Visualizzazione post con etichetta Agriristoro Stazione Gjulia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Agriristoro Stazione Gjulia. Mostra tutti i post

lunedì 12 luglio 2021

Un ritorno da Gjulia

Venerdì scorso, cogliendo l'occasione del primo anniversario dell'apertura, sono tornata all'Agriristoro Stazione Gjulia - di cui avevo già parlato in questo post. Anche in questo caso sono stata accolta dal birraio e berisommelier Doemens Mirco Masetti, che mi ha guidata in una carrellata sulle birre prodotte - e in particolare su quelle che non avevo provato nelle precedenti visite, o che presentavano delle differenze nella ricetta.

Ho iniziato dalla Helles, un esemplare limpido, sobrio e pulito dello stile: luppolatura tedesca d'ordinanza di toni discreti su altrettanto discreti aromi di pane fragrante, senza alcuna nota di dms - e mi riferisco a quelle definite come "tollerabili per lo stile", che in effetti spesso si riscontrano. Fresca e dal corpo snello, amaricatura finale presente quel tanto che basta ad essere percepita e non persistente. Per chi cerca una Helles semplice e "da manuale", senza particolari caratterizzazioni specifiche - detto in altri termini: si sente che qui l'attenzione è posta non sul dare "carattere" alla Helles, ma sulla pulizia tecnica. Interessante sarà vedere le evoluzioni di questa birra quando, come anticipatomi da Mirco, grazie alla presenza di sette tank aggiuntivi da poco arrivati in birrificio sarà possibile allungare i tempi di maturazione (dalle attuali 4-5 settimane alle 6-7): l'idea è che ne guadagni ulteriormente in pulizia.

Sono poi passata alla Weizen, a ricetta leggermente cambiata rispetto allo scorso anno e maturazione a 15 gradi: ne risulta un aroma decisamente esuberante di banana, che però non si traduce in una persistenza in bocca di questi stessi toni. Parliamo comunque di una Weizen particolarmente piena al palato, dai ricchi sapori di cereale, e chiusura acidula supportata dalla buona carbonatazione come da manuale. Significativa l'assoluta impenetrabilità alla vista di questa birra, data - assicura Mirco sulla base delle analisi di laboratorio - non tanto dal lievito in sospensione ma dalle proteine. Una vera e propria fetta di pane, insomma, tanto più che "riempie" proprio la bevuta data la sua peculiare corposità - che comunque non incide negativamente sulla bevibilità: stiamo sì parlando di una Weizen in qualche misura meno "scorrevole" di altre, ma che rimane comunque all'interno dei canoni di freschezza dello stile.

In terza battuta la Ribò, Iga con mosto di Ribolla Gialla. Rispetto ad altre Iga risulta qui più evidente la luppolatura in aroma, Hallertau Blanc, senza lasciare dunque che sia esclusivamente o quasi il vitigno a farla da padrone al naso: si punta qui piuttosto ad un - ben riuscito, a mio avviso - connubio tra le due componenti, che gioca tra il fruttato - uva, frutta tropicale, frutta gialla - e l'acidulo - con tanto di qualche reminescenza agrumata. Anche qui, in ossequio all'impronta tedesca del birraio, si percepisce chiaramente l'intento di fare una birra di facile beva: corpo sempre scorrevole, tra il cereale e una nota fruttata di mosto - che in ogni caso non arriva mai a diventare il protagonista - con la "sorpresa" però di una chiusura tendente al dolce, per quanto non persistente né "zuccherosa" - tale dunque da pregiudicare la freschezza e l'equilibrio complessivi.

Da ultimo sono tornata su quella che viene definita come Ambrata, una Festbier, che ricordavo mi aveva parecchio sorpresa l'anno scorso. E in effetti confermo la sorpresa per una birra sui generis e dai toni parecchio vivaci: si va dagli aromi erbacei dei luppoli inglesi a quelli tostati, a un corpo ben pieno ma scorrevole che gioca tra crosta di pane ben cotta, biscotto e caramello, all'amaricatura verace che arriva a chiudere la bevuta - più incisiva e persistente di quanto me la ricordassi. Una birra che va quasi più incontro ai gusti di chi ama le bitter e in generale la tradizione britannica - a cui vuole infatti strizzare l'occhio - che a chi ama quella tedesca, che predilige equilibri tra cereale e luppolo giocati su toni meno esuberanti.

Grazie di nuovo a tutto lo staff di Gjulia e in particolare a Mirco Masetti per l'ospitalità e l'interessante confronto. Da segnalare, per le famiglie con bambini, la disponibilità di uno spazio gioco all'esterno - cosa di cui non ho mai colto davvero l'importanza finché non sono diventata mamma io stessa...

sabato 1 agosto 2020

Nelle valli del Natisone

Alcuni giorni fa ho accolto l'invito di Mirco Masetti, birraio del birrificio Gjulia (nonché collega biersommelier Doemens) a visitare il nuovo (aperto il 10 luglio per la precisione) Agriristoro Stazione Gjulia a San Pietro al Natisone (Udine). L'idea iniziale era quella di fare una semplice tap room per il birrificio lì accanto, ma la cosa alla fine ha preso una piega più articolata su impulso di Nicola Meneghin e Fabio Cargnello.

Si tratta infatti di un edificio di due piani in cui è possibile degustare sia le birre che alcuni prodotti gastronomici (taglieri di salumi e formaggi, focacce e panini fatti dalla casa, tipicità locali come frico e gubana, e anche i vini dell'azienda agricola Alturis di cui il birrificio è parte); e che prevede, al pian terreno, una curiosità come "la fontana della birra" - un erogatore automatico (anche di acqua e succo di mela, come la foto testimonia) da cui è possibile servirsi h24 tramite tessera ricaricabile, eventualmente anche tramite boccale personalizzato da lavare e lasciare nella stanza d'ingresso apribile sempre con la tessera. Completano il quadro una serie di servizi per biciclette e biciclette elettriche (compreso il noleggio), dato che le valli del Natisone sono luogo di turismo su due ruote (è possibile anche utilizzare servizi igienici e docce, nonché un punto di lavaggio per cani). Insomma, potremmo definirlo l'upgrade di una tap room.

Nella scelta e degustazione delle birre mi sono naturalmente fatta guidare da Mirco. Siamo partiti con la Ioi, una Golden Ale senza glutine, che Mirco mi ha spiegato voler essere quanto più vicina possibile all'idea di una birra giovane e ancora "grezza" (tanto è vero che l'idea è stata anche quella di battezzarla "cruda", non perché le altre siano viceversa pastorizzate, ma perché questa appunto vuol essere "verace"). Devo dire che in realtà, più che una Golden Ale, mi ha quasi più ricordato una Helles: l'aroma è infatti molto pulito, senza esteri, con elegante luppolatura floreale. Il corpo è estremamente scarico, pur senza risultare "vuoto" grazie alle note di crosta di pane comunque presenti, e una chiusura di un amaro leggero e poco persistente. Insomma, anche se la Helles di Gjulia è un'altra, a mia opinione può andare incontro ai gusti dello stesso pubblico (oltre che di chi ha problemi di celiachia, naturalmente).

Siamo poi passati a quella che viene definita "Ambrata", invero una sui generis che, se mi avessero fatto fare una degustazione alla cieca, non avrei saputo definire. Si tratta infatti di una lager, come da tradizione tedesca, che prevede però - al di là del pils di base, fatto con l'orzo di Alturis - un mix di malti e di luppoli inglesi. Il risultato è qualcosa di appunto indefinibile, in cui la luppolatura erbacea fa da sfondo ad una rosa di sapori di cereale che va dalla crosta di pane ben cotta, al biscotto, al caramello, al pane tostato, prima di chiudere su un amaro anche qui non invasivo e poco persistente.

Non mi soffermo sulla Weizen, aderente allo stile e senza particolari osservazioni da fare; e passo direttamente alla Ipa, sulla quale nutrivo qualche curiosità dato che Mirco mi aveva anticipato di non essere un patito delle luppolature strabilianti. In effetti l'aroma, pur esibendo con chiarezza profumi di macedonia di frutta tropicale (con tanto di spruzzata di lime sopra, giusto per non scordare gli agrumi), non risulta tale da stupire; sorprende piuttosto come questi aromi diventino poi sapori con decisamente maggior forza, soprattutto nella seconda parte della bevuta, in cui vanno sostanzialmente ad accompagnare la luppolatura in amaro. Un gioco interessante, per chi cerca qualcosa di diverso dalle "solite Ipa" pur volendo rimanere nei ranghi dello stile.

Da ultimo il distillato, ricavato dal barley wine della casa, affinato in barrique di rovere 24 mesi: toni che ricordano decisamente il rum, e un tasso alcolico da suggerire di non indulgere troppo (40 gradi).

Un grazie a Mirco e allo staff per la calorosa accoglienza, nonché a Stefan Grauvogl di Arte Bier, referente in Italia per i corsi Doemens e docente dei corsi stessi, presente quella sera.