Al Rhex di Rimini, parlando del Saint John's Beer in questo post, avevo commentato come non mi fosse mai capitato di conoscere birrifici del Sud Italia. Ebbene, a Santa Lucia ho fatto il bis con il Birra Pentra di Cusano Mutri (Benevento), nato nel 2012 dalla passione per la birra dei due amici Daniele Pascale e Pasquale Petrillo. E proprio Pasquale mi ha guidata alla scoperta non solo delle loro birre, ma anche dell'osco, l'antica lingua dei Sanniti pentri - una delle quattro tribù che componevano questo popolo -, e della loro cultura.
Eh già, perché i nomi delle loro birre - nonché del birrificio, "Pentra", dalla radice celtica "Pen" che significa "sommità" - vengono tutti quanti da questa storia ormai millenaria. Se nomi come "Alfu" (bianco) e "Rufu" (rosso) è facile indovinare, una volta tradotti, che stiamo ad indicare rispettivamente la blanche e la bruna, più curiose sono la "Zurr", "caprone", che ha dato battesimo alla bock in quanto animale simbolo delle birre di questo genere, o la "Fluusai", dal nome della dea dei germogli venerata dai Sanniti, che ha invece finito per essere associata ad un'ambrata in stile American Amber Ale. Ma non manca nemmeno il dialetto sannita odierno, con la "Castagn'", prodotta con una miscela di malti e - indovinate un po'? - castagne, e al "Vern'Ale", una stagionale speziata brassata in inverno, appunto "Vern" in dialetto sannita.
La più curiosa però è, sia per il nome che per la birra in quanto tale, la "Patanai Piistiai", "La dea della vinificazione e dell'apertura delle spighe - ha spiegato Pasquale -: a quanto ne so, i Sanniti erano l'unico popolo ad avere una divinità del genere". Perfetta quindi come nume - e nome - tutelare per una birra chiara ad alta fermentazione con mosto d'uva falanghina - tipica della zona -, aggiunta in fase di fermentazione. Lo ammetto: per quanto quella di "incrociare" birra e vitigni sia una strada sempre più battuta, personalmente i risultati non mi hanno mai entusiasmata: sarà perché non sono un'appassionata enologa, sarà perché se voglio bere una birra mi lascia perplessa il fatto di ritorvarmi in bocca sentori di vino, quando Pasquale me ne ha offerto un assaggio ero a dir poco scettica. Questa volta, però, non sono rimasta delusa. Se il mosto è infatti parecchio evidente all'aroma, nel corpo riesce ad equilibrarsi bene con la miscela di malti, senza andare a sovrastarli. Certo rimane una birra molto dolce e liquorosa anche alla persistenza, per cui se siete dei cultori del luppolo magari non fa per voi; però, se siete tra quelli che normalmente non apprezzano le birre con l'aggiunta di mosto, questa volta vi consiglierei di fare una prova. In fondo, tutti meritano un'altra possibilità. Anche le birre...
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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mercoledì 23 aprile 2014
Mastro birraio, parte quarta: arrivano i Sanniti
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martedì 4 febbraio 2014
Rhex, parte quinta: rotolando verso Sud
Per finire questa rassegna in maniera geograficamente coerente, arriviamo in quel di Faicchio, in provincia di Benevento, con la Saint John's Beer: come ho detto al mastro birraio - dagli inaspettati occhi azzurri, che in Campania non si vedono spesso - non mi era mai capitato di assaggiare birre brassate nel meridione. Per cui per me si trattava di una novità, per quanto il luogo in cui è fisicamente collocato il birrificio - se non per l'acqua utilizzata o per qualche particolare tradizione locale - non sia necessariamente significativo.
Il St. John's vanta un'esperienza discretamente lunga, essendo partito nel 1999 con i fratelli Gianni e mario Di Lunardo: anni in cui hanno avuto modo di affinare la tecnica e di applicarla a cinque tipi di birre - forse relativamente pochi, ma l'importante è fare bene il lavoro: non a caso, secondo molti, il segreto è appunto quello di concentrare gli sforzi. Si va infatti dalla classica Weiss, alla Kolsh, alla Marzen; per finire con la Tripel e la Dark Ale, le due che hanno più delle altre suscitato la mia curiosità.
Come resistere infatti al fascino del triplo malto, specie se vengono pure a dirti che la birra in questione viene prodotta seguendo una ricetta segreta? Di una tonalità insolitamente dorata, colpisce sin dall'aroma che, per quanto non definirei "fruttato" come nella descrizione ripostata nella brochure, indubbiamente ho trovato caldo e avvolgente. Encomiabile anche l'equilibrio con la luppolatura, cosa non sempre scontata nelle triplo malto, che la rende molto beverina nonostante i sette gradi e mezzo. Insomma, che 'sta ricetta segreta se la tengano ben stretta. Particolare anche la Dark Ale, per le note di cioccolato che ho trovato più accentuate che in altre birre dello stesso genere, e il corpo ben robusto grazie alla notevole tostatura.
La chicca però è stata l'anteprima che è arrivata da una botticella lì accanto: l'aceto alla birra, ancora non entrato in produzione, ma di cui Enrico è riuscito a "strappare" un assaggio. Un'idea che onestamente non avevo mai sentito prima, e che chissà a che scenari potrebbe portare. Com'era? Beh, chiedetelo ad Enrico...
Il St. John's vanta un'esperienza discretamente lunga, essendo partito nel 1999 con i fratelli Gianni e mario Di Lunardo: anni in cui hanno avuto modo di affinare la tecnica e di applicarla a cinque tipi di birre - forse relativamente pochi, ma l'importante è fare bene il lavoro: non a caso, secondo molti, il segreto è appunto quello di concentrare gli sforzi. Si va infatti dalla classica Weiss, alla Kolsh, alla Marzen; per finire con la Tripel e la Dark Ale, le due che hanno più delle altre suscitato la mia curiosità.
Come resistere infatti al fascino del triplo malto, specie se vengono pure a dirti che la birra in questione viene prodotta seguendo una ricetta segreta? Di una tonalità insolitamente dorata, colpisce sin dall'aroma che, per quanto non definirei "fruttato" come nella descrizione ripostata nella brochure, indubbiamente ho trovato caldo e avvolgente. Encomiabile anche l'equilibrio con la luppolatura, cosa non sempre scontata nelle triplo malto, che la rende molto beverina nonostante i sette gradi e mezzo. Insomma, che 'sta ricetta segreta se la tengano ben stretta. Particolare anche la Dark Ale, per le note di cioccolato che ho trovato più accentuate che in altre birre dello stesso genere, e il corpo ben robusto grazie alla notevole tostatura.
La chicca però è stata l'anteprima che è arrivata da una botticella lì accanto: l'aceto alla birra, ancora non entrato in produzione, ma di cui Enrico è riuscito a "strappare" un assaggio. Un'idea che onestamente non avevo mai sentito prima, e che chissà a che scenari potrebbe portare. Com'era? Beh, chiedetelo ad Enrico...
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