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venerdì 19 giugno 2020

Cinque (anzi sei) birrifici per cinque birre

La sera del 18 giugno, con l'occasione dell'apertura del giardino estivo (purtroppo rovinata dal maltempo) la birreria Brasserie di Tricesimo ha messo alla spina cinque nuove birre di altrettanti birrifici artigianali della regione (più uno in realtà, come vedremo poi) - alcune in realtà già presentate nei giorni precedenti, altre delle anteprime propriamente dette.

La prima che ho degustato è la Let's kill the noia, una American Lager di Garlatti Costa. Una birra che rispetta pienamente ciò che risulta essere sulla carta: colore dorato e leggermente velata, schiuma candida e a grana sottile, aromi tra l'agrumato e il floreale molto delicati, corpo fresco e snello senza particolari persistenze di cereale, finale con un taglio amaro secco ma misurato e non persistente. Semplice e estiva, la classica birra da bere a litri che, pur senza cadere nella banalità, può andare incontro ai gusti di tutti.
In seconda battuta la So good was singing a beer, la nuova saison al basilico del birrificio Campestre (che sa anche sempre sorprendere con i nomi, devo dire....). Ammetto che ero scettica, perché altre birre al basilico assaggiate in passato non mi avevano convinta: nella maggioranza dei (pochi) casi avevo trovato l'aromatizzazione troppo spinta e slegata dal resto. In questo caso invece non solo il birraio ha optato per la sobrietà, ma ha trovato il modo di legare bene l'erbaceo balsamico e amarognolo del basilico con l'amaro del luppolo in chiusura, che diventano un tutt'uno. Interessante anche la scelta dello stile saison che, per quanto la tipica speziatura rimanga nelle retrovie a favor di basilico, fa comunque da cornice all'aromatizzazione creando una serie di rimandi olfattivi e gustativi.

Terza la Tuff Gong, collaborazione tra Foglie d'Erba e Birra Perugia, definita come “Resistance Rye India Pale Beer” - una sui generis insomma, trattandosi di una lager alla segale con luppolatura americana. Al naso si fa subito sentire quello che i birrai stessi definiscono "massiccio dry hopping di mosaic" - e a onor del vero, ancora prima di sentire questa dichiarazione, avevo sentito in questa girandola tropicale la mano di Luana Meola: un suo marchio di fabbrica rispetto a Gino Perissutti, più incline agli aromi resinosi e citrici -, corpo biscottato ma scorrevole in cui si colgono le note peculiari della segale locale, e finale persistente di un amaro citrico-resinoso. Pulita e fresca, molto caratterizzata.

In anteprima assoluta debuttava poi la double Ipa Magic Bus, l'ultima nata del birrificio Bondai - che come sempre lega i nomi delle sue birre alla citazione di un film, in questo caso Into the wild. Luppolatura tutto sommato sobria per il genere - non nel senso che non sia intensa, ma nel senso che non cerca fuochi d'artificio: un resinoso netto e deciso, senza fronzoli - a fare il paio con un corpo dal tostato robusto con qualche calda nota caramellata al salire dellla temperatura, e un amaro finale notevole e persistente, sempre su toni tra il resinoso e l'agrumato. Equilibrata e semplice pur nei toni decisi, per gli amanti delle Ipa vecchio stile.

Da ultima la Tripel Barrel, una "chicca" nella misura in cui si tratta di una produzione limitata di Antica Contea - la loro Triple Threat di cui avevo già parlato in questo post, passata dodici giorni in barrique di Bordeaux. Un vero tripudio di aromi e sapori, che varia al variare della temperatura - mi sono annotata nell'ordine petali di rosa, uvetta, frutta sotto spirito, ibisco, tè nero, miele di castagno e dattero, ma credo che ciascuno potrebbe sentirci cose diverse -; con sullo sfondo una birra dalla spiccata dolcezza, mitigata da un'acidità appena percettibile e dai toni di legno (senza astringenza, o almeno io non l'ho colta). Finale lungo e dolce, ma senza persistenze alcoliche pastose. Curioso come basti una barricatura così breve per ottenere effetti tanto intensi.
Concludo con una nota di merito che ritengo la Brasserie si sia guadagnata, organizzando una serata di significativo spessore - erano presenti anche i birrai - nonostante il momento difficile, le pur necessarie norme di sicurezza, e il nubifragio della serata (che non ha comunque scoraggiato gli avventori, a conferma che l'interesse c'era); e con un grazie a Matilde e al suo staff, nonché ai birrai.

domenica 27 ottobre 2019

La birra in fabbrica a Corno di Rosazzo

Anche quest'anno mi sono concessa un giro a "Fusti - La birra in fabbrica", piccolo festival birrario organizzato nella propria tap room dal Birrificio Campestre di Corno di Rosazzo. Piccolo, ma neanche tanto: come già mi sono trovata a considerare lo scorso anno, è comunque notevole come una realtà di dimensioni ridotte in un paesino sconosciuto (se non agli amanti del vino) riesca a fungere da catalizzatore per nove birrifici regionali, una ventina di birre - numeri in crescita rispetto all'edizione passata - ed un pubblico tutto sommato consistente per un comune di 3000 abitanti. Per carità, non è l'Happy Beerthday Foglie d'Erba di Forni di Sopra (birrificio che comunque ha partecipato, a riprova del fatto che è una manifestazione in cui crede); ma non è neanche possibile fare il paragone tra una realtà ormai più che consolidata come Foglie d'Erba e il Campestre, che ha meno della metà dei suoi anni e una produzione e distribuzione assai più contenute. Questo per dire, una volta di più, che quello del "piccolo festival tra birrifici amici" è un format che si adatta a questa realtà, e che Giulio Cristancig ha avuto la felice intuizione di portare nella sua tap room.

A parte ciò, in realtà non erano molte le birre per me nuove in listino; ma è stato comunque un piacere riprovarne alcune che già conoscevo in virtù di variazioni alla ricetta, o semplicemente per l'opportunità di degustarle direttamente con il birraio se in passato non l'avevo avuta. E' stato il caso ad esempio della Basei del birrificio omonimo, ispirata alle Koelsch, e che avevo provato l'anno scorso all'inaugurazione del birrificio: la ricetta attuale è più improntata sulla corposità e fragranza del cereale, vero pane liquido appena sfornato senza però indulgere nel miele, e meno sulla componente aromatica - anche fin troppo poco, a mio parere, dato che la luppolatura sia in amaro che in aroma è appena percettibile. Bisogna riconoscere però a Giuseppe Ciutto che ha saputo far lavorare bene il lievito, sia per l'assenza totale di aromi fermentativi inappropriati (che a volte nelle Koelsch mi è capitato di trovare) che per la secchezza e pulizia finale, che lascia la bocca fresca pur nella gran sobrietà della luppolatura a cui accennavo sopra.

Per la prima volta ho avuto occasione di bere con il birraio la Blanche Dreon di Meni: fondamentalmente in stile, pur puntando in maniera piuttosto decisa sulla speziatura sia in aroma che sul finale - grazie all'aggiunta di pepe bianco, che lascia una leggera persistenza piccante che sicuramente sarebbe interessante abbinare a qualche piatto. Penso ad esempio ad una tagliata di pollo.

Novità assoluta invece la Triple Threat, la Tripel appena sfornata da Antica Contea, e che prende il nome da una mossa del basket. Anche in questo caso, mi sono trovata a scherzare con il birraio Costantino su come Antica Contea a fare birre non britanniche ci provi, e magari anche con ottimi risultati in termini di piacevolezza della bevuta; però metterci almeno un elemento che ricordi una birra britannica, così come era stato per la Vienna che aveva un taglio amaro che mi ricordava piuttosto quello delle bitter, è più forte di loro. In questo caso infatti il tipico aroma speziato da lievito belga è appena percettibile, mentre nel corpo esce in forze un caramello biscottato che fa pensare ad una strong scotch ale; prima di chiudere su un finale relativamente secco per lo stile, a beneficio di bevibilità nonostante gli otto gradi alcolici - valore imprescindibile per Antica Contea. Vi piacerà se amate le birre corpose e maltate come appunto le belghe, ma nonostante ciò le trovate a volte ardue da bere.

Da ultimo sono ritornata sulla Non aprite quella Porter, la Porter al cardamomo e scorza d'arancia di Campestre. Cardamomo decisamente riconoscibile, sia in aroma che sul finale dove dà una nota balsamica, ma comunque ben amalgamato sia con il leggero agrumato dell'arancia che con a componente tostata; secca e beverina come una Porter dev'essere, pur nella sua originalità.

Concludo con un grazie a tutti i birrifici e birrai presenti - Campestre, Foglie d'Erba, Villa Chazil, The Lure, Meni, Galassia, Antica Contea, Garlatti Costa e Basei, in ordine assolutamente casuale - e in particolare al padrone di casa Giulio Cristancig.


mercoledì 24 ottobre 2018

Qualche appunto da Fusti di Frontiera

Anche quest'anno ho approfittato per fare un giro al Birrificio Campestre in occasione di Fusti di Frontiera, manifestazione che Giulio organizza ogni autunno in compagnia di altri colleghi birrai artigianali friulani. Quest'anno peraltro l'occasione era di particolare interesse perché i nostri avevano messo in piedi ben una ventina di spine da nove birrifici diversi, con spazio sia per le classiche che per qualche novità.


Mi sono data per l'appunto alle birre che non avevo mai provato, o che non potevo dire di conoscere bene. Sono partita dalla Keller Pils di Meni, classica e in stile, aroma corposo di pane fresco e cereale, corpo pieno ma snello e fresco, chiusura di un amaro netto ma leggero. Sono quindi passata alla Nova Ekuanot, Golden Ale di Birra Galassia (evoluzione della Nova con luppolo Ekuanot con cui i birrai, a loro detta, hanno inteso dare "più identità" a questa birra): notevolissima la schiuma persistente e fine, che lascia proprio "la panna" in bocca, e da cui salgono aromi possenti di agrumi e frutta tropicale. Corpo snello e fresco, prima di una lunga persistenza di lime e pompelmo, a mo' di spremuta di agrumi. Per la felicità degli amanti delle birre agrumate - da notare che, a differenza di altre loro birre precedenti, questa è stata prodotta da Antica Contea e infustata in isobarico, il che ha sicuramente reso maggior giustizia alla luppolatura.


In terza battuta mi sono soffermata sulla Bla Bla, Double Blanche di Garlatti Costa. Qui devo ammettere che non ho riconosciuto la "mano" di Severino in questa Blanche piuttosto sui generis: poco pronunciato il tipico aroma speziato, che ritorna però nel corpo di media robustezza ancor più della classica nota di frumento. Finale pulito. Non che mi sia dispiaciuta, intendiamoci, però non ho riconosciuto il "tocco del birraio", per così dire. Sono poi ritornata sulla "Chi sono? Castoro!", la Ipa di Campestre: aroma avvolgente in cui si bilanciano bene il caramello e il fruttato dei luppoli, con il primo a fare da "ponte" verso un corpo robusto ma scorrevole tra il dolce e il tostato prima dell'amaro resinoso e deciso in chiusura. Una Ipa ben equilibrata e non banale, all'interno di una stile da tempo inflazionato.

Novità del Campestre è stata invece la "Non aprite quella Porter", una - appunto - Porter con cardamomo e buccia d'arancia. Aroma incentrato sul caffè, con una nota leggera di cardamomo; corpo esile in cui comunque si continua a cogliere il caffè, prima di un ritorno di arancia sul finale. Originale e ben costruita, per gli amanti delle birre da bere al caldo davanti a un caminetto. E sempre da bere davanti ad un caminetto è la Russian Imperial Stout di Borderline, passata 5 mesi in botti di rum. Ed è appunto il rum a dominare sia nell'aroma che nel corpo, con decisi toni liquorosi e di zucchero di canna, insieme al legno e alla liquirizia. Decisamente secca, dimostra forse la metà dei suoi 13 gradi, quindi occhio all'etilometro.

Chiudo con un grazie anche ai birrai non nominati qui per la piacevole serata, che mi sento di definire ben riuscita come evento. E qui diventa lecito chiedersi se il format del "ritrovo di birrifici" in casa di uno di questi diventerà - data la sua crescente diffusione - un format che, se non sostituirà del tutto, quantomeno si affiancherà a quello dei festival birrari creando un "doppio binario" rispondendo ad esigenze e logiche diverse: anche questo un segnale di ricerca di rinnovamento all'interno di un mondo della birra artigianale alla ricerca (giustamente) di nuove vie dopo lo "sgonfiamento" del boom.

sabato 26 novembre 2016

Anche i birrifici vanno in Erasmus

Ieri sera ho presenziato a "Fusti di frontiera", simpatica - perdonate l'aggettivo generico, ma mi sembra nondimeno il più calzante - manifestazione organizzata dal Birrificio Campestre. Quest'anno, con la seconda edizione, il sodalizio tra Campestre e Antica Contea si è allargato a Borderline; e forse il segreto del fatto che anche quest'anno sia stata una manifestazione riuscita - almeno a giudicare dal numero di persone presenti già a inizio serata - è il fatto che, come ha affermato Giulio (il birraio del Campestre, per chi non lo conoscesse) "Ci troviamo qui, portiamo i fusti, e ci divertiamo noi per primi". Il tutto naturalmente senza perdere d'occhio la bontà della materia prima, cosa su cui i tre birrifici in questione si sono a mio avviso sempre ben difesi: il Campestre portava Aurora, Rurale, Dove Canta la Rana e Scur di Lune; il Borderline Ultra Hoppy Golden Ale, American Session Brown Ale e Red Ale; e Antica Contea portava Contessina, Dama Bianca e Superbia.

Era proprio quest'ultima - una best bitter - che mi mancava, e così ho provveduto. Trattasi di una di quelle bitter "intrinsicamente britanniche" che ai ragazzi di Antica Contea tanto piacciono: schiuma ben densa e persistente a grana sottile, luppolatura sobria in aroma - nella fattispecie il luppolo inglese Progress, simile all'East Kent Golding, dall'aroma molto delicato tra il floreale, l'erbaceo e finanche speziato - , e dal corpo che pur esile a garanzia di bevibilità lascia in bocca un intenso nocciolato, prima di un finale di un'amarezza sobria ma netta, secca e pulita. La classica bitter appunto, da bere in quantità - del resto ha poco più di quattro gradi alcolici - e a cui sicuramente verrebbe resa molta più giustizia spillata da cask o a pompa, per rendere meno accentuata la carbonatazione; ma anche alla spina non perde comunque la sua ragion d'essere, nonché il suo "marchio di fabbrica" di Antica Contea in quanto ad amore per le isole britanniche, semplicità e pulizia.

E qui vengo al motivo del titolo, perché tra un sorso e l'altro mi sono fatta raccontare da Costantino (uno dei birrai di Antica Contea, per chi non lo conoscesse) il loro viaggio alla Driftwood Spars Brewery in Cornovaglia, per una cotta della loro Pat at a Tap insieme al birraio Pete. Un viaggio molto istruttivo, a sentire Costantino, "perché ci siamo resi conto di quanti problemi forse inutili ci poniamo noi qui in Italia nel fare la birra": dagli impianti ai metodi, lì è tutto molto più "spontaneo", forse in virtù di una lunga tradizione che ha portato a privilegiare la pratica sulla teoria. Gli amici della Driftwood hanno ora in programma di ricambiare la visita, per cui l'auspicio è quello che si crei un fruttuoso scambio tra Gorizia e la Cornovaglia. Un genere di "Erasmus" da incentivare a livello più ampio soprattutto se può aiutare ad affrontare una delle debolezze spesso citate dei nostri birrifici, ossia la scarsa competitività sul mercato internazionale: penso ad esempio ad accordi per la produzione e distribuzione in loco delle reciproche birre, oltre naturalmente a birre in collaborazione. Un reciproco arricchimento non solo economico ma anche culturale.

giovedì 8 settembre 2016

Aspettando Friulidoc

Ho avuto il piacere di condurre ieri sera la degustazione organizzata da Confartigianato Udine come anteprima di Friulidoc, in collaborazione con l'Associazione Birrai Artigiani del Friuli Venezia Giulia. Se all'inizio la presenza sembrava languire, ho visto poi con molto piacere la sala riempirsi, fino a superare il numero di posti previsto (tanto che qualcuno è dovuto ahimé rimanere fuori): il che è di buon auspicio per tutti i birrai che si accingono a partecipare alla manifestazione che inizia oggi.

Se la seconda, terza e quarta birra previste per la degustazione - rispettivamente la Soresere, la Orodorzo e la Eclissi - mi erano già note, non lo era la prima, la Blanche brassata in collaborazione tra Borderline e Pighi (che mi sono quindi precipitata ad assaggiare, guarda un po' te che sacrifici tocca fare). Al di là del coriandolo e della bucia d'arancia "d'ordinanza", questa blanche vede l'utilizzo del pepe di Sechuan, ad accentuare la speziatura.

Se in genere tutto si può dire di Borderline tranne che faccia birre che passano sottotraccia - anzi, molte si distinguono per l'intensità di tutte le componenti sia olfattive che gustative - questa volta devo dire che ho trovato una blanche "sobria": se coriandolo, buccia d'arancia e pepe sono chiaramente distinguibili al naso - e lo sono in questo preciso ordine, almeno per quella che è la mia sensibilità -, rimangono comunque lievi e delicati; così come il profumo del lievito, appena percepibile. Una delicatezza che trova il suo corrispondente anche nel corpo più scarico di altre blanche e al palato, in cui le note maltate sono tenui e con un leggero acidulo da cereale sul finale; che contribuisce ad una chiusura pulita e poco persistente, nonostante il tocco pepato che ritorna. Una chiusura che del resto appare adatta ad una birra che si capisce non puntare a stupire ma voler essere semplice, fresca e dissetante.

Che altro dire? Peccato che le birre fossero solo quattro, per quanto assaggiarne sedici - una per ciascun birrificio associato - fosse chiaramente improponibile; non resta che rifarsi a Friulidoc...

venerdì 29 luglio 2016

Dove canta la rana

Come nome per una birra è piuttosto stravagante; ma non starò a raccontarvi come mai Giulio Cristancig, del Birrificio Campestre, ha chiamato così la sua nuova birra - essendo il nome stato ispirato da quella classica goliardata con gli amici che tendenzialmente si preferisce non diffondere. Al di là dei retroscena, Giulio ha presentato la sua ipa - la prima ipa della casa - la sera di venerdì 29, nel chiosco estivo attiguo al birrificio; ed ho visto, peraltro con piacere, un buon giro già dalla prima serata, a testimoniare che il giovane birraio si è guadagnato nel giro di poco più di un anno di attività una buona cerchia di estimatori.

Venendo alla ipa in questione, lui la definisce "sCravagante" - ispirandosi alla rana, appunto - essendo piuttosto insolita all'interno del genere: e già ancor prima che la bevessi me l'ha descritta come "volutamente sbilanciata verso l'amaro" - con hallertauer magnum, chinhook e polaris - e originale anche in quanto ad aroma, unendo al fruttato del mosaic e dello huell melon i toni più balsamici e leggermente speziati del polaris; richiamati poi da una punta di coriandolo e di pepe nero, aggiunti all'insieme. Ce n'era di che incuriosirmi, per cui ho portato il bicchiere alle labbra - o meglio, al naso, per prima cosa.

Inizialmente, a dire il vero, la bassa temperatura non ha reso giustizia all'aroma, già di per sé tenue e delicato; ma sono poi saliti, nel'ordine, prima i profumi di agrumi, poi quelli di coriandolo e spezie, ed infine quelli di frutta tropicale - in particolare melone, come il nome del luppolo huell melon fa intuire. Anche il corpo a basse temperature risulta molto esile, oserei dire sin troppo evanescente; anche qui però attendere un attimo aiuta, finché non compare un pur moderato miele al palato dato dai malti - base di pale ale e carapils. La dolcezza, però, dura solo un attimo: arriva infatti subito una chiusura amara molto secca, netta e persistente con una leggera nota piccante di pepe nero che risulta comuqnue armonizzata con l'insieme. Mi sono azzardata a dire che abbinerei questa birra ad una macedonia, perché al tempo stesso la contrasta e la accompagna - grazie all'amaro da un lato e i toni fruttati dall'altro. Nel complesso l'ho trovata una birra ben studiata, e in fin dei conti non poi così sbilanciata sull'amaro nonostante i 54 ibu - se non a basse temperature. Io mi sono azzardata a dire che verrà apprezzata soprattutto d'estate, data la facilità di beva e i 4 gradi alcolici; trattandosi di una birra pulita e gradevole, comunque, non c'è motivo di credere che non sia buona per tutte le stagioni...

giovedì 12 novembre 2015

Una serata Campestre...più "ragionata"

Mentre fioccavano le notizie sui premi che i birrifici italiani si sono aggiudicati al concorso European Beer Star di Norimberga - 12 medaglie, un record per il nostro Paese, che si piazza terzo seppur a lunga distanza dopo le 64 della Germania e le 38 degli Usa -, io molto più prosaicamente e goderecciamente ieri sera ero in Brasserie alla degustazione di birre del Campestre con abbinamenti gastronomici. Per quanto già conoscessi le birre del Campestre - trovate i link ai precedenti post cliccando sul nome di ciascuna -, ho ugualmente partecipato volentieri perché, si sa, quando l'abbinamento è fatto bene, il cibo valorizza la birra e la birra valorizza il cibo.


Ho iniziato con la golden ale Aurora, abbinata ad una torta salata alle verdure. I profumi che nella scheda vengono descritti come "di fiori e resina", e che personalmente ho trovato arrivare addirittura a note mielose data l'importante presenza del cereale, accompagnano poi la bevuta anche al palato sposandosi prefettamente con il peperone, verdura preponderante nella quiche (ottima peraltro, brava Matilde); la chiusura abbastanza evanescente, poi, invoglia ad un altro sorso e un altro boccone, in un vero e proprio circolo (vizioso o vituoso, decidete voi) di "uno tira l'altro". 

Continuo comunque a sostenere che il birraio Gulio (presente alla serata) sia riuscito ad esprimersi al meglio nella Rurale, sempre una golden ale, ma con un generoso dry hopping dai toni acri ed erbacei che - per quanto io apprezzi toni meno amari - dà a questa birra una sorta "impronta" che la contraddistingue da altre dello stesso genere. L'abbinamento era questa volta con mozzarelle in carrozza; per quanto l'abbinamento con i formaggi - in tutte le loro declinazioni: Enrico e Giulio proponevano quelli a pasta molle o anche il frico, ma personalmente oserei anche con qualcosa di più stagionato e salato - ho trovato che la lunga e intensa persistenza amara cozzasse con il fritto (anche se io contro il fritto ho il dente avvelenato un po' a prescindere, per cui potrei essere accusata di scarsa imparzialità). 

Già che c'ero ho quindi provato la Rurale anche con l'accompagnamento successivo - pensato per la Soresere - , ossia polenta con ricotta salata siciliana. Mi è sembrato che si abbinasse meglio, ma devo dire che lo sposalizio perfetto era appunto quello con la Soresere (che ho avuto modo di apprezzare meglio che a Gusti di Frontiera, essendo ora giunta alla giusta maturazione): una birra ambrata dalle note tra il tostato e il caramellato, con addirittura qualche nota liquorosa, che anche se sulla carta non avrei mai accompagnato a polenta e ricotta salata è stata invece una rivelazione da "contrasto che si armonizza" - perdonate la definizione forse ossimorica. Il cereale della polenta e la sapidità della ricotta si uniscono infatti non solo al finale tostato della Soresere, cosa decisamente più intuitiva, ma anche a quelle di caramello e frutta secca creando un passaggio rapido ma che non cozza tra sapori diversi. 

Da ultimo, Giulio e Matilde ci hanno omaggiato della porter Scur di lune, per chiudere con una birra che può in qualche modo definirsi un sostituto del dolce e del caffè: un degno finale alla serata, con tanto di complimenti sia a chi ha brassato che a chi ha cucinato.

lunedì 2 novembre 2015

Fusti di frontiera


No, non è un errore di battitura: sto infatti parlando non di Gusti di Frontiera - nota manifestazione goriziana dedicata all'enogastronomia e all'agroalimentare - ma di Fusti di frontiera, simpatica seraata organizzata dal Birrificio Campestre nella sua sede di Corno di Rosazzo, in collaborazione con il birrificio Antica Contea di Gorizia e l'osteria Alla Terrazza di Cividale. Quest'ultima vanta come propria specialità il frico - in innumerevoli versioni, da quello classico, a quello con la salsiccia, a quello con il radicchio rosso -, che ha infatti servito per l'occasione; e promuove tra l'altro la sfida "Man vs frico", che vede gli intrepidi mangiatori fronteggiarsi nell'impresa di finire nel più breve tempo possibile un chilo e mezzo del piatto portabandiera del Friuli - fatto, per chi non lo sapesse, con tre tipi diversi di formaggio Montasio, cipolla e patate. Il campione in carica ce l'ha fatta in poco più di tre minuti: come dicono nel wrestling, don't do it at home, potreste non uscirne vivi.

Venendo alla birra, ho finalmente avuto l'occasione di assaggiare la Scur di Lune, la porter di casa Campestre. Una porter che senz'altro rispetta la filosofia originaria dello stile, il poterne bere a più a più pinte: il tostato e il caffè tipici del genere sono infatti assai delicati e leggeri sia all'aroma che al palato, e il corpo esile - sono una purista e quindi mi urta usare l'inglese watery, che in questo caso potrebbe essere appropriato, però l'italiano "annacquato" appare denigratorio - prelude ad una chiusura affatto persistente. Insomma, una porter "pulita" e da manuale, senza particolari pretese.

Sono poi passata alla birra di Natale di Antica Contea, la Doggin' Gilly. No, i cani non c'entrano nulla: si tratta di un gioco di parole - ai quali del resto Antica Contea ci ha abituati, a partire dalla What Stay in the Soup - nato dal triestino "Do gingilli", "due palle", sia dell'albero di Natale che di ben altra natura. Quando Andrea mi ha messo il bicchiere tra le mani, mi sono quasi chiesta se mi avesse versato del vin brulè: perché questa birra, in tutte le fasi, è un tripudio di chiodi di garofano, cannella e zenzero. Mi sono trovata d'accordo con Andrea nel constatare che la Doggin' Gilly non ha ancora trovato il suo equilibrio, e che una maturazione più lunga sicuramente aiuterà; chissà, magari sarà pronta proprio per Natale.
Da ultimo, una nota di merito a Giulio in primo luogo e anche a tutti gli altri organizzatori, per aver saputo mettere in piedi una serata semplice e gradevole, dimostrando che le idee buone non necessariamente sono complicate e che fare squadra è una di queste.

martedì 6 ottobre 2015

Gusti di Frontiera, capitolo secondo: vecchie conoscenze, nuove birre

A Gusti di Frontiera non poteva naturalmente mancare lo stand dell'Associazione Birrai Artigiani Fvg, che come a Friulidoc presentava otto birrifici ciascuno con due birre alla spina: tra questi Antica Contea e Birrificio Campestre, dei quali ho avuto occasione di assaggiare due birre mai provate in precedenza.

Per quanto riguarda Antica Contea, Costantino mi ha spillato la loro ultima nata, la Gorzer: una birra dal colore ramato e "ibrida", con un lievito da Kolsch fatto lavorare a 16 gradi - ossia ad una temperatura leggermente più bassa di quella normalmente utilizzata per le alte fermentazioni -, così che il lievito lasciasse una peculiarità al sapore nel risultato finale. L'aroma è pungente, tra l'agrumato e l'acidulo, e al corpo abbastanza esile - complice anche la gradazione alcolica bassa, 5 gradi - e tendente al cereale fa da contrappunto l'acido persistente dato dal lievito. Personalmente non mi è dipiaciuto, ma Costantino ha tenuto a sottolineare la volontà di migliorarla cambiando lievito, perché il risultato finale era divrso da quello che volevano ottenere; riconosco che si tratta di una birra piuttosto "spigolosa", diciamo così, ma che probabilmente non dispiace a chi già si è avvicinato ai toni acidi tipici di ben altri generi.

Del Birrificio Campestre ho invece provato la Sore Sere, un'ambrata dagli aromi caramellati che rivelano anche le sfumature date dai malti tostati - che ritornano però soprattutto in chiusura, lasciando anche una breve persistenza. Il corpo risulta assai meno robusto di quanto ci si aspetterebbe da una birra di questo genere, pur rimanendo rotondo ed armonioso; e infatti, come mi ha raccontato il birraio Giulio, nel brassarla ha preso ispirazione da un birrificio di Norimberga, che pur facendo alte fermentazioni - contrariamente alla maggior parte delle birre tedesche - rimane comunque di tradizione germanica, prediligendo birre dai toni non eccessivamente forti al palato. Personalmente avrei gradito maggior vigore, come da scuola di pensiero belga per quanto riguarda le ambrate, ma si tratta appunto di un'osservazione del tutto personale data la volontà del birraio di cercare altre strade - "unico caso - ha ammesso - in cui non ho preso ispirazione dalle birre inglesi".

Tornando per un attimo alla Gorzer, invece, devo dire che l'avrei portata volentieri con me nel mio passaggio allo stand della pasticceria Mirandò, dove la sempre gentilissima pasticcera Mirena Morocutti - di cui avevo già parlato in questo post, di cui consiglio la lettura in virtù di quello che la signora mi aveva detto allora - mi ha fatto assaggiare una delle loro novità, un dolce soffice allo yogurt e pere. Al di là della bontà del dolce in questione, ho trovato che il balletto tra il dolce e l'acidulo dato sia dallo yogurt che dalla frutta si sarebbe accompagnato benissimo alla Gorzer, ottima peraltro per "sgrassare" - pur trattandosi di un dolce senza burro e decisamente leggero - data la sua acidità. Chissà che non possano nascere altri abbinamenti interessanti....

lunedì 22 giugno 2015

E' Joyce...ma non viene da Dublino

Anche quest'anno la Brasserie di Tricesimo ha onorato la tradizione di salutare l'arrivo dell'estate con il Festival della birra artigianale: per un weekend il locale si sposta all'esterno, per così dire, sotto i gazebo allestiti per l'occasione. Ospiti i birrifici Foglie d'Erba, Antica Contea, Camperstre e Garlatti Costa, con i birrai presenti; mentre la Brasserie ha messo a disposizione le birre di Toccalmatto e del Ducato, marchi per i quali il locale fa da distributore in zona. Ammetto che quest'anno non ho purtroppo potuto presenziare all'evento se non per poco, per cui non posso offrirvi una descrizione dettagliata come gli anni scorsi; però facendo un rapido giro tra i gazebo ho potuto constatare come i birrifici in questione abbiano portato sì i loro grandi classici, senza grosse novità - eccetto quelle estive di Garlatti Costa Riff e Slap, di cui ho parlato in questo post - ma che dopotutto sono i loro pezzi forti: un "andare sul sicuro" che non è mancanza di volontà di sperimentare, ma che, almeno stando alle chiacchierate che mi capita di fare con i birrai, è piuttosto quella di affinare sempre più le ricette esistenti per crescere in termini di qualità prima che di ampiezza dell'offerta.


Spero non me ne vogliano gli altri birrifici se mi soffermerò sulla Joyce di Foglie d'Erba, non per fare torto ad alcuno, ma semplicemente perché non l'avevo mai provata: una birra di frumento con ben il 40% di frumento non maltato che Gino (nella foto sopra insieme a Severino Garlatti Costa e Costantino Tesoratti di Antica Contea) ha recentemente rivisto, con l'uso di lievito da champagne. Già all'aroma si nota l'acidulo tipico di questo lievito, che risalta sui profumi tra il pane e il citrico caratteristici del genere senza però rompere l'armonia; armonia che si mantiene anche nel corpo, vellutato e leggero - senza però essere annacquato -, che la rende dissetante come del resto ci si aspetta. Occhio però che non è una birra di frumento qualsiasi: e lo si nota bene in chiusura, dove si conferma l'abilità di Gino nell'usare i luppoli, con un finale di un amaro erbaceo che unito alla leggera acidità data sia dal frumento non maltato che dai lieviti lascia la bocca incredibilmente pulita e fresca. Ci siamo trovati così a commentare, più o meno scherzosamente, che potrebbe accompagnare bene un frico: una birra del genere è ottima per "sgrassare", per quanto l'abbinamento possa apparire un po' eterodosso.

Parlando di novità, invece, attendo la nuova american amber ale di Antica Contea, di cui Costantino mi ha anticipato il nome bizzarro "What Stay In The Soup?", assicurandomi che "poi ti spiego perché l'abbiamo chiamata così": appuntamento su questi schermi dopo la "Notte Arrogante", il 3 luglio al Mastro Birraio di Trieste, in cui verranno proposte una serie di birre acide alla spina o in botte - dalle ormai celebri Godzilla e Rinnegata, alla Soursina, alla Vingraf. Rimanete sintonizzati...

martedì 26 maggio 2015

Sui colli orientali non c'è solo vino


Aprire un birrificio a Corno di Rosazzo, in piena zona vinicola, può suonare quasi come un azzardo: ma questa è la scommessa che ha fatto il giovane Giulio Cristancig, anche lui partito come homebrewer, che ho conosciuto lo scorso fine settimana alla fiera delle birre artigianali di Zugliano (Udine). Ha scelto di chiamare la sua nuova attività Birrificio Campestre, "perché lì a Corno sono immerso nella natura"; nonché di partire già con un piccoloi impianto suo e non come beer firm, a testimonianza che intende fare sul serio: tanto che lo slogan che campeggia sul sito è "I colli orientali non sono più solo terra di vino, ma anche di birra" - cosa peraltro dimostrata dall'esistenza in zona anche di altri birrifici.


Giulio ha elaborato quattro birre, ciascuna contraddistinta in etichetta da un animale: il gallo per la golden ale Aurora, l'asino per la ale bionda con dry hopping Rurale, il gatto per la ale ambrata Sore Sere, la civetta per la porter Scur di Lune. Per ora solo le prime due sono in produzione - il birrificio ha aperto da pochi mesi -, ma Giulio assicura che presto arriveranno tutte quante.

Essendo quella che tra le due mi incuriosiva di più, ho assaggiato la Rurale. L'aroma agrumato è particolarmente intenso - Giulio ammette infatti la sua grande passione per il luppolo cascade -, tanto che anche in bocca il sapore corrispondente rimane decisamente pieno e persistente. Solo alla fine si sente qualche nota più vicina all'amaro erbaceo, che però non arriva a sovrastare l'agrumato precedente. Detto così, sembrerebbe che Giulio col cascade abbia davvero esagerato: forse sì, però gli va riconosciuto che il risultato finale è comunque una birra che nel complesso non dà l'impressione di essere squilibrata, in quanto gli aromi sono intensi ma non eccessivi, e di piacevole beva per il finale fresco. Insomma, che dire: Giulio ammette di non essere né della filosofia del ritorno alla purezza né di quella del "famola strana" (la birra), ma di quella - come specifica anche nel volantino - di "rispecchiare i miei gusti personali"; essendo riuscito a non strafare pur volendo giocare su aromi e sapori forti, personalmente ho fiducia che il talento ci sia, e che le sue birre rispecchieranno anche i gusti di tanti altri.