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giovedì 18 aprile 2019

Un giro a Gourmandia

Reduce da tre weekend di Santa Lucia ho visitato Gourmandia - manifestazione ideata da "Il Gastronauta", alias Davide Paolini - nella sua nuova sede di Open Dream, l'area ricavata dall'ex ceramificio Pagnossin a Treviso. Un pezzo di archeologia industriale che in effetti può offrire una scenografia pittoresca a manifestazioni fieristiche e affini. Si tratta di un'esposizione enogastronomica in senso lato, per cui i birrifici sono soltanto una delle tante realtà presenti.

Ho iniziato da Casa Veccia, il birrificio di Ivan Borsato, assaggiando la nuova Finta de Pomi - che lui mi ha presentato come una sorta di ibrido sperimentale tra birra e sidro, trattandosi per il 50% di una base di Special (la sua birra stile abbazia), e per il restante 50% di succo di mele e pere, fermentati appunto con lievito da sidro. Al naso si mantiene ben riconoscibile lo stile di base, con il suo caratteristico tono tra lo speziato, la frutta matura e il caramello; a cui si amalgamano bene i toni aciduli della frutta, che comunque non dominano. Un equilibrio che si ritrova anche in bocca, nel corpo pieno e che gioca tra il calore dello stile di base e la freschezza della frutta, prima di un finale in cui una leggera nota alcolica fa il paio con il dolce-acidulo della mela. Nel complesso l'ho trovata rimanere una birra ben più che un sidro, con un buon equilibrio complessivo; certo, come ha osservato anche Ivan, sarà interessante vedere come evolverà nel tempo, essendo ancora abbastanza giovane.

Ho quindi ritrovato Birra Follina, per assaggiare anche qui l'ultima creazione - una golden ale battezzata "Birra botanica", non per strani intrugli nella ricetta, ma in virtù dell'antica stampa scelta per l'etichetta. Fondamentalmente in stile, fresca e beverina nel complesso in virtù del corpo snello, con un taglio di un amaro tra l'erbaceo e l'agrumato più netto e secco di altre birre omologhe, ho avuto però l'impressione che all'olfatto peccasse un po' di qualche leggera nota tra il dolciastro e il fenolico dovuta dall'essere ancora giovane; giovinezza che mi è peraltro stata confermata. Sarà interessante riprovarla tra qualche tempo, per vedere se - come credo - la maturazione avrà giovato.

Ho poi trovato interessante, e non solo sotto il profilo birrario e gastronomico, la collaborazione tra Birra del Forte e la Pasticceria Giotto del carcere di Padova - già nota quest'ultima per gli ottimi prodotti da forno (vanta ormai un decennio di presenza nel Gambero Rosso) realizzati da chi, anche attraverso questa attività, si impegna a dare un nuovo corso alla propria vita. In particolare la pasticceria realizza biscotti salati con la Cento Volte Forte - una Wit al Bergamotto - e con la Meridiano 0 - una Bitter. Devo dire che ho apprezzato molto l'accostamento tra i secondi, aromatizzati al timo, e la stessa bitter usata nell'impasto; che ha creato un piacevole gioco di contrasti tra il salato, il balsamico e l'amaro (mentre nel primo caso la Cento Volte Forte non sarebbe l'abbinamento più azzeccato, in quanto il bergamotto crea una certa ridondanza tra biscotto e birra). Non mi capita spesso di accostare biscotti salati alla birra, ma devo dire che si tratta di un'ottima alternativa a grissini, focacce e affini, offrendo grande spazio alla creatività del pasticcere. Anche le birre si sono confermate in gran forma, evidenziando pulizia ed equilibrio nella semplicità - anche nel caso della più "originale" Cento Volte Forte.

Come già accennato nel post su Facebook, per quanto mi dedichi in maniera pressoché esclusiva alle birre artigianali, ritenevo valesse la pena di andare a conoscere Collerosso, il progetto di fermentazioni spontanee e barricate di Birra del Borgo. Trattasi del vecchio birrificio, dove è situata una vasca che permette la produzione di fermentazioni spontanee (nonché di adibire degli spazi a bottaia, lontano da altre birre): la "capostipite" è infatti la Round Overnight, una birra che sostanzialmente mutua i procedimenti di produzione delle Geuze belghe - una miscela di fermentazioni spontanee di 1, 2 e 3 anni, maturate in botti di Calvados, Montepulciano e Amarone. In realtà, non aspettatevi una Geuze - e infatti non è definita tale -, e non solo per l'ovvia osservazione secondo cui la flora batterica di Borgorose non è la stessa di Bruxelles (ho assaggiato molte Geuze prodotte in luoghi diversi, senza che per questo avessero una differenza così ampia): ho trovato che l'acidità fosse meno pronunciata ma al tempo stesso più graffiante, meno incentrata sui toni dolci e più su quelli ossidativi (volendo essere onesti ho percepito anche un leggero aroma "di detersivo", ma a onor del vero poteva anche essere questione del bicchiere non lavato in maniera appropriata). Di primo acchito, direi che trovo meglio riuscita la linea classica di Birra del Borgo (di cui ho già scritto in passato); ma non voglio naturalmente porre ipoteche su che cosa possa riservare il futuro - già erano in esposizione una Framboise e una Tripel barricata, ad esempio - tanto più trattandosi di birre in evoluzione e di un birrificio che, qualunque cosa se ne possa pensare, è un pezzo della storia della birra italiana e vanta le relative competenze.

Tra le nuove conoscenze c'è poi stato il birrificio Ca' Barley di Sernaglia della Battaglia, che coltiva ad orzo certificato biologico 30 ettari di proprietà. A maltarlo, nonché a garantire la tracciabilità, ci pensa Weyermann (e qui potremmo aprire di nuovo l'annoso capitolo della tracciabilità sui piccoli lotti). Di recente apertura - settembre 2018 -, ma con un birraio che vanta quarant'anni d'esperienza, ha già ottenuto dei riconoscimenti al Merano Wine Festival per la Vienna e per la lager ambrata Fred: l'impronta è quindi  marcatamente tedesca, dato che su quattro birre solo una (una ipa) esula dalla tradizione teutonica. Rimando ad una visita di persona in azienda un post più approfondito.

Da ultimo era presente il birrificio Alta Quota di Cittareale (Rieti), che pone come suo punto di forza l'acqua dell'alta valle del Velino e l'utilizzo di alcuni cereali locali, tra cui il farro. Da segnalare, oltre alla loro birra di bandiera Principessa (una ale al farro), è la Ancestrale, un progetto con Slow Food mirato a recuperare il pane vecchio per fare la birra - proprio a mo' di come la si produceva anticamente. Un progetto quindi anche dall'interesse etico e storico, oltre che birrario.

Chiudo qui il mio resoconto, osservando come di anno in anno riscontro crescente interesse da parte dei birrifici per gli eventi di questo tipo - ossia non esclusivamente birrari. Sicuramente un segno, se mai ce ne fosse stato bisogno, che i tempi sono maturi perché la birra artigianale si confronti sullo stesso piano con gli altri prodotti dell'enogastronomia italiana.

sabato 23 aprile 2016

Un po' di sproloqui su Birra Del Borgo

Come di consueto quando arrivano notizie grosse di cui non ho l'esclusiva io, piuttosto che ripetere meccanicamente cose scritte da altri che comunque chiunque altro a quel punto avrà già letto preferisco starmene buonina: e infatti così ho fatto ieri, quando i birrofili sul web si sono infervorati alla notizia della cessione totale di Birra del Borgo al colosso multinazionale Ab Inbev - quella a cui fanno capo nomi come Beck's, Budweiser e Stella Artois, per intenderci, e che poco tempo fa aveva dovuto "lasciare" la Peroni alla giapponese Asahi per questioni di antitrust. Insomma, ciò che da tempo si paventava è avvenuto: anche in Italia i grandi gruppi fanno "shopping" di birrifici artigianali, come già accaduto all'estero.


Innanzitutto, c'è da dire che Leonardo Di Vincenzo avrà - ovviamente - fatto i suoi conti nel prendere una decisione che immagino non facile: così come - specie negli Usa - per una startup il più grande successo è considerato il fatto di vendere alle migliori condizioni possibili ad un'azienda più grande, così - cito il comunicato di Birra del Borgo riportato da Cronache di Birra - "La collaborazione darà a Birra del Borgo, uno dei più grandi produttori di birra artigianale in Italia, un’occasione unica per avviare gli investimenti necessari a favorirne lo sviluppo pur continuando a gestire autonomamente la propria attività e a definire le linee di crescita del brand. AB InBev fornirà il supporto necessario per consentire a Birra del Borgo di ampliare il suo know how e le infrastrutture, di continuare a innovare e creare nuove produzioni. Il fondatore, Leonardo Di Vincenzo continuerà a guidare Birra del Borgo come Amministratore Delegato della società". E fin qui, tutto chiaro: sono soldi freschi che entrano, che male non fanno, ed è pure garantita la continuità operativa (almeno sulla carta). Del resto, non ho potuto non sorridere alle parole di Diego Vitucci del Luppolo Station e Luppolo 12 che, commentando le polemiche relative alla questione, ha scritto: "A parlare sono buoni tutti... Poi i conti si faranno quando toccherà a ognuno di noi prendere delle decisioni del genere. [...] Se Borgo ha venduto a una multinazionale ,a quanto pare, per 30/50 milioni di euro... La cosa veramente interessante sono sti numeri, Non le scelte che hanno fatto loro, quelli non sono proprio cazzi nostri" (e pardon per il francesismo).

Non sono un'analista finanziaria né un'esperta di mercati: in quanto giornalista tendenzialmente faccio domande, per cui è più che altro questo che mi sono fatta. La prima riguarda gli sviluppi futuri in quanto al posizionamento di mercato. Alcuni publican, con in testa Manuele Colonna del Ma che siete venuti a fa' - più il già citato Diego Vitucci - hanno annunciato che non terranno più Birra del Borgo nei loro locali, coerentemente con la loro filosofia di lavoro che prevede di commercializzare solo i prodotti di birrifici indipendenti (e l'indipendenza è del resto sottolineata anche nella proposta di legge aui birrifici artigianali all'esame del Parlamento). Difficile credere che questi locali, con una simile scelta, si stiano - e perdonatemi il secondo francesismo - tagliando i gioiellini per fare dispetto alla moglie: la reputazione del "Macche" e degli altri pub di quel calibro non è certo costruita su un singolo marchio, ma sulla qualità complessiva dell'offerta e del servizio, per cui non perderanno clienti semplicemente perché non servono più Birra del Borgo. "Ho appena parlato con Jean Hummler del Moeder Lambic e siamo d'accordo nel rispondere in maniera unita tra locali europei nel rispondere no alla imminente corsa all'acquisizione che dopo gli Stati Uniti si abbatterà presto su di noi, siamo pronti a iniziative il prima possibile che ci vedranno uniti con birrai e publican europei, piccoli e non. Fateci rimanere liberi di scegliere, come lo dovrete essere voi", ha scritto Manuele. Anche Cantillon ha annunciato di aver cancellato la partecipazione di Birra del Borgo al prossimo Cantillon Quintessence. Allo stesso modo, locali che ancora la tengono potrebbero vedere frequentatori affezionati ma "puristi" dirigersi su altre birre, e "calibrare" i loro ordini di conseguenza. Fin qui, quindi, la cosa si risolverebbe a svantaggio di Birra del Borgo, ma è solo la prima parte della questione.

La seconda domanda, infatti, è l'altra faccia della medaglia della prima. E riguarda uno dei grandi campi su cui si gioca il testa a testa tra birrifici artigianali e quelli industriali, ossia quello della distribuzione. Indubbiamente Ab Inbev aprirà a Birra del Borgo canali distributivi prima impensati, soprattutto a livello internazionale - arena su cui sono ancora pochi i birrifici artigianali italiani ad essersi mossi in maniera rilevante. E posso immaginare che Ab Inbev non avrà l'intenzione di "soffocare" Birra del Borgo, che del resto non è propriamente un concorrente diretto non muovendosi esattamente sullo stesso segmento di mercato, ma piuttosto di "usarla" per entrare anche in quel segmento di mercato lì - e l'ingresso degli industriali nella stessa nicchia di mercato delle artigianali per fare i propri interessi a scapito dei birrifici indipendenti, ora sì diventati in tutto e per tutto concorrenti diretti, è appunto una delle cose più avversate. Che conseguenze avrà questo per birra del Borgo? La produzione rimarrà allo stesso livello qualitativo, anche a fronte di di esigenze maggiori in termini quantitativi e magari diverse in quanto a gusti, posti i più vasti canali distributivi, come Leonardo di Voncenzo assicura in un'intervista a Fermento Birra? E posto che - come tutti ci auguriamo - lo rimanga, assisteremo ad una battaglia impari tra gli altri birrifici italiani e Birra del Borgo, che disporrà di risorse molto più ampie in termini economici, di mezzi, e di know how? Domande che mi faccio al di là delle questioni ideologiche. Sperando che la ReAle rimaga sempre la ReAle.

lunedì 9 novembre 2015

Fiera Birra pordenone, la seconda giornata del secondo weekend

La seconda giornata di Fiera nel secondo weekend è stata per me assai più impegnativa, se non altro perché Davide - che vedete nella foto insieme al suo compagno d'avventura - sembrava aver preso come missione quella di farmi ubriacare alla dieci del mattino, colto dall'entusiasmo per la bontà delle creazioni del Birrificio Della Granda (Davide, lo sai che sherzo, suvvia. In effetti non erano le dieci, era mezzogiorno). Su suo consiglio ho iniziato dalla Sirena, una white ipa che colpisce già all'olfatto per la rosa di profumi tra l'agrumato e il floreale dati dalla ricca luppolatura - cascade su tutti, ha precisato Davide. Il corpo, pur non troppo robusto, rende comunque giustizia al cereale con i toni tra il dolce e l'acidulo del frumento, per chiudere infine con un agrumato secco da pompelmo che, mi sono trovata ad ammettere, non ho mai sentito in nessun'altra birra.  Tanto di cappello dunque per come il Della Granda ha saputo mettere insieme senza fare pasticci il meglio di una ipa con il meglio di una birra di frumento; e manco a dirlo, pochi giorni dopo la Sirena si è aggiudicata il Cretificate of excellence al Brussels Beer Challenge.

Mi era però rimasta la curiosità come avevo scritto in questo post, di assaggiare la Celtic Erik di Cervogia, beerfirm che si appoggia al Della Granda. Nella foto vedete il bicchiere appunto accanto ad una pianta di erica, fiore che dà l'aromatizzazione a questa ale ambrata insieme alla mirra. Sia al naso che al palato l'erica si fa sentire in forza, tanto che ho scherzosamente affermato che annusare il bicchiere o la pianta era la stessa cosa (vabbè, quasi); il che, se da un lato va ad aggiungersi sul fronte del dolce alla presenza importante del malto - essendo peraltro una single malt -, viene parzialmente bilanciato dai torni più resinosi della mirra in chiusura. Nel complesso l'ho trovata una birra molto dolce e forse un po' sbilanciata sui toni floreali; certo piacerà molto a chi invece predilige questo genere di sapori. Davide mi ha fatta poi concludere con ben altro genere, la black ipa Balck Hop Sun: un tripudio di aromi e sapori tra il cioccolato e il caffè, con una presistenza amara ben netta e forte che contrasta e sposa allo stesso tempo i sapori precedenti risultando del tutto abbordabile e gradevole anche a chi il luppolo lo ama sì ma con cautela. Seconda nota di merito al Della Granda, dunque, quantomeno per ipa e affini - nonché per la mia personale opinione.

Ho poi nuovamente fatto visita agli amici del Birrificio di Quero, di cui ho provato la portabandiera della casa, la Pils: su cui non ho molto da dire non perché non sia buona, ma perché può essere considerata un classico esempio "da manuale" del genere, liscia, pulita e senza fronzoli. Constatazione che, come qualsiasi birraio vi confermerà, non ha assolutamente nulla di denigratorio: piuttosto il contrario, in quanto si tratta di uno stile tutt'altro che facile a farsi pur nella semplicità del risultato finale.

Altro tour de force degustativo è stato quello fatto allo stand di Birra del Borgo, che non ho potuto mancare dato che ha ottenuto il titolo di birrificio dell'anno da Unionbirrai. Ho iniziato con la Morning Rush, una ale tra il biondo e il ramato che il buon Matteo mi ha spiegato essere contraddistinta dall'hop deck, ossia l'aggiunta di luppolo in fiore - cascade coltivato a Modena, per l'esattezza - nel mosto. La luppolatura è in effetti particolarmente morbida e si amalgama con il malto, crando un gioco tra note quasi mielose e altre più tra il floreale e l'agrumato date dal cascade. Di seguito sono passata alla CastagnAle, una bock con il 20% di castagne affumicate, coriandolo e buccia d'arancia: manco a dirlo, l'aroma è una girandola di profumi, che pur facendo spiccare l'affumicato della castagna - anche al palato - non tradisce nemmeno note più speziate. Da ultimo la MyAntonia, che tanto mi avevano decantato: una imperial pils che, pur senza voler stupire, si distingue al'interno del genere per la luppolatura particolarmente generosa.

Non ho mancato nemmeno un saluto alla Compagnia del Fermento, che distribuisce la Weiherer Bier di Kundmuller, accolta come sempre con calore da Antonia: da segnalare, per gli interessati, il "parco birre biologiche" (passatemi il termine) brassate dalla casa, tra le quali mi permetto di segnalare la Urstoffla - una lager rossa dai toni quasi di mou all'aroma, per poi virare sulla frutta secca.


Da ultimo il Birrificio Estense di cui ho provato una novità (almeno per me), la Rue de l'Eglise: una lager bionda che però Samuele si è affrettato a definire "strong lager", essendo particolarmente corposa sul fronte dei malti e presentando una rosa di aromi più complessa rispetto ad altre lager - dal floreale all'erbaceo. Estremamente beverina nonostante gli otto gradi e i toni forti, complice il finale secco e un buon bilanciamento al'interno della complessità a cui accennavo.

Naturalmente questi sono solo alcuni dei birrifici presenti, e non me ne vogliano gli altri: si fa quel che si può, anche in termini di degustazioni...