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giovedì 12 novembre 2015

Una serata Campestre...più "ragionata"

Mentre fioccavano le notizie sui premi che i birrifici italiani si sono aggiudicati al concorso European Beer Star di Norimberga - 12 medaglie, un record per il nostro Paese, che si piazza terzo seppur a lunga distanza dopo le 64 della Germania e le 38 degli Usa -, io molto più prosaicamente e goderecciamente ieri sera ero in Brasserie alla degustazione di birre del Campestre con abbinamenti gastronomici. Per quanto già conoscessi le birre del Campestre - trovate i link ai precedenti post cliccando sul nome di ciascuna -, ho ugualmente partecipato volentieri perché, si sa, quando l'abbinamento è fatto bene, il cibo valorizza la birra e la birra valorizza il cibo.


Ho iniziato con la golden ale Aurora, abbinata ad una torta salata alle verdure. I profumi che nella scheda vengono descritti come "di fiori e resina", e che personalmente ho trovato arrivare addirittura a note mielose data l'importante presenza del cereale, accompagnano poi la bevuta anche al palato sposandosi prefettamente con il peperone, verdura preponderante nella quiche (ottima peraltro, brava Matilde); la chiusura abbastanza evanescente, poi, invoglia ad un altro sorso e un altro boccone, in un vero e proprio circolo (vizioso o vituoso, decidete voi) di "uno tira l'altro". 

Continuo comunque a sostenere che il birraio Gulio (presente alla serata) sia riuscito ad esprimersi al meglio nella Rurale, sempre una golden ale, ma con un generoso dry hopping dai toni acri ed erbacei che - per quanto io apprezzi toni meno amari - dà a questa birra una sorta "impronta" che la contraddistingue da altre dello stesso genere. L'abbinamento era questa volta con mozzarelle in carrozza; per quanto l'abbinamento con i formaggi - in tutte le loro declinazioni: Enrico e Giulio proponevano quelli a pasta molle o anche il frico, ma personalmente oserei anche con qualcosa di più stagionato e salato - ho trovato che la lunga e intensa persistenza amara cozzasse con il fritto (anche se io contro il fritto ho il dente avvelenato un po' a prescindere, per cui potrei essere accusata di scarsa imparzialità). 

Già che c'ero ho quindi provato la Rurale anche con l'accompagnamento successivo - pensato per la Soresere - , ossia polenta con ricotta salata siciliana. Mi è sembrato che si abbinasse meglio, ma devo dire che lo sposalizio perfetto era appunto quello con la Soresere (che ho avuto modo di apprezzare meglio che a Gusti di Frontiera, essendo ora giunta alla giusta maturazione): una birra ambrata dalle note tra il tostato e il caramellato, con addirittura qualche nota liquorosa, che anche se sulla carta non avrei mai accompagnato a polenta e ricotta salata è stata invece una rivelazione da "contrasto che si armonizza" - perdonate la definizione forse ossimorica. Il cereale della polenta e la sapidità della ricotta si uniscono infatti non solo al finale tostato della Soresere, cosa decisamente più intuitiva, ma anche a quelle di caramello e frutta secca creando un passaggio rapido ma che non cozza tra sapori diversi. 

Da ultimo, Giulio e Matilde ci hanno omaggiato della porter Scur di lune, per chiudere con una birra che può in qualche modo definirsi un sostituto del dolce e del caffè: un degno finale alla serata, con tanto di complimenti sia a chi ha brassato che a chi ha cucinato.

mercoledì 11 novembre 2015

Una birra in esclusiva: la Pearl Harbor

Beppe e Raffaella del Samarcanda mi avevano annunciato già qualche tempo fa che era in elaborazione, tra loro e il birrificio Maccarello di Bibione, una birra in esclusiva per il locale; e siccome alla curiosità non si comanda, ieri sera mi sono diretta vreso Plaino. La birra in questione è stata battezzata Pearl Harbor, ed è illustrata con dovizia da una lavagnetta posta non lontano dalle spine: già da lì si capisce che unisce tradizioni diverse: quella tedesca sul fronte dei malti - eccezion fatta per il maris otter - e quella americana per quanto riguarda i luppoli - e qui invece fa eccezione il sorachi. Non volendo giudicare a priori se l'idea potesse essere buona o se si trattasse di un'eresia, non mi è rimasto che assaggiare.


Il contrasto tra queste due anime, in effetti, si conferma in pieno. All'aroma risaltano i toni tra il floreale e il fruttato dei luppoli tanto da far pensare a una pale ale, ma una volta messo in bocca il primo sorso, arriva una dolcezza da cereale tendente addirittura al miele che ricorda quasi le ale belghe - pur con un corpo meno robusto, tanto da risultare estremamente beverina nonostante i sette gradi alcolici. In chiusura ritornano i luppoli di cui sopra, e l'amaro del sorachi in particolare che dà una chiusura abbastanza secca; oltre a un profumo di miele che risale una volta svuotato il bicchiere, esaltato dalla temperatura più alta. In conclusione la definirei una birra per chi, pur cercando qualcosa che venga incontro ad un largo spettro di gusti in quanto a semplicità e delicatezza, apprezza comunque quella nota di sorpresa data dal contrasto tra la parte maltata e quella luppolata; che forse potrà far storcere il naso a qualche purista, ma che è coerente con la volontà di elaborare qualcosa di nuovo.

lunedì 3 agosto 2015

L'anima, lo spirito e il generale

Detta così, dal titolo potrebbe sembrare che io non abbia ancora smaltito l'acol assunto assaggiando le birre di cui scrivo: ma è semplicemente un riferimento ai nomi di tre delle birre dell'ultima nuova conoscenza fatta in Piazza Venerio, il Birrificio Belgrano. La sede è a Milano ed ha aperto nel 2014, ma Belgrano vanta avere origini in quel di Buenos Aires, dove nonno Nicholas "trascorreva ore ed ore - cito dal volantino - a mescolare aromi ed essenze per ottenere i suoi infusi terapeutici e sperimentare nuovi sapori per le bevande, tra cui le sue birre preferite".

Non era purtroppo presente il mastro birraio, ma nell'assaggiare le birre - tutte basse fermentazioni, a differenza di buona parte dei birrifici artigianali -  ho comunque avuto qualche delucidazione dai suoi collaboratori che stavano deitro le spine. Attualmente sono quattro quelle in produzione: la lager chiara Anima, la pils Belgrano, la marzenbock Spirito, e la pils aromatizzata con scorze d'arancia e coriandolo Il Generale. Dato che quest'ultima poteva apparire come un'autentica eresia, non ho potuto non incuriosirmi. Al naso l'aroma di cui sopra spicca in maniera tale da far pensare di avere nel bicchiere una blanche - pur essendo meno intenso, perché non si aggiunge quello del lievito usato appunto per le blanche -; salvo poi lasciare un po' perplessi perché, una volta bevuto il primo sorso, ci si rende conto che una blanche non è, ma presenta un corpo più leggero e di cereale - pur naturalmente senza alcuna nota di frumento - come tipico delle pils. Il mio interlocutore ha spiegato che si tratta di una birra ancora in fase di sperimentazione, per trovare il giusto equilibrio tra un'aromatizzazione e uno stile che - almeno stando ai canoni - non avrebbero nulla a che spartire: personalmente non l'ho trovata sgradevole, semplicemente ho percepito una dissonanza a cui, pur essendo voluta allo scopo di sperimentare, il mio palato non è abituato. Chissà, potrebbe essere interessante riassaggiarla tra qualche tempo.

Su suggerimento del signore di cui sopra ho poi provato la Spirito: e qui rimaniamo già più nei canoni dello stile, con una birra ambrata dall'aroma dolce di malto e caramello - personalmente non ho colto alcuna nota di amaro, come invece diceva la scheda descrittiva -, i cui sapori si confermano in forze anche al palato insieme ad una nota liquorosa che segue fino alla chiusura. Pur senza cadere nello stucchevole, ho trovato la persistenza molto dolce: il che personalmente non mi urta, semplicemente non la consiglierei ai fanatici del luppolo (che comunque, verosimilmente, non prenderebbero una marzenbock). Che dire dunque, in conclusione? Ci rivediamo per assaggiare la Il Generale (nonché le due che mi mancano)...

martedì 26 maggio 2015

Sui colli orientali non c'è solo vino


Aprire un birrificio a Corno di Rosazzo, in piena zona vinicola, può suonare quasi come un azzardo: ma questa è la scommessa che ha fatto il giovane Giulio Cristancig, anche lui partito come homebrewer, che ho conosciuto lo scorso fine settimana alla fiera delle birre artigianali di Zugliano (Udine). Ha scelto di chiamare la sua nuova attività Birrificio Campestre, "perché lì a Corno sono immerso nella natura"; nonché di partire già con un piccoloi impianto suo e non come beer firm, a testimonianza che intende fare sul serio: tanto che lo slogan che campeggia sul sito è "I colli orientali non sono più solo terra di vino, ma anche di birra" - cosa peraltro dimostrata dall'esistenza in zona anche di altri birrifici.


Giulio ha elaborato quattro birre, ciascuna contraddistinta in etichetta da un animale: il gallo per la golden ale Aurora, l'asino per la ale bionda con dry hopping Rurale, il gatto per la ale ambrata Sore Sere, la civetta per la porter Scur di Lune. Per ora solo le prime due sono in produzione - il birrificio ha aperto da pochi mesi -, ma Giulio assicura che presto arriveranno tutte quante.

Essendo quella che tra le due mi incuriosiva di più, ho assaggiato la Rurale. L'aroma agrumato è particolarmente intenso - Giulio ammette infatti la sua grande passione per il luppolo cascade -, tanto che anche in bocca il sapore corrispondente rimane decisamente pieno e persistente. Solo alla fine si sente qualche nota più vicina all'amaro erbaceo, che però non arriva a sovrastare l'agrumato precedente. Detto così, sembrerebbe che Giulio col cascade abbia davvero esagerato: forse sì, però gli va riconosciuto che il risultato finale è comunque una birra che nel complesso non dà l'impressione di essere squilibrata, in quanto gli aromi sono intensi ma non eccessivi, e di piacevole beva per il finale fresco. Insomma, che dire: Giulio ammette di non essere né della filosofia del ritorno alla purezza né di quella del "famola strana" (la birra), ma di quella - come specifica anche nel volantino - di "rispecchiare i miei gusti personali"; essendo riuscito a non strafare pur volendo giocare su aromi e sapori forti, personalmente ho fiducia che il talento ci sia, e che le sue birre rispecchieranno anche i gusti di tanti altri.

venerdì 19 dicembre 2014

Una visita a casa del Meni

Cogliendo il gentile invito del buon Giovanni, qualche giorno fa ho fatto visita al birrificio del "vecchio" Meni: alias Domenico Francescon, di cui - e delle cui birre - avevo già parlato in questo e questo post. E' stato quindi un piacere andare a vedere il luogo di produzione in quel di Cavasso Nuovo, piccolo paesino in provincia di Pordenone.

Il birrificio è ciò che si dice un'aziendina a conduzione familiare: intenti a brassare una cotta speciale per la Vecchia Osteria di Maniago c'erano infatti Domenico e il figlio Giovanni, mentre la moglie del capostipite era occupata ad inscatolare le bottiglie. Saranno pure in pochi, ma si danno da fare: lavorano infatti in doppia cotta, gestendo i tempi con estrema meticolosità dato che caldaie miracoli ancora non ne fanno. Annesso al birrificio c'è poi un piccolo spaccio che, per quel che abbiamo avuto modo di vedere nell'ora e poco più in cui siamo stati lì, è discretamente frequentato dai locali e non solo: tra i clienti abituali ci sono anche i militari statunitensi di stanza ad Aviano, in cerca - data la vasta gamma di birre proposte, tra cui diverse aromatizzate - di qualche "pezzo originale" che ricordi loro i gusti un po' più estremi in voga oltreoceano.

Avendo già provato la Siriviela, la Candeot e la Pirinat - come descritto nei post di cui sopra -, questa volta la scelta è caduta sulla Grava: una Ipa dal colore ramato e dalla schiuma densa, persistente e pannosa, in cui dominano all'aroma le note di resina del luppolo chinhook. Addentata - letteralmente, data la consistenza - la schiuma, mi è arrivata in bocca una sferzata di amaro: il corpo robusto lascia infatti ben poco spazio ai toni agrumati ed erbacei che di solito la fanno da padroni nel genere, prediligendo nettamente quelli amari - per quanto nel primo sorso abbia sentito una leggera punta di caramello, subito svanita. Anche la chiusura è altrettanto amara e secca, lasciando da principio la bocca pulita, per poi ritornare in piena forza con una persistenza discretamente lunga.

Per quanto l'abbia trovata sbilanciata verso l'amaro a livello di gusti personali, indubbiamente è una birra che ha del carattere; e che probabilmente fa la felicità di tutti coloro che si dicono perplessi davanti alla moda delle Ipa fin troppo spinte dal lato aromatico, in cerca di un facile stupore. Qui si cerca piuttosto di stupire con un amaro che non sia "un amaro qualsiasi" ma abbia una sua unicità, e che gli amanti del genere possono trovare interessante.

Ultima nota: il premio simpatia va all'unanimità - mia e di Enrico, naturalmente - alla cassettina in legno fatta dal Meni stesso, utilissima come confezione regalo per sei bottiglie e che non abbiamo potuto resistere dal portarci a casa. Il Natale quando arriva arriva...


lunedì 4 novembre 2013

Al Good di Udine, parte prima: ma che sarà mai un agribirrificio

Rieccomi qui, dopo la trasferta nepalese. Giusto per togliervi la curiosità, se volete bere birra locale in quel di Kathmandu, il mio personale consiglio - con tutto il rispetto per i nepalesi - è di lasciar perdere: la scelta va dalla Everest alla Gorkha, due pils molto simili tra loro, che pur non essendo da buttar via non offrono nulla di più di ciò che si potrebbe trovare in un qualsiasi supermercato. Ottime per dissetarsi magari, ma non per chi cerca un sapore particolare.

Al rientro in Italia mi sono così diretta con migliori speranze al Good di Udine, salone delle specialità enogastronomiche friulane e non solo. Ovviamente non mi sono certo dilettata solo con la birra: è stata l'occasione per scoprire che di prosciutto San Daniele esistono quasi una decina di tipologie, grazie alla guida del buon Max Plett del prosciuttificio Dok dall'Ava; o di provare i veri confetti di Sulmona dell'azienda Giallo Zafferano - spettacolari quelli alla mandorla, caramello e rum; e la lista potrebbe continuare a lungo.

In quanto a birrifici, oltre a ritrovare più o meno tutti i vecchi amici - tra cui Valscura, di cui ho provato la Nadal: notevoli le note di frutta esotica sia all'olfatto che al palato, ma forse un po' impegnativa da bere perché gli otto gradi si sentono tutti - ho fatto anche alcune nuove conoscenze. Ad attirare la mia attenzione, per pura curiosità, è stato per primo l'agribirrificio Villa Chazil di Lestizza: ohibò, mi sono detta, che sarà mai un agribirrificio?

Sono così andata a farmelo spiegare dal bravo ragazzo al banco, che ancor prima di rispondere alla mia domanda mi ha messo in mano un bicchiere. In sostanza, come intuibile dal nome stesso, si tratta di un'azienda che - come per gli agriturismi - coltiva in proprio le materie prime: in questo caso, il malto e il luppolo. E qui è sorto il dubbio: ok per l'orzo, ma in quanto al luppolo avevo sempre saputo che farlo crescere in queste zone è una battaglia persa: come la mettiamo? "Con i luppoli tedeschi sì - ha specificato il ragazzotto - ma con quelli americani si può fare". A onor del vero, in effetti, il luppolo a km zero ancora non c'è: il birrificio è attivo da due mesi, per cui bisognerà attendere l'anno prossimo - quando le piante saranno cresciute - per vedere se davvero l'esperimento funziona; per ora c'è il malto - che mi è anche stato fatto assaggiare, prima volta che mi capitava -, e le previsioni sono quelle di produrre circa 1500 ettolitri l'anno di birra a filiera corta.

Per ora Villa Chazil produce un solo tipo di birra, quella - appunto - che mi era stata messa in mano: una lager con malto Pils - quello sì già prodotto in azienda - e luppolo Cascade. Se devo essere sincera, per quanto l'abbia trovata piacevolmente dissetante, non mi ha particolarmente colpita; certo si sente comunque il tocco dell'artigianalità, in quanto non ha nulla a che vedere con quelle da supermercato di cui sopra. Per cui, che dire? Aspetto di assaggiare quella con luppolo locale il prossimo anno, che promette di essere, al di là dei gusti personali, senz'altro unica in quanto a materie prime.

domenica 15 settembre 2013

Friulidoc, parte prima: Pan di Sorc e Tazebao


Chi conosce Udine e la sue manifestazioni si sarà forse chiesto come mai non abbia ancora scritto nulla su Friulidoc, il più celebre evento enogastronomico della regione; e in effetti la risposta è molto semplice, ossia che sono stata fin troppo occupata a bazzicare tra i vari stand – per lavoro, cosa credete? - per trovare il modo di scrivere.

Anche se la manifestazione è iniziata giovedì 12, la mia lunga maratona è partita la mattina di venerdì da via Cavour. Tra le tante bancarelle, la prima ad attirare la mia attenzione è stata quella dell'associazione dei produttori del Pan di Sorc: un pane dolce e speziato, tipico del gemonese, prodotto – mi ha spiegato con dovizia la signora dello stand – con farina di frumento, di segale e di mais cinquantino: una varietà coltivata non solo in Friuli, ma anche nel Veneto, fino agli anni Sessanta, e poi abbandonata – complice anche la credenza che provocasse la pellagra. Ora, grazie all'Ecomuseo delle Acque del Gemonese, è partito un progetto di recupero della coltivazione: ed è così possibile gustare di nuovo questa prelibatezza, tradizionalmente prodotta nel periodo natalizio. A dire il vero, è roba per palati e stomaci forti: oltre alle tre farine in questione, la ricetta prevede l'uso di noci, uvetta, semi di finocchio e fichi. Insomma, una bomba. E poi deve piacervi la polenta, perché il retrogusto del mais è abbastanza marcato. Però è roba sana, prodotta interamente con materie prime locali, tra cui le farine macinate da mulini artigianali: meglio questo che una merendina del supermercato, insomma, anche perché – diciamocelo – è davvero buono.

Proseguendo il mio giro, sono passata da via Aquileia: lì ad attirare la mia attenzione è stato il tendone del birrificio artigianale Tazebao, direttamente da Trieste – notoriamente terra nemica per gli udinesi. O meglio: ad attirare l'attenzione è stato il buon Giorgio, un personaggio tale che dargli del vivace è un eufemismo. Ancora prima che avessi finito di presentarmi, mi aveva messo in mano un bicchiere di ambrata ad alta fermentazione: e che ambrata. Nulla da invidiare a quelle belghe, con un retrogusto acidulo ma parecchio rinfrescante. Prova migliore della produzione artigianale è stato il fatto che la sera, quando sono tornata a farla provare a Enrico, la stessa birra aveva un gusto diverso: cosa che, parecchi mastri birrai mi hanno confermato, capita spesso con le birre non industriali, essendoci differenze anche rilevanti da cotta a cotta o addirittura da fusto a fusto. Unico neo, è parecchio beverina nonostante il tenore alcolico non indifferente: e tenendo conto che erano le undici del mattino ed ero a stomaco vuoto, meno male che mi è venuta in soccorso la pagnottina di pan di sorc – devo ammettere che l'abbinamento, dopotutto, non era malvagio - che avevo in borsa per tamponare l'alcol e mantenere la lucidità. Anche perché ero attesa alla Cucina Carducci per un servizio: rimanete sintonizzati per sapere com'è andata...