Visualizzazione post con etichetta marano vicentino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta marano vicentino. Mostra tutti i post

giovedì 20 ottobre 2016

Festival Nonsolobirra, capitolo terzo: nuove conoscenze in quel di Perugia

Uno dei nuovi ospiti a Marano, come già anticipato, era la Fabbrica della Birra Perugia: nome già noto per quanto relativamente giovane (ha aperto nel 2013), soprattutto dopo aver ottenuto il titolo di Birrificio dell'anno 2016 assegnato da Unionbirrai. Anche qui stiamo peraltro parlando di un birrificio "in rosa" , essendo capitanato da Luana Meola. Avevo già avuto occasione di conoscerla un paio d'anni fa all'Expo della Brasseria Veneta, ma non avevo avuto modo in quella sede di fermarmi per una chiacchierata approfondita con lei a proposito delle sue birre; e a Marano mi sono così avviata a colmare questa lacuna.

Mi sono trovata davanti spine che facevano riferimento a birre assai diverse a livello di "scuola di pensiero", ossia quelle della linea definita "classica" e quelle della linea "creativa": come dicono gli aggettivi stessi, si tratta quindi da un lato di birre che, pur con i dovuti tocchi di personalizzazione, rimangono nei canoni dello stile di riferimento; e birre che invece si lanciano nel terreno della sperimentazione. Alla mia domanda se si riconoscesse di più nella filosofia "classica" o in quella "sperimentale", Luana ha risposto di non sentirsi legata in maniera particolare a nessuna: e che sia "onnivora" non c'è dubbio, anche se personalmente vedo in lei più una vena di sperimentazione. Basti dire che anche la linea classica vede, nel caso della porter, l'aggiunta di granella di cioccolato per farne una chocolate porter; e la rossa è definita come "american red ale", con una luppolatura di mosaic, amarillo e citra che non solo lascia pochi dubbi in merito a quale Paese le abbia dato l'ispirazione, ma ne fa anche una birra al di fuori dei canoni della "solita rossa".

I luppoli americani o comunque cosiddetti "del nuovo e nuovissimo mondo" (includendo quindi anche quelli australiani) sembrano peraltro appassionare Luana: lo si nota bene nella prima birra che ho provato, la apa Calibro7, che a livello di luppoli mette insieme Motueka, Galaxy, Citra, Mosaic, Sorachi, Galena e Chinhook. Per chi non li conoscesse, basti dire che all'aroma il risultato è un tripudio di frutta tropicale con un fondo agrumato, seguito da un corpo abbastanza esile - ma non del tutto evanescente, dato che una pur leggera nota maltata rimane - e da una chiusura di un amaro citrico e secco, ben dissetante. Sulla stessa scuola di pensiero è quella che ho definito la sua "sorella maggiore", la Experimental, una imperial ipa che porta a livelli più intensi (nonché più alcolici) le stesse caratteristiche della Calibro7, pur mantenendo un corpo di altrettanto facile beva e una notevole attenuazione che invoglia al sorso successivo (pericolosamente, oserei dire, dati gli 8 gradi alcolici).

Tra le sperimentazioni ci sono poi da segnalare la Ila, una scotch ale nata in collaborazione con il noto produttore di distillati Samaroli, affinata in barili di whisky; e la Cosmo Rosso, una amber ale che non rinuncia alle note agrumate grazie alla luppolatura con Equinox, Mandarina Bavaria e Citra. Un birrificio, insomma, che consiglierei in particolare agli amanti delle luppolature all'americana, sperimentate peraltro anche là dove tradizionalmente non vengono usate.

Chiudo questa carrellata sul Festival Nonsolobirra con un ringraziamento a tutti gli altri birrifici presenti, di cui non ho parlato qui per questioni di brevità e per la volontà di dare spazio alle birre nuove che ho provato; ma che non sono certo meno meritevoli di quelli a cui ho dedicato un post. In particolare le congratulazioni vanno ai fratelli Trami, vincitori del concorso "popolare" per il miglior birrificio presente. E con questa, arrivederci alla prossima edizione...

lunedì 17 ottobre 2016

Festival Nonsolobirra, capitolo secondo: quattro chiacchiere con Mr Birrone

Marano Vicentino è in provincia di Vicenza, e - dal punto di vista birrario - se dici Vicenza dici Birrone: non certo perché sia l'unico birrificio artigianale in provincia, ma perché è stato uno dei pionieri in zona (ha aperto nel 2008) nonché uno dei più affermati - tanto che il mastro birraio, Simone Dal Cortivo, ha ottenuto il titolo di birraio dell'anno nel 2014. Ed è appunto con lui che mi sono fermata a fare due chiacchiere, prima di farmi illustrare le novità messe alla spina.

A onor del vero la nostra chiacchierata è iniziata da uno dei temi più inflazionati, triti e ritriti che ci siano negli ultimi tempi, ossia il proliferare di nuovi birrifici e di feste della birra: ormai parlare di questo è diventato un po' come parlare del tempo, anche se ciò non toglie che siano questioni che stanno incidendo profondamente sul panorama della birra artigianale in Italia. "Per carità, ci sono anche tanti giovani birrai che lavorano bene - ha osservato -, ma trovami qualcuno che sa fare bene le birre tecnicamente più difficili, e in particolare le basse fermentazioni come le helles: già sono pochi quelli che le fanno, e quelli che le fanno bene anche meno". Per questo, nel fiorire - per quanto ormai l'onda si sia esaurita - delle ipa e delle luppolature mirabolanti, "io voglio ribadire che noi siamo quelli delle basse fermentazioni: sono sempre stati i nostri punti di forza, e su quelle intendiamo continuare a lavorare".

E proprio due basse fermentazioni sono state quelle che mi ha proposto Simone: la "Zia Marn", definita come "Neues Pils" - per distinguerla dall'altra pils del Birrone, la Brusca - e la SD & R, una Festbier "che in realtà è una Marzen, perché le birre usate per le autentiche feste della birra autunnali nei villaggi bavaresi erano e sono le Marzen". La Zia Marn, ha spiegato Simone, "prende il nome dalla padrona tedesca dei luppoli"; e alla base della Brusca aggiunge come luppoli il Mandarina Bavaria, il Polaris e il Melon. Per quanto questa lista potrebbe far pensare ad una luppolatura di quelle che prima ho definito "mirabolanti", questa è e rimane una pils, per quanto unica nel suo genere: alla tradizionale luppolatura floreale aggiunge sì leggeri toni agrumati, e il polaris svela la sua presenza in seconda battuta con una lieve nota balsamica, ma per il resto rimane la classica pils "pulita" e senza fronzoli, dal corpo fresco ed esile ma non evanescente, e senza particolari persistenze. Anche in questo caso, buona per chi cerca una pils sì in stile, ma un po' più caratterizzata.

La SD & R - che sta per Sesso, Droga & Rock'n'roll, "gli elementi spesso associati al fare festa" - mi era stata preannunciata da Simone come quella che più gli ha dato soddisfazione. L'aroma delicatissimo viaggia tra le note di nocciola e quelle che a me hanno ricordato un po' le caldarroste, per quanto le castagne non c'entrino nulla (sarà perché la birra alle castagne del Birrone ancora la ricordo con grande piacere); e se l'ingresso in bocca rimane su questi toni maltati, chiude poi su un amaro erbaceo altrettanto delicato, che lascia la bocca perfettamente pulita. Una birra che fa dell'equilibrio tra questi due poli e della pulizia il suo punto di forza, caratteristiche che sono del resto dei capisaldi della filosofia di lavoro di Simone, e che pur nella sua (almeno apparente) semplicità sa risultare piacevole ed appagante.

Ultima nota: il panificio Dal Cortivo - altro espositore a Marano - offre diversi prodotti da forno, tra cui i biscotti alla birra battezzati Birrini: interessante il birramisù fatto con questi e la Scubi, la lager scura del Birrone.

Su tutt'altro stile invece la tappa successiva, vi attendo al prossimo post...

Festival Nonsolobirra, capitolo primo: alla corte di Cangrande

Sono tornata anche quest'anno, e con molto piacere, al festival della birra artigianale Nonsolobirra: che però, e Stefano Gasparini mi perdonerà, per me rimarrà sempre "Arte, Cultura e Luppolo" perché così l'ho conosciuto, e così mi è rimasto nei ricordi come uno dei primi a cui ho partecipato e a cui ho fatto alcune tra le conoscenze che reputo più care nel mondo della birra artigianale. Pur nelle dimensioni relativamente contenute, continua a confermarsi come evento di qualità all'interno di un panorama di fiere, sagre, feste e festini sempre più fitto. I birrifici presenti quest'anno erano sia vecchie conoscenze della kermesse - Birrone, Mastino, Ofelia, Jeb, Trami, Benaco 70, Estense, e Diexe distribuzione con Zahre, Fiemme e Montegioco ed altri ancora - che novità - Foglie d'Erba, Birra Perugia, ed alcune portate da Diexe: un festival che allarga i suoi orizzonti quindi, senza risultare ripetitivo di edizione in edizione.

Anche perché sono i birrifici stessi ad essere propositivi in quanto a novità: già alla prima tappa del pellegrinaggio, in casa Mastino, ho avuto modo di trovarne qualcuna - assaggiata nel contesto diuna piacevole chiacchierata con Oreste Salaorni, che ringrazio. La prima che ho provato è la loro nuova pils battezzata Milledue91 in onore di Cangrande della Scala (il 1291 è infatti il suo anno di nascita), brassata in decozione: già all'aroma colpisce per i profumi molto intensi ma armoniosi tra lo speziato e il floreale (i luppoli dichiarati sono Mittelfrüh e Tettnanger in dryhopping), cha fanno da preludio ai torni altrettanto robusti di cereale. Per quanto il corpo, coerentemente con l'insieme, sia più robusto della media delle pils, lascia comunque presto spazio ad una chiusura ben amara e secca e molto persistente: una birra che ci siamo trovati scHerzosamente a definire "imperial pils" - facendo il verso alla mania del giorno d'oggi di mettere l'aggettivo "imperial" davanti a qualsiasi stile, solo per indicare che si tratta di una birra più robusta (non sotto il profilo alcolico, però perché fa 5 gradi) - e che sicuramente si addice a tutti coloro a cui buona parte delle pils "non dicono niente". Oreste l'ha peraltro definita "un parto difficile", una birra frutto di un lungo lavoro: e del resto si capisce che nulla è lascitao al caso, per ottenere un tale equilibrio dell'insieme pur lavorando con toni forti all'interno di uno stile "delicato".

Dopo un breve passaggio per la belgian strong ale Vicarium - in stile, senza particolari fronzoli - sono approdata alle sour: fronte su cui Mastino negli ultimi anni ha saputo distinguersi, tanto da essere una presenza costante nella bottaia dell'Arrogant Sour Festival. La prima che ho provato è stata la Duchesse, una saison a cui è stata aggiunta uva fragola per avviare la fermentazione spontanea, marasche e ciliegie. In effetti ricorda il fragolino, in particolare all'aroma; in bocca a risaltare è invece la fragola vera e propria, che si impone sulle marasche (nonostante Oreste mi abbia riferito che, in proporzione, questa sono quattro volte tante rispetto alle fragole). La chiusura è decisamente dolce, pur senza obliterare del tutto la punta di acido che "pulisce" la bocca: una sour gradevole e del tutto abbordabile anche chi si accosta per la prima volta alle acide, nonché da consigliare agli amanti delle birre alla frutta.

Da ultima, dato che il meglio arriva sempre alla fine, Oreste ha calato l'asso con la sour all'Amarone: il frutto di oltre due anni di lavoro e paziente attesa, tra una prima fermentazione in acciaio, una seconda in tonneaux con l'aggiunta del 20% di mosto completo di Amarone, e otto mesi di riposo in barrique (Oreste mi correggerà se ho sbagliato qualcosa, del resto davanti a premesse di questo genere è chiaro che l'attenzione agli appunti cala). Anche qui i sentori caldi e pieni di vino rosso la fanno da padroni, con profumi di frutta matura (amarena su tutte); note di legno e di tannino sì presenti, ma in maniera del tutto equilibrata ed armoniosa (anzi, quelli tanninici proprio nelle retrovie direi), senza essere invasivi. Personalmente l'ho molto apprezzata, per come ha saputo sposare birra ed Amarone in maniera encomiabile. Vale la pena peraltro precisare che stiamo parlando di una birra di dodici gradi alcolici: da bene (ed apprezzare) a piccole dosi.

E mi fermo qui per quanto riguarda la prima tappa: rimanete sintonizzati...

martedì 13 ottobre 2015

Da "Arte, cultura e luppolo" a "Nonsolobirra": più piccolo, ma non meno bello

Se c'era chi aveva temuto che, con la scomparsa - a livello ufficiale - del testato festival "Arte, cultura e luppolo" di Marano Vicentino si chiudesse un mondo, i timori sono stati sfatati: quest'anno infatti, sotto il nuovo nome di "Nonsolobirra festival della birra artigianale" - e in indovinato abbinamento con la Mostra del riuso creativo -, ha visto un incremento delle presenze del 40% nella sola serata di venerdì. Il fatto che si sia optato per un formato più ridotto, con 8 birrifici invece del 12 tradizionalmente presenti, non pare aver pesato; tanto più che si trattava di fatto di sette birrifici - Mastino, Jeb, Benaco 70, Il Birrone, Trami, Ofelia e Estense - più Diexe Distribuzioni, che ha portato birre di Montegioco, Zahre, Black Barrels e Fiemme. La previdente richiesta dell'organizzatore, Stefano Gasparini, di provvedere ad almeno sei vie per ciascun birrificio così da coprire più o meno tutti gli stili e tutti i gusti, ha fatto il resto; senza dimenticare il corso di homebrewing tenuto da Mobi la domenica come ciliegina sulla torta.

Si trattava di birrifici che già ho avuto modo di conoscere (e, avendo a disposizione la sola giornata di domenica, non me ne vorranno quelli da cui non sono passata); però è stata l'occasione per provare alcune novità, iniziando dalla nuova versione della Bitter del Benaco 70. In questa ricetta l'introduzione del dry hopping con luppolo styrian fa il suo dovere, presentando una rosa erbacea e resinosa di aromi assai più intensa che in precedenza; anche in bocca risulta più piena e calda - con una rotondità data dai fiocchi d'orzo non maltati -, senza però tradire, come da stile, un finale che ritorna sull'amaro terroso. Forse non per i puristi delle bitter inglesi, ma indubbiamente più vicina ai gusti medi del pubblico di casa nostra, costituendo un buon compromesso - sempre che di compromesso si voglia parlare - tra la tradizione e l'adattamento alle richieste del mercato.

Mi sono poi data, questa volta in casa Diexe, a due barricate, la Chellerina di Black Barrels (una "quattro mani" a onor del vero, insieme a La Piazza, San Paolo e Birrificio Torino) e l'ormai celeberrima Mummia di Montegioco. La prima è una vienna lager dal colore ramato maturata in botti di rovere; e in effetti all'acido agrumato si uniscono dei sentori di legno ben percepibili sia all'olfatto che in bocca, creando un originale contrasto tra i tre poli dell'amaro legnoso, dell'acido della fermentazione spontanea e del dolce del malto che - per quanto sovrastato - è presente. La Mummia è invece il risultato dell'assemblaggio di tre barrique - la blonde ale Runa, la Rat Weizen e la Tibir al mosto Timorasso. L'aggettivo che più calza è probabilmente "elegante", perché l'acido che la caratterizza in tutti i passaggi è tanto delicato da non ammazzare - perdonate il termine - gli altri aromi e sapori. Del resto, se lo facesse sarebbe un peccato, perché si va dalle note floreali, a quelle agrumate, fino a quelle di legno e di miele: un mix raro e peculiare, a cui questa birra riesce a rendere giustizia.

Sempre da Diexe ho poi provato una prelibatezza questa volta di pasticceria, il panettone alla rossa Larix del birrificio di Fiemme con gocce di cioccolato al posto dell'uvetta, che Roberto ha affidato alla pasticceria Pierobon. Esimendomi dalla valutazione tecnica del dolce sulla quale non ho competenze, potendo affermare al più che era proprio buono - e che non ho percepito però al sapore alcunché che mi ricordasse la birra rossa -, spendo invece qualche parola per l'abbinamento. Riccardo del Benaco 70 ha gentilmente fornito della Honey Ale, la loro birra al miele, che però, per quanto non fuori luogo, non ho trovato del tutto calzante perché l'insieme risultava tropop dolce; assai più indovinata invece la loro Porter, con le peculiari note di caffè e cioccolata e il corpo non troppo robusto che consente di godere meglio il panettone, tanto che ammetto di aver commesso - e non solo io - l'eresia di inzuppare la fetta di dolce. Anche una Lupinus di Fiemme - chi non la conosce clicchi qui - potrebbe costituire un esperimento interessante.

Altri amici ritrovati sono stati i fratelli Trami, che mi hanno presentato la loro ultima nata, la helles Lander. Amanti dell'amaro astersi, dato che ai sentori quasi aciduli di cereale all'olfatto fa seguito il dolce floreale e quasi mieloso del malto. Anche in chiusura il luppolo è del tutto assente, mentre ritorna piuttosto l'acidulo del cereale; si tratta però di una dolcezza tutt'altro che persistente e non stucchevole, per cui nel complesso risulta una birra equilibrata che personalmente ho apprezzato. Qualche osservazione l'ho invece fatta, condividendola con il birraio, sulla ipa Bleis: qui la luppolatura è di un fruttato tropicale, per passare poi a toni tendenti al caramello e al miele con una punta di mandorla al palato, e chiudere su un amaro resinoso. Una linea diversa da quella delle ipa canoniche, tanto da far apparire il risultato finale quasi contraddittorio; ma che ho visto prendere da più di un birrificio, in risposta ad un ritorno della richiesta di birre più dolci dopo l'ondata "modaiola" dell'amaro. Certo il Trami ha il merito di farlo riuscendo ad ottenere una birra piacevole da bersi - non trattandosi, anche qui come per la helles, di un dolce stucchevole - e priva di difetti se non l'opinabile aderenza allo stile; ma questo ripropone la questione dell'equilibrio tra richiesta del mercato e aderenza ai canoni e alla sensibilità del birraio, necessario ma non facile da raggiungere. Oltretutto, c'è da chiedersi se così facendo si riesca a soddisfare sia gli amanti dei toni amari che di quelli più dolci, o viceversa a scontentarli entrambi perché né l'uno né l'altro trovano fino in fondo ciò che cercano: una domanda che non vuole essere posta solo al Trami e alla sua Bleis - che in fin dei conti ho gradito -, ma agli addetti ai lavori in senso lato.

L'ultima nota la riservo al birrificio vincitore della votazione popolare via web di questo festival, il Jeb, con la sua mastra birraia Chiara Baù: una bella soddisfazione per una delle prime rappresentanti delle quote rosa in questo settore, e di cui più volte ho avuto modo di apprezzare le creazioni. Questa volta ho provato la Summer Ale, un'alta fermentazione dal colore giallo paglierino che sia all'aroma che in chiusura è un'esplosione di fiori - in questo senso mi ha ricordato la Dama Bianca di Antica Contea, pur essendo due birre assai diverse - data dai luppoli americani centennial, columbus e chinhook. Il corpo abbastanza scarico in cui predomina un cereale discreto la rende perfetta per lo scopo espresso dal suo nome, ossia dissetarsi nelle calde giornate estive: una birra semplice e senza pretese di stupire, ma pulita e ben riuscita, con la quale rinnovo i complimenti a Chiara per il riconoscimento datole dal pubblico del festival.

lunedì 13 ottobre 2014

Una domenica alla scoperta di Arte, Cultura & Luppolo

Su invito del buon vecchio Stefano Gasparini, mente pensante del portale www.nonsolobirra.net , ho presenziato ieri all'ultima delle tre giornate della mnifestazione Arte, Cultura & Luppolo a Marano Vicentino. Invito che comprendeva anche quello a far parte della giuria che avrebbe selezionato la birra migliore, per cui l'occasione diventava ancora più interessante, oltre al fatto che le premesse erano buone: nelle tre edizioni precedenti l'evento si era attestato sulle 12 mila presenze, ed era prevista la presenza di dieci birrifici artigianali, due distributori, una serie di espositori - dall'artigianato del legno all'apicultura - e uno stand gastronomico con piatti tipici vicentini curato da ristoranti, pasticcerie, caseifici e panifici locali.

Arrivata lì, la prima cosa a colpirmi positivamente è stata la cospicua presenza di famiglie con bambini: complice la diversificazione sia degli stand che degli eventi - si passava da Peppa Pig ai laboratori sui difetti della birra -, la manifestazione poteva definirsi adatta a tutti, diventando una "festa" nel senso lato del termine e non solo una "festa della birra". Magari gli intenditori avrebbero potuto storcere il naso di fronte al fatto che gli eventi dedicati specificatamente a loro fossero solo due - il laboratorio "Aromi di birra" tenuto da Marco Corato il sabato e la cotta pubblica di domenica -, ma Gasparini in quanto organizzatore ha assicurato la volontà di incrementarli; e il fatto di avvicinare anche i non intenditori alla birra di qualità, magari grazie ad iniziative come presentazioni di libri, esibizioni dal vivo di scultura o concerti è sicuramente meritorio. Insomma, diciamo che l'ho trovato un buon connubio tra "purismo" e "eterodossia", per quanto rimanga materia di discussione quale sia il giusto equilibrio tra i due.

Tra i birrifici presenti c'erano alcune vecchie conoscenze: il Jeb, che avevo incontrato a Santa Lucia; l'Acelum, di cui tanto mi aveva entusiasmato la Freya al festival di Fiume; l'Estense, di cui già avevo assaggiato la Red Ale e che questa volta mi ha presentato l'ultima nata della casa, la imperial stout Django - sulla quale però mi riservo un commento più preciso una volta riprovata, dato che non l'ho degustata a bocca pulita; e il Camerini, della cui torbata avevo un buon ricordo, e che mi ha a sua volta fatto fare conoscenza con l'ultima novità Ink Ipa - che non è una black ipa come credevo, ma solo un riferimento alla ragazza tatuata che campeggia sull'etichetta. Una Ipa che a dire il vero mi ha lasciata un po' interdetta, in quanto, essendo particolarmente discreta nella luppolatura, non la si direbbe quasi tale: non certo una birra riuscita male, per carità, ma ritengo che la loro punta di diamante siano piuttosto la torbata Selvaggia di cui sopra e la red ale Seducente, di cui peraltro - mi ha riferito il buon Giampaolo - sta avendo discreto successo il gelato preparato da un gelataio artigianale della zona.

Ho dovuto quindi iniziare, in quanto giurata, il lungo pellegrinaggio delle nuove conoscenze. Ho iniziato dal Birrone, birrificio di Isola Vicentina, che dispone di una decina di creazioni. Per quanto le più gettonate fossero la hell classica SS46 e la pils Brusca, ho apprezzato maggiormente le birre più sperimentali. In primo luogo la Gerica, che unendo malti e luppoli da amaro tedeschi e luppoli da aroma americani (di qui il nome, Germania e America) crea un curioso connubio tra aromi erbacei ed agrumati e le note di crosta di pane il bocca; oppure la Mortisa, birra alle castagne, "figlia" del raccolto dello scorso anno arrostito e tostato. Qualche curiosità rimanendo sul classico, secondo la filosofia di "dare una reinterpretazione agli stili canonici", l'ha offerta invece il birrificio bresciano dei fratelli Trami: la Col De Serf, una weiss a cui a leggere la descrizione non avrei dato un soldo, si è invece rivelata una piacevole scoperta sul fronte dell'aroma floreale insolitamente ricco e della persistenza fruttata, e posso dire lo stesso della porter Saslong in quanto al bilanciamento indovinato tra le note decise di caffè e di cacao.

Buone potenzialità le ho trovate anche al birrificio Ofelia di Sovizzo (Vicenza). E dico "potenzialità" perché le idee in quanto ad originalità non mancano: dalla saison Piazza delle Erbe che amalgama senza risultare soverchiante erba luisa, buccia d'arancia, cardamomo, anice stellato, coriandolo e camomilla; alla Amitabh, che recupera l'antica ricetta delle India Pale Ale inglesi - assai meno amare di quelle americane in voga oggi -; alla Beer Gamotto, una golden ale monoluppolo aromatizzata, i birrai sono una fucina di spunti sia in quanto a sperimentazione che a interpretazione personale delle birre classiche. Per questo, coerentemente anche con la filosofia che mi ha esposto il buon Andrea di "cercare i clienti adatti a noi, piuttosto che adattarci ai gusti dei clienti", li inviterei ad osare ancora di più: avendo il pregio di saper sperimentare senza strafare né ottenere risultati che "stufano", come si suol dire, ritengo che in margini di sviluppo siano ancora ampi e promettenti.

Filosofia diametralmente opposta a quella della birra Mastino, che intende invece "affinare" gli stili classici: tanto da aver recuperato la ricetta di uno storico birrificio veronese chiuso nel 1932 per la loro Rossa Verona, che si affianca alla pils 1291, alla american wheat Beatrice, alla red ale Alboino e alla dry stout Canis Magnus - tutti storici nomi degli scaligeri, in omaggio alla città. Birre che hanno indubbiamente la dote di farsi bere facilmente, al contrario forse della chicca che avevano portato per l'occasione, la sour alle prugne: un anno di barrique in una botte di amarone, che ha fatto di questa birra a base pale una particolarità nel panorama del Mastino.

Da ultimo due birrifici giovani, il Luckybrews e il K&L. Il primo ha aperto da due anni, ma grazie ai dodici da homebrewer di Davide e Samuele non ha nulla da invidiare ad altri di più lunga esperienza. Tra tutte segnalo la Whale - che sta per white hoppy ale -, di cui spicca l'aroma di fiori e di coriandolo e le note di pepe rosa che anticipano la chiusura amara; e la Winternest, una schotch ale che bilancia in maniera encomiabile il torbato, l'affuminato, le note di caffè e quelle di whisky. In quanto al K&L, nota di merito all'originalità della bière de garde 2 fuochi - stile assai raro da trovare - e soprattutto la tripel Special 3, che smorza il dolce del miele di castagno con spezie acide creando un insieme sapientemente bilanciato.

Naturalmente ci sarebbe molto da raccontare e da descrivere, ma rischierei di dilungarmi troppo; posso comunque dire di essere stata soddisfatta in quanto non solo ho trovato birra di qualità, ma anche un ambiente che la sa far conoscere in maniera semplice ed accogliente. Ed è indubbiamente il primo passo di quell' "educazione del consumatore" di cui tanto si parla.