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sabato 20 febbraio 2021

Quando gli haters colpiscono la birra: Joe Kearns lascia The White Hag

Qualcuno di voi forse ricorderà della mia partecipazione, in qualità di addetta stampa, ai tour italiani del birrificio artigianale irlandese The White Hag organizzati dall'importatore Beergate; e di come in tali occasioni avessi avuto modo di entrare in contatto con il birraio, l'americano Joseph Kearns, trasferitosi nell'Isola di Smeraldo sette anni fa chiamato per dar vita al birrificio. E pare lo avesse fatto pure bene, dato il successo delle birre e i numerosi premi vinti.

Eppure, come lo stesso birrificio ha ufficializzato tramite la propria pagina Facebook, il birraio ha rassegnato le dimissioni in seguito ad una controversa storia nata sui social poco più di un mese fa. Joe aveva infatti postato, sul proprio account Instagram personale, una foto della Statua della Libertà in lacrime; facendo riferimento al fatto che c'era da aspettarsi un "ritorno alla guerra, meno libertà civili, più tasse, meno lavoro, ho già detto guerra? Ancora la stessa m***a che abbiamo da decenni". Un riferimento, mi ha spiegato quando l'ho contattato chiedendogli chiarimenti, non tanto alla vittoria di Biden su Trump in quanto tale; quanto al fatto che, considerando anche gli altri deputati e senatori eletti, riteneva che ci fossero molti politici inclini prima di tutto ad una politica estera aggressiva, oltre che a tutte le altre cose citate (Joe peraltro non si identifica né come repubblicano né come democratico).

Al netto dei toni infelici, il problema è stato che questo post è stato poi diffuso (nella fattispecie da un distributore del birrificio: verrebbe da chiedersi se avesse qualche interesse a farlo, visto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina) taggando anche il birrificio stesso; cosa a cui è seguita una valanga di post offensivi, in cui non solo si dava del fascista, dell'omofobo e finanche del seguace di QAnon al birraio (i post sono ancora lì, si possono vedere) ma soprattutto si minacciava di non acquistare più le birre. Un danno d'immagine tale da spingere birrificio e birraio ad adottare questa soluzione, vista come "obbligata".

Ora Joe intende tornare nella sua città d'origine, in Ohio: sia per tornare "a casa", dice, che per ricostruirsi una carriera in Paese diverso da quello in cui la sua reputazione risulta compromessa. E in tempi di pandemia non è facile né tornare a casa - i voli sono pochi e a costi proibitivi, tanto che il birraio afferma di aver avuto bisogno di chiedere aiuto economico ad amici e parenti per organizzare il trasloco per lui, moglie e figli - né pensare, appunto, ad una carriera futura.

Al di là di ciò che ciascuno possa pensare dei contenuti del post di Joe, una cosa appare tuttavia evidente: questa cosa del riversare ogni nostra più becera pulsione su web sta veramente sfuggendo di mano. Perché che una persona debba perdere il lavoro nell'azienda che ha praticamente costruito, birraio o altro che sia, in un modo del genere, è francamente disdicevole. Perché quand'anche volessimo considerare effettivamente offensivi e suscettibili di danneggiare l'immagine del birrificio i post del birraio, la cosa andava risolta tra lui e il resto dell'azienda com'era giusto che fosse, non certo al tribunale dei leoni da tastiera.

Che dire: non posso che augurare comunque a Joe il meglio per il suo futuro, dato il suo curriculum di tutto rispetto e le indubbie capacità brassicole. Certo diventa urgente fare una riflessione su quale sia il peso, quantomai reale, dei nostri commenti virtuali.

sabato 17 marzo 2018

In quel di Milano

Ho avuto il piacere di essere coinvolta anche quest'anno da Beergate nell'organizzazione della St. Patrick Week, il tour in Italia di birrifici artigianali irlandesi che la società di importazione e distribuzione organizza ogni anno per la festa di San Patrizio: ho quindi partecipato all'evento di lancio a La Belle Alliance a Milano, conoscendo così di persona sia un locale di cui da tempo mi si favoleggiava e i birrai dei due birrifici ospiti - Kinnegar e The White Hag (tralasciando l'incontro con il ministro, anzi la ministra irlandese agli affari giovanili Katherine Zappone e l'ambasciatore d'Irlanda in Italia Colm O'Floinn, ma solo perché non sono brassicolicamente rilevanti).


Al di là dei convenevoli e della presentazione degli eventi previsti per la settimana, l'occasione è stata naturalmente ghiotta per degustare le birre dei due birrifici in questione: volendone segnalare una per ciascun birrificio, giusto per par condicio, andrei su due scure (dato che paiono essere le più gettonate dai vari pub per festeggiare San Patrizio). Di Kinnegar ho provato la Black Bucket, versione scura della loro Rustbucket, una ale alle segale (unico birrificio in Irlanda a produrre stabilmente questa tipologia). Sia all'aroma che al palato la componente tostata, quasi abbrustolita, risalta in maniera notevole; potrebbe di primo acchito apparire quasi grezza, data anche la tendenza all'amaro, ma riserva poi una sorprendente virata verso una luppolatura fresca e fruttata (non a caso viene definita "black rye ipa") in quella che è una sorta di gioco al contrasto da parte del birraio. Interessante in abbinata con i crostini al salmone (offerti da Bord Bia, l'Ente per la promozione dei prodotti alimentari irlandesi, che ha collaborato all'evento) dato il corpo sufficientemente robusto da sostenere la forza del pesce affumicato e il finale quasi citrico che pulisce.

Di The White Hag segnalo la imperial oatmeal stout Black Boar (che tengo in mano nella foto sopra), e quando ho detto imperial stout ho detto tutto: dieci gradi alcolici, profumi e sapori di cioccolato che dominano insieme a quelli del caffè, densa e dolce, quasi cremosa, e dal forte calore alcolico. Il finale non concede tuttavia troppo al dolce, rendendo giustizia alla compenente tostata e bilanciando l'insieme. Ametto di averla provata quasi per caso insieme allo stufato di manzo (ottimo, peraltro) preparato dal cuoco de La Belle Alliance, ma si è rivelato un abbinamento indovinato, dato che le due componenti si "fondevano" insieme in bocca in una maniera inaspettatamente armoniosa.


Detto ciò, spendo due parole per una delle risposte datemi dai birrai durante l'intervista doppia che ho condotto. Rick Le Vert di Kinnegar (a sinistra nella foto sopra), quando ho chiesto quale fosse a loro modo di vedere la più grande opportunità che il mercato italiano presenta ad un birrificio estero, ha affermato: "Vedo nei publican una passione e una professionalità che in Irlanda, purtroppo, non vedo più. E questa professionalità e questa passione si riversano sul pubblico: il numero di intenditori, data anche la tradizione enogastronomica italiana, è probabilmente più alto qui che in qualsiasi altro Paese". La domanda, quindi, sorge spontanea: quanti sono i publican che sono consapevoli di avere un ruolo ancor più centrale di quello dei birrifici stessi nel promuovere la fantomatica "cultura della birra artigianale", dato che sono loro ad essere effettivamente sul territorio? Quanti i birrifici e i distributori che investono in formazione dei loro clienti? Naturalmente ce ne sono, dato che già da qualche tempo si è ravvisata questa necessità, ma non sono certo la maggioranza - e del resto non tutti avrebbero le risorse per farlo. Diventa una volta di più lecito però chiedersi se non valga la pena privilegiare questo canale rispetto ad altri, a fronte di ricadute potenzialmente più ampie.

Ringrazio Bord Bia per le foto e La Belle Alliance per l'ospitalità.

lunedì 10 aprile 2017

Santa Lucia, weekend terzo

Data la concomitanza della seconda parte del corso di biersommelier della Doemens Akademie - di cui scriverò a breve - il terzo weekend a Santa Lucia per mè è stato un po' più breve del consueto; ma non per questo non mi ha riservato qualche conoscenza interessante.

La prima è stato il valtellinese Revertis - luppolo in dialetto locale -, cosa che potrei definire "un nome, un programma": tutte le birre in repertorio, con poche eccezioni, si caratterizzano infatti per la centralità del ruolo del luppolo nel risultato finale - centralità che significa comunque anche saperlo dosare, per non varcare la sottile linea di confine tra la birra e la spremuta di luppolo. Non a caso poi tutte le loro birre sono identificate con un numero, nella fattispecie quello del'Ibu (l'unità di misura dell'amaro, chi non la conoscesse può clicare sul glossario): un dato puramente tecnico, dato che la percezione effettiva dell'amaro è influenzata anche da altri fattori, ma che è comunque indicativo di quale sia il centro dell'attenzione dei birrai. I ragazzi mi hanno indicato come punta di diamante della casa la apa 72 - che mi sarei aspettata nettamente amara, basti dire che generalmente sopra gli 80 ulteriori incrementi di amarezza non vengono nemmeno percepiti: in realtà, data la generosa ma elegante luppolatura in aroma tra l'agrumato e la frutta tropicale, e un corpo in cui la componente maltata conferisce note di tostato e caramello sufficientemente robuste da bilanciare il netto e persistente amaro citrico finale, risulta una birra equilibrata e dall'amaro non invasivo. Positiva la prima impressione dunque, che mi auguro possa essere confermata in futuro da altri assaggi.

Nuova conoscenza è stato il White Pony, sorta di trait d'union tra Italia e Belgio, in quanto il titolare - figlio di padovani emigrati a Liegi - è oggi rientrato nella terra d'origine dei genitori, ma fa sostanzialmente beerfirm nelle Fiandre esportando in diversi Paesi - tra cui appunto l'Italia, dove ha anche aperto un pub in quel di Padova. Stile belga in tutto e per tutto, e pure di quelli "tosti" (basti citare il barley wine con lievito di Westmalle): anche in una birra non di stile belga come la Black Sheep, una Imperial stout dal corpo tanto pieno da far venir quasi voglia di prendere un cucchiaino per mescolarla a mo' di cioccolata calda o di caffè, spiccano comunque sotto i generosissimi aromi di cacao, caffè e liquirizia i profumi del lievito d'abbazia - quella di Rochefort, nella fattispecie.

Ho poi ritrovato con piacere le birre di The White Hag allo stand di Beergate - questa volta ho provato la Puca, una sour al limone che nonostante gli aromi che possono apparire pungenti risulta poi morbida e fruttata al palato - nonché quelle di Rogue alla Birroteca - di cui ho provato la la brown ale alle noccioline: sentori di frutta secca e di tostato predominano, a coronare una dolcezza che però non è stucchevole. Da ultimo le barricate di Retorto, "nate" dalla tripel Vincent Vega - la Marsellus W in botti di rum, e la Mia W in botti di whisky. In entrambi i casi le note provenienti dalle botti in cui sono state affinate sono nettamente predominanti, sia all'aroma che al corpo, con notevoli sentori caldi ed alcolici - a titolo personale ammetto che le avrei preferite più delicate -, per cui le consiglierei agli amanti di rum e whisky rispettivamente.

Anche per questo terzo ci sarebbe naturalmente altro da aggiungere, ma mi fermo qui; a presto risentirci con ulteriori aggiornamenti...

lunedì 6 giugno 2016

Toccata e fuga al Chiostro della Ghiara


Eh già, giusto per non sbagliare avevo intanto fatto gli auguri per la buona riuscita dell'Arrogant Sour Festival di reggio Emilia a tutti gli amici partecipanti; poi però, in maniera del tutto inaspettata - e grazie ai miei compagni di viaggio Wendy e Alessandro, che ringrazio - sono riuscita a fare una toccata e fuga nella prima serata di sabato. Giusto un paio d'ore, ma comunque piacevolissime, e occasione per qualche nuova interessante scoperta.

Accolti con il consueto calore da un vulcanico Paolo Erne (foto di Luca Galuzzi), che ha introdotto i miei amici alla Rinnegata di Antica Contea - chi non la conoscesse clicchi qui -, siamo passati alla Suzie B sempre di Antica Contea, blend di una birra alle susine secche e una con susine fresche. L'ho trovata una buona "entry level" per chi si avvicina al mondo delle birre acide, in quanto sia all'aroma che nel corpo risulta morbida e delicata; con la componente acida che si amalgama bene a quella maltata, e soprattutto con il salire della temperatura lascia in chiusura toni fruttati gradevoli e persistenti, insieme a sentori di miele. Sempre rimanendo in zona Friuli ho poi provato la Sour Brown Ale di Borderline, affinata 8 mesi in barile di rosso friulano e rimasta 14 mesi in fusto. Al naso risalta soprattutto la componente del legno, che apre la strada alle reminescenze di - appunto - vino rosso che "riempiono" poi il palato, pur senza risultare invasivi.

Cambiando zona sono passata alla Nut-The Irish Jinn di Black Barrels, una apa affinata per 3 mesi in botti lavate col vino e aromatizzata al whiskey. Ed è quest'ultimo a farla da padrone, con la componente tra il caramellato e il torbato del malto che domina nettamente su quella acida prima di tutto al naso, ma anche nel resto della bevuta. L'incontro più curioso è stato quello con il mastro birraio dell'irlandese The White Hag - grazie a Marco D'Agostini -, e con la sua Irish Heather Sour Ale: un po' in inglese e un po' in italiano, ci ha raccontato la storia di questa antica ricetta dell'isola, che prevede l'uso di un gruit (miscela di erbe al posto del luppolo, come si faceva prima dell'introduzione di questa pianta nell'arte brassicola) e l'affinamento in botti di vino rosso francese. Sono infatti i toni dolci dell'erica - come dice il nome stesso - a dominare, insieme però a delle note erbacee e balsamiche che - non sorprendentemente - non avevo mai trovato in nessun'altra birra.

Da ultimo una parola per la Beersel Morning 2013, blend di una saison del Birrificio del Ducato e di un lambic dell'apprezzatissimo - consiglio questa lettura - Oud Beersel. Da sotto la notevole schiuma sale un aroma in cui è ben percepibile la "componente saison", con la speziatura del lievito e la buona presenza del cereale; il lambic si fa sentire soprattutto in un secondo momento, in un corpo che rimane fresco e beverino nonostante non sia esile. Tutte birre senz'altro interessanti; nella speranza di riuscire a dedicarvi più di un paio d'ore l'anno prossimo....