Come promesso al birrificio Campagnolo, ieri sera ho fatto il sacrificio di stappare la Refolo: una lager scura tra le ultime novità del birrificio di Muggia, anche in questo caso battezzata ispirandosi alla proverbiale ventosità della zona - "refolo" significa "raffica", termine del dialetto veneziano tuttora in uso in terra triestina. Diciamocelo: la lager scura è un genere un po' infido. Perché, avendo in virtù dei malti torrefatti molto in comune con la ben più nota cugina ad alta fermentazione stout - dal colore, alle note di tostato e di caffè -, rischia di deludere chi, molto banalmente, si aspettava una Guinness: facile quindi cadere nella critica "Buona, ma c'è qualcosa che non mi torna", dimenticandosi che si tratta di due generi diversi e quindi non direttamente confrontabili - per quanto, almeno a sentire Meni e la storia della sua Pirinat, si possa riuscire a confondere le acque, anzi le birre.
La Refolo, comunque, sicuramente non lascerebbe insoddisfatto nemmeno il più accanito estimatore della stout - schiuma a parte, dato che è a grana piuttosto grossa e di color cappuccino. All'aroma il tostato è intenso e deciso, e al palato il caffè la fa da padrone pur senza risultare squilibrato rispetto al tostato di cui sopra: non sfigurerebbbe affatto a fine pasto, al posto della tradizionale "tazzulella" (no, non sono napoletana, ma l'espressione mi è sempre stata simpatica). Interessanti anche i sentori di fave di cacao - mi ha ricordato quelle che ho mangiato "a km 0" in Guatemala, per cui sì, vi garantisco che quello è il sapore delle fave - che arrivano a chiudere, e lasciano quasi una punta di asprigno che comunque non persiste.
La definirei una birra che non cerca di stupire, ma piuttosto di cercare quell' "eccellenza all'interno del genere canonico" verso cui tanti birrai artigianali sembrano ormai tornare dopo periodi di sperimentazione più o meno audaci: e se non mi sbilancio nel dire che sia "eccellenza", avendo pochi termini di confronto in quanto a lager scure tra le birre che ho assaggiato, senza dubbio è una birra di ottima qualità e ben riuscita. E senz'altro consigliabile ai caffeinomani: probabilmente è più salutare una pinta di Refolo che tre o quattro espressi in una mattina...
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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martedì 11 novembre 2014
domenica 28 settembre 2014
Gusti "non standardizzati" di frontiera
Anche quest'anno, per quanto vi abbia riservato solo un giro veloce, non ho voluto mancare la manifestazione "Gusti di frontiera" a Gorizia. D'altronde il 2014 era stato annunciato come l'anno dei record, non solo per l'ampliamento del numero di Paesi e di espositori - con nuovi ingressi soprattutto dalla zona dell'est Europa e del Baltico - ma anche per l'afflusso eccezionale di visitatori, tanto che gli organizzatori mi hanno confermato che già il sabato sera alle 22 ne erano stati contati circa 300 mila soltanto ai sette ingressi principali - e la foto che vedete parla da sola. Insomma, le premesse erano buone.
Mi sono fatta un primo giro in serata sabato 27, con difficoltà a farmi largo tra la folla. Rispetto a Friuli doc, l'atmosfera e il target della manifestazione sono del tutto diversi: se a Udine si mira a far conoscere le produzioni enogastronomiche artigianali locali, dando un taglio molto specifico, Gusti di frontiera è piuttosto una sorta di grande "festa dei popoli", in cui - oltre a qualche produzione artigianale, che pur è presente - ciascun Paese porta le sue tradizioni tipiche. E non solo gastronomiche, perché mi è capitato di vedere i brasiliani fare la capoeira in strada: insomma, appunto, una festa. Intendiamoci, non che Friuli doc non lo sia, ma sono due cose diverse ed è giusto che sia così: altrimenti non si vedrebbe perché andare ad entrambe, rischiando di generare quella che diventerebbe una guerra tra poveri tra manifestazioni entrambe al di sotto del proprio potenziale di attrazione.
Ancor prima che le birre - sì, lo so che volete sapere di quelle, un momento e ci arrivo - ho avuto quindi modo di apprezzare le prelibatezze dei produttori italiani e non: tra le tante - e non me ne vorranno quelli che non nomino - le vellutate di carciofi e di zucchine dell'azienda agricola Ekalò di Martano (Lecce), il succo di mela artigianale di Davide Geremia di Latisana, e i formaggi di numerosi allevatori sardi, pugliesi, altoatesini, umbri e sloveni; ma anche di scoprire alcune ricette tradizionali goriziane, come gli strucoli in straza - una pasta lievitata e arrotolata con un ripieno a base di noci, uvetta e pinoli, che vede in foto - grazie ad una dimostrazione organizzata in collaborazione con l'Accademia italiana della cucina. Peraltro, il delegato dell'Accademia Roberto Zottar mi ha riferito che già in passato era stata abbinata agli strucoli una lager chiara al ginepro: insomma, pare che la birra si faccia strada nel mondo della gastronomia.
E appunto la birra non mancava. Oltre a nomi noti come Zahre, Campagnolo, Tazebao e Antica Contea, su presentazione di quest'ultimo ho conosciuto lo svizzero Bad Attitude: che però merita un post a parte, data la varietà e la particolarità delle birre a listino. Per cui abbiate pazienza, ne varrà la pena. Birrifici artigianali che hanno registrato anch'essi un successo notevole, tanto che molti avevano esaurito i fusti delle birre più gettonate: anche la presenza di birre industriali più a buon mercato, insomma, pare non aver scalfito la coscienza del consumatore - almeno quello di Gusti di frontiera - che "sono due cose diverse".
Del resto i prezzi erano generalmente adeguati alla qualità dei prodotti offerti; unica eccezione che mi è dispiaciuto constatare, come testimonia la foto e come lamentato da numerosi avventori, lo stand delle birre belghe, in cui una piccola alla spina veniva venduta anche a 5 euro. Impossibile che non si insinui il legittimo sospetto della speculazione, se anche un birrificio artigianale la vende a poco più della metà. Devo ammettere però che la Corsendonk rossa che ho bevuto è stata apprezzatissima, con i suoi aromi di caramello e crosta di pane, e qualche nota di frutta candita.
La cosa che più mi sono portata a casa però è stata la perla di saggezza di Mirena Morocutti, della pasticceria Mirandò di Treppo Carnico, che già a Friuli doc mi aveva stupita con un tortino alla yogurt e fragole di una genuinità rara - se passate da quelle parti, i chili di troppo non costituiranno mai una giustificazione sufficientemente valida per mancare una visita. Di fronte ai miei complimenti per la sua maestria - in questo caso espressa da una fetta di strudel -, la signora Morocutti ha ribattuto "Eh, il punto è che nessuno ha più voglia di tagliare le mele". Come scusi? "Sì, ormai tante pasticcerie si fanno arrivare le mele pretagliate in sacchi immersi in un liquido, o le creme già pronte. E così tutto ha lo stesso sapore: ci hanno standardizzato i gusti". Ecco, mi sono detta: se Gusti di frontiera riesce ad insegnare alla società del Mc Donald's ad apprezzare la varietà dei sapori, è già un gran bel traguardo.
Mi sono fatta un primo giro in serata sabato 27, con difficoltà a farmi largo tra la folla. Rispetto a Friuli doc, l'atmosfera e il target della manifestazione sono del tutto diversi: se a Udine si mira a far conoscere le produzioni enogastronomiche artigianali locali, dando un taglio molto specifico, Gusti di frontiera è piuttosto una sorta di grande "festa dei popoli", in cui - oltre a qualche produzione artigianale, che pur è presente - ciascun Paese porta le sue tradizioni tipiche. E non solo gastronomiche, perché mi è capitato di vedere i brasiliani fare la capoeira in strada: insomma, appunto, una festa. Intendiamoci, non che Friuli doc non lo sia, ma sono due cose diverse ed è giusto che sia così: altrimenti non si vedrebbe perché andare ad entrambe, rischiando di generare quella che diventerebbe una guerra tra poveri tra manifestazioni entrambe al di sotto del proprio potenziale di attrazione.
Ancor prima che le birre - sì, lo so che volete sapere di quelle, un momento e ci arrivo - ho avuto quindi modo di apprezzare le prelibatezze dei produttori italiani e non: tra le tante - e non me ne vorranno quelli che non nomino - le vellutate di carciofi e di zucchine dell'azienda agricola Ekalò di Martano (Lecce), il succo di mela artigianale di Davide Geremia di Latisana, e i formaggi di numerosi allevatori sardi, pugliesi, altoatesini, umbri e sloveni; ma anche di scoprire alcune ricette tradizionali goriziane, come gli strucoli in straza - una pasta lievitata e arrotolata con un ripieno a base di noci, uvetta e pinoli, che vede in foto - grazie ad una dimostrazione organizzata in collaborazione con l'Accademia italiana della cucina. Peraltro, il delegato dell'Accademia Roberto Zottar mi ha riferito che già in passato era stata abbinata agli strucoli una lager chiara al ginepro: insomma, pare che la birra si faccia strada nel mondo della gastronomia.
E appunto la birra non mancava. Oltre a nomi noti come Zahre, Campagnolo, Tazebao e Antica Contea, su presentazione di quest'ultimo ho conosciuto lo svizzero Bad Attitude: che però merita un post a parte, data la varietà e la particolarità delle birre a listino. Per cui abbiate pazienza, ne varrà la pena. Birrifici artigianali che hanno registrato anch'essi un successo notevole, tanto che molti avevano esaurito i fusti delle birre più gettonate: anche la presenza di birre industriali più a buon mercato, insomma, pare non aver scalfito la coscienza del consumatore - almeno quello di Gusti di frontiera - che "sono due cose diverse".
Del resto i prezzi erano generalmente adeguati alla qualità dei prodotti offerti; unica eccezione che mi è dispiaciuto constatare, come testimonia la foto e come lamentato da numerosi avventori, lo stand delle birre belghe, in cui una piccola alla spina veniva venduta anche a 5 euro. Impossibile che non si insinui il legittimo sospetto della speculazione, se anche un birrificio artigianale la vende a poco più della metà. Devo ammettere però che la Corsendonk rossa che ho bevuto è stata apprezzatissima, con i suoi aromi di caramello e crosta di pane, e qualche nota di frutta candita.
La cosa che più mi sono portata a casa però è stata la perla di saggezza di Mirena Morocutti, della pasticceria Mirandò di Treppo Carnico, che già a Friuli doc mi aveva stupita con un tortino alla yogurt e fragole di una genuinità rara - se passate da quelle parti, i chili di troppo non costituiranno mai una giustificazione sufficientemente valida per mancare una visita. Di fronte ai miei complimenti per la sua maestria - in questo caso espressa da una fetta di strudel -, la signora Morocutti ha ribattuto "Eh, il punto è che nessuno ha più voglia di tagliare le mele". Come scusi? "Sì, ormai tante pasticcerie si fanno arrivare le mele pretagliate in sacchi immersi in un liquido, o le creme già pronte. E così tutto ha lo stesso sapore: ci hanno standardizzato i gusti". Ecco, mi sono detta: se Gusti di frontiera riesce ad insegnare alla società del Mc Donald's ad apprezzare la varietà dei sapori, è già un gran bel traguardo.
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giovedì 25 settembre 2014
Una rossa "tranquilla tranquilla"
Sempre al Festival di Fiume, dopo essere stata da Meni sono passata a salutare il fratelli Campagnolo - altra vecchia conoscenza che ho ritrovato con piacere. I quali nella loro generosità mi hanno gentilmente offerto una birra, offerta che ho in prima battuta declinato: no, grazie, devo guidare, da Meni ne ho già bevuta una e sono pure a stomaco vuoto. Ma dai, ha ribattuto Michele, almeno un assaggio di Bora Ciara, la nostra weizen; e qui è prontamente subentrato Angelo, con un "No, la weizen no, non ti ricordi che non le piace?". Devo dire che sono rimasta piacevolmente stupita: a stento me lo ricordavo io che la Bora Ciara non mi aveva entusiasmata, e vedere che se lo ricordava lui è stata una sopresa nonché una dimostrazione di attenzione verso operatori del settore, clienti e quanti altri si relazionano con i fratelli Campagnolo che ho molto apprezzato. Un atteggiamento dimostrato anche da Michele: semplicemente, a quanto pare, Angelo ha la memoria più lunga.
Questa attenzione, nel caso di Michele, a Fiume ha preso la forma del punto d'onore di non farmi andare via senza aver nemmeno assaggiato nulla: e così ha controproposto la Bora scura, "una rossa tranquilla tranquilla" che non avevo mai provato. "Dimmi tu quanta", ha gentilmente premesso prima di spinare: meno male, mi sono detta, sennò se domani mattina non ritroverò la patente nel portafogli non sarà perché me l'hanno rubata.
Mi chiedevo che cosa Michele intendesse con "tranquilla", dato che la gradazione acolica non è tra le più basse - 6 gradi; personalmente ho interpretato questa "tranquillità" col fatto di essere una birra che definirei "semplice", pur nella particolarità della farmentazione mista - la prima bassa nei tini, la seconda alta in bottiglia. Sia all'aroma che al corpo non presenta infatti note o sapori particolarmente intensi, armonizzando in maniera equilibrata i malti - monaco e pils - con i luppoli tedeschi: personalmente ho percepito dei tratti erbacei e tostati insieme all'ofatto e del leggero caramello nel corpo, ma appunto nulla che si imponga sul resto. Ne risulta quindi un birra di facile beva, anche grazie al finale abbastanza secco: e qui è partita un'interessante conversazione - tra il serio e il faceto, a dire il vero - sul tema "Quale birra berresti quando", concludendo che una birra come la Bora Scura, piacevole e senza troppi impegni, ci sta proprio bene una sera a cena, anche perché non andrebbe a sovrastare il sapore di eventuali abbinamenti.
E a proposito di scure, c'è ancora una bottiglia di Refolo - la nuova scura a bassa fermentazione di Campagnolo - che mi attende in cantina: se siete curiosi, come dicono gli inglesi, stay tuned...
Mi chiedevo che cosa Michele intendesse con "tranquilla", dato che la gradazione acolica non è tra le più basse - 6 gradi; personalmente ho interpretato questa "tranquillità" col fatto di essere una birra che definirei "semplice", pur nella particolarità della farmentazione mista - la prima bassa nei tini, la seconda alta in bottiglia. Sia all'aroma che al corpo non presenta infatti note o sapori particolarmente intensi, armonizzando in maniera equilibrata i malti - monaco e pils - con i luppoli tedeschi: personalmente ho percepito dei tratti erbacei e tostati insieme all'ofatto e del leggero caramello nel corpo, ma appunto nulla che si imponga sul resto. Ne risulta quindi un birra di facile beva, anche grazie al finale abbastanza secco: e qui è partita un'interessante conversazione - tra il serio e il faceto, a dire il vero - sul tema "Quale birra berresti quando", concludendo che una birra come la Bora Scura, piacevole e senza troppi impegni, ci sta proprio bene una sera a cena, anche perché non andrebbe a sovrastare il sapore di eventuali abbinamenti.
E a proposito di scure, c'è ancora una bottiglia di Refolo - la nuova scura a bassa fermentazione di Campagnolo - che mi attende in cantina: se siete curiosi, come dicono gli inglesi, stay tuned...
lunedì 22 settembre 2014
Festival di Fiume: una "sagra" con potenzialità?
Non avendo potuto presenziare più a lungo a causa di impegni di lavoro, ho comunque accolto volentieri l'invito degli organizzatori a fare un giro - per quanto rapido - al Festival della birra artigianale di Fiume Veneto. L'anno scorso - come potete vedere nei numerosi post in archivio a settembre 2013 - la prima edizione mi era sembrata un inizio promettente, per cui la curosità di vedere anche la seconda c'era: tanto più che è cresciuto il numero dei birrifici presenti - 16, 8 per ciascun weekend -, e si è cercato (come del resto lo scorso anno) di andare al di là della semplice bevuta in compagnia organizzando eventi come la presentazione del libro "I birrifici storici di Pordenone", o un convegno sulla coltivazione del luppolo in regione.
Se mi duole constatare la scarsa professionalità del Birrificio Trevigiano e del Corti Venete, che di fronte alla mia richiesta di darmi qualche informazione in più sulle loro birre non hanno fatto altro che mettermi in mano un volantino e dirmi "trova tutto sul sito", per il resto devo riconoscere agli organizzatori l'encomiabile buona volontà. Mossa indovinata è stata innanzitutto quella di spostare le conferenze in una sala a parte - dove al momento del mio arrivo il buon Max Petris stava raccontando la storia dei "falegnami diventati birrai" a Sauris -, così da non essere disturbati da chi è occupato a festeggiare; sala peraltro degnamente decorata "a tema", con una piccola mostra di bicchieri. Non ero purtroppo presente alla presentazione del libro, ma ne ho ricevuto un'eco positiva sia dal presidente dell'Accademia delle Birre Paolo Erne - che è intervenuto - che dagli altri birrai.
Il che mi porta a dire che le potenzialità per andare oltre la semplice "sagra" - convenientemente ospitata nell'ampio tendone della Pro Loco - ci sono tutte, andando incontro anche a chi desidera qualcosa di più della semplice bevuta: appoggiandosi magari a qualcuno che abbia conoscenze e competenze più approfondite, la sala potrebbe infatti ospitare a dovere ben più di due o tre incontri di un certo spessore per ciascun weekend. Peraltro sono gli organizzatori stessi i primi a volersi muovere in questo senso: parlando con loro, mi hanno riferito di aver pensato a degustazioni guidate, ma sarebbero replicabili diversi laboratori di abbinamento birra-cibo come quelli fatti lo scorso anno, oppure incontri in cui accostarsi a particolari tipi di birra generalmente poco presenti nei circuiti distributivi. Senza contare che i temi per conferenze sarebbero innumerevoli. Un modo per equilibrare la parte "culturale" con quella "festaiola", che non ha nulla di male in sé, ma che al momento soverchia la sua controparte.
Per il resto, è stato un ritrovare i vecchi amici: Meni, Zahre, Baracca Beer e Campagnolo - occasione peraltro di provare la Pirinat di Meni e la Bora Scura di Campagnolo, di cui parlerò più in dettaglio in altra sede; nonché la pasticceria "Crema & Cioccolata", alla quale riservo una nota di merito per gli ottimi biscotti al malto.
Che dire? Se capitate di lì il prossimo weekend non disdegnate un giro; personalmente poi, non posso che rivolgere un incoraggiamento agli organizzatori per mettere ancor meglio a frutto le potenzialità sia logistiche che di voglia di fare - la più importante, direi - per crescere in qualità il prossimo anno.
Se mi duole constatare la scarsa professionalità del Birrificio Trevigiano e del Corti Venete, che di fronte alla mia richiesta di darmi qualche informazione in più sulle loro birre non hanno fatto altro che mettermi in mano un volantino e dirmi "trova tutto sul sito", per il resto devo riconoscere agli organizzatori l'encomiabile buona volontà. Mossa indovinata è stata innanzitutto quella di spostare le conferenze in una sala a parte - dove al momento del mio arrivo il buon Max Petris stava raccontando la storia dei "falegnami diventati birrai" a Sauris -, così da non essere disturbati da chi è occupato a festeggiare; sala peraltro degnamente decorata "a tema", con una piccola mostra di bicchieri. Non ero purtroppo presente alla presentazione del libro, ma ne ho ricevuto un'eco positiva sia dal presidente dell'Accademia delle Birre Paolo Erne - che è intervenuto - che dagli altri birrai.
Il che mi porta a dire che le potenzialità per andare oltre la semplice "sagra" - convenientemente ospitata nell'ampio tendone della Pro Loco - ci sono tutte, andando incontro anche a chi desidera qualcosa di più della semplice bevuta: appoggiandosi magari a qualcuno che abbia conoscenze e competenze più approfondite, la sala potrebbe infatti ospitare a dovere ben più di due o tre incontri di un certo spessore per ciascun weekend. Peraltro sono gli organizzatori stessi i primi a volersi muovere in questo senso: parlando con loro, mi hanno riferito di aver pensato a degustazioni guidate, ma sarebbero replicabili diversi laboratori di abbinamento birra-cibo come quelli fatti lo scorso anno, oppure incontri in cui accostarsi a particolari tipi di birra generalmente poco presenti nei circuiti distributivi. Senza contare che i temi per conferenze sarebbero innumerevoli. Un modo per equilibrare la parte "culturale" con quella "festaiola", che non ha nulla di male in sé, ma che al momento soverchia la sua controparte.
Per il resto, è stato un ritrovare i vecchi amici: Meni, Zahre, Baracca Beer e Campagnolo - occasione peraltro di provare la Pirinat di Meni e la Bora Scura di Campagnolo, di cui parlerò più in dettaglio in altra sede; nonché la pasticceria "Crema & Cioccolata", alla quale riservo una nota di merito per gli ottimi biscotti al malto.
Che dire? Se capitate di lì il prossimo weekend non disdegnate un giro; personalmente poi, non posso che rivolgere un incoraggiamento agli organizzatori per mettere ancor meglio a frutto le potenzialità sia logistiche che di voglia di fare - la più importante, direi - per crescere in qualità il prossimo anno.
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martedì 1 ottobre 2013
Festival di Fiume, ottava tappa: arriva la bora
Come dicevamo, si trattava ormai di superare l'ultimo scoglio: in questo caso il birrificio Campagnolo di Muggia, in provincia di Trieste. Come nel caso del Baracca Beer un microbirrificio gestito da due fratelli, Angelo e Michele Campagnolo, che ci hanno accolti al banco; con un po' più di esperienza però, in questo caso, dato che i due brassano dal 2007.
I fratelli Campagnolo, a dire il vero, erano un po' meno loquaci degli altri birrai presenti; così abbiamo deciso di lasciar parlare le loro birre che, a testimoniare il legame con la terra d'origine, prendono tutte il nome dal celebre vento che soffia su Trieste. C'è la Bora Ciara, una weizen ad altra fermentazione; la Bora Scura, una rossa Monaco; e il Borin, una pils che dopo una prima lievitazione a bassa fermentazione nei tini passa in bottiglia per una seconda lievitazione ad alta fermentazione. A queste si aggiungono altre birre speciali a seconda della stagione, e dato il periodo sarà da tener d'occhio il Capriccio di Bacco, una chiara doppio malto con aggiunta di mosto d'uva in uscita proprio in questi giorni.
Ho avuto modo di provare la Bora Ciara, che mi sembrava la più interessante in base alla descrizione che me ne avevano fatto i birrai: non filtrata e non pastorizzata - come tutte le Campagnolo -, rifermentata in bottiglia, e prodotta con acqua di Trieste non trattata. Devo ammettere che forse non ho fatto la scelta giusta, o forse non sono in grado di apprezzare a pieno le weizen; fatto sta che, per quanto sia comunque una signora weizen che non ha nulla a che vedere con quelle comprate al supermercato o bevute in un qualsiasi bar - soprattutto in termini di aroma -, non mi ha "colpita", nel senso che non vi ho trovato quell'unicità che invece ho sentito nella maggior parte delle birre di quella sera. Per carità, magari in futuro avrò occasione di assaggiarne una delle altre e rimarrò strabiliata, anche perché i numeri per fare buona birra i Campagnolo ce li hanno tutti; spero solo non me ne vogliano se dico che la Bora Ciara non mi ha lasciata a bocca aperta, per quanto indubbiamente soddisfatta.
Bene, il nostro lungo pellegrinaggio a Fiume giunge qui al termine: ci si rivede su questi schermi, per il resoconto di un altro evento di tutto spessore...
I fratelli Campagnolo, a dire il vero, erano un po' meno loquaci degli altri birrai presenti; così abbiamo deciso di lasciar parlare le loro birre che, a testimoniare il legame con la terra d'origine, prendono tutte il nome dal celebre vento che soffia su Trieste. C'è la Bora Ciara, una weizen ad altra fermentazione; la Bora Scura, una rossa Monaco; e il Borin, una pils che dopo una prima lievitazione a bassa fermentazione nei tini passa in bottiglia per una seconda lievitazione ad alta fermentazione. A queste si aggiungono altre birre speciali a seconda della stagione, e dato il periodo sarà da tener d'occhio il Capriccio di Bacco, una chiara doppio malto con aggiunta di mosto d'uva in uscita proprio in questi giorni.
Ho avuto modo di provare la Bora Ciara, che mi sembrava la più interessante in base alla descrizione che me ne avevano fatto i birrai: non filtrata e non pastorizzata - come tutte le Campagnolo -, rifermentata in bottiglia, e prodotta con acqua di Trieste non trattata. Devo ammettere che forse non ho fatto la scelta giusta, o forse non sono in grado di apprezzare a pieno le weizen; fatto sta che, per quanto sia comunque una signora weizen che non ha nulla a che vedere con quelle comprate al supermercato o bevute in un qualsiasi bar - soprattutto in termini di aroma -, non mi ha "colpita", nel senso che non vi ho trovato quell'unicità che invece ho sentito nella maggior parte delle birre di quella sera. Per carità, magari in futuro avrò occasione di assaggiarne una delle altre e rimarrò strabiliata, anche perché i numeri per fare buona birra i Campagnolo ce li hanno tutti; spero solo non me ne vogliano se dico che la Bora Ciara non mi ha lasciata a bocca aperta, per quanto indubbiamente soddisfatta.
Bene, il nostro lungo pellegrinaggio a Fiume giunge qui al termine: ci si rivede su questi schermi, per il resoconto di un altro evento di tutto spessore...
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lunedì 23 settembre 2013
Un....fiume di birra
Si, lo so, è un titolo che in quanto ad umorismo fa concorrenza ai britannici: ma non ho potuto non pensare a questo gioco di parole nell'andare al primo Festival della birra artigianale di Fiume Veneto, in provincia di Pordenone. Una manifestazione che, pur essendo appena nata, prometteva bene: oltre a nomi già noti al grande pubblico come Zahre, o ai lettori di questo blog nonché alla sottoscritta come Valscura e Bradipongo, al Festival avrebbero partecipato il Birrificio Artigianale Veneziano di Maerne (Venezia), l'Acelum di Castelcucco (Treviso), il Baracca di Nervesa (sempre Treviso...evvai, che li battiamo tutti), l'Estense - appunto - di Este (Padova) e il Campagnolo di Muggia (Trieste). Insomma, se chi ben comincia è a metà dell'opera, per la seconda edizione ci aspettiamo grandi cose: come avremmo avuto poi modo di provare, infatti, si tratta dal primo all'ultimo di pezzi da novanta per quanto magari poco noti.
A dire la verità, la serata non era iniziata nel migliore dei modi: la chiarezza delle indicazioni apposte in paese lasciava un po' a desiderare, così abbiamo sorpassato il tendone - non ben visibile dalla strada - senza nemmeno accorgercene. Meno male che eravamo arrivati presto: così abbiamo fatto comunque in tempo ad ascoltare l'ultima parte della dotta dissertazione dei Costantino Cattivello dell'Ersa, che dava consigli sulla coltivazione del luppolo da birra nelle sue diverse varietà. Peccato che fossimo arrivati a relazione già iniziata, per cui - ammetto - non ci ho capito molto: ma ho comunque apprezzato quel poco che ho avuto modo di ascoltare.
Dato che il grosso della folla doveva ancora arrivare, abbiamo avuto modo di parlare anche con due degli organizzatori: ragazzi giovani e pieni di buona volontà, che non si sono fatti scoraggiare davanti al fatto di essere alla prima esperienza. Infatti, al di là dell'aver riunito dei birrifici di spessore, hanno messo in piedi un programma di tutto rispetto: oltre ai concerti, al concorso "Vota il birrificio migliore" e al raduno delle Ape Car, hanno organizzato una serie di laboratori di degustazione per la domenica pomeriggio. Enrico avrebbe indubbiamente puntato su quello "Birra e carne", in cui le birre venivano abbinate a spiedini e affini (perdonate la rima), a cura di una macelleria del luogo; personalmente avrei preferito il "Birra e cioccolata", uno degli accostamenti che apprezzo parecchio, sotto la guida di una pasticceria sempre della zona. Ad incontrare i gusti di entrambi sarebbe indubbiamente stato il "Birra e pizza": abbinamento classico, ma sempre gradito. Al di là dei gusti personali, è stato interessante il fatto che abbiano coinvolto gli esercizi commerciali locali: un buon esempio di collaborazione che può avere ripercussioni positive sul territorio anche al di là dei due giorni di festa.
Onore anche all'organizzazione della cucina, spesso punto dolente delle sagre, afflitto da lunghe code e gente che sgomita al banco della distribuzione: qui gli organizzatori hanno avuto la geniale intuizione di far compilare l'ordinazione a ciascuno su di un menù prestampato con indicato il numero del tavolo, che andava poi consegnato in cassa. A quel punto non restava che attendere di essere serviti, con notevole snellimento dei tempi e riduzione del caos. Fiduciosi dunque che procacciarci il cibo per la cena non sarebbe stato un problema - il menù era discretamente vasto, e andava dagli gnocchi, ai panini, al frico - abbiamo iniziato il nostro tour degli otto birrifici presenti: se siete curiosi di sapere com'erano, vi aspetto su queste pagine per le prossime puntate...
A dire la verità, la serata non era iniziata nel migliore dei modi: la chiarezza delle indicazioni apposte in paese lasciava un po' a desiderare, così abbiamo sorpassato il tendone - non ben visibile dalla strada - senza nemmeno accorgercene. Meno male che eravamo arrivati presto: così abbiamo fatto comunque in tempo ad ascoltare l'ultima parte della dotta dissertazione dei Costantino Cattivello dell'Ersa, che dava consigli sulla coltivazione del luppolo da birra nelle sue diverse varietà. Peccato che fossimo arrivati a relazione già iniziata, per cui - ammetto - non ci ho capito molto: ma ho comunque apprezzato quel poco che ho avuto modo di ascoltare.
Dato che il grosso della folla doveva ancora arrivare, abbiamo avuto modo di parlare anche con due degli organizzatori: ragazzi giovani e pieni di buona volontà, che non si sono fatti scoraggiare davanti al fatto di essere alla prima esperienza. Infatti, al di là dell'aver riunito dei birrifici di spessore, hanno messo in piedi un programma di tutto rispetto: oltre ai concerti, al concorso "Vota il birrificio migliore" e al raduno delle Ape Car, hanno organizzato una serie di laboratori di degustazione per la domenica pomeriggio. Enrico avrebbe indubbiamente puntato su quello "Birra e carne", in cui le birre venivano abbinate a spiedini e affini (perdonate la rima), a cura di una macelleria del luogo; personalmente avrei preferito il "Birra e cioccolata", uno degli accostamenti che apprezzo parecchio, sotto la guida di una pasticceria sempre della zona. Ad incontrare i gusti di entrambi sarebbe indubbiamente stato il "Birra e pizza": abbinamento classico, ma sempre gradito. Al di là dei gusti personali, è stato interessante il fatto che abbiano coinvolto gli esercizi commerciali locali: un buon esempio di collaborazione che può avere ripercussioni positive sul territorio anche al di là dei due giorni di festa.
Onore anche all'organizzazione della cucina, spesso punto dolente delle sagre, afflitto da lunghe code e gente che sgomita al banco della distribuzione: qui gli organizzatori hanno avuto la geniale intuizione di far compilare l'ordinazione a ciascuno su di un menù prestampato con indicato il numero del tavolo, che andava poi consegnato in cassa. A quel punto non restava che attendere di essere serviti, con notevole snellimento dei tempi e riduzione del caos. Fiduciosi dunque che procacciarci il cibo per la cena non sarebbe stato un problema - il menù era discretamente vasto, e andava dagli gnocchi, ai panini, al frico - abbiamo iniziato il nostro tour degli otto birrifici presenti: se siete curiosi di sapere com'erano, vi aspetto su queste pagine per le prossime puntate...
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