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martedì 24 novembre 2015

La lattina è più pop

Ieri Maurizio Maestrelli l'ha definita "la notizia del giorno", per quanto nell'ambiente birrario circolasse già da qualche tempo: il vulcanico Teo Musso ne ha combinata un'altra delle sue, lanciando la Baladin in lattina. Il nome è un programma: Baladin Pop, ossia "popular", ad indicare come l'intento sia quello di - cito dal sito di Baladin - "proporre una birra di grande qualità ma facilmente fruibile". Non l'ho ancora assaggiata, per cui vi posso dire semplicemente che viene descritta come una birra che presenta una "schiuma bianca e compatta" e "di colore dorato. La luppolatura a freddo  ̶  dry hopping  ̶  che utilizza luppolo in fiore qualità Mosaic e Cascade prodotto in Italia, le dona delicate note erbacee ben bilanciate con la parte maltata. Fresca al naso e in bocca, si completa con un finale secco e gradevole".

E fin qui le "note tecniche". Come di consueto quando si muove Musso, si è scatenata una ridda di commenti che va da "idea innovativa" a "sacrilegio, brucerete tutti all'inferno": c'è chi ricorda che la birra artigianale in lattina l'ha già lanciata Bad Attitude cinque anni fa e che quindi Baladin non può fregiarsi di essere il primo (per quanto, essendo Bad Attitude svizzero, può dirsi il primo in Italia); chi dice che la comprerà quantomeno per curiosità, e chi giura che non si abbasserà mai a tanto; chi accusa Baladin di pensare più al marketing che a fare buona birra e di essersi "venduto" alle ragioni del dio denaro, e chi non disdegna una mossa che va comunque ad allargare il mercato delle artigianali. Come spesso accade, insomma, Baladin o si ama o si odia, e poco giova ricordare che - almeno stando alle ricerche che ho fatto sugli articoli usciti all'epoca del lancio della Bad Attitude in lattina - in quel caso non si fosse sollevato un tale polverone ideologico.

Il primo nodo da sciogliere sta naturalmente nell'adeguatezza o meno della latttina - contenitore comunemente associato alla birra industriale - per rendere giustizia alla birra artigianale. Opinioni che ritengo qualificate, tra cui quella di Andrea Camaschella con cui ho avuto modo di discutere in proposito, dicono che, con la tecnologia attuale, la lattina non va a pregiudicare i sapori ed aromi della birra: "Anzi, rispetto alla bottiglia offre alcuni vantaggi, come il fatto di non lasciar passare la luce", ha osservato Camaschella - nonché quello di essere sigillata, aggiungo io, dato che mi è capitato di vedere anche tappature mal riuscite. Purché non si beva la birra direttamente dalla lattina facendosi un'overdose di anidride carbonica che anestetizza le papille gustative, ma la si versi in un bicchiere, la lattina parrebbe quindi non avere controindicazioni di questo genere.

Resta dunque la questione marketing o non marketing, "purismo" o non purismo. Diciamocelo: il cultore della birra artigianale difficilmente diventerà un consumatore regolare di birra in lattina. Forse la acquisterà per curiosità, o perché quando va a fare la scampagnata gli viene più comodo metterla nella borsa frigo rispetto alla bottiglia: ma i modi e i luoghi della degustazione per questa fascia di mercato sono in massima parte diversi dall'aprire la lattina sul divano davanti alla tv - perché il vero cultore della birra artigianale, stesse anche guardando la finale di Champions, comunque si stapperà la bottiglia e la verserà a dovere nel bicchiere adeguato e alla temperatura giusta. Per cui, se la mia analisi è corretta - e non ho la presunzione che lo sia - significa che ad avere qualcosa da temere non sono tanto i birrifici artigianali quanto quelli industriali, perché la Pop Baladin andrebbe a rivolgersi a quella fascia "media" che questi ultimi stanno corteggiando con le varie "crafty" regionali e millemila luppoli. Quindi, fatta salva l'opinione che ciascuno può avere in merito alla birra artigianale in lattina, difficilmente sposterà qualcosa per i birrifici artigianali e in particolare per quelli più piccoli, che spesso vivono di una cerchia di appassionati che la Pop Baladin comunque non toccherà. Se questa cerchia si allargherà perché la Pop Baladin porterà al mulino delle artigianali in bottiglia o alla spina un segmento più vasto di mercato, è tutto da vedere; la questione più interessante che mi pare si stia sollevando è però la formazione di questo "mercato medio", perché la sua evoluzione si sta ponendo come nodo cruciale per il mondo della birra in senso lato.

lunedì 26 ottobre 2015

Fiera birra Pordenone, parte prima: i vecchi amici

Come molti di voi già sanno, questo fine settimana sono stata impegnata - eh sì, è un lavoro sporco ma qualcuno lo deve pur fare - con la Fiera della birra artigianale di Pordenone. Una "prima" sotto un duplice punto di vista, perché è sia il debutto dell'edizione autunnale della fiera di Santa Lucia di Piave - evento ormai consolidato - che quello di una fiera di questo tipo in Friuli Venezia Giulia (dato che altri eventi simili hanno obiettivamente un taglio diverso). Tra i venti birrifici presenti ho trovato per la maggior parte vecchie conoscenze, ma di alcune ho avuto modo di provare qualcosa di nuovo; mi ispira iniziare da questi ultimi casi, per cui mettetevi comodi.

Seguendo - molto banalmente - l'ordine in cui ho trovato i vari stand, il primo è quello di Matilde e Norberto - titolari della Brasserie di Tricesimo che fanno anche da distributori di vari marchi per il Fvg, tra cui Toccalmatto, Ducato e Foglie d'Erba. Matilde mi ha messo tra le mani un bicchiere, sfidandomi ad indovinare che birra fosse. E, lo ammetto, ho sbagliato di brutto. Non diciamo a quale light ipa avessi pensato: fatto sta che si trattava della nuova versione della Hopfelia di Foglie d'Erba, con una luppolatura assai più delicata dall'amaro meno acre, in cui i toni resinosi che contraddistinguevano questa birra si armonizzano con altri più citrici. Un risultato finale che personalmente ho apprezzato, non amando gli amari troppo decisi, e che probabilmente "sposterà" un po' il pubblico di Foglie d'Erba - i patiti dell'amaro si getteranno a braccia aperte sulla Freewheelin', mentre la Hopfelia probabilmente guadagnerà consensi tra quelli come me.

Subito più avanti era posizionato L'Inconsueto, di cui il birraio Valentino mi ha presentato la novità, la ale chiara al limone. Al mio "Mica avrai fatto la radler???" ha risposto con un "Guarda che mi offendo!", perché in effetti radler non è: al di là della considerazione di base che rimane comunque birra perché l'aromatizzazione non è soverchiante, si nota bene come i limoni usati siano di qualità - di Sorrento, per la precisione - senza quel retrogusto dolciastro e stucchevole che lascia la limonata. Punto di forza de L'Inconsueto però, a detta di Valentino, è la Speciale: una "Ipa come dovrebbe essere, senza tutta quell'esagerazione di luppoli americani, che gli inglesi dell'epoca non avevano", ha sentenziato. In effetti è una birra per gli amanti dell'amaro, ma rimanendo comunque equilibrata prediligendo un erbaceo sobrio e non pungente sia nell'aroma leggero che nel resto della bevuta.

Veniamo quindi al Jeb, fresco di titolo di birrificio dell'anno a Marano Vicentino. Chiara ci ha tenuto a farmi assaggiare la "Cometa roasted", come l'ha definita, ossia l'ambrata ai tre cereali in versione affumicata. Su profumi dolci e maltati che la caratterizzano risalta bene l'affumicato, tanto da far quasi credere che si imponga poi anche in bocca; cosa che invece non è, perché al palato risulta un affumicato gentile, che non lascia poi una persistenza troppo aggressiva. Una birra complessa e forse non per tutti, ma che riesce ad armonizzare in maniera originale tutti i sapori di cereale, biscotto, miele e tostato che la caratterizzano.



Di Sognandobirra ho riprovato la brown ale Sisma (la foto col cannolo è una gentile concessione di Andrea), questa volta alla spina, perché "è tutta un'altra cosa di quella in bottiglia, assolutamente devi-devi-devi". Mi sono fidata, e in effetti è così: se la versione in bottiglia presenta un contrasto più marcato tra aroma e corpo caramellati e amaro resinoso in chiusura, quella alla spina amalgama meglio questi due poli, risultando al contempo sia meno dolce al palato che meno amara alla fine, nonché meno "traumatica" nel passaggio tra i due sapori. Più armoniosa, volendo usare un aggettivo solo, cosa che personalmente ho apprezzato.

Ho ritrovato anche l'apprezzao Mr Sez, a cui questa volta però mi sono trovata a "fare le pulci" per la sua wheat ale Santa: troppo poco pronunciato il cereale, a mio modo di vedere - il frumento è appena percepibile -, mentre la luppolatura fresca e floreale farebbe pensare più ad altri generi - mi ha ricordato la loro pale ale Furba. Una birra piacevolissima, ma che non inquadrerei del tutto nello stile. Pienamente in stile e con lode invece la imperial stout Penelope, un tripudio di caffè e cioccolata dall'inizio alla fine, con schiuma pannosa d'ordinanza ed un finale leggerissimamente acidulo da malto tostato che contribuisce notevolmente alla bevibilità. Ottima per il birramisù, come ha confermato anche la moglie del birraio Enrico.

Una parola anche per la Rudolph di Bad Attitude - una strong ale dal colore dorato, che armonizza i toni molto dolci del malto con lo speziato di ginepro, zenzero e cannella - e la blanche del San Gabriel, pienamente e piacevolmente in stile - pur essendomi apparsa più dolce al palato rispetto alla media delle blanche, complice forse l'aggiunta di farro e segale -, con il caratteristico speziato e floreale del lievito.

Da ultimo il Birrone, dove ho avuto la sorpresa di trovare nientepocodimeno che il grande boss Simone Dal Cortivo: è stato un piacere - nonché un momento decisamente istruttivo - degustare con lui la Heaven, una blanche caratterizzata dal coriandolo aggiunto a fine bollitura per dare una nota secca a contrastare il dolce del cereale e buccia di arancia amara. Una birra che ha ricevuto notevoli riconoscimenti a Rimini insieme alla sua "cugina" a bassa fermentazione, la Hell; e che conferma la filosofia di Simone secondo cui le birre si fanno equilibrate, senza voler strafare - come ha ribadito facendomi assaggiare anche la Rauch, un'ambrata dall'affumicato assai discreto.

Concludo nominando anche tutti gli amici che, pur non avendo avuto nulla di nuovo da presentarmi - detta così pare che siano degli scansafatiche, la realtà è che sono io ad essere godereccia e le ho già provate tutte - mi hanno accolta con calore: Zahre, Benaco 70, Valscura, Villa Chazil. Posso dire con piacere che mi sono sentita in famiglia, decisamente l'aspetto che apprezzo di più di queste giornate.

domenica 28 settembre 2014

Gusti "non standardizzati" di frontiera

Anche quest'anno, per quanto vi abbia riservato solo un giro veloce, non ho voluto mancare la manifestazione "Gusti di frontiera" a Gorizia. D'altronde il 2014 era stato annunciato come l'anno dei record, non solo per l'ampliamento del numero di Paesi e di espositori - con nuovi ingressi soprattutto dalla zona dell'est Europa e del Baltico - ma anche per l'afflusso eccezionale di visitatori, tanto che gli organizzatori mi hanno confermato che già il sabato sera alle 22 ne erano stati contati circa 300 mila soltanto ai sette ingressi principali - e la foto che vedete parla da sola. Insomma, le premesse erano buone.


Mi sono fatta un primo giro in serata sabato 27, con difficoltà a farmi largo tra la folla. Rispetto a Friuli doc, l'atmosfera e il target della manifestazione sono del tutto diversi: se a Udine si mira a far conoscere le produzioni enogastronomiche artigianali locali, dando un taglio molto specifico, Gusti di frontiera è piuttosto una sorta di grande "festa dei popoli", in cui - oltre a qualche produzione artigianale, che pur è presente - ciascun Paese porta le sue tradizioni tipiche. E non solo gastronomiche, perché mi è capitato di vedere i brasiliani fare la capoeira in strada: insomma, appunto, una festa. Intendiamoci, non che Friuli doc non lo sia, ma sono due cose diverse ed è giusto che sia così: altrimenti non si vedrebbe perché andare ad entrambe, rischiando di generare quella che diventerebbe una guerra tra poveri tra manifestazioni entrambe al di sotto del proprio potenziale di attrazione.

Ancor prima che le birre - sì, lo so che volete sapere di quelle, un momento e ci arrivo - ho avuto quindi modo di apprezzare le prelibatezze dei produttori italiani e non: tra le tante - e non me ne vorranno quelli che non nomino - le vellutate di carciofi e di zucchine dell'azienda agricola Ekalò di Martano (Lecce), il succo di mela artigianale di Davide Geremia di Latisana, e i formaggi di numerosi allevatori sardi, pugliesi, altoatesini, umbri e sloveni; ma anche di scoprire alcune ricette tradizionali goriziane, come gli strucoli in straza - una pasta lievitata e arrotolata con un ripieno a base di noci, uvetta e pinoli, che vede in foto - grazie ad una dimostrazione organizzata in collaborazione con l'Accademia italiana della cucina. Peraltro, il delegato dell'Accademia Roberto Zottar mi ha riferito che già in passato era stata abbinata agli strucoli una lager chiara al ginepro: insomma, pare che la birra si faccia strada nel mondo della gastronomia.

E appunto la birra non mancava. Oltre a nomi noti come Zahre, Campagnolo, Tazebao e Antica Contea, su presentazione di quest'ultimo ho conosciuto lo svizzero Bad Attitude: che però merita un post a parte, data la varietà e la particolarità delle birre a listino. Per cui abbiate pazienza, ne varrà la pena. Birrifici artigianali che hanno registrato anch'essi un successo notevole, tanto che molti avevano esaurito i fusti delle birre più gettonate: anche la presenza di birre industriali più a buon mercato, insomma, pare non aver scalfito la coscienza del consumatore - almeno quello di Gusti di frontiera - che "sono due cose diverse".

Del resto i prezzi erano generalmente adeguati alla qualità dei prodotti offerti; unica eccezione che mi è dispiaciuto constatare, come testimonia la foto e come lamentato da numerosi avventori, lo stand delle birre belghe, in cui una piccola alla spina veniva venduta anche a 5 euro. Impossibile che non si insinui il legittimo sospetto della speculazione, se anche un birrificio artigianale la vende a poco più della metà. Devo ammettere però che la Corsendonk rossa che ho bevuto è stata apprezzatissima, con i suoi aromi di caramello e crosta di pane, e qualche nota di frutta candita.

La cosa che più mi sono portata a casa però è stata la perla di saggezza di Mirena Morocutti, della pasticceria Mirandò di Treppo Carnico, che già a Friuli doc mi aveva stupita con un tortino alla yogurt e fragole di una genuinità rara - se passate da quelle parti, i chili di troppo non costituiranno mai una giustificazione sufficientemente valida per mancare una visita. Di fronte ai miei complimenti per la sua maestria - in questo caso espressa da una fetta di strudel -, la signora Morocutti ha ribattuto "Eh, il punto è che nessuno ha più voglia di tagliare le mele". Come scusi? "Sì, ormai tante pasticcerie si fanno arrivare le mele pretagliate in sacchi immersi in un liquido, o le creme già pronte. E così tutto ha lo stesso sapore: ci hanno standardizzato i gusti". Ecco, mi sono detta: se Gusti di frontiera riesce ad insegnare alla società del Mc Donald's ad apprezzare la varietà dei sapori, è già un gran bel traguardo.