grazie ad un aumento graduale: e questo è sicuramente uno degli aspetti problematici della mancata applicazione. Rimane comunque importante che i birrifici più piccoli possano, grazie a questa riduzione dell'accisa, avere una maggior marginalità da destinare agli investimenti legati all'avvio dell'attività e alla crescita.

Se davvero questo emendamento si manterrà tale all'interno del gran balletto della manovra a cui stiamo assistendo in questi giorni, si tratterà di una pietra miliare per il settore della birra artigianale in Italia: non resta che stare a vedere...

venerdì 30 novembre 2018

Concorsi birrari e pensieri in libertà

Dopo l'uscita dei risultati dei concorsi European Beer Star e Brussels Beer Challenge, anch'io come tanti mi sono posta qualche domanda sui risultati - come peraltro faccio ogni anno per tutti i maggiori concorsi, e come già avevo scritto qui. Questa volta il nodo della questione sollevata da più parti nell'ambiente birrario era del tutto diverso da quello del mio precedente post, ossia il gran numero di birre industriali che hanno ottenuto piazzamenti sul podio. Delle due, l'una: o i birrifici industriali riescono effettivamente ad uscire con prodotti che, almeno in una degustazione alla cieca, risultano migliori di quelli artigianali (e tanto di cappello si dirà, se riescono a farlo pur uscendo sul mercato a prezzi notevolmente più bassi); oppure i parametri utilizzati per giudicare nei concorsi (al netto di brogli, che si auspica sempre non avvengano) non sono - quantomeno non più - adeguati ad individuare la birra di qualità e a rendere giustizia alle diversità esistenti tra grandi e piccole aziende e vanno quindi ripensati - ipotesi sostenuta da Andrea Turco di Cronache di Birra in questo post, di interessante lettura.

Per quella che è la mia esperienza personale, basata sul confronto con i birrai e sulle occasioni in cui mi è capitato di giudicare, prendo sempre i risultati dei concorsi con serietà ma con distacco: se una birra industriale arriva prima di una artigianale ad un concorso non significa che sia "più buona/migliore in assoluto" (qualsiasi cosa ciò significhi), ma semplicemente che rispondeva meglio ai parametri usati in quel concorso; o, per dirla con Gino Perissutti di Foglie d'Erba nel mio post precedente, "Se vinci non significa che la tua birra sia la migliore [...]: semplicemente lo è stata per quel lotto, per quella giuria, in quella settimana".

Nel caso specifico dei grandi concorsi, mi trovo d'accordo sia con l'osservazione secondo cui alcune categorie favoriscono la vittoria di birre industriali, sia sul fatto che l'aderenza allo stile giochi un ruolo preponderante (anche nel piccolo cito spesso l'esempio di una birra che ad un concorso avevamo escluso perché fuori stile, pur avendo finito la bottiglia con estremo piacere a fine giudizio perché era stata forse quella che a noi giudici più era piaciuta). Un parametro probabilmente abusato, ma in una certa misura obbligato in quanto più "oggettivo" di altri: stabilire con quali criteri giudicare la creatività di una ricetta o altri aspetti analoghi sarebbe infatti quantomeno oggetto di lunghe discussioni, e finanche legato alla sensibilità del singolo giudice - che rimane sempre in gioco, ma deve comunque trovare un giusto bilanciamento con parametri valutabili in maniera più oggettiva. E su questo le birre industriali appaiono favorite, sia perché costruite in partenza sulla base di una ricetta "pulita", sia perché un birrificio industriale dispone di tecnologie atte a controllare e replicare alla perfezione il processo produttivo. Insomma, se voglio fare "la pils più pils che ci sia", un birrificio industriale parte avvantaggiato. Del resto, non necessariamente per un birrificio artigianale l'aderenza allo stile è un valore da perseguire: un birraio artigiano, più che fare "la pils più pils che c'è", probabilmente vorrà fare "la mia pils", quella che lo rende la sua opera unica e distinguibile da quella di altri - come per qualsiasi artigiano, insomma. L'aderenza allo stile finisce quindi per essere un parametro controverso quando ci si trova a giudicare insieme birre artigianali e non.


Altro tema sollevato è quello della qualità delle materie prime, non necessariamente ottimale in birre il cui scopo è uscire sul mercato al prezzo più basso possibile. Anche questo però è un parametro laborioso da valutare in un concorso: a meno di non immaginare dettagliatissime schede che illustrino tutte le materie prime di ogni birra in gara, e giudici in grado di valutare con le adeguate competenze queste informazioni (patrimonio di conoscenza dei produttori, più che dei sommelier, e qui torniamo anche alla questione della formazione dei giudici), la cosa diventa difficile a farsi.

A monte, quindi, c'è da chiedersi che cosa significhi valutare la qualità di una birra - termine che diversi birrai mi hanno riferito di non voler più nemmeno utilizzare, dato che viene spesso usato a sproposito finendo per significare tutto e nulla -; e se sia opportuno che birre industriali e artigianali gareggino in concorsi o quantomeno in categorie diverse, data la diversità sia delle aziende che le producono che della filosofia e obiettivi che ne stanno alla base.

Personalmente credo che il problema non sia tanto quello che passi al consumatore il messaggio che una birra venduta a prezzi da discount è "migliore" di una di un piccolo produttore (si potrebbero infatti citare diversi casi di birre industriali ben fatte e birre artigianali che invece non lo sono); quanto che passi il messaggio che, foss'anche davvero più gradevole a bersi la birra industriale in questione, queste due birre siano "la stessa cosa". Bere la birra del discount, anche se mi piace e rispecchia in maniera da manuale lo stile di riferimento, non è la stessa cosa che bere la birra del piccolo birrificio vicino a casa a cui magari questa cotta non è uscita perfettamente in forma, ma ci ha messo un impegno del tutto diverso.

Posto che la birra artigianale non è buona a prescindere, né è cattiva a prescindere quella industriale, l'importante è che ci sia chiarezza su che cosa sta alla base di queste due categorie e determina di conseguenza il valore dei prodotti che ne escono: e se anche i concorsi possono contribuire a farla, ripensando i loro meccanismi così da rendere giustizia a queste differenze, ben venga.

Foto dall'archivio del Brussels Beer Challenge

domenica 25 novembre 2018

Nuove aperture a Cividale: il birrificio Forum Iulii

Chi mi segue ricorderà Grana 40, beerfirm di cui ho scritto più volte; ed ora si è concretizzato il progetto di apertura del birrificio vero e proprio - battezzato Forum Iulii, dall'antico nome di Cividale del Friuli, dove ha sede. E' stato presentato alla stampa e agli addetti di settore il 22 novembre scorso, prima dell'inaugurazione del 25. Giusto per ricapitolare le puntate precedenti, il tutto è partito nel 2014 appunto con Grana 40, beerfirm nato da Emanuele Beltramini e Christian Drecogna e dalla loro esperienza di homebrewing; la compagine sociale si è poi allargata nel tempo fino a comprendere altri quattro soci - Michele Specogna, Michele Zeuli, Samira Dorbolò e Giovanni Dorbolò - rendendo possibile la rimessa a nuovo di un vecchio capannone del cividalese che diventa la sede per il birrificio. Anche in questo caso siamo quindi davanti ad un allargamento a soci finanziatori non birrai: una strada, come ho osservato in precedenti post, seguita da sempre più birrifici - a fronte di investimenti che, nella congiuntura attuale, diventano sempre più impegnativi non potendo semplicemente andare ad aggiungersi al novero dei tanti birrifici artigianali senza un solido progetto imprenditoriale. Nel caso di specie, poi, c'è stato anche un forte investimento anche sul fotovoltaico - 427,68 Kwp, stando ai dati forniti dal birrificio - che fornirà quindi energia rinnovabile agli impianti. Va ricordato infine che si tratta di un birrificio agricolo: l'orzo (biologico) viene prodotto in Molise e maltato da Farchioni, in Umbria, ma i progetti sono di avere produzione anche in Friuli nel prossimo futuro.


Al di là del quadro generale, la prima cosa che colpisce arrivando al Forum Iulii è la sala degustazione - con pareti vetrate che danno da un lato sul giardino esterno, dall'altro sulla sala cotta (10 hl di capacità): una sala elegante e curata, dagli arredi in legno ai divanetti, alle sedie. Insomma, un locale che vuole attirare anche per l'ambiente in sé e non solo per la birra (e la cucina, dato che ci sarà anche quella); e che, come ha concordato lo stesso Christian, vuole adattarsi anche ad occasioni formali. Il tutto comunque senza nessuna intenzione di attirare soltanto una clientela - appunto - formale: Emanuele ha espresso l'auspicio che questa sia una tap room "dallo stesso valore sociale che hanno i pub inglesi, dove si incontrano dopo il lavoro, il professionista così come l'operaio". Nel complesso, comunque, la sensazione che ho avuto è che la squadra di Forum Iulii intenda portare la birra in un genere di ambiente che - almeno a Cividale e dintorni - era sempre stato inteso per altre bevande, vino in primo luogo, lanciando in questo senso un segnale di differenziazione rispetto a molte tap room.

Sono sei al momento le birre a listino - quelle della linea Grana 40, che si rifanno (riviste) al precedente beerfirm, e la birra della casa che sarà distribuita soltanto lì: una Helles che ho avuto occasione di provare per l'evento, e che definirei classica e in stile, se non per la luppolatura un po' più accentuata in quanto a persistenza. A queste si aggiungeranno le birre della linea Forum Iulii, intesa per essere più "classica" - a complemento dell'altra, più "sperimentale" - e quelle di alcuni birrifici ospiti. In effetti si può dire che il denominatore comune di tutte le birre Grana 40 è l'uso "intenso" del luppolo - inteso non necessariamente in termini di quantità assoluta di luppolo utilizzato, ma del ruolo che questo occupa nel complesso degustativo: sempre molto profumate, dalla persistenza lunga e dall'amaro deciso - difficilmente troverete una birra che dia l'impressione di essere dolce, anche se a livello di Ibu non dovesse essere altissima.

Alla presentazione ho assaggiato nello specifico la session ipa Orbitale e la white ipa Carat. La prima esibisce un aroma su toni resinosi, ancor più che fruttati - pur percepibili; corpo molto snello pur concedendo una nota biscottata, prima di un finale di un amaro altrettanto resinoso, netto e molto persistente. La Carat, che vuol essere un incrocio tra una blanche e una ipa nella misura in cui contiene anche frumento, è comunque una ipa a tutti gli effetti: aromi agrumati del Citra - che comunque non coprono del tutto la componente del cereale -, corpo scorrevole e finale agrumato sempre molto intenso e persistente.


Per quanto già conoscessi le birre di Grana 40, questo - come ha giustamente osservato Emanuele - è un punto di partenza, non di arrivo - e non solo per l'azienda nel complesso ma anche per le birre nello specifico, dato che si tratta pur sempre di utilizzare un nuovo impianto e rivolgersi ad una clientela che verosimilmente non sarà esattamente la stessa del beerfirm: da questo punto di vista, non posso che fare i migliori auguri perché la squadra di Forum Iulii riesca a mettere a frutto al meglio gli sforzi compiuti sinora.

Si ringrazia Ismaele Michelotti per le foto.

giovedì 15 novembre 2018

Cremona, che bontà

L'altra manifestazione a cui ho partecipato recentemente è stato il BonTà di Cremona, fiera dedicata all'enogastronomia in senso lato, che dall'anno scorso prevede anche un'area specificatamente dedicata alle birre - Special Beer Expo. Anche in questo caso ho condotto degli eventi, e anche qui rivolti ad un pubblico generico: e di nuovo ho avuto il piacere di vedere come ad avvicinarsi fossero anche tanti curiosi, persone che non necessariamente avevano una formazione pregressa nel campo birrario, ma che si sono poi fermati interessati e mi hanno riferito di aver con sorpresa scoperto un mondo nuovo - giusto per tornare sull'ultima parte del mio precedente post sulla fiera di Pordenone.


Il primo evento, in collaborazione con l'Associazione Le Donne della Birra - che colgo l'occasione per ringraziare - è stato dedicato al ruolo delle donne nel campo brassicolo, nella storia ed oggi; e si è concluso con l'assaggio di alcune birre "in rosa" scelte tra i birrifici espositori - in realtà non birre fatte da mastri birrai donna, ma alla cui creazione le donne avevano comunque contribuito. Tra queste la "Acqua Passata" di Retorto, una sorta di birra che birra non è (è stata definita "herbal beer", in assenza di uno stile di riferimento), nel senso che - mi ha spiegato Marcello, il birraio - ad una base di strong ale sui generis è stato aggiunto solo un etto di luppolo, ma ben 11 kg di erbe e spezie - su tutte l'assenzio, ma la lista è lunga. Ne risulta una bevanda ispirata al vermouth, non a caso elaborata insieme ad un mixologist; e il tocco femminile - nella fattispecie quello di Monica, sorella di Marcello - è entrato in gioco nell'elaborare, insieme al grafico, l'etichetta con figure tratte da un antico libro di animali fantastici e la bottiglia, simile a quella degli amari e dei liquori, con tappo in vetro. Profumatissima al naso, su toni balsamici, in bocca unisce la componente maltata con quella erbacea e speziata, per finire con una lunga persistenza sempre sul balsamico. Le note alcoliche riescono a "mimare" bene quelle date da un liquore, pur trattandosi di una birra di 13 gradi - e quindi più bassa in gradazione: la troverei quindi un ottimo fine pasto, per chiudere dopo il caffè - ancor più che come aperitivo, altro suggerimento dato per il servizio.

Particolare interesse ha suscitato poi la degustazione "Ogni birra ha la sua pizza, ogni pizza ha la sua birra", che ho condotto insieme ad Antonio Pappalardo de La Cascina dei Sapori di Rezzato (Brescia) - che ringrazio per l'ottimo lavoro svolto. Va detto che Antonio non è, e mi perdoneranno tutti i pizzaioli in lettura per l'espressione infelice, "un pizzaiolo qualunque" (nonostante la giovane età): La Cascina dei Sapori vanta infatti una lunga serie di riconoscimenti - l'inserimento in diverse prestigiose classifiche delle migliori pizzerie in Italia, i due spicchi del Gambero Rosso, e collaborazioni con nomi del calibro di Gordon Ramsay, solo per citarne alcuni. Potremmo quindi definire le creazioni di Antonio un'ulteriore dimostrazione (se mai ce ne fosse stato bisogno) che, almeno nell'alta ristorazione (ma non solo), la distinzione tra pizzaiolo e chef è ormai da tempo caduta: lungi dal replicare semplicemente le farciture classiche, le pizze sono diventate dei veri e propri piatti in cui si esprime la creatività dell'autore così come si esprimerebbe in una qualsiasi altra ricetta, sia come ingredienti che come impiattamento. Per questo devo ammettere che alcune di queste creazioni hanno rappresentato per me una bella sfida nel trovare un abbinamento birrario adatto: su tutte quello per la pizza con seppie, caco, macadamia e liquirizia, che alla fine ho accostato alla robust porter del Birrificio Curtense. Profumi di tostato, caffè e cacao come d'ordinanza, corpo - appunto - robusto sugli stessi toni, che non indugia però sul cioccolato preferendovi le note torrefatte, prima di un finale sì amaro ma morbido, che riprende i toni di cioccolato: un accostamento appropriato non solo alla liquirizia e alle noci, ma anche alla dolcezza del caco - che ha accompagnato e contrastato al tempo stesso quella del cioccolato - e ai toni più neutri e pastosi della seppia, valorizzati dalla tostatura.

Più classica la pizza con pomodoro San Marzano e burrata, che ho abbinato con la Marzen sempre del Curtense: classici toni di biscotto e caramello all'aroma, con un leggerissimo accenno di erbaceo dal luppolo, corpo pieno e rotondo ma scorrevole nonostante la maltatura importante, e chiusura di nuovo sull'amaro pulito, accompagnando e contrastando al tempo stesso la dolcezza grassa della burrata. Sempre del Curtense ho assaggiato - ma al di fuori della degustazione - la Km0, una lager sui generis prodotta con materie prime locali e in particolare con l'aggiunta di tarassaco: del tutto peculiare l'erbaceo all'aroma, quasi di fieno - ammetto di aver colto anche un leggero acidulo, poi però sparito -, prima di un corpo avvolgente sui toni del caramello che chiude di nuovo sull'erbaceo del tarassaco senza persistenze dolci. Da ultimo la pizza cipolla e taleggio abbinata alla Ipa de La Moncerà - una ipa "classica", peraltro non eccessiva come luppolatura sia in aroma che in amaro -, che con il taglio resinoso finale ben chiudeva con la bevuta una farcitura decisamente importante in quanto a sapidità.

Nell'ultima degustazione ho invece coinvolto, oltre che Retorto con la sua Daughter of Autumn - di cui ho già parlato qui - altre due nuove conoscenze per me, il birrificio Kuhbacher con la sua Keller e la sua Weizen, e il birrificio Il Conte Gelo con la sua golden ale Gragnola. La prima è una Marzen fondamentalmente in stile, e decisamente beverina se la consideriamo in rapporto al corpo che è discretamente robusto: il cereale riempie la bocca, ma scorre via, prima di un finale di un amaro erbaceo lieve, pulito e poco persistente. La seconda, la Schloss Weizen, devo ammettere di averla trovata molto più in forma alla spina che in bottiglia e può essere definita un'interpretazione decisamente "verace" dello stile: schiuma pannosa d'ordinanza, aromi intensi ed avvolgenti di banana e chiodi di garofano, corpo pieno che fa sentire il frumento in tutta la sua forza e finale fresco. Sempre di Kuhbacher ho assaggiato anche la loro Red, pensata - mi ha spiegato Egon Beck Peccoz, l'amminisratore di Kuhbacher Italia - specificatamente per le esigenze del mercato italiano dove era stata registrata la richiesta di una birra che - e Beck Peccoz mi perdonerà la definizione - corrispondesse all'idea della generica "rossa doppio malto". In realtà, lungi dall'essere una birra "generica", si sente bene che il birraio non ha sacrificato l'impronta rigorosa degli stili tedeschi sull'altare dei gusti italiani, tanto che in una degustazione alla cieca non avrei probabilmente esitato troppo ad identificarla come una Bock a tutti gli effetti: aromi di caramello e quasi liquorosi di malto, corpo caldo, mieloso ed avvolgente, e chiusura che pur rimanendo dolce rende giustizia anche alla luppolatura lieve ma che fa il suo lavoro di non lasciare persistenze stucchevoli.

Da ultimo la Gragnola, che con la sua luppolatura agrumata di Mandarina mi aveva ingannata nel credere che ci fossero anche luppoli americani: il birraio Davide si è infatti strettamente attenuto ai luppoli continentali e alla scuola inglese, per una birra sì profumata tra il fruttato e il floreale ma non sopra le righe, corpo scorrevole e fresco e finale di un amaro tra il fruttato e il resinoso. Ben costruita, da bere in quantità.

Chiudo ringraziando di nuovo tutti i birrai e i membri dello staff dei birrifici, e la Fiera di Cremona; nonché tutti i partecipanti alle degustazioni, per le quali ho anche qui quest'anno riscontrato un interesse crescente: che credo dovrebbe stimolare gli operatori del settore sì a ripensare modalità di eventi che hanno fatto il loro tempo, ma anche a non trascurare questi segnali lanciati dal pubblico.

martedì 13 novembre 2018

Due weekend a Pordenone

Come chi mi segue già sa, negli ultimi due fine settimana ho presenziato alla fiera della birra artigianale di Pordenone - ora nota come Pordenone Beer Show. Alò di là delle degustazioni e dei beer tour che ho condotto, è stata naturalmente l'occasione per conoscere nuovi birrifici e nuove birre, e fare alcune considerazioni su come il mondo brassicolo-fieristico sta andando.

Il primo fine settimana è stato per la maggior parte all'insegna del ritrovo dei vecchi amici, buona parte dei quali presentava nuove birre. Tra questi i Chianti Brew Fighters con la loro Ottava, una Kölsch che è appunto la loro ottava creazione. Aromi intensi di luppoli nobili, sullo sfondo del cereale; corpo snello di crosta di pane, prima di un finale che amalgama in maniera interessante la componente del malto con una chiusura in amaro secca e netta. L'ho quindi trovata essere un'interpretazione più "caratterizzata" delle Kölsch classiche, che comunque non stravolge lo stile e può incontrare i favori anche dei "puristi". Novità anche in casa Basei con La Sere, una amber ale. Se la temperatura troppo bassa non le aveva inizialmente reso giustizia, mettendo in evidenza un leggero aroma acido inappropriato, alla temperatura corretta rivela una luppolatura su toni terrosi e resinosi ben armonizzata con gli aromi di biscotto e caramello. I sapori di biscotto e pane tostato tornano anche in bocca, con una chiusura che comunque non indugia sul caramello ma "taglia" con un amaro secco e netto. Tra le nuove conoscenze è invece da registrare l'Officina della Birra, birrificio artigianale della "prima generazione" avendo aperto come brewpub a Bresso (Milano) nel 1999. Tra le tante produzioni - tutte incentrate sulla scuola tedesca - ho provato la Sandalmazi (battezzata dal nome dialettale della cittadina di Cogliate, dove ha attualmente sede la produzione), una strong lager sui generis che potremmo paragonare alle Bock con aggiunta di zenzero e miele di melata. Il primo si fa sentire soprattutto all'aroma, mentre il secondo avvolge il palato in una birra già di per sé calda e corposa; prima di un finale che rimane dolce, ma senza persistenze stucchevoli. Mi sono trovata a pensare che senz'altro potrebbe rientrare nella quantomai vasta categoria delle natalizie: che in effetti iniziavano già a comparire a Pordenone, come ho avuto modo di constatare anche nel secondo weekend.

Sono infatti state due le natalizie che ho provato, molto diverse tra loro. La prima è quella di Manto Bianco - birrificio che ha peraltro ampliato notevolmente la sua offerta, arrivando a coprire un gran numero di stili di tutte le tradizioni - incentrata sul miele di castagno e sull'anice: entrambi ben percepibili all'aroma (per quanto io personalmente abbia colto di più il miele) il primo la fa da padrone anche nel corpo, mentre il secondo ritorna per un leggero balsamico finale accostato alla persistenza lievemente amara del castagno - che pur non arriva a sovrastare la dolcezza dell'insieme. La seconda è invece quella del Jeb, che pur non lesinando sulla robustezza maltata del corpo come si conviene alle birre natalizie, non concede troppo alla dolcezza nonostante lo zucchero bruno candito e lo zucchero di canna; anzi, gioca sull'accostamento tra la scorza di limone e bergamotto e la luppolatura resinosa discretamente percepibile per dare un taglio più secco rispetto alla maggior parte delle birre di questa categoria. La definirei quindi un'interpretazione originale di questo stile che stile non è, che può venire incontro anche ai gusti di chi non ama le dolcezze troppo spinte.

Nuova conoscenza del weekend è invece stata A Mine of Beer, beerfirm di Bacu Abis (Cagliari) che si appoggia primariamente al birrificio Mediterraneo, e che dà alle sue birre i nomi dei pozzi minerari della zona. Per prima ho provato la Bakù, una blanche allo zenzero volutamente pensata - così si è ben capito dalla descrizione che me ne ha fatto il creatore della ricetta - come blanche sui generis: aroma nettamente agrumato dato l'utilizzo sia di arancia che di limone e di luppolo mandarina, corpo fresco e snello in cui il cereale non si rivela allo stesso modo che nella blanche canoniche - se non per un leggerissimo accenno di frumento-, e finale fresco sempre di agrume più lo speziato dello zenzero. Birra nel complesso gradevole e dissetante, e di cui si coglie la coerenza delle intenzioni nel costruire la ricetta; da consigliare però come alternativa originale a chi cerca una session beer all'americana piuttosto che una blanche. Ammetto di aver apprezzato di più la Pacific Ipa Roth, una girandola intensa ma ben equilibrata di aromi e sapori tra papaya, mango, ananas, pompelmo rosa e limone; e la porter all'avena Cast, dal corpo robusto ma vellutato come si conviene ad una oatmeal, e profumi e sapori tostati tra il caffè e il cioccolato che lasciano una persistenza amara netta ma delicata. Nel complesso definirei A Mine of Beer un beerfirm che non manca di entusiasmo né di fantasia ed inventiva per le ricette, con un augurio di poterli mettere a frutto al meglio man mano che l'esperienza porterà nuovi suggerimenti.

Da ultimo qualche riga sulla Fiera in quanto tale. Sicuramente si tratta di un evento "generalista" per sua natura, che riunisce birrifici artigianali propriamente detti, beerfirm e distributori - soprattutto per quanto riguarda i birrifici esteri: di conseguenza generalista è anche il pubblico. Tuttavia ho registrato un crescente interesse appunto tra questo pubblico generalista a saperne di più: non solo sono stati più frequentati dello scorso anno gli eventi come le degustazioni guidate, le lezioni sugli stili e i beer tour, ma anche un incontro che sulla carta sembrava poter coinvolgere solo gli addetti del settore - la tavola rotonda su birra e ristorazione di domenica 4, organizzata in collaborazione con WeFood - ha alla fine attirato l'attenzione di una platea più vasta del preventivato non solo in loco, ma anche tramite la diretta Facebook. Se da un lato quindi le fiere che mirano semplicemente a mettere insieme un po' di stand che spillano birra hanno fatto il loro tempo, forse è giunto il momento di mettere da parte la spocchia che - e da addetta del settore faccio un mea culpa in questo senso - a volte c'è nei confronti di chi ordina la bionda o la doppio malto ed avere il "coraggio di osare": credere che anche il pubblico generalista, se adeguatamente incuriosito e stimolato, può essere interessato ad andare oltre, proponendo laboratori tagliati su questa misura senza temere di "abbassare il livello". E anche se sappiamo che probabilmente nessuna di queste persone assaggerà mai un lambic, e se ne assaggerà uno magari strabuzzerà gli occhi e storcerà la bocca, non importa, spieghiamogli cos'è. Di trenta persone a cui lo spiegheremo, magari due si interesseranno, lo proveranno, forse decideranno che non è di loro gusto - e del resto non esiste alcun obbligo a bere lambic -, ma avranno imparato qualcosa. E soprattutto saranno motivati a volerne sapere ancora, e a non accontentarsi più di una birra qualsiasi.

sabato 27 ottobre 2018

Alla Busa dei Briganti

In uno dei miei passaggi a Padova ho colto l'occasione per fermarmi a La Busa dei Briganti, brewpub nato da un'azienda agricola di Cinto Euganeo che ha deciso di darsi all'arte brassicola. Al momento si tratta di un beerfirm, in quanto l'orzo fatto maltare in Austria - il titolare, Nicola Rosa, ha riferito che viene loro garantita la tracciabilità in quanto la produzione, 25 tonnellate, è sufficiente a tal fine - viene poi trasformato in birra al birrificio Bradipongo dalla mastra birraia Eva Pagani; ma è in via di completamento l'impianto di 10 ettolitri a Cinto Euganeo, dove è in progetto di far partire anche coltivazioni sperimentali di luppolo. Va detto peraltro, per onor di cronaca, che Eva non è esattamente l'ultima degli homebrewer che ha fatto dell'hobby una professione: è infatti laureata in a Padova in tecnologie alimentari, ha poi proseguito la sua formazione brassicola a Newcastle e a Londra, ha lavorato a Birra Antoniana ed è stata docente Dieffe. Una degna rappresentante quindi delle sempre più nutrite (e giovani, essendo trentenne) quote rosa nel mondo birrario. A completare la squadra che ho incontrato è Tommaso Corazza.


L'avventura è partita un paio d'anni fa con il desiderio di avere un locale dove mescere la birra prodotta, insieme a quella di altri "birrifici ospiti"; e la scelta del nome è caduta su una grotta - "busa" - nei pressi di Cinto Euganeo in cui si narra, tra realtà e leggenda, che si rifugiassero appunto dei briganti. Anche le sei birre fisse hanno tutte nomi che richiamano questi personaggi; a queste si aggiungono le "B Lab", ossia le sperimentali; e le idee a tal fine nascono anche nel piccolo laboratorio a vista che si trova nel locale stesso. L'idea è quindi quella di fare anche didattica e cultura birraria in senso lato, oltre che birra e cucina. Il menù è incentrato fondamentalmente su hamburger gourmet e piatti unici, taglieri di salumi e formaggi di produzione locale, e affini. Al momento la birra viene venduta pressoché totalmente nel locale ed è quindi pensata per accompagnarsi bene con i piatti serviti; ma l'aumento della produzione con il nuovo impianto (i nostri stimano di arrivare tra i 2500 e i 3000 ettolitri annui) è naturalmente pensato anche in vista della distribuzione in altri locali.

Dopo tanto parlare siamo naturalmente venuti al dunque con l'assaggio della prima birra, la Kolsch Schivanoia. Una birra estremamente semplice e lineare, con una luppolatura "nobile" ancor più delicata che in altre Kolsch per lasciare spazio al cereale (100% malto pils di loro produzione, mi hanno riferito). Corpo pieno sui toni del pane ma scorrevole e snello, finale fresco e secco di un amaro elegante. Si coglie bene che l'intenzione era quella di fare di questa Kolsch la "birra bionda" del locale - non inteso in senso denigratorio, ma nel senso della birra beverina e versatile che si adatti ad una grande platea di palati e di esigenze. Mi sono trovata a definirla "un po' la Helles della situazione", pur essendo maggiormente caratterizzata visto che Helles non è; ad ogni modo l'intento è ben riuscito, e si sente che Eva è riuscita a far lavorare il lievito a dovere.

Sono poi passata alla blanche Nina: una birra assai profumata, tanto che ho chiesto subito che spezie avessero usato - pepe di Timut (una bacca nepalese portata direttamente da Tommaso in uno dei suoi viaggi), cardamomo, coriandolo, bergamotto e arancia. Una speziatura "esuberante" ma ad onor del vero amalgamata e calibrata, e che nell'insieme non risulta eccessiva per quanto sia intensa. Un aroma tanto notevole dà inevitabilmente l'impressione che il corpo sia più esile di quanto ci si aspetterebbe, per quanto non lo sia in senso assoluto; e sul finale torna la freschezza dell'agrume, con una punta di speziato in seconda battuta al retrolfatto.Un'interpretazione originale delle blanche, per gli amanti dello stile.


E' quindi stata la volta della bitter Zanzanù: ben evidenti all'aroma i toni di tostato e di biscotto, armonizzati con quelli erbacei e resinosi del luppolo inglese; una bitter che - come da stile - gioca bene sui contrasti tra il dolce e l'amaro, il primo ben presente al palato con una componente di caramello notevole in un corpo prima apparentemente scarico ma che si "riempie" poi, e il secondo in chiusura come da manuale.

Non poteva naturalmente mancare una delle B Lab, nella fattispecie una Iga su base Gose con moscato di un'azienda agricola della zona che produce vini naturali. All'aroma non la si direbbe nemmeno una Gose, tanto sono prevalenti i profumi dolci e fruttati del moscato e quelli floreali, senza alcuna nota lattica; la birra di base si rivela già un po' di più in bocca, amalgamando comunque l'acidità della Gose con l'insieme che rimane dolce, prima di un ritorno di cereale e di sapidità in chiusura. Ben riuscita e piacevole come Iga, anche per chi fosse nuovo allo stile, non aspettatevi però - appunto - una Gose.

Da ultimo una piccola chicca ancora in maturazione, un'altra Iga su base barley wine con marzemino: profumi di vaniglia, frutta sotto spirito, caramello (Eva ha riferito di aver bollito il mosto per tre ore a beneficio della caramellizzazione), frutti rossi e finanche legno (anche se al momento legno non ne ha visto: per il futuro è comunque in previsione che nella nuova sede trovino spazio anche le botti); calda ed avvolgente in bocca, con un finale che richiama i toni dell'aroma. Posto che fare valutazioni a questo stadio sarebbe improprio perché la birra è ancora in maturazione, si può comunque dire che promette bene.

Nel complesso ho avuto l'impressione di una realtà giovane ma che ha posto delle buone basi, e a cui certo non manca la fantasia - specie per quanto riguarda la linea sperimentale: sicuramente sarà interessante seguirne l'evoluzione con l'avvio del nuovo impianto, previsto per il 2019.

mercoledì 24 ottobre 2018

Qualche appunto da Fusti di Frontiera

Anche quest'anno ho approfittato per fare un giro al Birrificio Campestre in occasione di Fusti di Frontiera, manifestazione che Giulio organizza ogni autunno in compagnia di altri colleghi birrai artigianali friulani. Quest'anno peraltro l'occasione era di particolare interesse perché i nostri avevano messo in piedi ben una ventina di spine da nove birrifici diversi, con spazio sia per le classiche che per qualche novità.


Mi sono data per l'appunto alle birre che non avevo mai provato, o che non potevo dire di conoscere bene. Sono partita dalla Keller Pils di Meni, classica e in stile, aroma corposo di pane fresco e cereale, corpo pieno ma snello e fresco, chiusura di un amaro netto ma leggero. Sono quindi passata alla Nova Ekuanot, Golden Ale di Birra Galassia (evoluzione della Nova con luppolo Ekuanot con cui i birrai, a loro detta, hanno inteso dare "più identità" a questa birra): notevolissima la schiuma persistente e fine, che lascia proprio "la panna" in bocca, e da cui salgono aromi possenti di agrumi e frutta tropicale. Corpo snello e fresco, prima di una lunga persistenza di lime e pompelmo, a mo' di spremuta di agrumi. Per la felicità degli amanti delle birre agrumate - da notare che, a differenza di altre loro birre precedenti, questa è stata prodotta da Antica Contea e infustata in isobarico, il che ha sicuramente reso maggior giustizia alla luppolatura.


In terza battuta mi sono soffermata sulla Bla Bla, Double Blanche di Garlatti Costa. Qui devo ammettere che non ho riconosciuto la "mano" di Severino in questa Blanche piuttosto sui generis: poco pronunciato il tipico aroma speziato, che ritorna però nel corpo di media robustezza ancor più della classica nota di frumento. Finale pulito. Non che mi sia dispiaciuta, intendiamoci, però non ho riconosciuto il "tocco del birraio", per così dire. Sono poi ritornata sulla "Chi sono? Castoro!", la Ipa di Campestre: aroma avvolgente in cui si bilanciano bene il caramello e il fruttato dei luppoli, con il primo a fare da "ponte" verso un corpo robusto ma scorrevole tra il dolce e il tostato prima dell'amaro resinoso e deciso in chiusura. Una Ipa ben equilibrata e non banale, all'interno di una stile da tempo inflazionato.

Novità del Campestre è stata invece la "Non aprite quella Porter", una - appunto - Porter con cardamomo e buccia d'arancia. Aroma incentrato sul caffè, con una nota leggera di cardamomo; corpo esile in cui comunque si continua a cogliere il caffè, prima di un ritorno di arancia sul finale. Originale e ben costruita, per gli amanti delle birre da bere al caldo davanti a un caminetto. E sempre da bere davanti ad un caminetto è la Russian Imperial Stout di Borderline, passata 5 mesi in botti di rum. Ed è appunto il rum a dominare sia nell'aroma che nel corpo, con decisi toni liquorosi e di zucchero di canna, insieme al legno e alla liquirizia. Decisamente secca, dimostra forse la metà dei suoi 13 gradi, quindi occhio all'etilometro.

Chiudo con un grazie anche ai birrai non nominati qui per la piacevole serata, che mi sento di definire ben riuscita come evento. E qui diventa lecito chiedersi se il format del "ritrovo di birrifici" in casa di uno di questi diventerà - data la sua crescente diffusione - un format che, se non sostituirà del tutto, quantomeno si affiancherà a quello dei festival birrari creando un "doppio binario" rispondendo ad esigenze e logiche diverse: anche questo un segnale di ricerca di rinnovamento all'interno di un mondo della birra artigianale alla ricerca (giustamente) di nuove vie dopo lo "sgonfiamento" del boom.

martedì 9 ottobre 2018

Le birre della terra

Qualche tempo fa ho avuto il piacere di tornare a trovare gli amici del birrificio BioNoc' in quel di Mezzano (Trento); ed è stata l'occasione per provare la linea "Birre della Terra", un progetto concretizzato a fine 2017 che già mi era stato annunciato da Fabio in precedenza. La radice del tutto è la società agricola - appunto - Birre della Terra, nata dal sodalizio tra il birrificio e un coltivatore di cereali della zona: sempre più quindi si conferma la tendenza dei birrifici artigianali ad avere un controllo diretto della filiera, almeno per alcune produzioni, e a puntare su materie prime locali.


Sono partita con la degustazione dalla Nana Bianca, una blanche - come il nome stesso lascia intuire: schiuma candida, fine e abbondante (chiedo perdono per la foto che non rende giustizia), colore dorato, meno velata di altre blanche, esibisce un aroma - sui toni dello speziato e del cereale, come da manuale - decisamente delicato per lo stile. Al corpo discretamente ricco ma fresco, che ricorda il pane, segue una luppolatura abbastanza decisa in amaro: una blanche quindi un po' fuori dai canoni, che predilige il luppolo alle spezie, e che consiglierei di conseguenza a chi non ama indulgere troppo su coriandolo e affini - pur apprezzando lo stile, evidentemente.

Sono poi passata alla Fil di Farro, birra - appunto - al farro dai toni ambrati. Schiuma compatta, aromi floreali su uno sfondo di caramello, la si apprezza al meglio al salire della temperatura che esalta l'aroma e il gusto peculiari del cereale - che altrimenti rimangono amalgamati a quelli della maltatura: un tostato sui generis, che dopo un corpo scorrevole per quanto non evanescente, torna sul finale prima della chiusura su un fugace amaro elegante.

Ancor più peculiare è la Taragna, birra anch'essa ambrata al grano saraceno: presenta infatti delle reminiscenze di torrefazione simili a quelle delle stout, che dominano sia nell'aroma che nel corpo, prima di chiudere su un amaro da malto deciso ma non invadente. La definirei sorprendente nella misura in cui cela - a sorpresa, appunto - toni tipici delle birre scure sotto al colore ambrato, che farebbe invece presupporre una predominanza del caramello o del biscotto.

Da ultima la più "sperimentale" in assoluto, la Miss Lichene: una saison aromatizzata al lichene selvatico su idea di Alessandro Gilmozzi de El Molin di Cavalese, chef stellato noto appunto per l'utilizzo originale degli ingredienti che la montagna offre - tra cui appunto il lichene. Anche la ricetta è il risultato di una collaborazione, ossia quella - ampiamente consolidata - tra il BioNoc' e Nicola Coppe (nella foto, ritratto nella bottaia a poca distanza dal birrificio), e unisce i cereali dell'azienda con luppoli trentini. Il lichene, pur amalgamandosi bene con lo speziato tipico delle saison, dà in effetti sia un aroma che un ritorno in chiusura del tutto caratteristici: un erbaceo da sottobosco - e non me ne vogliano al BioNoc' se dico che mi ha ricordato il muschio, dal momento che non lo intendo nel senso di birra che sa di stantio, ma come associazione spontanea che mi è sorta. Per quanto - come si suol dire - come birra "debba piacere", trovo indovinata l'intuizione di sposare lo speziato della saison al lichene in quanto si accompagnano bene valorizzandosi a vicenda.

Un grazie a tutto lo staff di BioNoc', e a Fabio in particolare, per la calorosa accoglienza.


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mercoledì 3 ottobre 2018

Una cena in Brussa

La settimana scorsa ho avuto finalmente occasione di provare la cucina che il birrificio B2O ha aperto quest'estate - insieme a Enrico ed Emma, peraltro, in una serata in famiglia. Come chi mi segue già sa, il birrificio ha inaugurato la sua nuova sede giusto un anno fa, all'interno della barchessa ristrutturata di una vecchia casa contadina nell'oasi naturale della Brussa; e, tassello dopo tassello, ha prima aperto la tap room e poi appunto la cucina, che utilizza ingredienti provenienti dall'azienda agricola stessa o da altre del circondario.

Accolti con il consueto calore da Gianluca, abbiamo iniziato con un tagliere di salumi e formaggi per accompagnare l'aperitivo. Io e Enrico ci siamo divisi  una helles Sibilla e una Grodziskie - come da usanza si fa beer sharing per assaggiare di più...dopotutto anche il marito bisogna sceglierselo bene, specie se hai pure una pupa di nove mesi che sgrana gli occhi e cerca di afferrare il bicchiere rischiando di farsi consegnare seduta stante ai servizi sociali. Se la Sibilla si conferma una birra sostanzialmente "buona per tutte le stagioni" in virtù della sua versatilità, e del peculiare taglio amaro finale dai toni quasi balsamici del luppolo Sybilla che "puliscono" il salume, devo dire che anche la Grodziskie nell'accompagnare un tagliere ha naturalmente il suo perché: le note di affumicato, in particolare con la pancetta, fanno uno sposalizio degno di nota.

Siamo poi passati al piatto principale - petto di pollo alla griglia con verdure per me, e grigliata mista per Enrico. Io ho scelto la Gabi, ragionando che una pilsner dal corpo un po' più robusto e tostato e un amaro più deciso di quelle canoniche avrebbe accompagnato a dovere una carne sì bianca, ma che è pur sempre grigliata, e quindi necessita di una birra più importante che se fosse cotta in altra maniera; mentre Enrico è andato sul classico con la Brussa, una Irish Red Ale, che con la carne rossa non è mai un errore - corpo tra il tostato e caramellato e finale di un amaro non invasivo, ma sufficiente a chiudere la bevuta aprendo al boccone e al sorso successivi. Anche in questo caso due scelte indovinate, e complimenti al cuoco per l'ottima cottura.

La sorpresa è stato in realtà il dolce, il birramisù con la stout Renera. Io ho ordinato d'istinto appunto una Renera, data l'associazione scontata tra un dolce con il cacao e le birre scure; Gianluca mi ha per contro suggerito la blanche Terra, che esibisce peraltro una speziatura discretamente robusta per lo stile. E' finita che io ed Enrico abbiamo anche questa volta scelto due birre diverse, così da poter provare entrambe le opzioni. E devo dire che mi sono trovata a dare ragione a Gianluca: se l'accompagnamento con la Renera non è sgradevole, tende a risultare però ripetitivo rispetto al fatto che è già presente nel dolce - che peraltro non ha moltissimo cacao, per cui il gusto del cioccolato non risulta dominante. Più dominante risulta invece quello della crema, rispetto alla quale l'accostamento con la speziatura tra arancia e coriandolo della Terra è stata una rivelazione: direi che si valorizzavano a vicenda per contrasto prima, e finendo per amalgamarsi poi, come se la speziatura "entrasse" nella crema.

Insomma, una cena "impegnativa" ma senz'altro interessante; di nuovo un grazie a Gianluca per averci accompagnati nel percorso degustativo.


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sabato 29 settembre 2018

Un giro a Gusti di Frontiera

Come ogni anno non ho mancato il tour goriziano a Gusti di Frontiera, che, al di là delle presenze ormai consolidate, offre sempre qualche nuova conoscenza. La prima in ordine di tempo è stato l'aretino microbirrificio Bifrons, dove mi ha accolta il giovane mastro birraio Filippo, che ha raccolto dal padre il testimone della passione per l'homebrewing prima e per l'attività imprenditoriale poi. La produzione rimane molto limitata, un centinaio di ettolitri l'anno e distribuita perlopiù localmente tramite un vicino pub; quest'anno Bifrons è comunque arrivato anche a Gorizia, con sei birre alla spina a copertura di una rosa variegata di stili - helles, weizen, ipa, stout, English pale ale e Scotch ale. Su suggerimento di Filippo stesso ho provato la Scotch ale Kilt: aroma quasi vinoso con note acidule inizialmente, che hanno lasciato poi spazio al tostato con qualche nota torbata; corpo snello per lo stile, pur mantenendo i toni tra il caramellato e il biscottato; prima di un finale con una leggera punta di speziato e una persistenza dolce discretamente lunga, con tenui note alcoliche. Ho poi assaggiato anche la ipa, su richiesta di Filippo stesso che intende aggiustare la ricetta per equilibrare meglio il cereale del corpo col taglio amaro finale: senza dubbio ho apprezzato questo suo mettersi in gioco, cercare di affinare le ricette, e del resto si sente anche nelle sue birre che sta lavorando per "aggiustare" il tiro. Sarei decisamente curiosa di incontrarlo di nuovo l'anno prossimo, per vedere - anzi, assaggiare - dove ha portato questo lavoro di affinamento.

Seconda nuova conoscenza è stato Furlan Beer, beerfirm capitanata da Emanuele Tavano che lavora (e si appoggia per le cotte) al birrificio trevigiano Morgana. Come il nome stesso fa intuire, Emanuele è di friulano - di Sclaunicco per la precisione (se proprio siete curiosi, Google Maps sa dov'è. Io no, ammetto la mia crassa ignoranza, so solo che è da qualche parte a sud ovest di Udine) e produce con materie prime friulane - orzo da Villa Chazil o dalla rete Asprom, mentre coltiva da sé, nell'azienda agricola di famiglia che nei suoi progetti sarà in futuro sede di un suo birrificio, alcune varietà di luppolo. Al momento ha due birre a disposizione: una ale chiara aromatizzata alla camomilla e coriandolo e una rossa con il 30% di grani antichi anch'essi coltivati in Friuli, nella fattispecie diverse varietà di frumento, più avena in grani. Ammetto di aver trovato la prima quasi eccessiva sul fronte dell'aromatizzazione, che pur morbida finisce per sovrastare un corpo decisamente esile; assai più interessante la seconda, in cui Emanuele ha saputo unire in maniera equilibrata il biscotto all'aroma ed amaro delicato in chiusura delle Vienna - a cui si è ispirato, pur usando in malto Vienna in alta fermentazione - e le note di caramello e di grano al palato - con una rotondità data anche dall'avena.

Tornando invece ai birrifici già noti, al mio ultimo giro in casa The Lure mi era rimasta da provare la Simple Mint, una golden ale con menta e sambuco ispirata al noto cocktail Hugo. Al naso spicca soprattutto la menta, che al palato se la gioca comunque in buon equilibrio con la componente dolce del cereale e del sambuco; in un corpo estremamente esile e scorrevole, pur non evanescente. La menta ritorna poi sul finale, che rimane fresco e balsamico. Da bere senza troppi pensieri nelle giornate calde.

Da ultima, ma non per importanza, la mia sosta al Birrificio di Meni - acoclta come sempre con calore, nonché con un bicchiere, da Domenico e Giovanni - che mi hanno fatto provare la ale ambrata Runcis in versione barricata. Due mesi in botti di rovere "pulite", al naso note leggere di legno, insieme a quelle di caramello e frutti rossi. Corpo snello che non dimostra i suoi sette gradi, solo sul finale arriva un po' di calore, tuttavia molto fugace data la buona attenuazione. Persistono leggeri toni dolci, ma non stucchevoli. Una buona "entry level" per chi non avesse mai provato una barricata, nella misura in cui rimane delicata nel complesso.

Un grazie a tutti coloro che mi hanno accolta agli stand.


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mercoledì 26 settembre 2018

Nuove aperture in quel di Udine

No, questa volta non si tratta di un birrificio: come ho scritto su Udine Economia, il mensile della Camera di Commercio locale, si tratta infatti di un pub. In ossequio alla miglior tradizione inglese è stato battezzato Public House - ossia il nome con cui venivano chiamati i locali di questo genere in Inghilterra, da cui l'odierno diminutivo "pub" - e ad aprirlo lo scorso giugno, coinvolgendo un socio che prima faceva tutt'altro nella vita, è stato un mastro birraio diplomato all'Accademia Dieffe nel 2016 - Giovanni Rossi.

Già qui ci sta una prima considerazione: Giovanni ha ammesso che il suo sogno sarebbe stato (evidentemente) quello di aprire un birrificio, ma alcune considerazioni sia di ordine finanziario, sia dell'attuale congiuntura in quanto a birrifici artigianali in Italia, lo hanno spinto a percorrere una strada diversa da quella inizialmente pensata. Il sogno è diventato così quello di aprire "Un pub che tenesse davvero solo birre artigianali, sia italiane che estere, e che fosse indipendente". Si direbbe che si stia quindi prospettando una nuova generazione di birrai sì entusiasti, ma non illusi né inclini a facili romanticismi sulla professione - specie se la professione la conoscono da vicino, e non sono semplicemente homebrewers che un bel giorno decidono di fare impresa. Andremo quindi verosimilmente verso una situazione in cui sempre più diplomati a corsi di questo genere metteranno le loro competenze a servizio di altre professioni nel settore birrario.

E va da sé infatti che l'intento di Giovanni è stato a quel punto quello di mettere a frutto la sua formazione birraria nel lavoro del publican: e qui l'ho provocato perché, se è evidente a tutti che un publican non ha automaticamente le capacità per stare in sala cotta, meno immediato è forse pensare che un birraio non necessariamente ha quelle per stare al meglio dietro ad un bancone - altrimenti, del resto, non ci sarebbero fior fior di corsi di formazione in materia. E Giovanni mi ha infatti riferito che sia lui che il socio Federico hanno appunto frequentato un master di spillatura sempre alla Dieffe. "Ma la mia preparazione mi è utilissima - assicura - in particolare nel descrivere le birre ai clienti, nell'avere più coscienza del perché una birra tedesca va spillata alla tedesca e perché una birra belga va spillata alla belga. Certo bisogna entrare in un'altra ottica perché al cliente non si può parlare in termini tecnici, però l'essere mastro birraio per me è fondamentale".


Senz'altro Giovanni e Federico hanno un occhio di riguardo per la scelta delle birre: hanno riferito che ne sono girate una cinquantina nell'arco dei primi due mesi di apertura, con un'attenzione particolare per i marchi locali - da Foglie d'Erba, a Campestre, a Borderline, a Garlatti Costa, a Zahre - ma senza disdegnare il resto d'Italia e del mondo - cito qui Elav, Manerba, Birra Perugia, Crak, Birrificio di Cagliari, Lariano, Croce di Malto e Vibrant Forest. Non mancano nemmeno le artigianali senza glutine, in particolare quella di Manerba. Il tutto spillato da quello che i due definiscono con orgoglio "un bancone a regola di MoBi", ben inserito anche sotto il profilo estetico in quello che è un arredamento ispirato al vintage industriale dei vecchi pub americani - da notare la colonnina rossa di un idrante "reinventata" come gamba per uno dei tavoli. Presenti naturalmente anche le referenze in bottiglia, per quanto si capisca che è appunto sul servizio alla spina che Giovanni e Federico intendono puntare.

Da segnalare sotto questo profilo anche la filosofia di praticare, almeno in alcuni casi, prezzi diversi per le diverse birre anche alla spina - cosa certo non nuova, ma che non in tutti i locali si trova, preferendo per praticità la "quota unica" per pinta e mezza pinta tra tutte le tipologie. "Se entro in un concessionario, è evidente che le diverse auto hanno prezzi diversi - ha scherzato Giovanni - e così birre diverse hanno prezzi diversi. Per alcune ipa e double ipa, o definite tali, ad ogni cotta il costo dei luppoli è a quattro cifre: è evidente che il prezzo finale è assai diverso rispetto a quello di una Helles. E credo che anche questo messaggio debba passare". Eh sì, è anche da qui che parte la tanto auspicata "educazione del consumatore".

Giovanni non ha comunque messo del tutto da parte i sogni birrari: "Mi piacerebbe fare in beerfirm delle birre da servire a rotazione qui al pub - spiega -, così da dare la connotazione di brewpub e poter mettere a frutto le mie competenze da mastro birraio. Sarebbe un ottimo tratto distintivo per il Public House". Insomma, non è detto che un sogno "ricalibrato" debba per forza essere meno soddisfacente: se le circostanze suggeriscono, dato l'investimento appena fatto, di contenere il rischio d'impresa puntando su birre "una tantum" da vendere pressoché sicuramente in toto al pub - purché ben fatte, ovviamente -, sicuramente questo può comunque diventare un valore aggiunto apprezzato dal pubblico. I migliori auguri dunque per i progetti futuri a Giovanni e Federico.


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martedì 18 settembre 2018

Un pomeriggio...friulano doc

Come ogni anno ho dedicato una giornata ad un giro per Friuli Doc, la principale manifestazione dedicata all'enogastronomia friulana. Anche le birre artigianali locali si sono ormai da qualche tempo guadagnate il proprio spazio all'interno della kermesse, per cui gli estimatori trovani di che dissetarsi.

La mia prima sosta birraria tuttavia non è stata allo stand di un birrificio artigianale, ma a quello della rete Asprom con la sua Centparcent Furlane: un progetto birrario lanciato lo scorso anno proprio a Friuli Doc - e di cui avevo parlato qui - e che è andato espandendosi con la creazione di una cooperativa finalizzata alla commercalizzazione della birra e di altri prodotti. Alla birra di lancio iniziale - una golden ale - se ne sono aggiunte altre - viaggiamo attualmente verso la decina di stili; quest'anno per Friulidoc nello specifico erano disponibili due lager, una bionda e una ambrata. Ho scelto la bionda in quanto, come da vulgata dei biersommelier e affini, sulla lager bionda è più difficile mentire. All'aroma, pur cogliendosi in maniera delicata il profumo dei luppoli Hallertau, si nota un leggero sentore di esteri: ho infatti poi avuto conferma da Alido Gigante, presidente di Asprom, che si tratta di una birra rifermentata per poterla meglio conservare. Il corpo è ricco sui toni del miele, ma comunque snello; e il taglio amaro secco sul finale, pur leggero, fa sì che non ci siano persistenze dolci troppo prolungate. Una birra semplice e beverina nel suo complesso - unico appunto che farei è appunto il leggero fenolico all'aroma, sarei curiosa di riprovarla non rifermentata.

Insieme a Gigante ho poi assaggiato una delle novità, la apa: ben percepibile ma non eccessivamente spinto il Citra all'aroma, corpo anche qui snello con qualche nota tostata e di biscotto, e chiusura di un amaro resinoso ben persistente per quanto non particolarmente intenso. Una apa in stile, equilibrata tra la componente agrumata del luppolo e quella tra il tostato e il caramellato del malto.

Naturalmente non ho mancato una sosta allo stand dell'Associazione artigiani birrai Fvg, dove ho fatto conoscenza - tra le tante - con una delle birre del triestino birrificio Cavana - la Sania, una ale chiara alla curcuma in cui la spezia, pur rimanendo morbida, è presente in maniera molto decisa - e con la Super Nova di Galassia, American Ipa pensata come "sorella maggiore" della loro Nova. Profumi di pompelmo, agrumi e frutta gialla in generale ben notevoli - da segnalare di dry hopping di mosaic, galaxy ed ekuanot -, corpo scorrevole in cui si coglie comunque il caramello al di sotto dei toni agrumati che persistono anche in bocca, e taglio finale di un amaro netto e resinoso che persiste pur senza essere invasivo. Buona evoluzione della sorella minore, forse da controbilanciare con un corpo leggermente più biscottato, ma nel complesso assai gradevole e beverina nonostante e 6 gradi alcolici.

Vedendo i due stand - Asprom e Associazione artigiani birrai - così vicini, non ha potuto non imporsi qualche riflessione. La rete che riunisce un'ottantina di produttori d'orzo ha infatti gettato un nuovo "sassolino" in quanto alla produzione di birra in Fvg. Alcuni di questi restisti - pochi, per la verità - sono anche birrifici agricoli, ma perlopiù la rete vende a Peroni e Castello che utilizzano poi il malto per alcune specifiche produzioni di impronta regionale - non propriamente delle crafty, in quanto si parla ad esempio del rilanciato marchio Dormisch, comunque legato alla storia dell'industria birraria. Presentando la propria birra agricola, Asprom si è lanciata in un mercato che, a mio avviso, si sovrappone solo parzialmente a quello dei birrifici artigianali: perché l'appassionato di microbirrifici continuerà a cercare i microbirrifici - dato che il suo interesse sta nell'arte dello specifico birraio prima che nella produzione locale delle materie prime -, mentre chi invece cerca una birra dalle connotazioni territoriali e diversa da quella industriale potrà cercare anche la Centpercent Furlane. Un pubblico di estimatori di produzioni locali, dunque, prima che di cultori di arte brassicola in senso stretto - per quanto ciò non escluda che i cultori di arte brassicola possano anche ricercare prodotti locali, naturalmente. Su questo punto però non possiamo domenticare che diversi birrifici artigianali sono anche agribirrifici, producendo da sé l'orzo e altre materie prime: e si crea dunque qui un'ulteriore sovrapposizione tra i due soggetti - argomento che senz'altro merita più approfondita riflessione, e quindi in un altro post.


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mercoledì 5 settembre 2018

Novità in quel di Latisana

Ho avuto il piacere di presenziare sabato 1 settembre a Latisana all'inaugurazione del birrificio Basei, ultima novità brassicola della bassa friulana. Mastro birraio è Giuseppe Ciutto che, dopo diversi anni ha homebrewer e un percorso di formazione con il prof. Buiatti all'Università di Udine, spinto dalla sorella si è lanciato nell'avventura; non da solo, però, perché insieme a lui ci sono diversi soci che hanno portato il capitale - sia economico che in termini di risorse umane - necessario.


Il caso di Basei è un'ulteriore dimostrazione che, se fino a qualche anno fa ancora c'era chi partiva per l'avventura birraria armato solo di passione e di scarsi mezzi, ora non è più così: la quasi totalità degli ultimi ingressi nel settore con cui ho avuto modo di confrontarmi ha alle spalle almeno un socio finanziatore, e si rivolge ad altri professionisti per quanto riguarda controllo qualità, grafica, marketing, comunicazione ed altro ancora. Insomma, posto che ormai da tempo nessuno crede più che "la birra buona si vende da sola", c'è coscienza che per pensare di aprire l'ennesimo birrificio è necessario investire più di un tempo sia sul saper fare la birra che sul saperla vendere. E non a caso è stato questo uno dei primi temi su cui ho provocato Giuseppe, chiedendogli il perché della decisione di aprire un birrificio in un momento storico in cui la vulgata parla di saturazione: e per quanto lui si sia soffermato in primo luogo sulla passione e sulla voglia di fare questo mestiere, una visita al nuovo impianto e un'occhiata alla compagine societaria confermano come sia necessario dare a questa passione anche una base sotto il profilo imprenditoriale.


Ad unirsi a lui come soci sono infatti stati Giuseppe Lamanno - che potremmo scherzosamente definire "lo zio d'America" della situazione, dato che vive a New York e fa da responsabile esportazione negli Usa -; Davide Cunial, responsabile commerciale; Stefano Movio, responsabile della logistica; Antonino Leanza, responsabile finanziario; e la già citata sorella Serena, responsabile amministrativa e marketing. Il birrificio è stato battezzato con il soprannome dato in paese a questo ramo della famiglia Ciutto - Basei, appunto; ed ora, dopo quelli che Giuseppe ha descritto come lunghi preparativi - tra formazione, ricerca dei soci e dei finanziamenti, allestimento del capannone e dell'impianto e burocrazia varia - l'avventura è partita. Dopo il taglio del nastro, Giuseppe e soci hanno accompagnato i presenti a visitare il birrificio; occasione in cui ho avuto modo di fare una chiacchierata con il mastro birraio sui processi di controllo qualità che ha approntato, aspetto al quale ha affermato di porre particolare attenzione soprattutto per quanto riguarda l'acqua - non avendo quella disponibile in loco il profilo chimico ideale.


Sono sette le birre a listino - una koelsch, una amber ale, una apa, una porter, una american wheat, una blanche e una session ipa - di cui quattro disponibili alla spina il giorno dell'inaugurazione; tutte brassate secondo la filosofia di voler puntare a birre sì caratterizzate, ma che comunque rimangano semplici nel complesso e di facile beva - significativa in questo senso la scelta di fare solo 0,33 e fusto, per eccellenza i formati della bevuta informale.

A portare il nome di casa - Basei - è la koelsch, che personalmente ho trovato relativamente poco caratterizzata per lo stile: potremmo dire che ambisce a prendere, nel repertorio di Basei, il posto della classica bionda buona per tutti i gusti e per tutte le stagioni, pur senza abbandonare del tutto le caratteristiche peculiari dello stile di riferimento. Interpellato su questa mia considerazione, Giuseppe ha risposto che era sua intenzione fare appunto una rivisitazione della koelsch, puntando su una delicatezza ancora maggiore sia in aroma che in amaro rispetto alle birre di Colonia a favore del maltato del corpo, che rimane comunque molto snello.

Sempre sulla linea della facile beva - naturalmente - la session ipa Mattnik; improntata su aromi agrumati e di frutta tropicale non invadenti ma che spiccano bene - da segnalare eldorado e mosaic in dry hopping - a fronte di un corpo molto esile e di un amaro finale sui toni citrici, delicato e non troppo persistente, ma deciso a sufficienza da chiudere la bevuta. Può in un certo senso essere definita la "sorella maggiore" la Mojo, una apa ambrata in pieno stile che punta su una luppolatura sempre tra l'agrumato e il fruttato - cascade, chinhook, simcoe, più citra in dry hopping - ma che non lesina sulla componente tostata del corpo, che ben si amalgama all'aroma e precede un amaro più deciso della precedente a controbilanciare i toni maltati.

La più peculiare è sicuramente la american wheat Aguiar, che all'aroma esibisce toni floreali, accanto a quelli citrici della scorza di limone, che arrivano a coprire i profumi tipici del frumento; per aprire poi ad un corpo anche qui snello sulle note dolci del cereale, prima di un taglio finale di un amaro citrico che arriva quasi a sorpresa.

Nota a parte merita il design delle bottiglie - dalla caratteristica forma bombata - e delle etichette, stampate in rilievo: aspetto con il quale, ha affermato Giuseppe, il birrificio intende darsi una nota caratteristica.

Per ora Basei distribuisce a livello locale, oltre che - come già accennato sopra - a New York; per il prossimo futuro è in progetto l'apertura della tap room.

Non mi resta che fare i migliori auguri a Giuseppe e soci per questo percorso appena iniziato. Concordo in generale sul fatto che siano birre che cercano di trovare la propria nota caratteristica, pur rimanendo nella semplicità; una ricerca che sicuramente Giuseppe dovrà proseguire, essendo ancora alle prime battute, e che auspico porterà buoni frutti.


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