Per finire questa rassegna in maniera geograficamente coerente, arriviamo in quel di Faicchio, in provincia di Benevento, con la Saint John's Beer: come ho detto al mastro birraio - dagli inaspettati occhi azzurri, che in Campania non si vedono spesso - non mi era mai capitato di assaggiare birre brassate nel meridione. Per cui per me si trattava di una novità, per quanto il luogo in cui è fisicamente collocato il birrificio - se non per l'acqua utilizzata o per qualche particolare tradizione locale - non sia necessariamente significativo.
Il St. John's vanta un'esperienza discretamente lunga, essendo partito nel 1999 con i fratelli Gianni e mario Di Lunardo: anni in cui hanno avuto modo di affinare la tecnica e di applicarla a cinque tipi di birre - forse relativamente pochi, ma l'importante è fare bene il lavoro: non a caso, secondo molti, il segreto è appunto quello di concentrare gli sforzi. Si va infatti dalla classica Weiss, alla Kolsh, alla Marzen; per finire con la Tripel e la Dark Ale, le due che hanno più delle altre suscitato la mia curiosità.
Come resistere infatti al fascino del triplo malto, specie se vengono pure a dirti che la birra in questione viene prodotta seguendo una ricetta segreta? Di una tonalità insolitamente dorata, colpisce sin dall'aroma che, per quanto non definirei "fruttato" come nella descrizione ripostata nella brochure, indubbiamente ho trovato caldo e avvolgente. Encomiabile anche l'equilibrio con la luppolatura, cosa non sempre scontata nelle triplo malto, che la rende molto beverina nonostante i sette gradi e mezzo. Insomma, che 'sta ricetta segreta se la tengano ben stretta. Particolare anche la Dark Ale, per le note di cioccolato che ho trovato più accentuate che in altre birre dello stesso genere, e il corpo ben robusto grazie alla notevole tostatura.
La chicca però è stata l'anteprima che è arrivata da una botticella lì accanto: l'aceto alla birra, ancora non entrato in produzione, ma di cui Enrico è riuscito a "strappare" un assaggio. Un'idea che onestamente non avevo mai sentito prima, e che chissà a che scenari potrebbe portare. Com'era? Beh, chiedetelo ad Enrico...
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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martedì 4 febbraio 2014
lunedì 3 febbraio 2014
Rhex, parte quarta: attenti al lupo
La tappa successiva, spostandoci un po' verso sud, è stata in Toscana: nella fattispecie a Montelupo Fiorentino, paese da cui prende il nome il birrificio - appunto - Montelupo. Aperto nel 2008, a sentire i mastri birrai sta avendo un discreto successo: tanto che la produzione aumenta del 30-40% ogni anno, e vanta un parco birre di dieci tipi diversi. Il Rhex, peraltro, è stata l'occasione per lanciarne tre di nuove, della linea "Border X": la pilsner, la nera e la weizen.
Ammetto che è stato un piacere già il solo farsi descrivere le birre: l'accento toscano, checché se ne dica, esercita sempre il suo fascino - e non sto parlando della classica gag della "coca cola con la cannuccia corta"-, con quella cadenza che evoca letture dantesche e splendori d'altri tempi. Anche le descrizioni in sé, comunque, di curiosità nel suscitavano parecchia: meglio la Famelica, una strong ale dalla maltatura decisa con sapori fruttati? La Luponero, classica stout dagli aromi di liquirizia e caffè? O la Blues's Wolf, una scotch ale dal sapore affumicato?
Alla fine, rievocando il capitolo "Altri mondi" del birrificio italiano, la mia scelta è caduta su quella più insolita: la Re Tartù, una ale al tartufo fortemente aromatizzata. Forse anche troppo, per i miei gusti: ho trovato infatti che il sapore del tartufo coprisse quasi del tutto quello della birra, risultando a mio avviso eccessivo. Così come eccessivo sarebbe stato probabilmente abbinarla ad un pecorino al tartufo come suggeriva il mastro birraio, perché credo che l'effetto più che "sgrassare" sarebbe stato di caricare troppo.
Era ancora presto, però, per dirmi delusa: lì accanto stava infatti una botticella, sulla quale si è posato il mio sguardo interrogativo. "Questa però è roba forte", mi ha avvisato il mastro: nella fattsipecie la Hogmanay, un barley wine di 12 gradi barricato in botti di rovere francese per sei mesi. Ormai che c'ero, tanto valeva: ingoiato un tarallo giusto per limitare i danni dell'alcol, me ne sono fatta fare un assaggio. E qui devo dire che il Montelupo ha dato del suo meglio: liquorosa, ma non così tanto da risultare pesante, i profumi speziati preparano bene ad assaporarne il corpo caldo a cui la maturazione nelle botti ha dato il suo tocco speciale. Da sorseggiare con moderazione quasi fosse un whishey, certo: ma vale la pena fare lo sforzo...
Ammetto che è stato un piacere già il solo farsi descrivere le birre: l'accento toscano, checché se ne dica, esercita sempre il suo fascino - e non sto parlando della classica gag della "coca cola con la cannuccia corta"-, con quella cadenza che evoca letture dantesche e splendori d'altri tempi. Anche le descrizioni in sé, comunque, di curiosità nel suscitavano parecchia: meglio la Famelica, una strong ale dalla maltatura decisa con sapori fruttati? La Luponero, classica stout dagli aromi di liquirizia e caffè? O la Blues's Wolf, una scotch ale dal sapore affumicato?
Alla fine, rievocando il capitolo "Altri mondi" del birrificio italiano, la mia scelta è caduta su quella più insolita: la Re Tartù, una ale al tartufo fortemente aromatizzata. Forse anche troppo, per i miei gusti: ho trovato infatti che il sapore del tartufo coprisse quasi del tutto quello della birra, risultando a mio avviso eccessivo. Così come eccessivo sarebbe stato probabilmente abbinarla ad un pecorino al tartufo come suggeriva il mastro birraio, perché credo che l'effetto più che "sgrassare" sarebbe stato di caricare troppo.
Era ancora presto, però, per dirmi delusa: lì accanto stava infatti una botticella, sulla quale si è posato il mio sguardo interrogativo. "Questa però è roba forte", mi ha avvisato il mastro: nella fattsipecie la Hogmanay, un barley wine di 12 gradi barricato in botti di rovere francese per sei mesi. Ormai che c'ero, tanto valeva: ingoiato un tarallo giusto per limitare i danni dell'alcol, me ne sono fatta fare un assaggio. E qui devo dire che il Montelupo ha dato del suo meglio: liquorosa, ma non così tanto da risultare pesante, i profumi speziati preparano bene ad assaporarne il corpo caldo a cui la maturazione nelle botti ha dato il suo tocco speciale. Da sorseggiare con moderazione quasi fosse un whishey, certo: ma vale la pena fare lo sforzo...
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venerdì 31 gennaio 2014
Rhex, parte terza: cannella, malto e luppolo


In quanto alla "Freschezza" siamo andati sul classico, con la "B.I.-Weizen": che genere di birra sia lo dice il nome stesso, ad alta fermentazione e rifermentata in bassa, più profumata delle altre dello stesso tipo. Interessante ma non "unica", mentre qualche peculiarità più notevole l'abbiamo trovata passando al "Luppolo": dopo la Tipopils, una chiara caratterizzata dall'uso dei luppoli tedeschi della zona di tettnag - almeno così mi hanno detto -, siamo infatti passati alla Nigredo, una nera in cui ad essere tostato oltre al malto è il luppolo: una novità, almeno per me, beverina nonostante il corpo particolarmente forte data l'abbondante tostatura accostata all'amaro del luppolo.


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giovedì 30 gennaio 2014
Rhex, parte seconda: lo sbarco in Sardegna
Per assaggiare gli abbinamenti gastronomici che ha elaborato per le sue creazioni, purtroppo o per fortuna, bisogna andare fino a Cagliari: solo nel locale infatti vengono preparati una serie di piatti, soprattutto a base di carne, cucinati con la birra prodotta nei fermentatori lì accanto - quando si dice il km zero. Dallo spezzatino alla stout, agli straccetti di cavallo alla weizen, all'arrosto di maiale alla helles, ho solo potuto immaginare che profumi debbano uscire dalla cucina.
Meno male che invece le birre non me le sono dovute solo immaginare, anzi, ne ho pure assaggiate più del dovuto. Tutte quante prendono il nome di un quartiere o di una zona del capoluogo sardo, necessitando in qualche caso di traduzione: perdonate l'ignoranza, ma a capire che "Tuvixeddu" significa "Colle dei piccoli fiori" proprio non ci arrivo. Più immediato è invece capire che "Casteddu" significa "Castello", nome dato alla stout intitolata al quartiere dove risiedeva l'aristocrazia cittadina. Non sapevo, prima di parlare con il buon Marco, che questo tipo di birra ha le sue origini nell'incendio che devastò Londra nel 1666: il re Carlo II decise di usare comunque l'orzo "bruciacchiato" per la fabbricazione della birra, che prende così il tipico aroma tostato. Indubbiamente una signora stout, per quanto non l'abbia trovata particolare rispetto ad altre dello stesso genere.
Di più mi ha colpita la Biddanoa - anche in questo caso il nome di un quartiere -, una helles in stile tedesco leggera e beverina. Di solito non è il mio genere, ma gli aromi che questa sprigiona, tra l'erbaceo e il floreale, risultando poi non troppo amara al gusto, mi hanno lasciata stupita. Merita comunque anche la Sant'Elia, una doppio malto in stile belga, dal gusto caramellato piuttosto deciso che forse non incontrerà il favore di tutti i palati, ma che lascia comunque intendere la maestria che ci sta dietro.
La specialità della casa è però indubbiamente la Figu Morisca, una birra al fico d'india che, a detta del mastro birraio, incontra i favori soprattutto delle donne: almeno nel mio caso aveva ragione, perché è quella che più mi ha colpita. Leggera e fresca, molto dissetante, ricorda quasi una blanche in quanto a leggerezza del corpo, pur essendo tutta un'altra cosa in quanto ad aroma. Oltretutto non avevo nemmeno mai assaggiato il fico d'india, per cui per me è stata una novità anche in questo senso. Che dire, un motivo in più per andare in Sardegna...
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mercoledì 29 gennaio 2014
Rhex, parte prima: il fascino dell'Amarcord


Si cominciava con una fettina di salmone affumicato con mandorle e albicocche secche abbinato all'Ama Bionda, una birra dorata ad alta fermentazione con dei sentori fruttati, e discretamente secca nonostante i luppoli non fossero predominanti. Come ben ha fatto notare Bertaggia, una birra che "sgrassa" il salmone pur non contrastandolo con una persistenza amara, creando un accostamento interessante.
Il più curioso è però probabilmente stato il secondo, la Ama Bruna - una doppio malto ispirata alle birre d'abbazia belghe, con una maltatura parecchio decisa e un dolce assai persistente - abbinata ad una fettina di filetto di maiale all'aceto balsamico: una birra da bere sia prima, per "preparare" la bocca alla carne, che dopo, per esaltare il sapore dell'uno e dell'altro. L'abbinamento più indovinato per i miei gusti, per quanto i 7 gradi e mezzo si sentano tutti e anzi di più.
A quel punto i tempi erano maturi per passare al dolce, anzi, ai dolci. Il primo era una mousse di ricotta e cioccolato bianco con marmellata di ciliege insieme alla Riserva speciale, una birra dal colore ramato la cui particolarità sta non solo nei lieviti dello champagne - e in effetti mi ha ricordato un po' il vino - e nel miele d'acacia e millefiori, ma anche nella leggera aromatizzazione al prugnolo e alla visciola: non a caso quindi accostata alla marmellata di ciliege, alla quale, non c'è che dire, va a braccetto. Occhio però ai dieci gradi, per quanto non sia troppo beverina.
Devo ammettere però di aver apprezzato di più il secondo dolce, il birramisù - ossia tiramisù con i savoiardi bagnati nella birra invece che nel caffè - accompagnato dalla Ama Mora: una doppio malto ad alta fermentazione con caffè e zucchero di canna, che lascia pressoché la stessa persistenza di una buona tazzina di espresso. E se i nove gradi dell'Ama Mora scendono che è un piacere, soprattutto insieme al birramisù, riguardo a quest'ultimo ho imparato un segreto "analcolico": "La birra va scaldata per far evaporare l'alcol prima di bagnare i biscotti - ha spiegato lo chef -, altrimenti diventa troppo pesante". Hai capito tu, non si finisce mai di imparare.
In tutto e per tutto, una degustazione molto apprezzata non tanto o quantomeno non solo per gli abbinamenti, ma soprattutto per il modo in cui è stata guidata: altrimenti non avrebbe sicuramente avuto lo stesso senso, perché farsi spiegare il perché e il per come di ciascun accostamento ha dato tutto un altro sapore.
Pienamente soddisfatti, ci siamo diretti allo stand successivo: prossimamente su questi schermi...
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