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giovedì 5 maggio 2016

Tra Barley Wine, Black Ipa e vinili

Dopo tanto tempo, ho fatto ritorno al Samarcanda; accolta sì da Beppe e Raffaella, ma anche da un delizioso sottofondo musicale con "Redemption Song" di Bob Marley che usciva dal giradischi - peculiarità che sotituisce inndubbiamente uno dei valori aggiunti del Samarcanda, e che stimola interessanti conversazioni non solo su che birra prendere ma anche su che disco far girare. Come di consueto abbiamo buttato l'occhio sulle birre alla spina, con l'idea - come consueto per me e Enrico - di sceglierne due diverse per poi condividere. Se sul Progressive Barley Wine di Elav ci siamo subito trovati d'accordo, più laboriosa si è rivelata la scelat della seconda; alla fine l'ha spuntata Enrico con la Black Ipa di The Kernel.

Come già anticipato da Beppe - che le birre che ha in casa "le sa tutte" - il Barley Wine al naso evidenzia un intenso aroma di frutta, che io ho accostato a quello delle fragoline di bosco; ma ce n'è un po' per tutti, dalla frutta tropicale al lichi - che nemmeno io sapevo che cosa fosse finché un mio altolocato coinquilino milanese mi ha erudita. Mi ha sorpresa leggere poi nella descrizione che si tratta di una monoluppolo sorachi, perché ammetto che non l'avrei riconosciuto - dato che il sorachi ricorda di più gli agrumi. Il caramello, che pur si coglie già all'aroma, arriva in forze al palato, virando poi verso il biscotto; per chiudere con una nota liquorosa e alcolica che, pur ben percepibile, non farebbe mai immaginare gli undici gradi alcolici. Essendo abbastanza beverino per essere un barley wine, quindi, occhio all'etilometro - e al mal di stomaco, per chi è più delicato.

Mentre passavamo a Amy Winehouse con Back to Black, per coerenza sono passata ad assaggiare la Black Ipa. Nell'accostarla al naso sembra di avere in mano dei coni di luppolo sbriciolati, tanto è intenso l'aroma di agrume. Il tostato è praticamente assente, per farsi notare poi in bocca - ma sempre in maniera molto delicata, essendo il corpo relativamente scarico - prima di chiudere con una sferzata amara tra l'agrumato e il resinoso.


Ammetto che, in quanto a gusti personali, ho apprezzato di più il Barley Wine, con la sua complessità e i suoi toni dolci; oltretutto, ammetto che certe luppolature all'americana particolarmente audaci e spettacolari hanno ormai iniziato a lasciarmi perplessa - e non sono certo l'unica. Devo riconoscere però che la Black Ipa del Kernel non mi ha dato l'impressione di una birra che vuole "strafare", ma piuttosto che il birraio sapesse esattamente fin dove voleva spingersi e che cosa voleva ottenere. Volendo proprio metterci la citazione, "la potenza è nulla senza il controllo"...

mercoledì 23 dicembre 2015

Birra e pesce, ovvero Samarcanda e Alto Gradimento

Rieccomi qui, dopo un lungo periodo di silenzio. I frequentatori di questo blog già conoscono la mia passione per il pesce, e per i relativi abbinamenti con la birra: argomento su cui già avevo avuto modo di scrivere in occasione della seconda cena organizzata dal birrificio-ristorante Sancolodi (chi se la fosse persa, legga qui). Così lunedì scorso ho colto l'occasione per prendere parte alla degustazione organizzata dal Samarcanda; che ristorante non è, ma ha coinvolto appositamente lo chef Luca David del ristorante Alto Gradimento di Grado.

La serata si è aperta con le praline di ricciole con olive taggiasche e pomodoro su crema di ricotta, accompagnate dalla Blanche La Fourquette. I generosi aromi di coriandolo e scorza d'arancia - personalmente ho sentito, insieme allo speziato del lievito, una leggera nota che mi ha ricordato l'anice - che ritornano anche nella breve persistenza, e il corpo fresco e abbastanza esile in cui invece ritornano i toni del lievito, ho trovato si abbinassero in maniera interessante al pesce nella misura in cui creavano una sorta di amalgama con la speziatura e l'arancio; più che un contrasto, un'unione di toni diversi.

Più complesso il secondo abbinamento, tartare di tonno con senape in grani unita a La Trappe Blond. Effettivamente, ero stata avvisata da Beppe: una belgian ale dall'aroma fruttato, in cui spiccano note alcoliche e quasi di miele nonostante il finale secco e moderatamente amaro, con la tartare non c'entra proprio un accidenti. Il trait d'union su cui cuoco e publican hanno voluto scommettere è la senape, che in effetti fa il suo lavoro: i sentori tra l'aspro e lo speziato vanno a "smorzare" - ma unendoli - sia l'acidulo del pesce che la complessa rosa di aromi e sapori della birra, per cui devo dare atto che si è trattato di un'intuizione indovinata.

Anche il terzo piatto era una sorta di "azzardo" sotto il profilo dell'abbinamento, gamberi katafi con salsa al curry accompagnati dalla ipa Hop Devil della Victory. Per quanto mi trovi ad ammettere candidamente che i gamberi erano così buoni che avrei dato fondo anche ai cartocci degli altri commensali - idem per la birra -, altrettanto candidamente ammetto di non aver "capito" l'abbinamento. L'aroma di frutta tropicale, così come il finale agrumato assai persistente, in effetti potevano offrire buona sponda alla speziatura del curry; eppure, personalmente, l'ho percepito come un contrasto che cozzava. Apprezzatissimi comunque sia i gamberi che la birra, che rispetto a molte altre ipa si distingue per una maltatura più ricca e rotonda al palato.

Il passo successivo è stato il baccalà mantecato con la polenta - servito a mo' di pallina di gelato, come vedete nella foto - con la doppelbock Speziator Hell di Riegele. Passando da un aroma intenso tra lo speziato e il floreale con una nota di frutta, al corpo robusto e rotondo in cui ho colto anche una punta di miele, fino al persistente finale erbaceo, la birra crea un contrasto indovinato con la delicatezza del baccalà e della polenta, pulendo al contempo il palato grazie al grado alcolico e al finale secco. L'abbinamento che, personalmente, credo di aver apprezzato di più.

Dulcis in fundo - letteralmente -, il bonet di cioccolato e caramello abbinato alla imperial stout Noctus 100 di Riegele. Complice il notevole grado alcolico - 10 gradi -, l'aroma ricorda quasi un misto di liquore al cioccolato e liquore al caffè, che si armonizzano poi nel corpo che rimane equilibrato, senza eccessi; così come senza eccessi è la persistenza, per quanto l'alcol sia discretamente presente. Classico e sempre apprezzato, naturalmente, l'accompagnamento ad un dolce del genere.

Mi sento di riservare un complimento allo chef, che è riuscito a preparare delle piccole delizie pur senza trovarsi nell'agio della sua cucina; nonché a tutto lo staff del Samarcanda per la scelta degli abbinamenti e per il servizio, con tanto di occhio di riguardo alla temperatura a cui le varie birre venivano servite - cosa non scontata, specie in serate frenetiche. Il passo successivo annunciato da Beppe è il "cambio campo", ossia una degustazione questa volta a Grado, in cui la scelta di birre e piatti sarà basata anche sulle opinioni dei partecipanti a questa priuma degustazione: non resta che attendere notizie.

martedì 1 dicembre 2015

Tutti i premiati del Luppolando


Tra gli homebrewers partecipanti c'era stata parecchia attesa: e finalmente lunedì 30 novembre al Samarcanda di Plaino si sono tenute le premiazioni del concorso Luppolando, quest'anno alla seconda edizione. Per la seconda volta ho avuto l'onore di far parte della giuria insieme al prof. Buiatti dell'università di Udine, e ai suoi collaboratori Paolo Passaghe e Stefano Bertoli: un'occasione sempre buona per imparare e confrontarsi, per quanto il più delle volte ci sia stata omogeneità nei giudizi e nei commenti fatti sulle birre valutate. Come spesso accade tra gli homebrewers, c'è stata una buona dose di sperimentazione: cosa magari delicata nel caso di un concorso, ma comunque un tratto distintivo di questo movimento di cui tenere conto anche nel giudicare.


Erano 23 le birre in concorso, e diversamente dello scorso anno non sono state le Ipa a farla da padrone: più gettonate di tutte sono state le Apa, a conferma del fatto che anche tra gli homebrewers le luppolature audaci stanno perdendo il loro fascino a favore di toni più sobri. Per il resto i concorrenti hanno spaziato dalle English Pale Ale, alle Tripel, alle Porter, alle Belgian Ale, alle birre di frumento nelle loro varie declinazioni.

Soltanto per le Apa è stato stilato un podio, mentre negli altri casi si è preferito ricorrere a menzioni in assenza o di un numero congruo di birre in concorso, o di almeno tre birre giudicate meritevoli di un riconoscimento. La medaglia di bronzo per le Apa è quindi andata a Dario Gerdol, quella d'argento ad Andrea Fracas e Michele Sambo – purtroppo ammalato, ma sono certa che il socio ha bevuto anche alla sua salute – e la medaglia d'oro a Fabrizio Gonano (nella foto). Presenti in forze quindi sia Accademia delle Birre che l'Associazione Homebrewers Fvg, che si dimostrano serbatoi di talenti nel mondo dell'homebrewing.

Stessa cosa può dirsi per un altro sia accademico che associato, Luca Dalla Torre (nella foto), che ai già numerosi riconoscimenti aggiunge la medaglia d'oro per la sua English Pale Ale; così come altro accademico e associato è Emiliano Santi, che ha ottenuto la menzione per la sua American Wheat.

Un'altra menzione anche per Andrea Fracas (nella foto) e Michele Sambo con la seconda birra che hanno portato al concorso, una black ipa – Cascadian dark ale, per la precisione ; e infine per Francesco Sordetti, che si è distinto per la sua Belgian Strong Dark Ale – uno stile meno diffuso tra gli homebrewers ma al quale, ha raccontato, si è appassionato proprio al Samarcanda con i consigli di Beppe.



Chiusa anche la seconda edizione, dunque, non resta che attendere la terza: per la quale Beppe ha già anticipato diverse novità, per cui l'invito agli homebrewers è a rimanere sintonizzati...

Grazie a Giuseppe Burello per le fotografie.

mercoledì 11 novembre 2015

Una birra in esclusiva: la Pearl Harbor

Beppe e Raffaella del Samarcanda mi avevano annunciato già qualche tempo fa che era in elaborazione, tra loro e il birrificio Maccarello di Bibione, una birra in esclusiva per il locale; e siccome alla curiosità non si comanda, ieri sera mi sono diretta vreso Plaino. La birra in questione è stata battezzata Pearl Harbor, ed è illustrata con dovizia da una lavagnetta posta non lontano dalle spine: già da lì si capisce che unisce tradizioni diverse: quella tedesca sul fronte dei malti - eccezion fatta per il maris otter - e quella americana per quanto riguarda i luppoli - e qui invece fa eccezione il sorachi. Non volendo giudicare a priori se l'idea potesse essere buona o se si trattasse di un'eresia, non mi è rimasto che assaggiare.


Il contrasto tra queste due anime, in effetti, si conferma in pieno. All'aroma risaltano i toni tra il floreale e il fruttato dei luppoli tanto da far pensare a una pale ale, ma una volta messo in bocca il primo sorso, arriva una dolcezza da cereale tendente addirittura al miele che ricorda quasi le ale belghe - pur con un corpo meno robusto, tanto da risultare estremamente beverina nonostante i sette gradi alcolici. In chiusura ritornano i luppoli di cui sopra, e l'amaro del sorachi in particolare che dà una chiusura abbastanza secca; oltre a un profumo di miele che risale una volta svuotato il bicchiere, esaltato dalla temperatura più alta. In conclusione la definirei una birra per chi, pur cercando qualcosa che venga incontro ad un largo spettro di gusti in quanto a semplicità e delicatezza, apprezza comunque quella nota di sorpresa data dal contrasto tra la parte maltata e quella luppolata; che forse potrà far storcere il naso a qualche purista, ma che è coerente con la volontà di elaborare qualcosa di nuovo.

giovedì 15 ottobre 2015

Datemi la ipa più speciale che c'è

Ieri sera ho fatto ritorno dopo tanto tempo al Samarcanda, accolta come sempre con calore da Beppe e Raffaella. Dopo i saluti si sono aperte come sempre le discussioni sul che cosa bere: che - con Beppe in particolare - finiscono spesso per diventare lunghe e dotte dissertazioni sulle birre che il locale offre, sulle birre in generale, e magari pure sui massimi sistemi. Ma va bene così, quando si entra in certi giri le riflessioni elaborate - qualcun altro le chiamerebbe seghe mentali - su ciò che si beve diventano parte del gioco. E così, dopo aver passato in rassegna buona parte del repertorio, Beppe se n'è uscito con un: "Ve la propongo io una chicca. Una delle ultime bottiglie rimaste, e non so se e quando riuscirò a farmene arrivare delle altre". Se fosse un'offerta, un ultimatum, o un'astuta tecnica di marketing, non era dato sapere; ma mi sono fidata, dato che non sono mai rimasta delusa delle sue proposte.

Trattasi della ipa dell'americana Ale Smith Brewing Company, marchio che, per quanto conoscessi di fama, non avevo mai provato (essendo appunto di non facile reperibilità). Da sotto il cappello di schiuma pannosa, densa e fine, salgono degli aromi che in prima battuta evidenziano l'erbaceo e il citrico, ma poi - e sempre più al salire della temperatura della birra - lasciano spazio a quelli di frutta tropicale, con addirittura una punta di malto che ricorda i mieli più amari, tra l'acacia e il castagno: due aspetti che raramente vengono tenuti insieme, e che, per quanto non si armonizzino, allo stesso tempo non si danno il cambio in modo "traumatico" creando l'impressione di cozzare. Anzi, la parte più dolce apre la strada al malto che predomina al palato per un brevissimo tratto, per poi virare subito sull'amaro persistente tipico delle ipa sugli stessi toni dei primi aromi. Insomma, aveva ragione Beppe, si tratta davvero di una creazione assai particolare; di quelle che ci si può aspettare di trovare in locali che, come il Samarcanda, optano per una lista birre ricercata che punta a trovare la qualità tra quelle meno diffuse e conosciute, e spesso diffficilmente reperibili.

lunedì 29 giugno 2015

Una birra per l'estate

Qualche sera fa sono ritornata dopo tanto tempo al Samarcanda di Plaino: ed è stato peraltro un piacere trovarlo rinnovato nell'arredamento interno, con tanto di alcune simpatiche chicche che trovate nelle foto. Insomma, Beppe e Raffaella sanno unire professionalità e ironia sia nel servire le birre e nell'accogliere i clienti, sia nell'arredamento e accessori - dato che la collezione di bottiglie e di altri oggetti legati alla birra rimane tra le più curiose e ricche della zona.


A dire il vero non era una giornata proprio caldissima, ma il calendario comuqnue diceva che era estate: e così, dato che era lì alla spina che mi invitava, ho approfittato per aggiungere alla mia lista birre la Rulles Estivale ("estiva", letteralmente), che - orrore orrore - non avevo mai provato. Trattasi di una saison pensata appunto per le giornate calde, di facile beva e grado alcolico contenuto (5 gradi); ma una saison del tutto originale, che si discosta abbastanza dai canoni del genere. Il colore è di un giallo paglierino carico, tendente al dorato, e la schiuma è di grana sottile con una buona tenuta; e se all'aroma si sentono i profumi di frutta - in particolare pesca - e una leggera nota speziata tipica delle saison, il corpo snello e rinfrescante che inizialmente ricalca la dolcezza della frutta lascia poi spazio ad una luppolatura erbacea ed amara tanto decisa da far pensare a birre di ben altro genere, quasi più di stile britannico che belga. Insomma, si parte alla belga e si finisce all'anglosassone, lasciando la bocca piacevolmente pulita e la gola dissetata con un amaro parecchio persistente.

Approfitto, parlando di Samarcanda, per ricordare agli homebrewers di mettersi all'opera: dal 1 agosto e per tutto il mese è infatti possibile consegnare le birre per la seconda edizione del concorso Luppolando, secondo le categorie indicate nel bando. Insomma, se avete ambizioni di questo tipo e ancora non avete iniziato a brassare, affrettatevi...




giovedì 12 marzo 2015

"Vide tra la folla quella nera signora"

Come avrete intuito, sono qui a rendervi conto di una nuova incursione al Samarcanda di Plaino: e questa volta su esplicito invito di Beppe e Raffaella, perché "ne abbiamo una che devi assolutamente assaggiare, fai presto prima che finiamo il fusto". Trattavasi della imperial stout - "nera signora", appunto - della danese Mikkeller, la Mikkeller Black Hole, e mi spiace per voi ma devo usare il passato: sono infatti arrivata giusto in tempo per l'ultima mezza pinta - e vi garantisco che, contando i 13 gradi alcolici, era sufficiente.

La schiuma dai riflessi scuri tanto quanto il colore della birra stessa e ben pannosa, quasi solida - tanto che c'è da divertirsi nell'addentarla - è degna delle migliori birre del genere; e sprigiona un aroma di cioccolato particolarmente intenso, che si unisce a quello di liquirizia. Il corpo è denso tanto quanto la schiuma, tanto da apparire quasi cremoso al palato; e qui dominano piuttosto i sapori di caffè, tanto da ricordarmi l'ottimo liquore che fa mia suocera - grazie Serenella, che ci rifornisci sempre così generosamente. La chiusura vira all'amaro, e per quanto inizialmente sprigioni in maniera abbastanza forte i sentori alcolici, questi durano solo un attimo: in altre parole, saranno pure tredici gradi, ma la mezza pinta scende assai bene, e forse potrebbe scenderne anche una intera. Ottimo sarebbe stato un abbinamento con un cioccolato fondente o delle mandorle, per non parlare dell'ottimo birramisù che uscirebbe da uuna bagna del genere. Indubbiamente una rarità all'interno del genere insomma, che vale la pena provare.

Come dicevamo, sono arrivata ad accaparrarmi l'ultima mezza pinta: così Enrico ha ripiegato - si fa per dire - su una Maredsous Tripel, una belga d'abbazia triplo malto dal colore dorato. La chicca del Samarcanda è poi che viene servita nel boccale di ceramica, fatto a mano dai monaci stessi: piccola rarità che Beppe e Raffaella hanno portato direttamente dal Belgio. L'aroma mi ha ricordato in particolare la mandorla caramellata, e anche nel corpo i toni dolci la fanno da padrone tra il malto, il biscotto e il caramello, con una chiusura liquorosa che fa sentire tutta la gradazione alcolica - 10 gradi. L'amaro è quasi del tutto assente, per cui non aspettatevi che vi "lavi" la bocca per il sorso successivo: per cui - parlando di "birre da meditazione" - meditate, gente, meditate...e bevete lentamente...

venerdì 20 febbraio 2015

Una doppia blanche e un avviso ai luppolanti

L'altra sera, parlando di birre belghe con un amico e con il buon Beppe alla birreria Samarcanda di Plaino, consideravamo come sia assai difficile mantenersi sotto i sette gradi quando si arriva in quel di Bruxelles: "A meno che non sia una blanche", ho osservato io con fare "studiato". "Beh, ma ci sono anche le double blanche, che comunque ne fanno sei" ha ribadito Beppe, evidentemente più navigato di me. Double blanche? Mai provata una, mi sono detta: e quindi a quel punto colmare la lacuna si poneva come la priorità della serata.

Beppe mi ha così servito una Blanche des Honnelles, double blanche della Abbaye des Rocs. Una doppio malto con tre cereali - orzo, frumento e avena - dal colore ramato, e quindi più carico delle blanche classiche: già da lì si intuisce che una qualche differenza ci deve essere, intuizione confermata dall'aroma floreale più intenso della media in cui spicca una nota di coriandolo. In bocca la fa invece da padrona il cereale, ricordando la crosta di pane; per passare poi ad una punta di vaniglia, che però lascia subito spazio ad una chiusura più secca e rinfrescante. Insomma, una scoperta assai curiosa, dato che coniuga il tocco dissetante delle blanche con un corpo ed un'aroma più complessi che possono soddisfare anche chi è alla ricerca di sapori più forti.

Detto ciò, dò volentieri spazio ad un "avviso ai luppolanti" di cui ho avuto conoscenza proprio al Samarcanda, ossia dell'apertura del bando della seconda edizione del "Luppolando": dal 1 agosto al 1 settembre - e quindi non ci sono scuse: il tempo per la maturazione ce l'avete, a meno che non facciate una barricata - gli homebrewers potranno consegnare le proprie creazioni al Samarcanda. Quest'anno già è stata predisposta una classificazione in otto categorie più una categoria aperta - trovate tutti dettagli sulla pagina Facebook del Samarcanda - e a fine settembre la giuria capitanata dal prof. Buiatti sceglierà le tre migliori per ciascuna categoria. Che dire: anche quest'anno, che vinca il migliore..

giovedì 29 gennaio 2015

Che pirati questi belgi

Trovandoci a passare in queldi Plaino - ok, va bene, "passare" da Plaino è difficile: diciamo che non eravamo troppo lontani da lì -, io e Enrico ci siamo fermati al Samarcanda; e accolti col consueto calore da Beppe e Raffaella, siamo passati a quella che lì è la parte più ardua: scegliere che cosa bere, dato il listino così lungo da scoraggiare chiunque. Per quanto sia difficile rimanere delusi anche puntando il dito a caso sul listino, dato che si tratta sempre di birre di qualità, abbiamo deciso di restringere il campo dando uun'occhiata alle ultime novità: e ad incuriosirci è stata la Piraat, una strong ale belga doppio malto dal colore ramato. In realtà non è ciò che si dice una una birra da aperitivo, e infatti Raffaella ci aveva avvisati: 10 gradi alcolici e sentirli tutti, dato il corpo ben pieno e le note liquorose ben presenti. Ma tant'era, ormai eravamo curiosi, e quindi abbiamo optato per rimediare aggiungendoci un paio di tartine.

Da sotto la schiuma non molto persistente saliva un aroma intenso di nocciola e di biscotto, mentre in bocca la facevano da padrone la densità del malto e delle note alcoliche. La dolcezza del corpo è comunque smorzata nel finale, più asciutto - per quanto, in pieno rispetto dello stile, il luppolo non sia evidente - e discretamente lungo: per cui risulta comunque una birra bilanciata, nella misura in cui non lascia la bocca "impastata di caramello" - come uso ironizzare. Già dopo il primo sorso l'abbiamo definita "Belgio allo stato puro", in quanto rispetta in pieno lo stile: con il tocco in più di sapori e aromi particolarmente intensi, che le conferiscono una nota distintiva.

Ad attirare la nostra attenzione è stata poi una scatola in legno molto graziosa, in cui erano ordinatamente disposte delle bottiglie che non avevo mai visto prima: quelle della Ypres di De Struise, un'altra belga. Considerata la gradazione alcolica della Piraat, abbiamo concluso che una birra per quella sera era sufficiente: se non altro, abbiamo una scusa per ritornare...


martedì 21 ottobre 2014

Brucia nella gola birra a sazietà, parte seconda

Eccomi dunque qui a soddisfare la curiosità di chi fosse rimasto sulle spine - magari nessuno...ma io ci spero sempre - in attesa di sapere come fosse finito il concorso per homebrewers "Luppolando" organizzato dalla birreria Samarcanda, e di cui avevo avuto l'onore e il privilegio di essere nella giuria. Come avevo annunciato nel precedente post, il 20 ottobre c'è stata la premiazione: in parte una sorpresa anche per me, in realtà, perché i nomi dei vincitori non mi erano tutti noti. Nel giudicare infatti avevamo deciso di usare un metodo "misto": assegnare delle "menzioni d'onore" per quelle tipologie di birra di cui erano arrivati troppi pochi esemplari per poter stilare una classifica - di blanche, ad esempio, ce n'era soltanto una - o che per qualche motivo di fossero distinte dalla massa, e scegliere invece un primo, secondo e terzo classificato per le Ipa e le Apa, con 7 e 8 esemplari rispettivamente. Mentre per le menzioni avevamo deciso la sera stessa, i conteggi matematici per la classifica erano stati rimandati ad un momento più tranquillo dato il tasso alcolemico verosimilmente al di sopra dello 0.5 - vabbè, ammettiamolo: Beppe aveva anche già affettato il salame di cervo, per cui a quel punto fogli e calcolatrice sono andati a farsi benedire. E così anche per me i nomi dei primi tre classificati sono stati una novità.

La serata si è aperta con una dotta quanto piacevole dissertazione del professor Buiatti a cui potremmo dare il titolo di "Udine, città della birra": pochi sanno che il capoluogo friulano aveva ben due birrifici in pieno centro, il Moretti e il Dormisch, oggi parte del gruppo Heineken e da tempo non più a Udine (il primo), e scomparso (il secondo). Di qui quella tradizione che ha portato Udine ad essere l'unico ateneo in Italia ad avere un corso dedicato specificatamente alla produzione della birra, con tanto di impianto sperimentale in piena attività. Dare esami dev'essere più piacevole che in altre facoltà, per quanto non meno impegnativo. Da lì siamo poi passati a consegnare le mezioni d'onore, con tanto di suspence iniziale: la prima, assegnata per la weizen, è infatti "caduta nel vuoto" in quanto gli autori Davide e Giovanni non erano presenti. Vabbè, si sono persi una bella serata in compagnia, sappiano comunque che l'attestato della loro menzione li aspetta. Meglio è andata la seconda, assegnata al - presente - Paolo Galizio (nella foto) per la sua kolsch; seguito da Emiliano Santi per la sua porter, Roberto Di Lenarda per la sua quadrupel in stile trappista con lievito recuperato dal fondo di una Rochefort e brett dall'abbazia di Orval, e Paolo De Candido per la neo battezzata FriulAle, con il 100% di malto friulano. Come vi avevo anticipato, insomma, le curiosità non mancavano.

Siamo poi entrati nel vivo con la premiazione delle tre Ipa: al terzo posto Emiliano Santi - "Non potevo dirti di aspettare qui dopo averti premiato per la porter sennò si capiva", ha scherzato Buiatti -, al secondo Paolo De Candido - idem come sopra -, e al primo Walter Cainero; per le Apa si è aggiudicato il terzo posto Luca Dalla Torre, mentre al secondo sono ricomparsi gli scomparsi Davide e Giovanni, e al primo - ohibò - Walter Cainero (che nella foto esibisce infatti entrambi gli attestati), che ha accolto la notizia con un "Ci dev'essere un errore". Che dire, evidentemente ci sa davvero fare, e non posso che augurare la miglior fortuna a questo metalmeccanico che per ora brassa nel tempo libero, ma potrebbe avere un futuro promettente nel settore.

Ora non resta che attendere l'uscita del bando del prossimo concorso, che Beppe e Raffaella hanno annunciato per il primo gennaio; da lì ci sarà poi tempo fino al 31 agosto per sbizzarrirsi con le proprie creazioni. Brassate, gente, brassate...

martedì 30 settembre 2014

Brucia nella gola birra a sazietà

I conoscitori di Roberto Vecchioni avranno capito dalla citazione che sto per parlare della birreria Samarcanda: infatti è lì che ho avuto modo di entrare con estremo piacere nell'empireo dei giurati dei concorsi di homebrewing, nella fattispecie il Luppolando, lanciato dal locale lo scorso luglio. Mi sono così trovata a giudicare su ben 32 birre, opera di 13 homebrewers: cifre del tutto ragguardevoli considerando che si trattava della prima edizione e che Plaino non è esattamente una metropoli, a conferma non solo del fatto che il Friuli sta conoscendo - permettetemi l'espressione abusata - un notevole fermento, ma anche che locali con birre di qualità possono diventare punto di ritrovo per appassionati e centri di promozione di iniziative di ogni genere. Concorso indetto, peraltro, senza alcuna velleità particolare: "Brassare è qualcosa di ludico, di piacevole, di gratificante - ha chiosato il proprietario Giuseppe Burelli, Beppe per gli amici -: che cosa c'è di più soddisfacente che bersi la propria birra? Io ho voluto prima di tutto lanciare uno stimolo a creare: se c'è stata una buona risposta tanto meglio, ma non valuto il successo solo sui numeri".

Ammetto che, nonostante le rassicurazioni del buon Beppe che mi aveva gentilmente invitata a far parte della giuria, ero un po' preoccupata: trentadue birre sono così tante che altro che bruciare la gola, bruciano pure lo stomaco, il fegato, e apparato digerente tutto. Aggungiamoci pure che mi sarei trovata insieme a tre pezzi da novanta - anzi, uno da novanta e due da ottantanove, per rispetto dell'autorità: il prof. Stefano Buiatti dell'Università di Udine - giurato anche del Brussels Beer Challenge, uno dei maggiori concorsi internazionali -, il mastro birraio dell'ateneo Stefano Bertoli, e il tecnologo alimentare nonché ricercatore in ambito birrario Paolo Passaghe. Il timore di dire assurdità davanti a gente che ne sa molto più di me era quindi quasi una certezza, e sono arrivata lì con l'animo di imparare ancor prima che di giudicare.

Al Samarcanda ci aspettavano le bottiglie rigorosamente anonime, contrassegnate solo da un numero; unica cosa nota era lo stile, così da poterle raggruppare tra simili per la degustazione e giudicare anche l'attinenza allo stile dichiarato - in altre parole: se la chiami porter ed è chiara, o hai sbagliato nome o hai sbagliato malti, e in entrambi i casi ti costerà un paio di punti. Per quanto si sia confermata la moda per le Ipa e le Apa, presenti in maggior numero, la panoramica degli stili rappresentati era praticamente completa: la creatività quindi non manca, con tanto di uno stile nuovo creato per l'occasione - non vi tolgo però la sopresa su quale sia: aspettate e leggete dopo la premiazione. Muniti di una griglia di valutazione per ciascuna birra, abbiamo quindi giudicato in religioso - vabbè, quasi: le domande "tecniche" a Buiatti erano lecite - silenzio per non influenzarci; soltanto alla fine ci siamo scambiati i punteggi, per fare le somme e decidere su eventuali menzioni di merito. E' stato curioso vedere come, per quanto i giudizi dei tre accademici fossero basati più sugli aspetti tecnici e i miei più sul puro piacere dato da una buona birra, c'è stato un sostanziale consenso sui giudizi dati; nonché nel concordare sul fatto che la qualità delle opere pervenute mediamente è stata molto buona, e che di molte avremmo volentieri fatto il bis se non fosse che già così era stata una maratona birraria non da poco.

Tralascio su intermezzi - embè, mica pretenderete che bevessimo 32 birre tutte di seguito? - con dotte dissertazioni sul tema "Con quali erbe - legali e non - è possibile aromatizzare la birra", o "Quale birra è più efficace per convincere una donna a dire sì"; o su test di sobrietà come recitare d'un fiato i nomi del sette nani o, ad un livello culturalmente più elevato, i sette vizi capitali; ma si sa che è anche questo il bello di simili occasioni, e che un bicchiere di buona birra è un ottimo catalizzatore di socializzazione.

Per ora non posso dire altro, ma qualche chicca sulle birre che ci sono passate per le mani c'è: se siete curiosi, non vi resta che aspettarela serata di premiazione il 20 ottobre...

giovedì 11 settembre 2014

Oh oh cavallo, parte seconda

Dato che il primo giro al Samarcanda non ci era poi dispiaciuto così tanto, e che la lista delle birre da provare lì è lunga, abbiamo deciso di fane un altro: e questa volta abbiamo optato del tutto l'effetto sopresa, lasciando - senza nemmeno aprire il listino, troppo lungo per i nostri occhi affaticati quella sera - che il buon Beppe ci portasse lui una bottiglia degna di nota.

La sua scelta è caduta sulla D'Oro del birrificio Abba di Livorno Ferraris: una belgian blond ale piuttosto impegnativa sotto il profilo alcolico - 8% -, ma di fronte alla quale non ci siamo scoraggiati. La prima cosa a colpire è la schiuma, ben "pannosa" - perdonatemi il termine poco tecnico, ma credo renda molto meglio di altri - e persistente; anche l'aroma non è meno notevole, ben fruttato - personalmente ho colto in particolare sentori di uvetta - con qualche lieve nota di caramello. Il che non prelude però ad una dolcezza eccessiva nel corpo, che confermando gli aromi è ben bilanciato con un finale tutto per i luppoli che lascia al palato una sensazione di equilibrio. Un consiglio che mi sento...caldamente di dare è proprio quello di berla calda: indubbiamente rende il meglio della sua rosa di aromi e sapori ad una temperatura ben più elevata di quella a cui di solito vengono servite le birre - vengono suggeriti 12-14° C -, per cui se vi portano una bottiglia appena tolta dal frigorifero abbiate la pazienza di aspettare, ne varrà la pena.

Magari, se siete al Samarcanda - ma in quel caso probabilmente non servirà aspettare, perché il birraio usa servirla alla temperatura giusta - potete ingannare l'attesa sgranocchiando qiualcosa: mi permetto infatti di aggiungere una nota di merito alle patate del Samarcanda, che Beppe e la moglie fanno arrivare direttamente dal Veneto, e friggono sapientemente fino ad ottenere una sfoglia croccantissima e affatto unta per poi insaporirle con spezie. Insomma, non il solito piattino di patatine surgelate: per cui anche se, come me, non avete simpatia per il fritto, questa volta può valere la pena fare un'eccezione...

venerdì 22 agosto 2014

Oh oh cavallo

Quando mi hanno suggerito di farmi un giro al Samarcanda, birreria di Plaino assai difficile da trovare a meno che già non sappiate dov'è, la domanda mi è sorta spontanea: che il nome sia ispirato alla nota canzone di Roberto Vecchioni? E infatti è stata questa la prima domanda che ho fatto a Beppe, ex fotoreporter che ad un certo punto della vita alla macchina fotografica ha preferito la spina della birra. In effetti, avevo visto giusto: a tenere a battesimo il locale sono stati due due cavalli scolpiti nel legno, che nelle intenzioni di Beppe avrebbero dovuto far bella mostra di sé ai lati del bancone, evocando il celebre "Oh oh cavallo" della canzone. Almeno finché non ha visto il prezzo, assolutamente proibitivo: ma ormai il nome era scelto e registrato in Camera di Commercio, e così Samarcanda fu.

La prima cosa a colpire entrando al Samarcanda rimane comunque l'arredamento: tavolini e sedie d'antiquariato, una vastissima collezione di bottiglie, un tecnigrafo degli anni '50 dell'istituto Malignani, e una cassa di legno ottocentesca usata per spedire birra con tanto di timbro del Regno Sabaudo. Il tutto, assicura Beppe, recuperato quà e là nei mercatini, o rovistando nelle soffitte degli appassionati. Ne risulta quindi un ambiente assai curioso in cui sedersi a bere un bicchiere, il che non guasta come cornice.

A colpire ancor di più è però il listino: circa 400 birre - Beppe assicura che le tiene tutte...-, di cui alcune vere rarità più o meno sconosciute. Insomma, è da mettersi le mani tra i capelli nel districarsi tra tanto bendidio. La selezione è particolarmente notevole nel campo delle birre belghe e britanniche, con tanto di listino a parte dedicato alle Brewdog: e su una di queste a me ignota è caduta la mia scelta, la Libertine Black Ale. La scheda la definiva "una stout trasformata in Ipa", e devo dire che come descrizione è azzeccata: se all'aroma risaltano soprattutto il tostato e il caffè tipico delle stout, il corpo e ancor di più la persistenza rendono piena giustizia ai luppoli americani caratteristici della Ipa, equilibrando bene il contrasto così che non risulti sgradevole. Certo è parecchio corposa ed ha un grado alcolico non trascurabile (7,2), per cui forse prenderla in una calda serata d'estate non è stata l'idea migliore; ma l'ho comunque apprezzata, se non altro per l'unicità.

Il Samarcanda è aperto da solo un anno, ed è quindi in fase di evoluzione e sperimentazioni: una di queste è la prima edizione di "Luppolando", concorso per homebrewers aperto fino al 1 settembre, che si concluderà con la scelta delle cinque migliori opere da parte di una giuria di esperti sia italiani che stranieri (inutile dire che sarei assai curiosa di intrufolarmi, date le belle sorprese che mi hanno sempre riservato gli homebrewers, come già avevo scritto in questo post). Insomma, le idee non mancano, per cui le premesse per futuri sviluppi ci sono. Unica osservazione da fare, forse, la selezione di birre piuttosto sbilanciata verso quelle di una certa qualità e rarità e conseguentemente di un certo prezzo: il che certo risponde ad una precisa scelta di mercato e ad una altrettanto precisa "filosofia birraria", ma che magari - per quanto non manchino le birre più "abbordabili", in particolare tra quelle alla spina - può scoraggiare il non intenditore. In tutto e per tutto però, appunto per questo, un posto da consigliare in primo luogo agli appassionati - nonché a chi intenditore (ancora) non è, ma intende accostarsi a questo mondo -, perché quello che troverete qui non lo troverete altrove: corri cavallo, corri ti prego, fino al Samarcanda io ti guiderò...