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martedì 18 settembre 2018

Un pomeriggio...friulano doc

Come ogni anno ho dedicato una giornata ad un giro per Friuli Doc, la principale manifestazione dedicata all'enogastronomia friulana. Anche le birre artigianali locali si sono ormai da qualche tempo guadagnate il proprio spazio all'interno della kermesse, per cui gli estimatori trovani di che dissetarsi.

La mia prima sosta birraria tuttavia non è stata allo stand di un birrificio artigianale, ma a quello della rete Asprom con la sua Centparcent Furlane: un progetto birrario lanciato lo scorso anno proprio a Friuli Doc - e di cui avevo parlato qui - e che è andato espandendosi con la creazione di una cooperativa finalizzata alla commercalizzazione della birra e di altri prodotti. Alla birra di lancio iniziale - una golden ale - se ne sono aggiunte altre - viaggiamo attualmente verso la decina di stili; quest'anno per Friulidoc nello specifico erano disponibili due lager, una bionda e una ambrata. Ho scelto la bionda in quanto, come da vulgata dei biersommelier e affini, sulla lager bionda è più difficile mentire. All'aroma, pur cogliendosi in maniera delicata il profumo dei luppoli Hallertau, si nota un leggero sentore di esteri: ho infatti poi avuto conferma da Alido Gigante, presidente di Asprom, che si tratta di una birra rifermentata per poterla meglio conservare. Il corpo è ricco sui toni del miele, ma comunque snello; e il taglio amaro secco sul finale, pur leggero, fa sì che non ci siano persistenze dolci troppo prolungate. Una birra semplice e beverina nel suo complesso - unico appunto che farei è appunto il leggero fenolico all'aroma, sarei curiosa di riprovarla non rifermentata.

Insieme a Gigante ho poi assaggiato una delle novità, la apa: ben percepibile ma non eccessivamente spinto il Citra all'aroma, corpo anche qui snello con qualche nota tostata e di biscotto, e chiusura di un amaro resinoso ben persistente per quanto non particolarmente intenso. Una apa in stile, equilibrata tra la componente agrumata del luppolo e quella tra il tostato e il caramellato del malto.

Naturalmente non ho mancato una sosta allo stand dell'Associazione artigiani birrai Fvg, dove ho fatto conoscenza - tra le tante - con una delle birre del triestino birrificio Cavana - la Sania, una ale chiara alla curcuma in cui la spezia, pur rimanendo morbida, è presente in maniera molto decisa - e con la Super Nova di Galassia, American Ipa pensata come "sorella maggiore" della loro Nova. Profumi di pompelmo, agrumi e frutta gialla in generale ben notevoli - da segnalare di dry hopping di mosaic, galaxy ed ekuanot -, corpo scorrevole in cui si coglie comunque il caramello al di sotto dei toni agrumati che persistono anche in bocca, e taglio finale di un amaro netto e resinoso che persiste pur senza essere invasivo. Buona evoluzione della sorella minore, forse da controbilanciare con un corpo leggermente più biscottato, ma nel complesso assai gradevole e beverina nonostante e 6 gradi alcolici.

Vedendo i due stand - Asprom e Associazione artigiani birrai - così vicini, non ha potuto non imporsi qualche riflessione. La rete che riunisce un'ottantina di produttori d'orzo ha infatti gettato un nuovo "sassolino" in quanto alla produzione di birra in Fvg. Alcuni di questi restisti - pochi, per la verità - sono anche birrifici agricoli, ma perlopiù la rete vende a Peroni e Castello che utilizzano poi il malto per alcune specifiche produzioni di impronta regionale - non propriamente delle crafty, in quanto si parla ad esempio del rilanciato marchio Dormisch, comunque legato alla storia dell'industria birraria. Presentando la propria birra agricola, Asprom si è lanciata in un mercato che, a mio avviso, si sovrappone solo parzialmente a quello dei birrifici artigianali: perché l'appassionato di microbirrifici continuerà a cercare i microbirrifici - dato che il suo interesse sta nell'arte dello specifico birraio prima che nella produzione locale delle materie prime -, mentre chi invece cerca una birra dalle connotazioni territoriali e diversa da quella industriale potrà cercare anche la Centpercent Furlane. Un pubblico di estimatori di produzioni locali, dunque, prima che di cultori di arte brassicola in senso stretto - per quanto ciò non escluda che i cultori di arte brassicola possano anche ricercare prodotti locali, naturalmente. Su questo punto però non possiamo domenticare che diversi birrifici artigianali sono anche agribirrifici, producendo da sé l'orzo e altre materie prime: e si crea dunque qui un'ulteriore sovrapposizione tra i due soggetti - argomento che senz'altro merita più approfondita riflessione, e quindi in un altro post.


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lunedì 11 settembre 2017

Quando la birra incontra il cioccolato

Venerdì 8 settembre ho avuto il piacere di condurre, nell'ambito di Friulidoc, la degustazione "Quando la birra incontra il cioccolato", organizzata da Confartigianato Udine negli spazi di Lino's&Co.: l'intento era quello di promuovere due prodotti artigianali della Regione, ovvero le birre artigianali dell'Associazione Artigianli Birrai Fvg, e il cioccolato di Adelia Di Fant - piccolo ma golosissimo laboratorio di cioccolato e distillati in quel di San Daniele (Udine), fidatevi che le praline alla grappa stravecchia valgono da sole un viaggio fino a lì. Birra e cioccolato non è certo un binomio nuovo, ma qui ho voluto affrontare una sfida più ampia: ossia quella di andare oltre il classico abbinamento birra-stout, sfruttando la grande varietà del repertorio cioccolatiero di Adelia per mettere in gioco anche altri stili; e devo dire che la cosa mi ha riservato parecchie soddisfazioni.

Siamo partiti con la Orzobruno di Garlatti Costa, abbinata al cioccolato fondente monorigine Sao Tomé. Una belgian strong ale bruna, dai classici profumi tra lo speziato e la frutta sotto spirito; tostata in bocca con note di caffè, cioccolato, frutta secca e prugna, e un finale secco ed erbaceo per il genere - Severino usa luppoli inglesi. La cosa ha costruito a mio avviso un interessante "ponte" con questo cioccolato dalle sfumature di tabacco e lieve acidità, fondendo il tutto in bocca in una complessa rosa di sapori che arriva infine ad unirsi.

Abbiamo poi proseguito con la brown ipa Mr Brown di Birra 1077 e il fondente monorigine Uganda. Questo abbinamento era forse la sfida maggiore, in quanto si trattava di accostare al cioccolato una birra dall'intensa luppolatura balsamica con note di agrume, ben percepibile sia in aroma che in chiusura; e che a sua volta già presentava una certa complessità dato l'unirsi di questi toni a quelli tostati, tra il caffè e il cioccolato, del malto. Ho così scelto una cioccolata sì fondente ma leggermente più dolce della precedente, dato il tocco di vaniglia che viene aggiunto; e che - a mio avviso - andava a smorzare le punte più intense dell'amaro. Qualcuno al contrario ha trovato che andasse ad esaltarlo ulteriormente per contrasto, a conferma del fatto che la componente soggettiva nelle degustazioni rimane sempre una variabile importante.

Più classico il terzo abbinamento, cioccolato fondente al peperoncino con la milk chocolate stout Eclissi di Villa Chazil: non sono certo una novità né il cioccolato al peperoncino né le stout al peperoncino, per cui questo gioco in cui toni tostati e piccanti si esaltano reciprocamente è senz'altro un sempreverde apprezzato - almeno da chi ama il piccante, beninteso. Stiamo parlando peraltro di una stout che ha una sua delicatezza, data la nota dolce del lattosio, per cui risultava ancor meno "invadente" di altre rispetto al peperoncino.

Da ultimo, chiusura in bellezza con il barley wine di Borderline - maturato per sei mesi in botti di whisky Islay e imbottigliato a novembre 2016 - e il cioccolato fondente con Pimenton de la Vera, particolarissima paprika dolce e affumicata di origine spagnola, dai caratteristici aromi torbati (Adelia è l'unica in zona ad utilizzarla nel cioccolato, per cui si tratta di una piccola chicca). Fin troppo invitante quindi accostarlo a questo barley wine con cui ha evidenti analogie, dai toni appunto torbati, al calore avvolgente dovuti da un lato alla complessità tipica dello stile e dall'altro alla spezia. Senz'altro quindi l'abbinamento più azzeccato per una chiusura da "dulcis in fundo", trattandosi di quello che ha unito il massimo dell'intensità sia sotto il profilo della birra che delle cioccolata. Una nota infine per il nocciolato offerto "extra" da Adelia Di Fant, fuoriprogramma assai apprezzato.

Di nuovo un ringraziamento a Confartigianato Udine, Lino's&Co., Adelia di Fant, l'Associazione Artigiani Birrai Fvg - in particolare nella persona di Severino Garlatti Costa, presente alla degustazione - per quello che ho trovato essere un evento particolarmente ben riuscito grazie all'impegno di tutti: dalla cura di Adelia nel preparare i cioccolatini monoporzione, a quella dei birrai nel selezionare birre adatte all'occasione (e a monte nel farle, naturalmente), all'intesa creatasi tra me e Severino nella conduzione che ha a sua volta creato intesa con il pubblico presente, all'impegno di Confartigianato per tutti gli aspetti organizzativi, alla disponibilità di Lino's&Co. nel concedere gli spazi. Un esempio di come, quando si lavora insieme e con entusiasmo, la differenza si vede.

mercoledì 16 settembre 2015

Friulidoc, "i solitari": Zahre, Meni e Foglie d'Erba

No, non lo dico in senso negativo né ironico: semplicemente mi riferisco al fatto che questi tre birrifici avevano ciascuno un proprio stand, proseguendo la tradizione che li vede presenti da anni a Friulidoc. Su Zahre in realtà non ho novità ma conferme, ossia il successo del loro stand sempre gremito - e votato tra l'altro come uno dei migliori nel concorso lanciato da il Messaggero Veneto - e la costante qualità delle loro birre - anche la apa Ouber Zahre, ultima nata ancora bisognosa di qualche "aggiustamento" quando era stata presentata, può dire di avere ormai trovato il suo equilibrio e la sua identità -; e una nota particolare mi sento di riservarla alla più giovane rampolla della casata, Sarah (grazie a El Magico per la foto), che ancor più che in altre occasioni ha dimostrato di essere un'abile publican - o banconiera, o birraia, o chiamatela come vi pare -, interloquendo con gli avventori come una donna di consumata esperienza. Insomma, direi che Danila può stare tranquilla: nei prossimi anni avrà senz'altro un valido supporto, nonché qualcuno pronto a raccogliere un giorno il suo testimone.

Dicevamo poi di Meni, dove una novità c'è: la versione estiva della loro lager chiara Durgnes, più leggera nel corpo, tanto da far apparire anche la luppolatura più delicata, tra l'agrumato e il floreale. E se Giovanni ha commentato che "Io la mezza pinta di questa qui manco la servo", una ragione ci sarà: davvero, complice il grado alcolico basso e la chiusura fresca, scende che è un piacere.









Da ultimo Foglie d'Erba di cui ho provato la tripel Gentle Giant e la imperial stout Songs from the wood. Nella prima devo dire che quasi non ho riconosciuto il tocco di Gino, che di solito ama luppolature di ben altra caratura: qui però in ossequio allo stile ha fatto una birra in cui il luppolo rimane celato, per lasciare spazio alle note maltate di biscotto e caramello, pur senza indulgere nel dolce preferendo una chiusura secca. Tripel sì ma tutt'altro che stucchevole dunque, e di beva relativamente facile nonostante la complessità e gli 8 gradi alcolici.




La Songs from the wood sicuramente non delude le aspettative di chi ad una imperial stout chiede profumi e sapori molto intensi di liquirizia, caramello e cacao: perché ci sono tutti - autentico cacao compreso -, insieme alla vaniglia come nella breakfast edition della Hot night at the village. E se le stout sono nate come versione più forte delle porter (e le imperial stout come versione ancor più forte delle stout), la Songs from the wood può dirsi la "sorella più grande" della Hot night at the village: se quest'ultima vi è piaciuta, nella imperial stout troverete gli stessi aromi e sapori notevolmente amplificati. Grado alcolico compreso perché qui si toccano i 10: occhio alla patente, e prosit!

lunedì 15 settembre 2014

Spille, pezzata rossa, e...rossa di Sauris

Che i birrai artigianali non avessero preso proprio bene il fatto che Castello e Moretti fossero presenti a questa edizione di Friulidoc, mentre alcuni birrifici locali erano stati esclusi, l'avevo già ampiamente raccontato in questo post; e come facilmente immaginabile la cosa non è finita lì, tra lettere e appelli a chi di dovere, interventi sulla stampa locale, e discussioni su che iniziative fosse meglio intraprendere per manifestare il proprio dissenso. Alla fine, su proposta del presidente dell'Accademia delle birre Paolo Erne, la scelta è caduta sulla distribuzione delle spillette che vedete in foto: un modo per sensibilizzare gli avventori sulla differenza tra birra artigianale e industriale, approfittando della folla che aveva riempito le vie di Udine per Friulidoc il sabato sera.

Quella sera peraltro si è anche presentata l'occasione di unirsi all'Ersa e all'Anapri - l'Agenzia regionale per lo sviluppo rurale e l'Associazione nazionale degli allevatori di pezzata rossa italiana - in una degustazione di goulasch fatto con questo particolare tipo di carne bovina, ed abbinarvi appunto delle birre artigianali friulane; il tutto con l'intervento sia di Erne sulla birra rtigianale in senso lato, che dei birrai coinvolti, che di Daniela Riccardi, ostetrica di formazione e chef per passione, le cui specialità sono i piatti - tra cui appunto il goulasch - in cui la birra rientra come ingrediente.


 La scelta per l'abbinamento è caduta sulla rossa Vienna - dal nome del particolare malto con cui viene prodotta, che dà particolari sentori di tostato - che si accompagna appunto particolarmente bene a sapori forti come è quello del goulasch; presentata con dovizia di particolari dal buon Max, che è stato una vera rivelazione: un "gigante buono" che non definireste assolutamente un "animale da palco", ma che ha spaziato dalla Vienna in sé alla storia della produzione della birra catturando l'attenzione del pubbilco come il più consumato degli intrattenitori. Lo stesso dicasi per la seconda birra presentata, la Ipa, che pur non essendo intesa come abbinamento al goulasch ha comunque raccolto il favore dei presenti.


E poi, una volta finita la carne - dato che questa birra non vi si sarebbe accompagnata affatto - è arrivata la Mar Nero del Grana 40, presentata da Emauele Beltramini. Già, proprio lui, quello che per primo si era fatto avanti nel denunciare di essere stato escluso da Friulidoc, e che ha invece alla fine trovato uno spazio di tutto rispetto all'interno di questa iniziativa. Al di là delle considerazioni su come gli sia probabilmente andata meglio così, dato che denuncia e degustazione ha verosimilmente ottenuto più visibilità di quella che avrebbe avuto con un semplice stand, bisogna ammettere che il Grana 40 si è semplicemente ripreso un posto che a rigor di logica sarebbe stato suo: ossia l'essere presente insieme agli altri birrifici artigianali friulani, perché birrificio artigianale friulano è.

Non voglio con questo post alimentare la polemica che si è creata, e la conseguente "guerra tra birrifici artigianali e industriali" - come l'aveva definita anche l'assessore Venanzi - perché le guerre finiscono sempre per trasformarsi in guerre tra poveri, e nuocere anche alla più nobile delle cause per cui possono essere partite; ma mi permetto di spezzare una lancia a favore dell'opera di "educazione del consumatore" per cui questa polemica ha dato occasione. Del resto, ho notato che Moretti e Castello erano perlopiù distribuite nei chioschi con cucina e spinate praticamente insieme alle altre bibite, risultando pertanto "bevande come le altre" per togliersi la sete durante la cena; mentre le birre artigianali, ciascuna con il suo stand o quantomeno distribuite in contesti ad hoc, ne uscivano assai più valorizzate. Il che, insieme ad una degustazione e presentazione come quella di sabato, mi auguro abbia contribuito a far capire non tanto che la birra artigianale è più o meno buona: ma che è, molto semplicemente, un'altra cosa.

sabato 13 settembre 2014

Una Framboise...o quasi

Tra le varie amenità e curiosità che ho trovato a Friulidoc c'è lo stand della Pro Loco di Avasinis: un ridente quanto piccolo paesino ai piedi delle Prealpi Carniche, noto come "Il paese del lampone e del mirtillo" - tanto che ogni anno si tiene ad agosto la relativa e golosa festa - in virtù dei cespugli di questi frutti che crescono spontanei e numerosi nella zona. Oltre a prelibatezze gastronomiche di ogni genere sia dolci che salate a base di questi due prodotti, un vistoso cartello pubblicizzava anche la birra al lampone: sarà pur vero che le lambic e di conseguenza pure le gueuze (per i non adepti: birre a fermentazione spontanea, caratterizzate da un gusto acido) non sono il mio genere, mi sono detta, ma una framboise locale se non altro per curiosità potrebbe starci. Così mi sono avvicinata e ne ho chiesta una.

E quale non è stata la mia sopresa nel vedere che il simpatico signore che mi ha servita ha prima versato dello sciroppo di lampone da una bottiglia, e poi ha aggiunto una "bionda generica" - chiamiamola così - dalla spina lì accanto: orrore, scempio, sacrilegio, m'ha fatto la Radler col lampone! Scherzi a parte, mi è stato spiegato il perché di tale procedimento che con le framboise non ha nulla a che vedere. Gli emigranti di ritorno in paese dal Belgio, numerosi fino tutto il secondo dopoguerra, avevano fatto conoscenza lassù con le birre locali: tra cui appunto la framboise che, manco a dirlo, li aveva fatti sentire un po' a casa. Una volta rientrati, però, ne hanno sentito la mancanza; e non disponendo né delle strutture né delle conoscenze per fare da sé questo genere di birra, hanno trovato l'escamotage di aggiungervi lo sciroppo dei lamponi locali appena spremuti. Insomma, si sono detti, meglio così che niente.

La storia curiosa non era bastata a togliermi la perplessità, ma ormai che la birra era spinata, non berla sarebbe stato un sacrilegio assai più grave che averci aggiunto lo sciroppo di lampone. E liberando per un attimo la mente dagli schemi precostituiti, in effetti ho dovuto ammettere che il tutto aveva un suo senso: anche così si sentiva che quello non è uno sciroppo di lamponi qualunque - della serie: scordatevi quelle specie di melasse in vendita al supermercato -, ma una vera e propria "spremuta" di frutti, che in tutta onestà non si accompagna affatto male ad una birra chiara. Posto, chiaramente, che non vi aspettiate una framboise belga: ma vale la pena provare, magari per un aperitivo.

La birra viene proposta in abbinamento con gli gnocchi e i cjarsons al mirtillo con ricotta affumicata, di cui il simpatico signore di cui sopra ha insistito per offrirmi un assaggio nonostante le mie di insistenze in senso contrario - della serie: ho già mangiato come un lupo, vi prego, chiedo tregua. Oltretutto, avevo seri timori che abbinare una birra così dolce ad un piatto che - pur salato - rimane comunque tendente al dolce risultasse eccessivo. Invece, al di là del fatto che sia gli gnocchi che i cjarsons erano una vera bontà, il salato e l'affumicato della ricotta contrastano il giusto con il dolce del frutto, creando un ulteriore gioco con quello della birra. Gioco ancor più interessante sarebbe naturalmente provare con una vera framboise, in cui l'acido aggiungerebbe un'ulteriore smorzatura al dolce: insomma, toccherà procurarsene una e dire agli amici di Avasinis che accendano i fornelli...

venerdì 12 settembre 2014

Operazione mani pulite

Stavo beatamente facendomi un giro per le bancarelle di Friulidoc, con un occhio di riguardo naturalmente per gli stand dei birrifici artigianali. Mi sono fermata ad uno di questi - non dico quale, il birraio in questione se lo vorrà uscirà allo scoperto, ma per discrezione ne taccio il nome - per assaggiare una birra di sua produzione che non conoscevo, quando si sono avvicinati due signori che si sono poi rivelati essere funzionari della Asl. Ohibò, direte voi, ecco un controllo.

E infatti i due hanno chiesto al birraio se, dato che ffettuava attività di somministrazione di bevande, disponesse all'interno del gazebo di un lavandino con acqua corrente su cui lavarsi le mani. Tra il perplesso e il sorpreso il birraio ha risposto di no, precisando che tale requisito non gli era nemmeno mai stato specificato quando aveva fatto richiesta di esporre alla manifestazione. "Avrebbero dovuto fargliela visto che la legge lo prescrive", ha osservato il solerte funzionario; invitando poi il birraio ad organizzarsi al più presto quantomeno per accordarsi con un bar nelle vicinanze, così da potersi andare a lavare le mani lì. A quel punto non ho saputo trattenermi dal fare il mio mestiere con uno "Scusi se mi intrometto", chiedendo quanti gazebo tra quelli ispezionati avessero adempiuto alla prescrizione: a parte quelli che fanno attività di cucina, e quindi hanno bisogno dell'acqua anche per questo motivo, nessuno.

Ora: poniamo pure che la legge è la legge, e che chi mi serve la birra - per quanto tocchi solo l'esterno del bicchiere e la spina, e non si sciacqui certo le dita in ciò che io bevo - debba avere le mani immacolate per garantire l'igiene: ma allora un discorso simile dovrebbe essere fatto anche per i tanti venditori di formaggi e salumi presenti alla manifestazione, che devono per forza di cose toccare con le mani ciò che vendono e che poi il cliente andrà a mangiare. Certo possono usare i guanti, ma un paio di guanti indossati tutto il giorno non saranno probabilmente molto più puliti delle mani del birraio. Senza contare le difficoltà logistiche poste dal predisporre tubature e lavandino sotto ad un gazebo, certo superabili, ma nemmeno così indifferenti come preteso dai due signori della Asl.

Insomma: la prescrizione in sé potrebbe anche essere comprensibile, per quanto personalmente la trovi una precauzione eccessiva nel caso della somministrazione di birra alla spina in bicchieri usa e getta; meno comprensibile è che ci sia così poca chiarezza nell'applicarla, perché questa poi sconfina nella discrezionalità. Ad ogni modo, io e il birraio ci siamo fatti venire in mente un modo per risolvere con facilità la questione: una spina verrà sacrificata per un fusto di acqua. Naturale o gassata, a scelta.

giovedì 4 settembre 2014

Friulidoc, due pesi e due misure?

La polemica è scoppiata questa mattina sui giornali, con il Messaggero Veneto che titolava "La guerra della birra: «Escludete la Moretti»". Il riferimento era all'obiezione sollevata da numerosi birrifici artigianali della Regione, per bocca presidente dell’Accademia delle Birre Paolo Erne, per un motivo assai semplice: se, come da nuovo regolamento approvato per questa edizione di Friulidoc, soltanto le birre artigianali friulane potranno essere vendute alla spina nei chioschi così da promuovere i prodotti tipici del territorio, allora la Moretti - che ha sede legale a Milano, produce a Taranto ed è di proprietà della multinazionale olandese Heineken - non ci deve essere anche se è storicamente nata a Udine. E invece, insieme alla Castello - che friulana invece è, avendo sede a San Giorgio di Nogaro per quanto definirla "artigianale" sia a dir poco una forzatura - sarà presente ugualmente alla manifestazione, perché - cito dalla dichiarazione rilasciata al Messaggero da Alessandro Venanzi, assessore alle attività produttive del Comune di Udine - «lo sappiamo anche noi che la Moretti fa parte del gruppo Heineken, ma quel marchio è ancora associato a Udine».

E già qui qualche perplessità si è sollevata, perché allora bisognerebbe - come ha fatto notare lo stesso Erne - quantomeno stabilire con precisione quali siano i parametri per essere "associati a Udine"; ma la cosa ha letteralmente alzato un polverone in rete tra gli oltre 40 birrifici artigianali friulani perché alcuni si erano visti negare la partecipazione a Friulidoc appunto sulla base della non totale "friulanità" della propria produzione. "Sarebbe impossibile, soltanto con i rifornimenti dei birrifici artigianali friulani, sopperire all'intera richiesta che ha già generato e genererà Friulidoc - mi ha gentilmente spiegato Luca Cum, di mestiere distributore - per cui avevo chiesto all'assessore se fosse possibile allargare alle birre prodotte sì da friulani, ma magari in altre sedi: ad esempio, uno di quelli con cui tratto lo fa in Germania".

La risposta, sulla base appunto del regolamento, è stata negativa - con il risultato, lamenta Cum, che gli sono stati annullati tutti gli ordini "mentre i chioschi spilleranno birra Castello e Moretti fornita a 89 centesimi al litro, come da accordo con il Comune"; ma se Cum preferisce non fare i nomi dei birrifici esclusi per non coinvolgerli nella polemica, uno che parla eccome c'è: il birrificio Grana 40, con il caro vecchio Emanuele Beltramini. "L'assessore ha impedito a noi, con sede legale a Ipplis, di partecipare alla manifestazione perché la produzione della nostra birra non è in Friuli, ma presso il Birrificio Hibu di Bernareggio (MB) - scrive su Facebook - Bene, ora chiedo al nostro assessore, che ritiene la Moretti un prodotto che debba essere presente perché vanterebbe radici in città, se ha idea di dove si trovi la sede legale e dove ovviamente paghi le tasse, ma anche la produzione stessa della birra Moretti notoriamente di proprietà Heineken. Questa è una vergogna! Friuli doc? Promozione delle specialità friulane? Valorizzazione del territorio? Ma per cortesia!". 

Lo stesso Paolo Erne ha aggiunto: "Evidentemente non si sono accorti, nello scrivere il regolamento, che così facendo escludevano un colosso come la Moretti - ha affermato in una telefonata che gli ho fatto poco fa -, così hanno dovuto tornare sui loro passi. Però mi si permetta di dire che trovo più friulano della Moretti un birrificio con sede legale a Ipplis anche se produce momentaneamente altrove: basiamoci su criteri certi, come la registrazione alla Camera di commercio del luogo, non su termini come "associato" che di legale non hanno nulla".


Naturalmente a quel punto, per cercare di fare un po' più di chiarezza, non ho potuto che interpellare l'assessore stesso; il quale, pur confermandomi la versione fornita dal Grana 40 e osservando che comunque le materie prime che questo usa non sono locali - cosa però, gli ho fatto notare, comune a molti birrifici - ha spiegato che "di mantenere la Moretti me l'hanno chiesto le categorie economiche, da Confcommercio agli esercenti del centro. Non scateniamo una guerra commerciale tra lobby delle artigianali e lobby delle industriali, sennò non andiamo da nessuna parte: Friulidoc è una fiera dei prodotti regionali, e poi sta nella sensibilità della gente decidere se un prodotto come la Moretti, di cui ancora tutti ci ricordiamo il baffone in piazza XXVI luglio, rappresenti o no la friulanità". Un criterio però ci vorrà pure, no? "Il prossimo anno ci faremo dare dall'Ersa una lista dei birrifici certificati - ha ribattuto -, ma anche così già mi immagino le polemiche su chi verrà inserito e chi no e sui criteri usati per farlo". In quanto alle illazioni su come la Moretti sarebbe stata inclusa in virtù di forti sponsorizzazioni, Venanzi ha risposto infine con un "Magari. Se fossero arrivati i soldi dalla Moretti, date le ristrettezze economiche in cui versiamo, sarei stato ben felice".


domenica 15 settembre 2013

Friulidoc, parte prima: Pan di Sorc e Tazebao


Chi conosce Udine e la sue manifestazioni si sarà forse chiesto come mai non abbia ancora scritto nulla su Friulidoc, il più celebre evento enogastronomico della regione; e in effetti la risposta è molto semplice, ossia che sono stata fin troppo occupata a bazzicare tra i vari stand – per lavoro, cosa credete? - per trovare il modo di scrivere.

Anche se la manifestazione è iniziata giovedì 12, la mia lunga maratona è partita la mattina di venerdì da via Cavour. Tra le tante bancarelle, la prima ad attirare la mia attenzione è stata quella dell'associazione dei produttori del Pan di Sorc: un pane dolce e speziato, tipico del gemonese, prodotto – mi ha spiegato con dovizia la signora dello stand – con farina di frumento, di segale e di mais cinquantino: una varietà coltivata non solo in Friuli, ma anche nel Veneto, fino agli anni Sessanta, e poi abbandonata – complice anche la credenza che provocasse la pellagra. Ora, grazie all'Ecomuseo delle Acque del Gemonese, è partito un progetto di recupero della coltivazione: ed è così possibile gustare di nuovo questa prelibatezza, tradizionalmente prodotta nel periodo natalizio. A dire il vero, è roba per palati e stomaci forti: oltre alle tre farine in questione, la ricetta prevede l'uso di noci, uvetta, semi di finocchio e fichi. Insomma, una bomba. E poi deve piacervi la polenta, perché il retrogusto del mais è abbastanza marcato. Però è roba sana, prodotta interamente con materie prime locali, tra cui le farine macinate da mulini artigianali: meglio questo che una merendina del supermercato, insomma, anche perché – diciamocelo – è davvero buono.

Proseguendo il mio giro, sono passata da via Aquileia: lì ad attirare la mia attenzione è stato il tendone del birrificio artigianale Tazebao, direttamente da Trieste – notoriamente terra nemica per gli udinesi. O meglio: ad attirare l'attenzione è stato il buon Giorgio, un personaggio tale che dargli del vivace è un eufemismo. Ancora prima che avessi finito di presentarmi, mi aveva messo in mano un bicchiere di ambrata ad alta fermentazione: e che ambrata. Nulla da invidiare a quelle belghe, con un retrogusto acidulo ma parecchio rinfrescante. Prova migliore della produzione artigianale è stato il fatto che la sera, quando sono tornata a farla provare a Enrico, la stessa birra aveva un gusto diverso: cosa che, parecchi mastri birrai mi hanno confermato, capita spesso con le birre non industriali, essendoci differenze anche rilevanti da cotta a cotta o addirittura da fusto a fusto. Unico neo, è parecchio beverina nonostante il tenore alcolico non indifferente: e tenendo conto che erano le undici del mattino ed ero a stomaco vuoto, meno male che mi è venuta in soccorso la pagnottina di pan di sorc – devo ammettere che l'abbinamento, dopotutto, non era malvagio - che avevo in borsa per tamponare l'alcol e mantenere la lucidità. Anche perché ero attesa alla Cucina Carducci per un servizio: rimanete sintonizzati per sapere com'è andata...