Visualizzazione post con etichetta Luppolo Station. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luppolo Station. Mostra tutti i post

sabato 23 aprile 2016

Un po' di sproloqui su Birra Del Borgo

Come di consueto quando arrivano notizie grosse di cui non ho l'esclusiva io, piuttosto che ripetere meccanicamente cose scritte da altri che comunque chiunque altro a quel punto avrà già letto preferisco starmene buonina: e infatti così ho fatto ieri, quando i birrofili sul web si sono infervorati alla notizia della cessione totale di Birra del Borgo al colosso multinazionale Ab Inbev - quella a cui fanno capo nomi come Beck's, Budweiser e Stella Artois, per intenderci, e che poco tempo fa aveva dovuto "lasciare" la Peroni alla giapponese Asahi per questioni di antitrust. Insomma, ciò che da tempo si paventava è avvenuto: anche in Italia i grandi gruppi fanno "shopping" di birrifici artigianali, come già accaduto all'estero.


Innanzitutto, c'è da dire che Leonardo Di Vincenzo avrà - ovviamente - fatto i suoi conti nel prendere una decisione che immagino non facile: così come - specie negli Usa - per una startup il più grande successo è considerato il fatto di vendere alle migliori condizioni possibili ad un'azienda più grande, così - cito il comunicato di Birra del Borgo riportato da Cronache di Birra - "La collaborazione darà a Birra del Borgo, uno dei più grandi produttori di birra artigianale in Italia, un’occasione unica per avviare gli investimenti necessari a favorirne lo sviluppo pur continuando a gestire autonomamente la propria attività e a definire le linee di crescita del brand. AB InBev fornirà il supporto necessario per consentire a Birra del Borgo di ampliare il suo know how e le infrastrutture, di continuare a innovare e creare nuove produzioni. Il fondatore, Leonardo Di Vincenzo continuerà a guidare Birra del Borgo come Amministratore Delegato della società". E fin qui, tutto chiaro: sono soldi freschi che entrano, che male non fanno, ed è pure garantita la continuità operativa (almeno sulla carta). Del resto, non ho potuto non sorridere alle parole di Diego Vitucci del Luppolo Station e Luppolo 12 che, commentando le polemiche relative alla questione, ha scritto: "A parlare sono buoni tutti... Poi i conti si faranno quando toccherà a ognuno di noi prendere delle decisioni del genere. [...] Se Borgo ha venduto a una multinazionale ,a quanto pare, per 30/50 milioni di euro... La cosa veramente interessante sono sti numeri, Non le scelte che hanno fatto loro, quelli non sono proprio cazzi nostri" (e pardon per il francesismo).

Non sono un'analista finanziaria né un'esperta di mercati: in quanto giornalista tendenzialmente faccio domande, per cui è più che altro questo che mi sono fatta. La prima riguarda gli sviluppi futuri in quanto al posizionamento di mercato. Alcuni publican, con in testa Manuele Colonna del Ma che siete venuti a fa' - più il già citato Diego Vitucci - hanno annunciato che non terranno più Birra del Borgo nei loro locali, coerentemente con la loro filosofia di lavoro che prevede di commercializzare solo i prodotti di birrifici indipendenti (e l'indipendenza è del resto sottolineata anche nella proposta di legge aui birrifici artigianali all'esame del Parlamento). Difficile credere che questi locali, con una simile scelta, si stiano - e perdonatemi il secondo francesismo - tagliando i gioiellini per fare dispetto alla moglie: la reputazione del "Macche" e degli altri pub di quel calibro non è certo costruita su un singolo marchio, ma sulla qualità complessiva dell'offerta e del servizio, per cui non perderanno clienti semplicemente perché non servono più Birra del Borgo. "Ho appena parlato con Jean Hummler del Moeder Lambic e siamo d'accordo nel rispondere in maniera unita tra locali europei nel rispondere no alla imminente corsa all'acquisizione che dopo gli Stati Uniti si abbatterà presto su di noi, siamo pronti a iniziative il prima possibile che ci vedranno uniti con birrai e publican europei, piccoli e non. Fateci rimanere liberi di scegliere, come lo dovrete essere voi", ha scritto Manuele. Anche Cantillon ha annunciato di aver cancellato la partecipazione di Birra del Borgo al prossimo Cantillon Quintessence. Allo stesso modo, locali che ancora la tengono potrebbero vedere frequentatori affezionati ma "puristi" dirigersi su altre birre, e "calibrare" i loro ordini di conseguenza. Fin qui, quindi, la cosa si risolverebbe a svantaggio di Birra del Borgo, ma è solo la prima parte della questione.

La seconda domanda, infatti, è l'altra faccia della medaglia della prima. E riguarda uno dei grandi campi su cui si gioca il testa a testa tra birrifici artigianali e quelli industriali, ossia quello della distribuzione. Indubbiamente Ab Inbev aprirà a Birra del Borgo canali distributivi prima impensati, soprattutto a livello internazionale - arena su cui sono ancora pochi i birrifici artigianali italiani ad essersi mossi in maniera rilevante. E posso immaginare che Ab Inbev non avrà l'intenzione di "soffocare" Birra del Borgo, che del resto non è propriamente un concorrente diretto non muovendosi esattamente sullo stesso segmento di mercato, ma piuttosto di "usarla" per entrare anche in quel segmento di mercato lì - e l'ingresso degli industriali nella stessa nicchia di mercato delle artigianali per fare i propri interessi a scapito dei birrifici indipendenti, ora sì diventati in tutto e per tutto concorrenti diretti, è appunto una delle cose più avversate. Che conseguenze avrà questo per birra del Borgo? La produzione rimarrà allo stesso livello qualitativo, anche a fronte di di esigenze maggiori in termini quantitativi e magari diverse in quanto a gusti, posti i più vasti canali distributivi, come Leonardo di Voncenzo assicura in un'intervista a Fermento Birra? E posto che - come tutti ci auguriamo - lo rimanga, assisteremo ad una battaglia impari tra gli altri birrifici italiani e Birra del Borgo, che disporrà di risorse molto più ampie in termini economici, di mezzi, e di know how? Domande che mi faccio al di là delle questioni ideologiche. Sperando che la ReAle rimaga sempre la ReAle.

lunedì 7 dicembre 2015

Alla guerra dei luppoli

Che tra i grandi dell'industria e i birrifici artigianali non corresse buon sangue è cosa nota; ma ora pare che in questa sorta di battaglia siano entrati gioco forza anche i pub. Complici qualche decina di amici in comune che hanno cliccato su "mi piace", è comparso sulla mia bacheca Facebook il post (che vede qui sotto) di Diego Vitucci, publican del Luppolo Station e del Luppolo 12 di Roma, che espone la sua risposta all'intimazione ricevuta dalla Carlsberg - da lui allegata, a prova del tutto - di ritirare la domanda di registrazione del marchio Luppolo Station (locale aperto nel marco di quest'anno) e di cessarne l'uso del marchio, in quanto "potrebbe erroneamente indurre l'utenza a ritenere erroneamente che i servizi di ristorazione recanti il marchio "Il luppolo" provengano da Carlsberg Italia Spa" - proprietaria del marchio Poretti, che si fregia della linea Treluppoli. Detta in parole povere: ai publican del locale viene addebitato il fatto di aver utilizzato un marchio già precedentemente registrato, violando la normativa in materia.

Nella sua risposta ci pensa Diego a tranquillizzarli sul fatto che è lui il primo, in quanto titolare di un locale che tratta birre artigianali, ad avere tutto l'interesse a che i clienti non vengano tratti in inganno; senza contare che è altresì "privo di ogni crisma giuridico e morale pensare di avere l'esclusiva sull'utilizzo della parola luppolo, che nient'altro è che uno degli ingredienti con cui si produce la birra". Rimane comunque il fatto di una richiesta quantomeno bizzarra, che al momento potrebbe avere strascichi in sede legale. Diego ha infatti spedito oggi la lettera di risposta, e non intende cedere di un centimetro.

L'ho raggiunto telefonicamente mentre era alla guida proprio verso il locale "incriminato":  "Ci hanno chiesto di sottoscrivere un impegno scritto a non utilizzare ipù il marchio, in quanto abbiamo aperto il locale dopo che la Carlsberg aveva registrato il marchio Treluppoli - racconta - : ma non hanno considerato che siamo gli stessi proprietari di un altro locale, il Luppolo 12, che ha aperto nel 2012, ossia un anno prima della registrazione del marchio su cui la Carlsberg ora fa leva" - che è infatti avvenuto, come si legge nella lettera, ad ottobre 2013. E allora che si fa, ribaltiamo le carte e fate voi causa alla Carlsberg? "Secondo me finirà in un nulla di fatto, una notiziola buona per un paio di post su Facebook - minimizza Diego -. D'altronde, solo qui a Roma sono una decina i locali che hanno la parola "Luppolo" nel nome, e chissà quanti altri ce ne sono in Italia: vogliono far cambiare insegna a tutti? Comunque, se manterranno la loro linea, anche noi siamo pronti a difenderci".

Sarà; ma intanto il popolo della rete si è scatenato. C'è chi teme che usando la parola "lievito" in etichetta sarà chiamato in causa dalla Bertolini, e chi attende il momento in cui la Poretti metterà in commercio la "12 Luppoli" per vedere che succede. Chissà se, citando Bakunin, basterà una risata a seppellire la Carlsberg.