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lunedì 10 aprile 2017

Santa Lucia, weekend terzo

Data la concomitanza della seconda parte del corso di biersommelier della Doemens Akademie - di cui scriverò a breve - il terzo weekend a Santa Lucia per mè è stato un po' più breve del consueto; ma non per questo non mi ha riservato qualche conoscenza interessante.

La prima è stato il valtellinese Revertis - luppolo in dialetto locale -, cosa che potrei definire "un nome, un programma": tutte le birre in repertorio, con poche eccezioni, si caratterizzano infatti per la centralità del ruolo del luppolo nel risultato finale - centralità che significa comunque anche saperlo dosare, per non varcare la sottile linea di confine tra la birra e la spremuta di luppolo. Non a caso poi tutte le loro birre sono identificate con un numero, nella fattispecie quello del'Ibu (l'unità di misura dell'amaro, chi non la conoscesse può clicare sul glossario): un dato puramente tecnico, dato che la percezione effettiva dell'amaro è influenzata anche da altri fattori, ma che è comunque indicativo di quale sia il centro dell'attenzione dei birrai. I ragazzi mi hanno indicato come punta di diamante della casa la apa 72 - che mi sarei aspettata nettamente amara, basti dire che generalmente sopra gli 80 ulteriori incrementi di amarezza non vengono nemmeno percepiti: in realtà, data la generosa ma elegante luppolatura in aroma tra l'agrumato e la frutta tropicale, e un corpo in cui la componente maltata conferisce note di tostato e caramello sufficientemente robuste da bilanciare il netto e persistente amaro citrico finale, risulta una birra equilibrata e dall'amaro non invasivo. Positiva la prima impressione dunque, che mi auguro possa essere confermata in futuro da altri assaggi.

Nuova conoscenza è stato il White Pony, sorta di trait d'union tra Italia e Belgio, in quanto il titolare - figlio di padovani emigrati a Liegi - è oggi rientrato nella terra d'origine dei genitori, ma fa sostanzialmente beerfirm nelle Fiandre esportando in diversi Paesi - tra cui appunto l'Italia, dove ha anche aperto un pub in quel di Padova. Stile belga in tutto e per tutto, e pure di quelli "tosti" (basti citare il barley wine con lievito di Westmalle): anche in una birra non di stile belga come la Black Sheep, una Imperial stout dal corpo tanto pieno da far venir quasi voglia di prendere un cucchiaino per mescolarla a mo' di cioccolata calda o di caffè, spiccano comunque sotto i generosissimi aromi di cacao, caffè e liquirizia i profumi del lievito d'abbazia - quella di Rochefort, nella fattispecie.

Ho poi ritrovato con piacere le birre di The White Hag allo stand di Beergate - questa volta ho provato la Puca, una sour al limone che nonostante gli aromi che possono apparire pungenti risulta poi morbida e fruttata al palato - nonché quelle di Rogue alla Birroteca - di cui ho provato la la brown ale alle noccioline: sentori di frutta secca e di tostato predominano, a coronare una dolcezza che però non è stucchevole. Da ultimo le barricate di Retorto, "nate" dalla tripel Vincent Vega - la Marsellus W in botti di rum, e la Mia W in botti di whisky. In entrambi i casi le note provenienti dalle botti in cui sono state affinate sono nettamente predominanti, sia all'aroma che al corpo, con notevoli sentori caldi ed alcolici - a titolo personale ammetto che le avrei preferite più delicate -, per cui le consiglierei agli amanti di rum e whisky rispettivamente.

Anche per questo terzo ci sarebbe naturalmente altro da aggiungere, ma mi fermo qui; a presto risentirci con ulteriori aggiornamenti...

giovedì 8 gennaio 2015

Alla Buca del Castello

Eh già, il silenzio è stato piuttosto lungo; ma anch'io mi sono presa ferie - come giusto e doveroso in questo periodo -, e quindi ho lasciato riposare un po' anche la tastiera del computer. Ad ogni modo, in ordine rigorosamente cronologico per non fare ingiustizie, colmerò tutte le lacune accumulate in merito ad eventi, nuove birre e quant'altro.

Partiamo dall'ormai lontano 19 dicembre, giorno in cui La Buca del Castello - birreria poco sotto il celebre monumento di Udine, come dice il nome stesso - ha organizzato il "Beer Festival in Buca": una serata in cui il locale ha riunito le creazioni di sei birrifici artigianali esteri e cinque friulani, per un totale di tredici birre pronte alla degustazione. Il format della serata era infatti pensato appunto per provare un po' di tutto: ciascun gettone da un euro dava diritto ad un bicchiere assaggio, in una sorta di piacevole istigazione a delinquere per togliersi la curiosità.

Mentre i birrifici friulani mi erano già tutti noti - Garlatti Costa, Villa Chazil, Borderline, Zanna Beer e Antica Contea - non conoscevo nessuno di quelli esteri: e anche lì i "pezzi originali non mancavano. Ad iniziare dalla prima che ho provato, la Fuck Art del birrificio danese To Ol - una pale ale dalla luppolatura che definirei floreale e dalla brettatura delicata, che non risulterebbe fastidiosa nemmeno ai palati più sensibili -; alla Hazelnut Brown Nectar dell'americana Rogue - una brown ale alla nocciola, la cui aromatizzazione ho però trovato eccessiva per quanto avesse il merito di non scadere troppo sul dolce -; alla #500 del norvegese Nogne (nella foto) - una Imperial Ipa da ben 10 gradi, che se all'olfatto rende giustizia alla luppolatura, in bocca ricorda quasi un barley wine - alla rauch del tedesco Hummel - la cui particolarità è una nota di salmone affumicato al finale.

In quanto alle friulane, conoscendo già sia la Savinja di Zanna Beer, che la Liquidambra di Garlatti Costa, che la Dama Bianca di Antica Contea, che la lager di Villa Chazil, non mi rimanevano che la bock e la dark mild di Borderline - i cui spillatori vedete all'opera nella foto. Come ha apertamente dichiarato il birraio Giovanni nel presentarmele, la prima di fatto non risponde ai canoni - e non sarà un caso se il loro slogan è "Birre fuori stile": la luppolatura all'olfatto è ben presente e dai notevoli toni erbacei, e sovrasta nettamente il malto nel corpo. Quasi più una pale ale insomma, seguendo la filosofia secondo cui l'importante non è il nome che le si dà, ma che la birra sia buona. In effetti si tratta di una birra piacevole e dalla facile beva, che ho apprezzato più di quanto - a livello di puro gusto personale - apprezzi di solito le bock. Più perplessa mi ha invece lasciata la dark mild: anche qui la luppolatura è audace e all'olfatto lascerebbe quasi presagire una black ipa, per poi lasciare spazio ad un corpo meno robusto e dall'amaro maltato più rispondente al genere. Devo comunque riconoscere che, se in questo secondo caso non ho trovato il contrasto "in calando" tra questi due aspetti particolarmente indovinato, la "bock che bock non è" ha invece il merito di saper osare e sperimentare senza cadere nello sbilanciato: il che è apprezzabile in un birrificio giovane qual è Borderline.

In tutto e per tutto una serata piacevole, che ho apprezzato per l'atmosfera conviviale; ma soprattutto perché è stata, oltre che l'occasione per un bicchiere insieme, un'occasione di scoperta.