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martedì 3 marzo 2020

Al Cucinare e al Beer Attraction...meglio tardi che mai, parte seconda

Venendo al Beer Attraction, si impone in primo luogo una considerazione di base - che del resto non sono la prima né l'unica a fare. Per quanto sia il classico evento a cui "bisogna esserci", al di là della reale o presunta motivazione che ciascun espositore o visitatore possa avere,devo dire che quest'anno (nella mia pur breve visita) ho notato come, in generale, ci sia stata una "maturazione" dell'offerta: sì tante "chicche" fatte o presentate per l'occasione, ma senza cercare improbabili effetti speciali, e puntando piuttosto a dare il meglio di sé rimanendo nei ranghi. Un'evoluzione, si dirà, che è lo specchio di quella già avvenuta nei birrifici negli ultimi anni.

Venendo alle birre che ho assaggiato, quella che propongo è naturalmente una selezione di quelle che ho trovato più interessanti. Inizio dalla Extra Ipa Brut Black Rye di Curtense: già dal nome sembrerebbe contraddire ciò che ho detto appena sopra, invece a dispetto di questo trova un equilibrio notevole - pur rimanendo sui toni forti - tra la luppolatura agrumata e resinosa e il cereale tostato, ulteriormente sostenuto dalla segale, tanto da dare l'impressione finale di una birra decisa ma non sopra le righe. Manco a dirlo, 7 gradi e non dargliene neanche la metà.

Sempre all'insegna dell'equilibrio, ma questa volta tra acido e fruttato, la Pin Up di Cittavecchia: una fruit sour all'ananas, in cui l'acidità della birra e quella del frutto si amalgamano diventando un tutt'uno - decisamente gradevole anche per chi si approcciasse ad una sour per la prima volta. Anche nel caso della Good Morning Chianti, Berliner Weisse al caffè dei Chianti Brew Fighters, l'intento è quello di sposare la naturale acidità dell'aggiunta - il caffè - con quella della birra: forse in questo caso un po' più slegata rispetto all'esempio precedente, ma comunque l'intento nel complesso è riuscito con originalità.

Tutt'altra storia la Ghiria, imperial stout del birrificio Sothis, che veniva proposta anche con lo Stacheln - il procedimento di origine tedesca (e generalmente praticato con le Bock) di caramellizzare gli zuccheri della birra immergendovi un ferro rovente. Curioso incrocio di tradizioni birrarie, dunque, e che applicato ad una imperial stout ha ulteriormente evidenziato - almeno a mio avviso - i toni di torrefatto. Sempre in tema di stout e affini, da segnalare la Trifoglio di Barbaforte, oatmeal stout, per l'occasione nella versione maturata in botti di rum.

Ho poi avuto il piacere di fare finalmente la conoscenza di Siemàn, dopo averne tanto sentito parlare in virtù della reputazione che si sta guadagnandonell'ambiente birrario. Ho provato la Negà, definita "wild sour ale with grapes" (e non semplicemente Iga), in quanto dopo 12 mesi di fermentazione spontanea in botti di rovere viene aggiunta uva Garganega, e lasciata maturare per altri tre mesi. Per quanto la componente del vitigno sia, almeno per chi come me è particolarmente "sensibile", discretamente pungente, il risultato è comunque una birra nell'insieme elegante e calibrata, per quanto la descrizione farebbe presumere aromi e sapori ben più "selvaggi". Bravi anche i ragazzi di Siemàn nello spiegare le loro birre agli avventori allo stand, con semplicità e precisione.

Naturalmente ringrazio anche tutti gli altri che non ho nominato e che mi hanno ospitata ai loro stand.

venerdì 22 febbraio 2019

Una giornata a Beer Attraction, parte seconda

Beer Attraction, naturalmente, non è soltanto luogo di nuove conoscenze brassicole, ma anche di ritrovo dei vecchi amici - specie se hanno qualche nuova birra da proporre. Vengo così al birrificio Basei di cui ho provato la porter Daina, l'ultimo ingresso nel loro repertorio. Al naso dominano, almeno finché la birra non si scalda, le note acidule del malto tostato; tanto che risulta quasi una sorpresa trovare poi al palato un corpo robusto per lo stile e incentrato piuttosto sui toni di cioccolata e caffè, senza più concessioni all'acidulo, prima di chiudere con un amaro da malto discretamente secco. Una discrepanza che si appiana, appunto, al salire della temperatura; e che comunque non è così intensa da pregiudicare il quadro generale di quella che rimane una porter in stile e senza difetti propriamente detti, che - conoscendo il mastro birraio - sicuramente conoscerà aggiustamenti nelle prossime cotte.

Vecchia conoscenza e nuova birra anche nel caso di Cittavecchia, con la sua linea sperimentale NoveNove: in questo caso una lager chiara con buccia d'arancia e un mix di luppoli americani che dà vita ad un aroma fruttato molto particolare, un agrumato con note erbacee di fondo, che ritornano nel taglio amaro finale - deciso ma elegante - dopo un corpo snello di cereale reso fresco anche dall'arancia. Una birra decisamente sui generis, per gli amanti della beva leggera e facile ma non "ordinaria".

Una beva facile ma ordinaria - non volendo dare un'accezione negativa al termine, ma intendendolo solo come perfetta adesione allo stile - l'ho trovata da Kübacher, con la sua nuova Hell: un'interpretazione "da manuale" della classica bionda bavarese - se non per una luppolatura nobile leggermente più accentuata di altre Hell -, semplice e pulita, pensata per essere bevuta in quantità ed accompagnare con versatilità anche un pasto.

Passando a tutt'altro genere arriviamo alla Teodorico, Baltic Porter di Birra Mastino - una bassa fermentazione, a differenza delle porter canoniche. Se all'aroma esibisce solo un tostato molto discreto sotto la schiuma copiosa, in bocca è un'esplosione di cioccolata, caffè, liquirizia, e finanche toni balsamici e liquorosi; in un corpo potente e caldo - complici i 9 gradi alcolici - che lascia una lunga persistenza tostata. Senz'altro unabirra da mettere in lista per gli amanti del genere.

Infine una nota sulle birre premiate a Birra dell'Anno. Solitamente non è il criterio con cui scelgo quali birre provare, non perché dubiti del fatto che siano meritevoli, ma perché il mio personale interesse e curiosità dipendono più spesso da altri fattori - come l'originalità di un certo progetto, o le novità di un birrificio che seguo o di uno che voglio conoscere. Mi sono però concessa - oltre alla white ipa Carat di Forum Iulii, di cui già avevo scritto qui - la Zelda, bitter di War - birrificio che ero appunto curiosa di conoscere. Per quanto venga definita come "rivisitazione del classico stile inglese" in virtù dell'utilizzo di luppoli dall'aroma tra il citrico e la frutta tropicale, personalmente non l'ho trovata discostarsi in maniera significativa dallo stile di riferimento: non siamo comunque di fronte ad un fruttato tale da far pensare piuttosto ad una luppolatura all'americana propriamente detta, essendo comunque presenti anche note più resinose; sullo sfondo di un corpo tra il caramellato e biscottato, scorrevole ma non sfuggente, per chiudere su un amaro resinoso netto ma non invasivo.

Da ultimissimo infine, la nota di curiosità: la Dunkel del Batzen provata con lo Stacheln , ossia il procedimento di tradizione tedesca (e generalmente praticato con le Bock) di caramellizzare gli zuccheri della birra immergendovi un ferro rovente. Decisamente curioso ed istruttivo sentire la differenza tra il prima e il dopo: se prima dominano i toni tostati, quasi arrostiti, poi mi sono trovata a paragonarla ad una torta al caramello appena sfornata.

Concludo con un ringraziamento a tutti i birrai e operatori dei birrifici che mi hanno accolta.

mercoledì 20 febbraio 2019

Una giornata a Beer Attraction, parte prima

Si sa, per visitare in maniera davvero completa Beer Attraction - che ha avuto nel 2019 circa 600 espositori, tra birrifici e altre aziende del settore - non basterebbero i quattro giorni della kermesse; figuriamoci se, come mi sono trovata costretta a fare per motivi familiari, se ne può dedicare soltanto uno. Ciò non toglie che anche quest'anno si sia trattato di un'esperienza comunque interessante, che mi ha permesso di conoscere alcuni prodotti interessanti e progetti innovativi portati avanti dai birrifici.

Partiamo dal foggiano Rebeers, il cui mastro birraio Michele Solimando - forte della sua esperienza di agronomo e tecnologo alimentare nel settore della pasta - ha lanciato la "Fovea Revolution". Non è solo il nome di una birra (battezzata dell'antico nome di Foggia, Fovea, e da quello delle fovee, le fosse granarie) ma di un progetto più ampio che coinvolge i locali produttori di grano duro. La birra infatti è prodotta con malto di grano duro di Capitanata, maltato direttamente dal birrificio stesso - non essendo disponibile sul mercato. L'idea di Michele è di arrivare gradualmente ad una gamma completa di birre che, a seconda degli stili, comprendano una percentuale più o meno alta di malto di grano duro: quella presentata a Beer Attraction e che ho assaggiato è la birra di lancio e arriva al 100%. Si tratta di una birra di frumento naturalmente sui generis, dalla peculiare acidità fresca del cereale in cui si coglie anche una leggera nota agrumata; coglibile, ma non dominante, la speziatura tipica del lievito weizen e french saison - utilizzati in successione. Interessante assaggiarla sia con che senza lievito: se nella prima versione in bocca rimane la pienezza fresca del frumento prima di un finale fresco ed acidulo, senza persistenze amare, nel secondo caso i toni speziati la fanno più da padrone, generando un connubio assai peculiare. Nel complesso una birra beverina e molto gradevole nonostante una certa complessità, e un progetto di cui sarà interessante seguire l'evolversi.

Sempre parlando di progetti che legano birra e territorio, vale poi la pena citare le quattro che ho provato da Opperbacco. La prima è la Abruxensis al sambuco, una farmhouse ale su base di birra di frumento (Rosciola, una varietà autoctona di grano tenero) rifermentata poi con lieviti da bucce di uve locali. La dolcezza del sambuco conferisce una delicatezza che la rende particolarmente morbida per lo stile soprattutto al palato, smorzando le note acide, rendendola del tutto abbordabile anche a chi fosse nuovo allo stile. Sulla stessa linea si colloca la Iga del progetto Nature uva, su base di mosto al frumento e farro locali con l'aggiunta di mosto di Montepulciano d'Abruzzo. La prima versione, con il 15% di mosto d'uva e sambuco, presenta le stesse note morbide della Abruxensis, pur senza coprire del tutto l'acidulo fruttato del Montepulciano; la seconda invece, con il 25% di mosto e senza sambuco, ne costituisce per così dire la versione più forte e meno edulcorata - pur senza arrivare ad un'acidità pungente e mantenendo una dolcezza fruttata di fondo. Da ultima la Essenza, anch'essa maturata in botte con i lieviti dell'uva, è con l'aggiunta di genziana, timo, frutto della passione, zafferano, dragoncello, caffè e cacao. Mi risulta quasi difficile descrivere una tale complessità sia al naso che al palato, in cui spiccano il frutto della passione prima e l'amaro della genziana in chiusura; senz'altro è molto interessante come sostituto di un amaro a fine pasto, gustandola da sola per cogliere al meglio le innumerevoli sfaccettature.

A chiusura di questo capitolo cito la Beerberry, nuova nata di Birra Gjulia portata a Beer Attraction in anteprima: base di saison con mosto di Pinot nero e fragole di Tortona, mantiene lo stile di base riconoscibile all'aroma per quanto sia la componente fruttata - ben amalgamata tra Pinot e fragole - a fare da padrona. Leggera e gradevole, anche questa senza concessioni a toni acidi più importanti: direi che in generale ho colto una volontà di puntare su fermentazioni spontanee e miste più morbide e accessibili al largo pubblico, complice la crescente popolarità di questi generi.

Mi fermo per ora qui: rimanete sintonizzati per le prossime birre...

venerdì 26 febbraio 2016

Beer Attraction, parte terza: dalla laguna al Garda

Altra nuova conoscenza fatta a Rimini è stato il Birrificio del Doge di Zerobranco (vabbè, non propriamente in laguna, è in provincia di Treviso...però il nome la richiama) nato nel 2013 dai fratelli Giuman con l'amico birraio Federico Casarin. A vederli dietro al banco sembrerebbero un gruppo di ragazzini in gita, ma attenzione alle apparenze: pare che questi lavorino sodo, perché fanno 1700 hl annui e hanno un panorama di stili decisamente vasto per un'attività giovane. Dalle alte alle basse fermentazioni - blanche, weizen, weizen bock, pale ale, apa, rauch....- ce n'è davvero per tutti i gusti; con in più qualche particolarità come la Morera, una fermentazione spontanea aromatizzata con le bacche di gelso - quella che ho scelto di assaggiare. Così come in Belgio si usa aggiungere zucchero o sciroppi per rendere più "abbordabili" i lambic, allo stesso modo la dolcezza delle bacche - che si fa sentire in maniera generosa - la rende una birra tutto sommato "facile" ed estremamente beverina, grazie all'equilibrio tra la componente dolce e quella più acidula.

Ho poi ritrovato gli amici del Benaco 70 che mi hanno fatto assaggiare la loro nuova creazione, una apa. L'aroma tra il citrico e il fruttato dei luppoli americani è ben evidente, e il corpo, pur rimanendo discretamente esile per lo stile, unisce le note di nocciola e miele del malto a quelle agrumate che preludono al finale. Non una birra volta a stupire, ma semplice e facilmente bevibile, rinfrescante grazie alla luppolatura fresca e all'amaro non troppo pronunciato né persistente.

Naturalmente quelli di cui avete letto sinora non sono tutti i birrifici che ho visitato a Rimini, ma soltanto una selezione basata su quelle che per me sono state le principali novità; ma è stato un piacere trovare o ritrovare nomi come Jeb, Mastino, La Fucina, Malastrana, Elvo, Brasserie de Bastogne e altri ancora. Il Beer Attraction, insomma, presterà pure il fianco alla critica di essere un baraccone un po' confusionario - rischio che del resto corre qualsiasi fiera -, ma rimane un luogo - almeno se lo si vuole - per fare incontri istruttivi e interessanti.

giovedì 25 febbraio 2016

Beer Attraction, parte seconda: dalle Dolomiti...anzi no

Ammetto che, da buona veneta e frequentatrice delle Dolomiti, non ho potuto non pensare che un birrificio con un tale nome - "Aleghe", nome dialettale di Alleghe (BL) - sarebbe stato bene sotto le pareti del Civetta: invece questo si pronuncia "Alèghe", con l'accento sulla e, e si trova a Coazze (To). Al di là della mia personale ironia sul nome, devo dire che la chiacchierata con il mastro birraio Enzo è stata particolarmente interessante per conoscere un birrificio che - caso d'eccezione nel panorama delle artigianali - si cimenta esclusivamente nelle basse fermentazioni: una scelta dettata dall'eccezionale dolcezza dell'acqua - 3 gradi francesi - adatta alle basse fermentazioni, dalla passione di Enzo per la tradizione tedesca, e dalla sua volontà di non utilizzare al'interno dello stesso stabilimento lieviti da alta e da bassa - tanto da aver deciso di tralasciare anche la weizen, "sostituita" da una birra di frumento a bassa fermentazione. Enzo si è formato in Germania, e da lì ha preso - oltre che la passione - anche l'abitudine a lavorare a fermentatori aperti: "perché la fermentazione si controlla anche con la vista e con l'olfatto", ha spiegato, "cosa impossibile con dei fermentatori chiusi".


Coerentemente con quanto detto, le birre di Aleghe fanno la felicità degli amanti della tradizione tedesca e delle birre più "rustiche": è il caso soprattutto della Bionda, in cui Enzo ha voluto ispirarsi alla ricetta originale di Joseph Groll. Il Saaz in monoluppolo, unito agli aromi di cereale dati dal malto, la rendono una birra che al naso risulta particolarmente grezza e pungente per il genere: un profumo proprio "di campagna" - come personalmente immagino avessero le birre di quella zona nei secoli scorsi -, a cui forse oggi siamo poco avvezzi e che ad alcuni può risultare non del tutto gradito, ma coerente con la filosifia che sta alla base di questa birra. Al palato arriva, insieme al cereale, qualche nota di miele, per poi chiudere su un amaro evanescente accompagnata da sentori aciduli - tanto che mi sono trovata a definire il finale "ruvido". Detta così sembrerebbe una birra per pochi: Enzo mi ha invece assicurato che è stata accolta bene e che nei ristoranti è apprezzata per la sua buona bevibilità e la facilità di abbinamento - e devo dire che in effetti le "spigolosità" che ho evidenziato sono più delle "note caratteristiche" che dei reali ostacoli alla bevibilità o dei difetti, almeno in questo stile.

Nel panorama che ho avuto occasione di provare c'è poi la Pils, premiata da Slow Food come birra quotidiana, dalla luppolatura più delicata sia in aroma che in amaro - Magnum, Hallertau e Tettnang -, dalla maltatura armoniosa e dal finale ben secco; la Doppio - che Enzo ha definito "la sua chicca" -, una bock con monoluppolo Hallertau dal corpo ben robusto e pronunciato con toni di caramello che mantiene comunque una buona secchezza in chiusura con un amaro netto ma bilanciato; e la Brusatà, birra alle castagne nata "per gioco", volendo unire la tradizione tedesca delle rauch con un prodotto locale come le castagne arrostite - ottenendo un'affumicatura più morbida, e sapori variabili a seconda dell'annata. Al di là della tradizione non manca quindi la fantasia e la sperimentazione, dato che il repertorio di Aleghe conta anche la pils estiva alle foglie di menta, la birra al miele, e la dunkel con fave di cacao del Madagascar fatta in collaborazione con il mastro cioccolatiere Guido Castagna. Nel complesso, una tappa che ho apprezzato nonostante i miei gusti siano più vicini ad altri stili.

mercoledì 24 febbraio 2016

Beer Attraction parte prima: la birra è donna

Parto da qui per rendere conto dei numerosi birrifici trovati e ritrovati al Beer Attraction di Rimini in ossequio a quella che pare essere ormai una tendenza consolidata nel panorama birrario italiano, ossia una sempre maggiore e sempre più riconosciuta presenza femminile: ha fatto notizia quest'anno la vittoria di Luana Meola con la Fabbrica della Birra di Perugia, che alla kermesse riminese si è aggiudicata il titolo di birrificio dell'anno. Non a caso ad avere un proprio stand era anche un'associazione volta a promuovere questa presenza, Le Donne della Birra; e una delle socie è Giovanna Merloni, titolare di una delle nuove conoscenze fatte a Rimini - il birrificio I Beer di Fabriano (nella foto mi vedete con Giovanna a destra e la presidente dell'associazione Elvira Ackermann al centro).

Il birrificio è nato nel 2015 all'interno di un'azienda agricola, che fornisce le materie prime non solo in quanto all'orzo, ma anche in quanto ad una serie di altre aggiunte che la fantasia della birraia suggerisce - per le aromatizzazioni, o per esaltare alcune note particolari nell'aroma o nel sapore delle sue creazioni. Ho assaggiato per prima la Octobeer, una saison alla zucca - il nome è un omaggio all'Oktoberfest, dato che la zucca matura in ottobre. All'aroma risalta il mix di spezie tipico del genere, a cui si uniscono i toni fruttati del luppolo australiano, senza evidenziare il dolce della zucca; che si fa invece sentire al palato, prima di chiudere con un lieve tocco di pepe. In seconda battuta ho provato la imperial stout Special One: qui già iniziano le curiosità, perché Giovanna per conferire i toni amari che accompagnano quelli di cioccolata, vaniglia e cacao usa la buccia delle melanzane essiccate della sua azienda, finendo l'opera con dei sigari cubani in dry hopping. Ammetto di non aver colto molto la parte di tabacco, percependo di più la liquirizia sul finale; ad ogni modo, è degna di nota la volontà di recuperare l'uso di erbe od altri vegetali diversi dal luppolo così come si faceva prima dell'introduzione di questa pianta - nei progetti di Giovanna c'è una linea di "birre veggie", ossia ciascuna con uno o più erbe o ortaggi nella ricetta.

Da ultima la Lady Acid, una ale a cui l'aggiunta di purea di barbabietola conferisce non solo un caratteristico colore rosa, ma anche toni acidi simili a quelli delle fermentazioni spontanee. Al naso risulta infatti quasi acetica - ad Elvira, da brava tedesca, ha ricordato i cetriolini sott'aceto -, e personalmente ho colto degli aromi che ho associato ai petali di rosa; e mentre al palato si fa sentire in maniera distinta ma non soverchiante la barbabietola, il finale è una sorpresa con un piccante deciso dato dal peperoncino abruzzese in dry hopping. Da persona non particolarmente amante del piccante né della barbabietola, l'ho trovata una birra per stomaci forti, e inevitabilmente nel berla ne sono stata influenzata; a Giovanna va comunque riconosciuto il merito non solo della fantasia, ma anche di aver saputo trovare la giusta morbidezza per quanto riguarda la componente acida data dalla barbabietola.

Un'ultima nota meritano i formaggi e i salumi dell'azienda agricola, con cui abbiamo accompagnato le birre: un viaggio a tutto tondo nei campi di Fabriano, da quello che sta nel bicchiere a quello che sta nel piatto.

martedì 3 marzo 2015

Beer Attraction, parte quarta: di tutto un po'

No, non è per sminuire i birrifici di cui parlerò in questo post, che hanno la stessa dignità di quelli ai quali ho dedicato un post intero; semplicemente, per amor di sintesi, ho deciso di riunire quelli di cui - vuoi perché il tempo ormai stringeva, vuoi per la necessità di conrtollare il tasso alcolico - ho provato una birra sola o al cui stand mi sono fermata poco tempo, ma che ho comunque considerato meritevoli di una menzione.

Iniziamo dal Birrificio Pontino di Latina, al cui stand campeggiavano spine dalle etichette curiose come "La spaccapalato", "La zitella" e "Magic Circe" - naturalmente ciascuna con la sua storia. Come birra più rappresentativa del loro repertorio mi è stata indicata la Runner Ale, una american pale ale pienamente in stile e senza particolari vezzi, dal corpo delicato pur senza risultare annacquato. Anche in questo caso, dunque, una birra "pulita", che prima che per l'originalità mira a farsi apprezzare per il buon risultato raggiunto senza uscire dagli schemi; e c'è da dire che il Pontino in quanto ad originalità comunque non manca, dato che vanta operazioni più audaci come la 41mo parallelo - una fermentazione spontanea con agguinta di brett e kiwi giallo dell'Agro Pontino - e la Orange Poison - una ale con zucca mantovana, mostarda di frutta, senape, pepe, mandorle amare e noce moscata.

E una buona originalità pur senza voler stupire a tutti i costi vanta anche il ferrarese BiRen, di cui ho provato la weizen Charlotte: probabilmente una di quelle che più rende giustizia all'importanza dei lieviti in questo stile, caratterizzata da un notevole aroma di banana. Mi è rimasta quindi la curiosità di assaggiare una delle loro stagionali, la Extra Charlotte, una weizenbock da sette gradi e mezzo ottenuta a partire dalla Charlotte di cui sopra: uno stile che non ho mai provato prima, e dalle buone premesse vista la birra di base.

E sempre rimanendo in tema di weizen, merita una mezione anche quella del birrificio Batzen di Bolzano: anche in questo caso notevoli gli aromi - qui tendenti quasi allo speziato, pur non tralasciando né la corposità del lievito né il fruttato - e piacevolmente rinfrescante, con un finale leggermente più dolce rispetto alla media dello stile. L'ho peraltro trovata ottima in abbinamento al tipico pane altoatesino ai semi di finocchio, proposto come "stuzzichino" in degustazione: le leggere note speziate si sposano egregiamente con il sapore deciso del finocchio, per quanto non l'avrei detto prima di provarlo.

Da ultima quella che definirei in primo luogo una curiosità, ossia l'idea del birrificio La Casa di Cura - "perché i nostri sono elisir curativi" - di Crognaleto (Teramo): ciascun lotto della loro ipa monomalto e monoluppolo - battezzata T.S.O. - vanta infatti un luppolo e una spezia diversi, così che ogni volta è una sorpresa. Si va dal luppolo chinhook con gli aghi di abete douglas, al luppolo amarillo accostato al timo serpillo, all'east kent golding con aroma al melograno. Insomma, un po' come le scatole di cioccolatini, direbbe il buon Forrest Gump: non sai mai quello che ti capita...


lunedì 2 marzo 2015

Beer Attraction, parte terza: il ritrovo dei vecchi amici

Naturalmente al Beer Attraction c'erano diversi birrifici che già conoscevo; e per quanto il moi proposito fosse quello di rivolgere la mia attenzione ai nuovi, almeno alcuni non ho potuto mancarli se non altro per provare alcune novità: il Croce di Malto, il Birrificio di Cagliari, l'Argo e l'Elav.

Del primo ho assaggiato la "Che bella Gose" - brassata in collaborazione con Civale e Montegioco -, il cui nome scherzoso già rivela lo stile: la Gose è infatti una - poco nota in Italia - birra di frumento originaria della Sassonia, la cui peculiarità è quella di essere fatta fermentare con acido lattico e aromatizzata con coriandolo e sale. Tra me e gli altri avventori l'abbiamo scherzosamente definita "entry level per le acide", nel senso che ha un sentore acidulo piuttosto leggero se confrontata con lambic e simili: anzi, lascia quasi una puna punta di dolce, prontemente bilanciata dal sale che crea un curioso gioco di contrasti.

Del Birrificio di Cagliari ho invece provato la Meli Marigosu - letteralmente "miele amaro" -, una saison aromatizzata al miele di corbezzolo che è, appunto, più amaro degi altri mieli. Devo essere onesta: non l'ho trovata affatto amara, anzi. I sentori di miele all'aroma sono parecchio decisi così come lo sono nel corpo, e la persistenza dolce non è in questo caso bilanciata dall'amaro del luppolo e tende ad essere abbastanza lunga. Intendiamoci, non è una cattiva birra: forse ha semplicemente deluso le mie aspettative rispetto al nome, ma di fatto non presentava difetti. O forse avevo del birrificio di Cagliari un ricordo troppo bello della Figu Morisca - vedi il post precedente che ho linkato sopra -, che ho infatti riassaggiato con estremo piacere e che, per quanto possa far gridare al sacrilegio ai puristi, penso sia la meglio riuscita tra le loro creazioni.

Assai peculiare anche la Threesome dell'Argo, una imperial red ale - per i non adepti: una rossa ad alta fermentazione un po' più "tosta" - invecchiata per sette mesi in botti di pinot nero della cantina Haderburg. Notevoli i tocchi resinosi soprattutto all'aroma, per passare ad un corpo caldo con una punta di acidulo che ricorda il vino che l'ha preceduta. Indubbiamente una curiosità da provare ma certo non molto beverina, anche dato il discreto tenore alcolico (7 gradi).

Da ultimo la Cybotronic, una Imperial Ipa dell'Elav: un'evoluzione del genere al momento più in voga che si distingue perché all'olfatto ancor più dell'agrumato del luppolo simcoe - da notare che è una single hop, utilizza cioè soltanto questa varietà - riasaltano le note di miele del malto. Note che si confermano altrettanto intense nel corpo - per gli addetti ai lavori, stiamo parlando di un mosto ben robusto da 20 gradi plato. Anche questa insomma una particolarità da centellinare, con i suoi quasi nove gradi. Ultima nota sull'Elav: a settembre sarà a regime la loro azienda agricola per la produzione di luppolo e frutti rossi, ed è stata avviata una collaborazione con la pasticceria Ferrandi per la produzione di ganache alla birra ed altri dolci.

Non me ne vorranno gli altri birrifici che già conoscevo se non sono passata anche da loro: ma con tutti gli stand presenti, vi garantisco che scegliere è stato davvero arduo...

giovedì 26 febbraio 2015

Beer Attraction, parte seconda: Tutto il fascino delle tedesche

No, non sto parlando delle procaci donnone capaci di servire un numero incredibile di boccali da litro in vetro pesantissimo all'Oktoberfest (l'unica spiegazione che mi sono saputa dare è che facciano con costanza sollevamento pesi); ma delle birre fatte secondo questo stile, quasi un credo religioso per il secondo birrificio che ho conosciuto, il Birra Elvo di Graglia (BI).

Fedeli a ciò che qualsiasi birraio vi confermerà, ossia che il punto di partenza per una buona birra è un buona acqua, l'Elvo usa unicamente l'acqua della fonte Lauretana (per gli intenditori: un'acqua particolarmente dolce e quindi adatta a produrre questo genere di birre, 0,44° f); e fedeli altresì a quella che è la tradizione germanica, rispetta il celebre Reinheitsgebot del 1516 - l'editto con cui Guglielmo IV di Baviera imponeva ai birrai di utilizzare solo ed unicamente l'acqua, l'orzo e il luppolo -, eccezion fatta naturalmente per la weizen (unica alta fermentazione nella loro produzione). Insomma, niente spezie né aromatizzazioni, ci ha tenuto ha precisare il birraio: qualsiasi sapore o aroma tu senta, è dato dal gioco del malto, del lievito e del luppolo.

Quest'anno a Unionbirrai l'Elvo ha ottenuto un primo posto per la sua Heller Bock e due secondi posti per la Schwarz e per la Weizen; ho però chiesto di assaggiare quella che consideravano la loro birra più rappresentativa, ossia la Pils. Mi sono trovata d'accordo con la descrizione sul fatto che all'aroma si notassero delle note dolci di miele - ma non ho messo miele, ha insistito il birraio -, caratteristica non comune nelle pils; per il resto la definirei una pils sì ordinaria - nel senso che non presenta alcun dettaglio particolare - ma estremamente pulita e fresca, con un finale ben luppolato su toni floreali piuttosto che erbacei. Insomma, se cercate "la pils" ben fatta e senza orpelli, questa può fare per voi.

Il birraio ha poi insistito per farmi assaggiare anche la Schwarz. Come mi sarei aspetatta da una bassa fermentazione, gli aromi ben decisi di malto tostato e caffè - con una punta di liquirizia - nascondevano un corpo meno robusto di quanto si potesse presagire; senza essere comuqnue evanescente, come a volte mi è capitato di notare nelle lager scure. Anche in questo caso dunque una birra che, pur non cercando di stupire, lascia soddisfatti per il suo equilibrio - nonché un piacevole tocco di caffè in bocca parecchio persistente.

Ultima annotazione: l'Elvo ha avviato una collaborazione con una pasticceria per produrre a Natale i panettoni con la Doppelbock, e a Pasqua le colombe con la Heller Bock. Che dire: se sono buone come il birrraio assicura, sarà una lunga Quaresima di attesa...

mercoledì 25 febbraio 2015

Beer Attraction, parte prima: sulle rive del Lago di Garda

Naturalmente non potevo mancare al Beer Attraction, l'evento alla Fiera di Rimini dedicati ai piccoli - e meno piccoli, dato che ce n'era anche qualcuno di dimensioni ragguardevoli - birrifici indipendennti: e tenendo conto che gli espositori superavano il centinaio, ce n'era davvero per tutti i gusti, tanto che ho necessariamente dovutoo fare una selezione drastica di quelli da visitare e privilegiare i nomi che ancora non conoscevo - chiedendo scusa ai vecchi amici.

La prima nuova conoscenza che ho fatto è stata il birrificio Benaco 70 di Affi (Verona), dall'antico nome del Lago di Garda su cui affaccia: lì due anni fa Riccardo e Erica (che vedete nella foto di renato Vettorato) hanno "trasformato la loro passione in un progetto imprenditoriale", per dirla con le loro parole, e attualmente viaggiano al ritmo di ua trentina di cotte da 30 hl ogni anno. Il loro parco birre comprende una helles, una blanche, una porter, una kolsch, una strong bitter, una Ipa e una "honey ale " - altresì detta "belgian strong ale al miele" -, ed è stato queste ultime tre che ho avuto il piacere di assaggiare, mentre mi venivano illustrate con passione dall'enologa e dal tecnico informatico prestati all'arte del brassare.

La strong bitter in particolare mi era stata presentata da Riccardo come una delle loro punte di diamante per la sua particolarità, e il "pezzo" più rappresentativo di casa benaco 70; e in effetti devo riconoscere che il malto torrefatto - con note di caramello, di nocciola e di biscotto - risalta in maniera assai peculiare all'aroma, e nel corpo si bilancia molto bene con l'amaro non troppo pungente dei luppoli inglesi risultando più delicata ma al tempo stesso più piena e rotonda rispetto alle bitter canoniche. Una caratteristica che ho apprezzato, dato che a livello di gusti personali preferisco non eccedere con l'amaro.

E sempre nel solco della tradizione britannica rimane la Ipa, che, pur usando luppoli americani, il Benaco brassa senza dry hopping come nell'antica tradizione inglese: il risultato è una Ipa meno aromatica e più amara - dato che comunque i nostri sembrano non risparmiare sul luppolo -, su cui anche all'aroma risalta assai di più l'acre dell'erbaceo che il pungente dell'agrumato. Anche la persistenza ben lunga e decisa è nettamente amara, per cui farà la felicità dei palati forti - nota per gli intenditori: stiamo parlando di 60 Ibu; nonché di chi ritiene che, nel marasma attuale delle Ipa, sia necessario evitare certi eccessi aromatici e ritornare alle origini.

Da ultimo ho assaggiato la Honey Ale, verso la quale ammetto di essere stata un po' prevenuta: difficile fare una buona birra al miele senza risultare stucchevoli, e in effetti non me ne sono capitate sotto mano - o meglio, in bocca - moltissime che soddisfacessero questo requisito. In realtà è stata alla fine quella che più mi ha colpita tra le birre del Benaco: non solo l'aroma intenso di miele di castagno - e quindi già di per sé non troppo dolce - incuriosisce già ancor prima di assaggiarla, ma il corpo caldo e dolce - ottima la fusione tra il miele di castagno e il caramellato del malto - lascia subito spazio ad un finale secco e amaro, che lascia la bocca soprendentemente fresca e pulita per una birra di questo genere. Una delle poche birre al miele di cuisi potrebbe bere una pinta senza stufarsi insomma, e occhio ai sette gradi e mezzo di alcol.

Al di là del gusto personale, lo definirei un birrificio che mi ha soddisfatta per la cura dedicata alle proprie creazioni non solo in fase di produzione, ma anche di illustrazione: dalle spiegazioni di Riccardo ed Erica traspariva infatti una conoscenza approfondita dei loro prodotti, evidentemente causa ed effetto allo stesso tempo dell'attenzione che vi riservano.

martedì 4 febbraio 2014

Rhex, parte quinta: rotolando verso Sud

Per finire questa rassegna in maniera geograficamente coerente, arriviamo in quel di Faicchio, in provincia di Benevento, con la Saint John's Beer: come ho detto al mastro birraio - dagli inaspettati occhi azzurri, che in Campania non si vedono spesso - non mi era mai capitato di assaggiare birre brassate nel meridione. Per cui per me si trattava di una novità, per quanto il luogo in cui è fisicamente collocato il birrificio - se non per l'acqua utilizzata o per qualche particolare tradizione locale - non sia necessariamente significativo.

Il St. John's vanta un'esperienza discretamente lunga, essendo partito nel 1999 con i fratelli Gianni e mario Di Lunardo: anni in cui hanno avuto modo di affinare la tecnica e di applicarla a cinque tipi di birre - forse relativamente pochi, ma l'importante è fare bene il lavoro: non a caso, secondo molti, il segreto è appunto quello di concentrare gli sforzi.  Si va infatti dalla classica Weiss, alla Kolsh, alla Marzen; per finire con la Tripel e la Dark Ale, le due che hanno più delle altre suscitato la mia curiosità.


Come resistere infatti al fascino del triplo malto, specie se vengono pure a dirti che la birra in questione viene prodotta seguendo una ricetta segreta? Di una tonalità insolitamente dorata, colpisce sin dall'aroma che, per quanto non definirei "fruttato" come nella descrizione ripostata nella brochure, indubbiamente ho trovato caldo e avvolgente. Encomiabile anche l'equilibrio con la luppolatura, cosa non sempre scontata nelle triplo malto, che la rende molto beverina nonostante i sette gradi e mezzo. Insomma, che 'sta ricetta segreta se la tengano ben stretta. Particolare anche la Dark Ale, per le note di cioccolato che ho trovato più accentuate che in altre birre dello stesso genere, e il corpo ben robusto grazie alla notevole tostatura.

La chicca però è stata l'anteprima che è arrivata da una botticella lì accanto: l'aceto alla birra, ancora non entrato in produzione, ma di cui Enrico è riuscito a "strappare" un assaggio. Un'idea che onestamente non avevo mai sentito prima, e che chissà a che scenari potrebbe portare. Com'era? Beh, chiedetelo ad Enrico...

lunedì 3 febbraio 2014

Rhex, parte quarta: attenti al lupo

La tappa successiva, spostandoci un po' verso sud, è stata in Toscana: nella fattispecie a Montelupo Fiorentino, paese da cui prende il nome il birrificio - appunto - Montelupo. Aperto nel 2008, a sentire i mastri birrai sta avendo un discreto successo: tanto che la produzione aumenta del 30-40% ogni anno, e vanta un parco birre di dieci tipi diversi. Il Rhex, peraltro, è stata l'occasione per lanciarne tre di nuove, della linea "Border X": la pilsner, la nera e la weizen.

Ammetto che è stato un piacere già il solo farsi descrivere le birre: l'accento toscano, checché se ne dica, esercita sempre il suo fascino - e non sto parlando della classica gag della "coca cola con la cannuccia corta"-, con quella cadenza che evoca letture dantesche e splendori d'altri tempi. Anche le descrizioni in sé, comunque, di curiosità nel suscitavano parecchia: meglio la Famelica, una strong ale dalla maltatura decisa con sapori fruttati? La Luponero, classica stout dagli aromi di liquirizia e caffè? O la Blues's Wolf, una scotch ale dal sapore affumicato?


Alla fine, rievocando il capitolo "Altri mondi" del birrificio italiano, la mia scelta è caduta su quella più insolita: la Re Tartù, una ale al tartufo fortemente aromatizzata. Forse anche troppo, per i miei gusti: ho trovato infatti che il sapore del tartufo coprisse quasi del tutto quello della birra, risultando a mio avviso eccessivo. Così come eccessivo sarebbe stato probabilmente abbinarla ad un pecorino al tartufo come suggeriva il mastro birraio, perché credo che l'effetto più che "sgrassare" sarebbe stato di caricare troppo.

Era ancora presto, però, per dirmi delusa: lì accanto stava infatti una botticella, sulla quale si è posato il mio sguardo interrogativo. "Questa però è roba forte", mi ha avvisato il mastro: nella fattsipecie la Hogmanay, un barley wine di 12 gradi barricato in botti di rovere francese per sei mesi. Ormai che c'ero, tanto valeva: ingoiato un tarallo giusto per limitare i danni dell'alcol, me ne sono fatta fare un assaggio. E qui devo dire che il Montelupo ha dato del suo meglio: liquorosa, ma non così tanto da risultare pesante, i profumi speziati preparano bene ad assaporarne il corpo caldo a cui la maturazione nelle botti ha dato il suo tocco speciale. Da sorseggiare con moderazione quasi fosse un whishey, certo: ma vale la pena fare lo sforzo...

venerdì 31 gennaio 2014

Rhex, parte terza: cannella, malto e luppolo


La tappa più impegnativa per quanto riguarda il numero di degustazioni, però, è stata senza dubbio il Birrificio Italiano di Limido Comasco: non solo perché produce tanti tipi di birre diverse (quasi una ventina), ma soprattutto perché aveva al suo stand una quantità di spine nettamente superiore alla media. Superiore alla media era poi anche la loquacità della ragazza che ci ha accolti e guidati nella girandola di assaggi, per cui, inutile specificarlo, ne è nato un mix potenzialmente pericoloso.

In realtà, per orientarsi in questa selva, il birrificio un aiuto lo dà: nel depliant informativo aveva già infatti provveduto ad una sorta di "classificazione" tra "Freschezza", "Luppolo", "Malto", "Forza" e "Altri mondi", a seconda di ciò che ognuno cerca (non oso quindi immaginare nel caso di "Altri mondi"). Giusto per non sbagliare ne abbiamo assaggiata una per tipo; anzi, due per la sezione "Luppolo", dato che la ragazza ha tanto insistito (è stata lei, lo giuro).

In quanto alla "Freschezza" siamo andati sul classico, con la "B.I.-Weizen": che genere di birra sia lo dice il nome stesso, ad alta fermentazione e rifermentata in bassa, più profumata delle altre dello stesso tipo. Interessante ma non "unica", mentre qualche peculiarità più notevole l'abbiamo trovata passando al "Luppolo": dopo la Tipopils, una chiara caratterizzata dall'uso dei luppoli tedeschi della zona di tettnag - almeno così mi hanno detto -, siamo infatti passati alla Nigredo, una nera in cui ad essere tostato oltre al malto è il luppolo: una novità, almeno per me, beverina nonostante il corpo particolarmente forte data l'abbondante tostatura accostata all'amaro del luppolo.

Per il "Malto" la ragazza ci ha proposto la Bibock, un'ambrata doppio malto in stile inglese che abbina note resinose e quasi di miele con una persistenza comunque discretamente amara - dato che il Birrificio italiano pare non risparmiare sul luppolo. Più curiosa però ho trovato per il capitolo "Forza" la Sparrow Pit, una doppio malto dorata da 10 gradi, dall'aroma tra il fruttato e l'erbaceo e il gusto tendente quasi al liquoroso. Forse non il mio genere, ma indubbiamente una delle specialità della casa.

E veniamo al capitolo "Altri mondi" - sì, lo so che siete curiosi -, usato non per catalogare strane sostanze, ma birre più "sperimentali", quasi esotiche, vuoi per l'uso di spezie, vuoi per la maturazione in botti di legno provenienti da aziende vinicole. Ed è qui che è spuntata la cannella con la Cinnamon Bitter Ale, una real ale ambrata in stile inglese, che mischia in maniera decisamente peculiare l'aroma della cannella ed altre spezie, il malto del corpo - comunque abbastanza leggero - e la persistenza inaspettatamente amara. Un mix che mi ha lasciata quasi confusa in realtà, quasi con la sensazione di non aver bevuto una birra ma un qualcosa di diverso: se però è proprio qualcosa di "diverso" quello che si cerca, indubbiamente è una buona soluzione. Appunto, altri mondi....

giovedì 30 gennaio 2014

Rhex, parte seconda: lo sbarco in Sardegna


Intendiamoci: io in Sardegna non ci sono mai stata, per quanto un viaggio nell'isola rientri da tempo nei miei buoni propositi. Però un assaggio l'ho avuto allo stand del Birrificio di Cagliari, dove sono stata accolta dal mastro birraio Marco Secchi (a sinistra nella foto). Un personaggione non da poco, come si suol dire, che sta or ora per iniziare a commercializzare le birre che da sei anni produce nel suo brewpub.

Per assaggiare gli abbinamenti gastronomici che ha elaborato per le sue creazioni, purtroppo o per fortuna, bisogna andare fino a Cagliari: solo nel locale infatti vengono preparati una serie di piatti, soprattutto a base di carne, cucinati con la birra prodotta nei fermentatori lì accanto - quando si dice il km zero. Dallo spezzatino alla stout, agli straccetti di cavallo alla weizen, all'arrosto di maiale alla helles, ho solo potuto immaginare che profumi debbano uscire dalla cucina.

Meno male che invece le birre non me le sono dovute solo immaginare, anzi, ne ho pure assaggiate più del dovuto. Tutte quante prendono il nome di un quartiere o di una zona del capoluogo sardo, necessitando in qualche caso di traduzione: perdonate l'ignoranza, ma a capire che "Tuvixeddu" significa "Colle dei piccoli fiori" proprio non ci arrivo. Più immediato è invece capire che "Casteddu" significa "Castello", nome dato alla stout intitolata al quartiere dove risiedeva l'aristocrazia cittadina. Non sapevo, prima di parlare con il buon Marco, che questo tipo di birra ha le sue origini nell'incendio che devastò  Londra nel 1666: il re Carlo II decise di usare comunque l'orzo "bruciacchiato" per la fabbricazione della birra, che prende così il tipico aroma tostato. Indubbiamente una signora stout, per quanto non l'abbia trovata particolare rispetto ad altre dello stesso genere.

Di più mi ha colpita la Biddanoa - anche in questo caso il nome di un quartiere -, una helles in stile tedesco leggera e beverina. Di solito non è il mio genere, ma gli aromi che questa sprigiona, tra l'erbaceo e il floreale, risultando poi non troppo amara al gusto, mi hanno lasciata stupita. Merita comunque anche la Sant'Elia, una doppio malto in stile belga, dal gusto caramellato piuttosto deciso che forse non incontrerà il favore di tutti i palati, ma che lascia comunque intendere la maestria che ci sta dietro.

La specialità della casa è però indubbiamente la Figu Morisca, una birra al fico d'india che, a detta del mastro birraio, incontra i favori soprattutto delle donne: almeno nel mio caso aveva ragione, perché è quella che più mi ha colpita. Leggera e fresca, molto dissetante, ricorda quasi una blanche in quanto a leggerezza del corpo, pur essendo tutta un'altra cosa in quanto ad aroma. Oltretutto non avevo nemmeno mai assaggiato il fico d'india, per cui per me è stata una novità anche in questo senso. Che dire, un motivo in più per andare in Sardegna...

mercoledì 29 gennaio 2014

Rhex, parte prima: il fascino dell'Amarcord


Rieccomi qua, dopo una lunga assenza. In fondo, di ferie ho bisogno anch'io, soprattutto dopo una "maratona" come quella del Rhex di Rimini: alias la fiera dell'industria alimentare nel senso più lato che possiate immaginare, dai produttori dei forni per pizze ai gelatai, con tanto - chiaramente - di settore dedicato ai birrifici. E proprio per questo è stata una maratona, perché davvero era impossibile assaggiare tutto senza ipotecare fegato e lucidità mentale in un colpo solo: ho cercato di fare del mio meglio, ma chiedo umilmente perdono a tutti quegli stand che non sono riuscita a visitare. Proporrò quindi una carrellata di quelli più interessanti, vuoi per la qualità in quanto tale delle birre presentate, vuoi per altre curiosità o abbinamenti.

Tra questi indubbiamente rientra il birrificio Amarcord di Rimini, tra quelli "storici" della zona; che, ancor più che per la qualità del prodotto, mi ha stupita per gli abbinamenti gastronomici, curati dallo chef Simone Bertaggia - che, va detto, oltre che un bravo cuoco è pure un ottimo showman nel presentare le sue creazioni. Per l'occasione aveva preparato quattro abbinamenti in formato finger food per altrettante birre, e guidava con dovizia i visitatori nella degustazione: massimo due per volta, mettetevi in coda (e fidatevi che era parecchio lunga).

Si cominciava con una fettina di salmone affumicato con mandorle e albicocche secche abbinato all'Ama Bionda, una birra dorata ad alta fermentazione con dei sentori fruttati, e discretamente secca nonostante i luppoli non fossero predominanti. Come ben ha fatto notare Bertaggia, una birra che "sgrassa" il salmone pur non contrastandolo con una persistenza amara, creando un accostamento interessante.

Il più curioso è però probabilmente stato il secondo, la Ama Bruna - una doppio malto ispirata alle birre d'abbazia belghe, con una maltatura parecchio decisa e un dolce assai persistente - abbinata ad una fettina di filetto di maiale all'aceto balsamico: una birra da bere sia prima, per "preparare" la bocca alla carne, che dopo, per esaltare il sapore dell'uno e dell'altro. L'abbinamento più indovinato per i miei gusti, per quanto i 7 gradi e mezzo si sentano tutti e anzi di più.

A quel punto i tempi erano maturi per passare al dolce, anzi, ai dolci. Il primo era una mousse di ricotta e cioccolato bianco con marmellata di ciliege insieme alla Riserva speciale, una birra dal colore ramato la cui particolarità sta non solo nei lieviti dello champagne - e in effetti mi ha ricordato un po' il vino - e nel miele d'acacia e millefiori, ma anche nella leggera aromatizzazione al prugnolo e alla visciola: non a caso quindi accostata alla marmellata di ciliege, alla quale, non c'è che dire, va a braccetto. Occhio però ai dieci gradi, per quanto non sia troppo beverina.

Devo ammettere però di aver apprezzato di più il secondo dolce, il birramisù - ossia tiramisù con i savoiardi bagnati nella birra invece che nel caffè - accompagnato dalla Ama Mora: una doppio malto ad alta fermentazione con caffè e zucchero di canna, che lascia pressoché la stessa persistenza di una buona tazzina di espresso. E se i nove gradi dell'Ama Mora scendono che è un piacere, soprattutto insieme al birramisù, riguardo a quest'ultimo ho imparato un segreto "analcolico": "La birra va scaldata per far evaporare l'alcol prima di bagnare i biscotti - ha spiegato lo chef -, altrimenti diventa troppo pesante". Hai capito tu, non si finisce mai di imparare.

In tutto e per tutto, una degustazione molto apprezzata non tanto o quantomeno non solo per gli abbinamenti, ma soprattutto per il modo in cui è stata guidata: altrimenti non avrebbe sicuramente avuto lo stesso senso, perché farsi spiegare il perché e il per come di ciascun accostamento ha dato tutto un altro sapore.

Pienamente soddisfatti, ci siamo diretti allo stand successivo: prossimamente su questi schermi...