E' difficile trovare un filo conduttore a questa seconda parte, per cui me la sbrigo così. Inizio da una nuova conoscenza, il beerfirm Salgaro di Campodarsego, in attività da un anno e mezzo, la cui filosifia di lavoro è puntare alla facile bevibilità. Almeno per le due birre che hanno all'attivo - la light ipa New England e la red ale Rossa Intrigante - direi che ci sono riusciti: la seconda in particolare, quella che ho assaggiato, ha peraltro la peculiarità di unire un lievito belga con relativi aromi speziati al caramello della maltatura da bock e ai luppoli inglesi Admiral e East Kent Golding, creando un curioso gioco tra le tre componenti.
Vecchia conoscenza di Santa Lucia, ma nuova per me, è il birrificio Conense. Tra le tante ho provato la Milkshake, definita come Imperial Vanilla Milk Stout - e anche qui potremmo aprire un dibattito sul proliferare delle categorie, ma sorvoliamo - spillata a pompa. Ben marcato il caffè all'aroma, lascia trasparire una lieve vaniglia soltanto in chiusura, rifuggendo da soluzioni troppo dolci: è stato interessante peraltro farsi raccontare dai ragazzi come hanno lavorato i baccelli - pelandoli uno ad uno - per ottenere l'effetto desiderato, con ammirevole dedizione al lavoro...
Ho avuto poi modo di fermarmi con un po' più di calma da Borderline, peraltro fresco di premio Slow Food per la sua Ipa Simcoe, Robust Poter e Kolsch. Ho provato per prima la Celebration Pale Ale, brassata per il primo anniversario del birrificio, con fiocchi di avena e avena maltata: se all'aroma risalta bene l'agrumato del luppolo citra (come del resto il nome stesso dice) il corpo è tutt'altro che pungente, grazie anche alla nota di morbidezza dell'avena, e chiude con un amaro discreto che non cancella la componente maltata. Su tutt'altro tono la ipa London Docklands, una "vera ipa inglese" dallo spiccato amaro resinoso, con in più una lieve nota di tostato percepibile al palato. Due birre che, pur nelle loro peculiarità, qualificherei come pulite, senza eccessi - nemmeno per l'amaro della London Docklands - e ben costruite.
Spendo due parole anche per la Apa di Benaco 70, in edizione limitata, che ho avuto modo di riprovare dopo Rimini: questa volta ho apprezzato assai meglio il dry hopping con il luppolo Simcoe, che conferisce profumi di frutta esotica per un risultato finale fresco e dall'amaro meno pronunciato di altre dello stesso stile. Auguri peraltro a Erica e Riccardo, che hanno festeggiato proprio a Santa Lucia i tre anni di attività del birrificio; e di come si siano trovati a far nascere praticamente in contemporanea un birrificio e un figlio, fatevelo raccontare da loro (se vogliono).
Da ultimo, un appunto sulla scotch ale Winternest di Luckybrews: non solo perché è sempre un piacere, con i suoi forti aromi e sapori torbati e bassa carbonatazione (complice la spillatura a pompa), ma anche per il delizioso connubio con i tartufi al cioccolato fondente de La Bottega del Dolce, che ha saputo unire in maniera encomiabile i due sapori facendo sì - dote rara - che i due non si sovrastassero l'un l'altro. Anche questi sono i piaceri di Santa Lucia...
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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martedì 19 aprile 2016
Santa Lucia, parte quinta: varie ed eventuali
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martedì 16 febbraio 2016
A Modica non c'è solo cioccolato
Nel rendere conto delle nuove conoscenze fatte al Cucinare inizio dai più lontani, i siciliani di Birra Tarì, birrificio nato a Modica nel 2010. Territori non associati, almeno tradizionalmente, con l'arte brassicola; ma che stanno conoscendo - mi si perdoni il luogo comune - un certo fermento, anche grazie al contributo di chi, come Tarì, sta cercando di fare delle specificità dell'isola una nota distintiva della propria produzione.
Farsi raccontare da Luca e Fabio - che mi hanno accolta allo stand, insieme al loro collaboratore Federico - come sono nate le loro birre e gli aneddoti curiosi che stanno dietro ad alcuni dei nomi è già di per sé un piccolo show. La più curiosa sotto tutti i punti di vista - genere di birra, storia della ricetta e storia del nome - è indubbiamente la Qirat, una stout alla carruba. Luca, durante la degustazione che ho condotto, ha così raccontato di come siano andati a scovare da un'arzilla signora novantenne la tecnica giusta per raccogliere, essiccare ed utilizzare un prodotto tipico della loro terra come la carruba - il cui seme in arabo si chiama appunto Qirat, come ha suggerito un loro amico (nome che, curiosamente, è "Tarì" al contrario se si eccettua la q - vabbè, non si può avere tutto). Altro aneddoto curioso sta dietro al nome della Apa For Sale, birra brassata per il decimo anniversario de Il Sale Arte Cafè di Catania, inizialmente battezzata "X Sale" (dove X sta per il 10 in numero romano); di lì il salto all'espressione inglese "for sale", in vendita, è stata breve. Il Tarì ha poi colaborato anche con la Bonajuto, la più antica fabbrica di cioccolato di Sicilia, per l'omonima birra alle fave di cacao brassata in occasione dei 150 anni della cioccolateria e dell'unità d'Italia; nonché con alcuni viticoltori locali per la Giacché, una Iga - ebbene sì, adesso lo si può dire - con mosto d'uva giacché. Il legame con la terra d'origine costituisce quindi un filo rosso nell'attività del Tarì.
Ho avuto occasione di assaggiare per prima la Oro, una pilsner semplice e pulita, che ad una luppolatura fresca e delicata abbina un finale discretamente secco per il genere; a colpirmi di più è stata però la Trisca ("la versione buona della tresca, nel senso di gruppo di amici" nella definizione di Luca), una wit che sia all'aroma che al palato amalgama in maniera encomiabile coriandolo, zenzero e basilico in maniera tale che nessuno dei tre sovrasti sugli altri ma si uniscano in un unico sapore fresco con un finale acidulo e dissetante. Il trucco, a detta dei birrai, è la scorza di limone: e si sa che la Sicilia, in quanto ad agrumi, non ha nulla da invidiare a nessuno.
Da ultima la Qirat, di fatto quella che mi incuriosiva di più. All'aroma si impone nettamente la dolcezza della carruba, tanto da coprire quasi il tostato tipico delle stout; che però ritorna in forze non appena il primo sorso arriva in bocca, per virare verso il caffè sul finale. Mi sono trovata a commentare che, se altre stout che mi è capitato di assaggiare sono il caffè amaro, questo è il caffè zuccherato: solo che - a differenza del caffè zuccherato - è il dolce a dominare all'inizio, per poi svanire a vantaggio di una persistenza tostata abbastanza lunga ma non aggressiva. Una birra che, come da noi proposto nella degustazione, si abbina bene al cioccolato fondente forte, così da andare ad accompagnare ulteriormente il passaggio dal dolce all'amaro.
Nel complesso, il Tarì mi ha dato l'impressione - almeno a questo primo acchito - di essere un birrificio che sa giocare bene anche con toni forti e con birre più sperimentali, riuscendo a mantenere un equilibrio anche laddove si rischierebbe di strafare; senza prestare il fianco alla critica di "farlo strano" per nascondere i difetti, dato che hanno dato buona prova anche con una birra semplice come la Oro. Insomma, chi l'avrebbe mai detto che a Modica di buono non c'è solo il cioccolato.
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lunedì 10 novembre 2014
Django uncorked
Ok, so che non è bene infarcire i titoli di citazioni - tanto più in inglese - perché poi non si può pretendere che tutti le capiscano; ma anche questa volta cadeva davvero "a fagiuolo" il parallelo tra "Django unchained", "Django scatenato" (nel senso di liberato dalle catene), film di Quentin Tarantino, e "Django uncorked", "Django stappato". Perché Django non è solo il personaggio della pellicola, ma anche la nuova imperial stout del Birrificio Estense, che, come detto in un mio precedente post, mi ero ripromessa di assaggiare una seconda volta "a bocca pulita". E così, motivata anche da una giornata particolarmente intensa che ha imposto la necessità di ristorare adeguatamente corpo e spirito - letteralmente -, un paio di sere fa ho stappato la bottiglia che il buon Nicola mi aveva gentilmente affidato.
A colpirmi è stata in primo luogo la schiuma: per quanto non sia densa e cremosa come in buona parte delle stout, ma a grana piuttosto grossa, è di un color nocciola particolarmente carico, come non ricordo di averne visti altri. Il colore poi è di un corvino altrettanto intenso, tanto che Enrico ha esclamato scherzosamente "Se non sapessi che è birra, potrei confonderla con la Coca Cola". Meno male che non lo è, oserei aggiungere...
Per quanto l'aroma - su cui risalta molto il tostato, forse a scapito delle altre sfumature tipiche del genere - non sia particolarmente forte, una volta messo in bocca il primo sorso i conti vengono pareggiati: il cioccolato è infatti inaspettatamente intenso, tanto che mi sono immaginata la birra calda in tazza con un po' di panna sopra - forse non poi così tanto un sacrilegio, dato che esiste pur sempre la McChouffe calda. Anche le note di caffè e liquirizia non mancano e si armonizzano egregiamente, per finire con una punta di acido non particolarmente persistente che contribuisce a "pulire" il palato da una birra che può risultare impegnativa - anche dal punto di vista alcolico, dati i sette gradi.
Senz'altro una birra da ricordare per la sua intensità, e da bere con calma, magari davanti al caminetto - accompagnata da una buona fetta di birramisù - in una serata fredda, umida e piovosa: e dato il clima di questi ultimi giorni, temo proprio che bisognerà fare rifornimento...
A colpirmi è stata in primo luogo la schiuma: per quanto non sia densa e cremosa come in buona parte delle stout, ma a grana piuttosto grossa, è di un color nocciola particolarmente carico, come non ricordo di averne visti altri. Il colore poi è di un corvino altrettanto intenso, tanto che Enrico ha esclamato scherzosamente "Se non sapessi che è birra, potrei confonderla con la Coca Cola". Meno male che non lo è, oserei aggiungere...
Per quanto l'aroma - su cui risalta molto il tostato, forse a scapito delle altre sfumature tipiche del genere - non sia particolarmente forte, una volta messo in bocca il primo sorso i conti vengono pareggiati: il cioccolato è infatti inaspettatamente intenso, tanto che mi sono immaginata la birra calda in tazza con un po' di panna sopra - forse non poi così tanto un sacrilegio, dato che esiste pur sempre la McChouffe calda. Anche le note di caffè e liquirizia non mancano e si armonizzano egregiamente, per finire con una punta di acido non particolarmente persistente che contribuisce a "pulire" il palato da una birra che può risultare impegnativa - anche dal punto di vista alcolico, dati i sette gradi.
Senz'altro una birra da ricordare per la sua intensità, e da bere con calma, magari davanti al caminetto - accompagnata da una buona fetta di birramisù - in una serata fredda, umida e piovosa: e dato il clima di questi ultimi giorni, temo proprio che bisognerà fare rifornimento...
martedì 1 aprile 2014
Cucinare, parte quinta: La patrie dal Friûl
Naturalmente, al Cucinare non c'erano soltanto birrifici: in fondo, bisogna pure "asciugare" in qualche modo, per cui anche le varie specialità enogastronomiche ci stavano. Date le mie radici nordiche e la famiglia da cui porvengo, non poteva che attirare la mia attenzione uno stand che esponeva il "Dolce dell'alpino": ohibò, mi sono chiesta, che sarà mai?
Ho così fatto la conoscenza di Tipico Friulano, azienda di Gemona che - come dice il nome stesso - propone una serie di amenità locali, dalle grappe, ai vini, ai dolci. Nel caso di specie, un'autentica bomba - perdonatemi l'ironia - pensata per la commemorazione del centenario e l'adunata degli alpini il programma a Pordenone il prossimo maggio: un dolce al caffè, cioccolato e una dose di grappa da far impallidire la gubana. Caffè e cioccolata insieme è un classico, grappa al caffè (o caffè corretto...) e grappa e cioccolato pure, ma tutti e tre insieme non li avevo mai provati: abbinamento indovinato, direi, e sono pronta a scommettere che un banchetto che vende le fette già pronte nelle vie di Pordenone durante l'adunata avrebbe il suo successo. Tanto più che gli alpini per la grappa di qualità hanno fiuto, e qui di certo non manca.
Lo stand, comunque, non esponeva solo questo: per gli appassionati delle torte c'era il dolce friulano, con pezzi di mela , gocce di cioccolato e cannella, e il dolce di Gemona (nella foto), fatto con una miscela di ben quattro farine (di gtrano tenero, di grano duro, di mandorle e di nocciole), gocce di cioccolato e cannella. Il tutto, assicuravano i baldi uomini allo stand, prodotto artigianalmente e rigorosamente con ingredienti locali, tra cui le farine macinate dai mulini che ancora lavorano in zona. In effetti, al di là dei gusti personali, bisogna ammettere che si tratta di ricette uniche, che non si trovano altrimenti.
Immancabili naturalmente i vini, dal Ramandolo alla Ribolla - sui quali ho però preferito soprassedere, date le birre già bevute in precedenza -, i biscotti, le confetture, prodotti da forno ed altre sfiziosità, tra cui uno snack proprio tipicamente friulano: i mini-frico, sorta di "sostituto" di patatine o nachos, fatti però con una crosticina croccante ottenuta dal mix di formaggi Montasio usata per preparare il celebre piatto che ha spadroneggiato anche a New York grazie allo chef di Aviano Luca Manfè.In quanto a questi ultimi in particolare, però, mi sento di specificare che hanno una controindicazione: attenti, danno una forte dipendenza....
Ho così fatto la conoscenza di Tipico Friulano, azienda di Gemona che - come dice il nome stesso - propone una serie di amenità locali, dalle grappe, ai vini, ai dolci. Nel caso di specie, un'autentica bomba - perdonatemi l'ironia - pensata per la commemorazione del centenario e l'adunata degli alpini il programma a Pordenone il prossimo maggio: un dolce al caffè, cioccolato e una dose di grappa da far impallidire la gubana. Caffè e cioccolata insieme è un classico, grappa al caffè (o caffè corretto...) e grappa e cioccolato pure, ma tutti e tre insieme non li avevo mai provati: abbinamento indovinato, direi, e sono pronta a scommettere che un banchetto che vende le fette già pronte nelle vie di Pordenone durante l'adunata avrebbe il suo successo. Tanto più che gli alpini per la grappa di qualità hanno fiuto, e qui di certo non manca.
Lo stand, comunque, non esponeva solo questo: per gli appassionati delle torte c'era il dolce friulano, con pezzi di mela , gocce di cioccolato e cannella, e il dolce di Gemona (nella foto), fatto con una miscela di ben quattro farine (di gtrano tenero, di grano duro, di mandorle e di nocciole), gocce di cioccolato e cannella. Il tutto, assicuravano i baldi uomini allo stand, prodotto artigianalmente e rigorosamente con ingredienti locali, tra cui le farine macinate dai mulini che ancora lavorano in zona. In effetti, al di là dei gusti personali, bisogna ammettere che si tratta di ricette uniche, che non si trovano altrimenti.
Immancabili naturalmente i vini, dal Ramandolo alla Ribolla - sui quali ho però preferito soprassedere, date le birre già bevute in precedenza -, i biscotti, le confetture, prodotti da forno ed altre sfiziosità, tra cui uno snack proprio tipicamente friulano: i mini-frico, sorta di "sostituto" di patatine o nachos, fatti però con una crosticina croccante ottenuta dal mix di formaggi Montasio usata per preparare il celebre piatto che ha spadroneggiato anche a New York grazie allo chef di Aviano Luca Manfè.In quanto a questi ultimi in particolare, però, mi sento di specificare che hanno una controindicazione: attenti, danno una forte dipendenza....
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mercoledì 9 ottobre 2013
La meraviglia della grappa del Collio
Domenica scorsa, su invito dell'amica wineblogger Elena Roppa di It's a wine world, sono stata a Rosso DiVino, una degustazione - come il nome stesso lascia intuire - organizzata dalla cantina Ronc Soreli di Prepotto. Veramente il vino in sé e per sé non mi entusiasma, ma non sia mai che si rifiuti un invito; tanto più che di contorno alle degustazioni ci sarebbe stato un mercatino di prodotti artigianali ed enogastronomici locali, che sicuramente avrebbe meritato un'occhiata. Così mi sono avventurata con Enrico ed una famiglia di amici, sfidando le condizioni meteo non proprio promettenti.
Non mi lancerò in dotte dissertazioni sulla qualità dei vini, pena il rischio di uscirmene con delle enormi corbellerie: non è il mio lavoro, lasciamolo fare a chi ne sa - come appunto Elena. Mi esprimerò piuttosto sul resto delle bancarelle presenti, di cui alcune parecchio curiose: ad attirare l'attenzione di Enrico è stato un antiquario che esponeva gli oggetti più bizzarri, da vecchi ferri da stiro a candelabri; una signora che lavorava il feltro, realizzando accessori per la casa e per l'abbigliamento; nonché il banco della latteria di Savorgnano, che offriva tre tipi di formaggio davvero particolari - un gorgonzola stagionato, un ubriaco e un frant aromatizzato al cren, la vera chicca della casa.
Ad attirare la mia è invece stata piuttosto la pasticceria Giudici di Trieste, lì rappresentata dal buon Alessandro, ormai alla terza generazione di pasticceri: ad iniziare è stato il nonno, 33 anni fa, mentre lui ha le mani in pasta - letteralmente - da 15. La pasticceria offriva tra le sue creazioni tre tipi di biscotti: al cioccolato bianco e tè earl grey, al cioccolato bianco e caffè - "Altresì detti al capo-in-b", come chiamano a Trieste il macchiato servito nel bicchiere - e al cioccolato e fior di sale. Se i primi non mi hanno del tutto convinta, perché il cioccolato era un po' troppo marcato per i miei gusti, con i secondi ho dovuto ammettere che i due sapori si sposano davvero bene; mentre i terzi, che all'inizio lasciano intendere soltanto il cioccolato, al retrogusto - come una buona birra, mi verrebbe da dire - riservano la sorpresa di una punta di salato veramente spettacolare. Insomma: se sui primi si può fare di meglio e sui secondi si comincia a ragionare, i terzi sono il pezzo unico.
Lì accanto c'era però anche una sorta di tortino, a proposito del quale una signora ha chiesto "E questo come si chiama, Meraviglia?". "A dire il vero, non ci ho ancora dato un nome" ha risposto Alessandro. Al che il mio alter ego Chiara-faccia-di-bronzo ha preso possesso di me, chiedendo spudoratamente un assaggio pur avendo già ampiamente pascolato sui biscotti. Devo dire che ne è valsa la pena: trattasi infatti di un tortino di cioccolato, frutta secca e grappa del collio. Quest'ultima la definirei il segreto della ricetta, perché dà alla pasta un aroma che non avevo mai trovato prima: se vi piace la grappa del collio, tanto meglio perché il sapore è molto marcato, ma anche se non vi piace fidatevi che ne vale la pena, perché accompagna in maniera egregia il resto dei sapori. Insomma, se i romani dicevano "dulcis in fundo" perché il meglio sta alla fine, un motivo ci sarà...
Non mi lancerò in dotte dissertazioni sulla qualità dei vini, pena il rischio di uscirmene con delle enormi corbellerie: non è il mio lavoro, lasciamolo fare a chi ne sa - come appunto Elena. Mi esprimerò piuttosto sul resto delle bancarelle presenti, di cui alcune parecchio curiose: ad attirare l'attenzione di Enrico è stato un antiquario che esponeva gli oggetti più bizzarri, da vecchi ferri da stiro a candelabri; una signora che lavorava il feltro, realizzando accessori per la casa e per l'abbigliamento; nonché il banco della latteria di Savorgnano, che offriva tre tipi di formaggio davvero particolari - un gorgonzola stagionato, un ubriaco e un frant aromatizzato al cren, la vera chicca della casa.

Lì accanto c'era però anche una sorta di tortino, a proposito del quale una signora ha chiesto "E questo come si chiama, Meraviglia?". "A dire il vero, non ci ho ancora dato un nome" ha risposto Alessandro. Al che il mio alter ego Chiara-faccia-di-bronzo ha preso possesso di me, chiedendo spudoratamente un assaggio pur avendo già ampiamente pascolato sui biscotti. Devo dire che ne è valsa la pena: trattasi infatti di un tortino di cioccolato, frutta secca e grappa del collio. Quest'ultima la definirei il segreto della ricetta, perché dà alla pasta un aroma che non avevo mai trovato prima: se vi piace la grappa del collio, tanto meglio perché il sapore è molto marcato, ma anche se non vi piace fidatevi che ne vale la pena, perché accompagna in maniera egregia il resto dei sapori. Insomma, se i romani dicevano "dulcis in fundo" perché il meglio sta alla fine, un motivo ci sarà...
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