Ebbene sì, sono già passati due anni da quel 9 settembre del 2012 in cui colui che mi aveva iniziato alla birra (con una St Bernardus Abt 12, perché "tutto il resto è acqua") è diventato mio marito; il brindisi birrario siamo però soliti riservarlo al giorno precedente, in memoria del fatto che la sera dell'8 verso le 22 è arrivato a mio fratello un sms dal futuro sposo - che immaginavo chiuso nella sua stanzetta a meditare sul grande passo che stava per compiere - con le testuali parole "Noi siamo in birerria, ci raggiungi? Fai pure con comodo, tanto qui va per le lunghe". Presa dallo sconforto davanti all'idea di trovarmelo all'altare in pieno coma post sbronza, ho stappato una birra anch'io; che mio fratello ha naturalmente condiviso prima di uscire - "Mica vorrai bere da sola???" - e lasciare me a meditare sul grande passo del giorno dopo. Per fortuna parrebbe che Enrico quella sera non abbia esagerato - o perlomeno ha delle capacità di recupero eccezionali, perché la mattina successiva l'ho trovato fresco come una rosa: così ora ci ridiamo su, e usiamo appunto ricordare quella serata con un giro in birreria - nella fattispecie la Brasserie, luogo in cui Enrico mi ha fatto bere la prima St. Bernardus. Lo so, simao pateticamente nostalgici, ma che ce voi fa'...
L'anno scorso abbiamo brindato con una Freewheelin' Ipa di Foglie d'Erba; quest'anno ci siamo invece diretti sulle Caulier, per la precisione la 28 Pale Ale (io) e la 28 Brett (Enrico). In realtà lui aveva ordinato la 28 Tripel, ma Matilde, quasi in un lapsus freudiano, conoscendo i gusti di Enrico ha stappato senza nemmeno pensarci la Brett: felice errore, dato che ne è rimasto assai soddisfatto. Già l'aroma caldo, che ricorda gli acini d'uva ma con una nota più acida, rende piena giustizia al genere; così come il corpo che, pur concedendo inizialmente più spazio ad un malto che potrebbe sembrare quasi caramellato, lascia poi che il Brettanomyces faccia il suo lavoro per la gioia degli amanti delle birre acide. Birre acide che, in realtà, non rientrano nei miei canoni personali; ma devo ammettere che, aspettando che raggiungesse la temperatura giusta per berla, ho comunque apprezzato il bilanciamento tra i vari sapori e il fatto che l'acido non risulti comunque invasivo né sia troppo persistente, lasciando un finale non sgradevole anche per chi preferisce altri generi.
Venendo alla Pale Ale, da segnalare l'aroma delicato tra l'agrumato e l'erbaceo del tutto peculiare; per i resto, una birra particolarmente beverina e rinfrescante - complice il basso grado alcolico, 5% - che in virtù del fatto di non essere troppo "pungente" sotto alcun aspetto può incontrare i gusti di una vasta platea. Come tutte le birre di questa linea, peraltro, è senza zucchero: il che contribuisce a renderla particolarmente dissetante, e ad esaltare il finale "pulito" lasciato dalla luppolatura delicata.
In quanto alla Tripel invece, di cui Matilde ci ha dato un assaggio, mi duole dire che non sarebbe stata affatto una scelta indovinata: per quanto la scheda la descrivesse come "ispirata alle birre d'abbazia belghe", il miele decisamente pervasivo sia all'aroma che nel corpo mi è sembrato portarla lontano mille miglia dal genere citato. Una dolcezza che ho trovato eccessiva e che la rende di difficile bevibilità considerando gli oltre 9 gradi, che si sentono davvero tutti. In teoria avrebbero dovuto esserci anche alcune non meglio specificate spezie: mi spiace però di non averle affatto sentite, perché il miele di cui sopra copre davvero tutto; così come il preteso finale che vira all'amaro, dato che sono rimasta con la sensazione di essermi appena mangiata un cucchiaio di millefiori - buonissimo, per carità: ma se ho voglia di miele apro un vasetto, se ho voglia di birra stappo una bottiglia. In conclusione: tanto di cappello per la Brett anche se non è il mio genere, promossa pur senza avermi colpita la Pale Ale, rimandata a settembre la Tripel. Il prossimo, naturalmente: per il brindisi pre terzo anniversario...
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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martedì 9 settembre 2014
Tra Pale Ale, Brett e Tripel
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domenica 13 gennaio 2013
Giglio, un ricordo a modo mio
Sì, lo so, Enrico ha ragione a lamentarsi: a tenermi compagnia durante i pasti sono solo le rassegne stampa di RaiNews, e così anche oggi, come ogni mattina, ho fatto colazione con la Tv sintonizzata.
Come presumibile, buona parte della rassegna era dedicata all'annivesario del naufragio della Concordia, e alle celebrazioni sull'isola del Giglio. Per carità, giusto e doveroso ricordare: il dolore dei parenti delle vittime non è certo diverso un anno dopo, né chi ha vissuto quei momenti li ha meno vivi nella propria memoria. Però suppongo siano in tanti a trovare limitativo raccontare soltanto di Schettino, inchini e riverenze: personalmente preferisco ricordare questo anniversario con le parole di uno dei pescatori che quella notte c'era e non si è fatto domande prima di mettersi in mare per dare una mano, riportate in questo articolo di Città Nuova.
Sia chiaro: le parole dell'articolo non aggiungono nulla al già detto, né possono rendere giustizia fino in fondo a quanto parlare con lui mi abbia colpito; ma al di là di ciò che il pescatore mi ha raccontato, si capiva come nell'animo non solo suo, ma di tutta la popolazione del Giglio, non c'era né ci sarebbe stato tempo né intenzione di andare a distribuire colpe: anche il clamore mediatico sul comportamento dell'equipaggio è notevolmente ridimensionato nelle parole di chi ha visto di persona.
Per questo, piuttosto che ricordare quella «piccola parte dell'equipaggio che non ha fatto il suo dovere», preferisco ricordare i molti di più che nel cuore della notte sono saliti sulle loro barche, hanno aperto le porte delle loro case, e offerto cibo e coperte ai superstiti. Credo lo meritino molto di più. Non è questione di buonismo: giustizia non è solo riconoscere le responsabilità di chi ha sbagliato, ma anche i meriti di chi ha fatto il bene.
Come presumibile, buona parte della rassegna era dedicata all'annivesario del naufragio della Concordia, e alle celebrazioni sull'isola del Giglio. Per carità, giusto e doveroso ricordare: il dolore dei parenti delle vittime non è certo diverso un anno dopo, né chi ha vissuto quei momenti li ha meno vivi nella propria memoria. Però suppongo siano in tanti a trovare limitativo raccontare soltanto di Schettino, inchini e riverenze: personalmente preferisco ricordare questo anniversario con le parole di uno dei pescatori che quella notte c'era e non si è fatto domande prima di mettersi in mare per dare una mano, riportate in questo articolo di Città Nuova.
Sia chiaro: le parole dell'articolo non aggiungono nulla al già detto, né possono rendere giustizia fino in fondo a quanto parlare con lui mi abbia colpito; ma al di là di ciò che il pescatore mi ha raccontato, si capiva come nell'animo non solo suo, ma di tutta la popolazione del Giglio, non c'era né ci sarebbe stato tempo né intenzione di andare a distribuire colpe: anche il clamore mediatico sul comportamento dell'equipaggio è notevolmente ridimensionato nelle parole di chi ha visto di persona.
Per questo, piuttosto che ricordare quella «piccola parte dell'equipaggio che non ha fatto il suo dovere», preferisco ricordare i molti di più che nel cuore della notte sono saliti sulle loro barche, hanno aperto le porte delle loro case, e offerto cibo e coperte ai superstiti. Credo lo meritino molto di più. Non è questione di buonismo: giustizia non è solo riconoscere le responsabilità di chi ha sbagliato, ma anche i meriti di chi ha fatto il bene.
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