Visualizzazione post con etichetta Palagurmé. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Palagurmé. Mostra tutti i post

sabato 28 gennaio 2017

Tra Pordenone e...Brooklyn

Venerdì 27 gennaio ho partecipato, al Palagurmé di Pordenone, alla degustazione dell'americana Brooklyn Brewery. Per gli appassionati di birre Usa non ha probabilmente bisogno di alcuna presentazione; per chi invece non la conoscesse, ricordo che è stata fondata nel 1988 a New York dal giornalista Steve Hindy e dal banchiere Tom Potter, a cui si è unito nel 1994 il birraio Garrett Oliver - che è tuttora l'"anima" del birrificio. Tra le curiosità va annoverato il fatto che il logo è stato disegnato da Milton Glaser, giunto alla celebrità per un altro logo, quello di "I love New York": un marchio d'autore, insomma, non solo per le birre ma anche per la grafica.

L'incontro è stato interessante in primo luogo perché ha permesso, specie a chi come me non ha mai avuto modo di conoscere in prima persona il mondo birrario americano, di notare la differenza di approccio rispetto a quello a cui siamo abituati in patria. E non sto parlando solo di livello dimensionale (per la legislazione americana un birrificio può definirsi "craft" fino a 6 milioni di barili, oltre 7 milioni di ettolitri - Brooklyn ne ha prodotti 275 mila nel 2015, un "nano" -, e se è controllato per non più del 25% da un'altra società), ma anche a livello di marketing e comunicativo. A presentare il birrificio è stato infatti il "brand ambassador" (una sorta di "rappresentante 2.0", definiamolo così) Tommaso "Tommi" Locatelli, che lavora appunto per Brooklyn e Carlsberg Italia, a cui è affidata la distribuzione. E già qui c'è la prima osservazione da fare, ossia che in quel di New York non giudicano evidentemente lesivo della propria immagine di birrificio artigianale farsi distribuire da un'industria. A ciascuno decidere se essere o meno d'accordo, però è da prenderne nota. In secondo luogo, mi ha colpita l'approccio alla presentazione dell'azienda: una serie di slide, foto e video, che ripercorevano la storia del movimento craft negli Usa prima e del birrificio poi con uno stile molto improntato all'intrattenimento, quasi alla spettacolarizzazione (intesa nel senso di "fare spettacolo", senza accezioni denigratorie), facendo parlare il birraio, il fondatore, e altri ancora in una frizzante sequenza di immagini e musica - in un esempio da manuale del tanto decantato "storytelling" d'azienda. Molto "all'americana" insomma, verrebbe da dire, come è naturale che sia; però mi ha fatto riflettere su quanti birrifici italiani - vuoi per la dimensione più piccola che non consente di destinare molte risorse a questo settore, vuoi per un diverso approccio al marketing a livello culturale - usino sistemi altrettanto in grado di "catturare" il pubblico. Ovvio che se poi la bontà del prodotto non c'è la cosa è aria fritta (e, almeno idealmente, non porterà alcun frutto), però senz'altro ampia la platea di potenziali acquirenti specie tra chi è agli inizi del suo idillio con la birra artigianale. Significativo, del resto, che si decida di usare la figura del "brand ambassador" per portare in giro per l'Italia il marchio: una versione appunto più "evoluta" del classico rappresentante, occupandosi di far diventare ogni presentazione del prodotto un vero e proprio evento. Nulla che già non si faccia da qualche tempo, certo; però la cosa mi ha interpellato rispetto a quali vie i piccoli birrifici italiani intendano percorrere in questo senso.


Detto ciò, torniamo a noi. Prima dell'evento ho avuto modo di fare una piacevole chiacchierata con Tommi, in merito alle vie che la promozione di Brooklyn intende percorrere: in particolare quella dell'abbinamento birra-cibo, per quanto un marchio così intrinsecamente americano come Brooklyn incontri non poche difficoltà nell'essere accostato a quelle che sono le tipicità culinarie nostrane. Sono due, per ora, le birre disponibili (su 57 referenze che ho contato nel listino attuale): la Brooklyn Lager e la Brooklyn East Ipa.

La prima è definita "American Amber Lager": e in effetti l'anima americana compare già in prima battuta nella luppolatura (con tanto di dry hopping) che tuttavia unisce le due sponde dell'Atlantico (Ahtanum, Cascade, Saphir, Vanguard, Hallertauer Mittelfrueh), e rimane di un agrumato delicato. Ad amalgamarsi bene a livello aromatico ancor prima che gustativo è infatti la componente del malto Vienna, tra il caramellato e il biscotto, per un corpo di moderata intensità; e che dopo la sensazione di dolcezza al palato chiude però su un amaro delicato, con un finale meno secco e netto rispetto alle lager di stampo europeo. Mi sono trovata a commentare che, con una luppolatura un po' più carica, sarebbe quasi potuta passare per una apa, data la componente maltata abbastanza vigorosa - ma che non pregiudica la bevibilità. Nel complesso l'ho trovata gradevole e appunto facile a bersi, nonché originale nel panorama della lager.

Siamo poi passati alla East Coast Ipa (da non confondere con le West Coast Ipa, mi raccomando, che gli americani se ne hanno a male: le East Coast hanno una luppolatura che richiama quelle "originarie" inglesi, più resinose, mentre le West Coast più fruttate, autenticamente "del Pacifico"). Sotto la schiuma notevolissima, che addentandola ha rivelato una potente sferzata di amaro resinoso (i luppoli usati sono Summit, Celeia, East Kent Golding, Centennial, Cascade, Amarillo) e fa il paio con l'aroma quasi di pino, si cela anche qui un corpo sui toni tostati e biscottati di intensità medio-alta, che chiude in maniera netta e secca - non gli si darebbero i sette gradi - con un amaro che è meno persistente di quanto la sua intensità potrebbe lasciar supporre. Ho trovato, a onor del vero, un certo retrogusto ferroso; non voglio chiaramente dare giudizi "con l'accetta" al primo assaggio, ma mi limito a constatare che in questo caso e a mio avviso è stato così.

Chiudo citando una frase di Tommi che mi è sembrata racchiudere buona parte del senso della presentazione: "La birra deve dare emozioni: quella artigianale ne dà di più". E se si tratta di un "dare emozioni" non solo con il prodotto, ma anche con la maniera in cui lo si presenta, tanto di guadagnato.

mercoledì 28 dicembre 2016

Che anno è

Ebbene sì, anch'io sono caduta nel vizio: fine anno è tempo di bilanci, e guardando al mio blog ho sentito anch'io l'istinto a fare il punto su un anno che, almeno sotto il profilo birrario, per me si è rivelato assai più ricco dei precedenti. Per ogni mese ho individuato una birra e un birrificio che ritengo significativi - permettendomi in alcuni casi anche qualche citazione in più, se necessario. Chiedo scusa se, per ovvi motivi, non nominerò tutti: l'intenzione non è assolutamente quella di sminuire, ma le ragioni di spazio mi impongono una scelta. Vi invito quindi a seguirmi in questo mio diario del 2016.

Gennaio è stato il mese della mia trasferta al birrificio Jeb: una due giorni alla scoperta non solo della birra ma anche della gastronomia locale - per la quale ringrazio Chiara Baù - e coronata da una fugace ma piacevole sosta sul Lago di Garda a salutare gli amici del Benaco 70. Come birra del mese ne scelgo però una che non fa parte di questi viaggi, la Orodorzo di Garlatti Costa.

Febbraio è stato il mese segnato dalla conduzione delle quattro degustazioni al Cucinare in Fiera a Pordenone. Diventa difficile, tra i tanti birrifici presenti, nominare una sola birra: scelgo la Qirat, la stout alla carruba del Birrificio Tarì, che mi ha colpita per la sua originalità e "pulizia tecnica" al tempo stesso. Non posso poi non citare il Beer Attraction, all'interno del quale nomino birrificio del mese tra le nuove conoscenze il Birrificio del Doge.

Marzo ha visto tra i nuovi amici Sebastian Sauer di Freigeist Bierkultur ai Mastri d'Arme di Trieste; come birra del mese identifico però la Pat at a Tap di Antica Contea, la loro nuova oatmeal stout presentata in occasione della festa di San Patrizio.

Aprile mi ha vista presa dalla Fiera della Birra Artigianale di Santa Lucia di Piave. Anche qui scegliere diventa arduo: dopo numerosi ripensamenti ho quindi deciso di nominare birra del mese la Mutta Affumiada del Birrificio di Cagliari, una rauch alle bacche di mirto. Mi permetto però in questo caso di nominare anche il birrificio del mese, ossia il Diciottozerouno, consciuto in quella occasione: e che si era distinto in tale sede per come aveva saputo presentarsi e valorizzare la qualità complessiva dell'offerta.

Di Maggio ricordo la visita al Cooper's di Usago, piacevole sia sotto il profilo gastronomico che sotto quello birrario; e nomino di conseguenza birra del mese la loro bionda, una Helles sui generis che si pone come marchio di fabbrica del brewpub.

Giugno è stato il mese dell'Arrogant Sour Festival, e capirete come nominare una birra del mese diventi impossibile: giocoforza, ma proprio giocoforza, sceglierei la Irish Heather Sour Ale del birrificio irlandese The White Hag, ma è un proforma. Aggiungo però il birrificio del mese, il Maniago, giovane promessa a cui non posso che augurare un futuro ricco di soddisfazioni.

Luglio è stato segnato dalla conoscenza del Birrificio di Pejo; e come birra del mese mi trovo a scegliere la loro dark ale Aquila, originalissima ricetta ispirata ai vini rossi. Anche qui però devo nominare il birrificio del mese, The Lure, che si aggiudica la menzione per la qualità complessiva delle birre.

Agosto mi ha vista sconfinare fino in Svezia per la piacevolissima visita al birrificio Nils Oscar, occasione per conoscere non solo l'azienda ma anche il territorio (e anche qui continuo a ringraziare Kjell); e come birra del mese scelgo - non senza difficoltà - la Rokporter, per la maniera in cui sa unire due stili diversi (rauch e porter) senza creare pasticci ma pervenendo anzi ad un risultato originale.

Settembre è il mese di Friulidoc, che mi ha vista condurre la degustazione di apertura per Confartigianato; ma è stato in generale un mese intensissimo, con Gusti di Frontiera, il BeVe, e l'apertura di Urban Farmhouse. Come birra del mese devo però identificare la Thomas Hardy's Ale, al cui ri-debutto ho assistito a Milano: e non perché sia stata quella che più ho apprezzato (e non voglio con questo far torto a chi l'ha rilanciata, ma semplicemente esprimere una mia opinione), ma perché senz'altro è stata quella che più si è imposta all'attenzione. Nomino però il birrificio del mese in quanto a presentazione e qualità complessiva dell'offerta il Couture, conosciuto al BeVe.

Anche Ottobre è stato ricchissimo di eventi, con Nonsolobirra, la Fiera della Birra Artigianale di Pordenone, e degustazioni al Palagurmé. Fare delle scelte diventa quindi anche qui difficile. Come birra del mese, dopo numerose ed attente valutazioni, nomino la Sour all'Amarone del Mastino; e come birrificio del mese, se la palma di qualità complessiva rimane appannaggio del Il Birrone a Nonsolobirra, non posso comunque non riservare una mezione a una delle nuove conoscenze, il San Giovanni, per la maniera lodevole in cui ha saputo presentarsi e valorizzare al meglio la produzione al Palagurmé.

A Novembre è proseguito Mastro Birraio, e diversi locali hanno organizzato eventi e degustazioni. Come birra del mese, dato che rivedendo i post l'ho nominata coome "una di quelle da assaggiare una volta nella vita", nomino la Maan di Galassia; mentre come birrificio del mese cito la Brasseria della Fonte, conosciuta a Pordenone, altra ottima giovane promessa che mi auguro faccia strada.

Infine, a Dicembre, la birra del mese non può che essere una natalizia ossia la xmaStrong di B2O (che ho finalmente avuto il piacere di visitare); ma non posso non citare la visita al Birrificio San Gabriel e all'Osteria della Birra, nonché la partecipazione con il titolare Gabriele Tonon e altri collaboratori alla trasmissione tv La Zanzega.

Come dicevo, sono molti gli eventi, i birrifici, le birre e le persone che ho dovuto tralasciare e che avrebbero meritato una menzione e un ringraziamento: dallo staff di Post Editori con cui ho lavorato alla Guida a Tavola delle Venezie per la sezione birrifici, a quello del Palagurmé e The Good Beer Society - con cui si apre un 2017 ricco di progetti, su tutti il corso di degustazione Beer Lover -, a locali come La Brasserie, il Monsieur D e lo Yardie che si sono impegnati con passione nella promozione della birra artigianale. Il pensiero va poi a tanti altri birrifici che non si sono imposti all'attenzione di queste righe solo perché lo stesso mese c'erano stati altri eventi o birre che per qualche motivo sono stati per me più significativi, o perché hanno lavorato "sottotraccia" ma non per questo meno bene dei birrifici citati - penso ad esempio a Zahre, al Campestre, al Legnone, a Sognandobirra, al Borderline o al Grana 40.

Per il 2017 ci sono tante idee che frullano per la testa e tanti progetti in campo: prenderanno forma man mano...per ora mi limito ad augurarvi buon anno!



venerdì 21 ottobre 2016

Dall'Abruzzo..."a modo loro"

Ho avuto il piacere di partecipare ieri al Plagurmé di Pordenone alla degustazione delle birre della linea "A modo mio", del Birrificio San Giovanni di Roseto degli Abruzzi. Il mastro birraio Lamberto non ha potuto purtroppo essere presente, ma i suoi collaboratori Gilberto e Martina hanno comunque fatto "gli onori di casa fuori casa", presentandone l'operato con dovizia di particolari.

Il birrificio è nato nel 2009 dall'esperienza dell'azienda agricola di famiglia, dove sin dal 2005 Gilberto e compagni avevano iniziato a cimentarsi nell'arte brassicola; all'olio e al vino si è così aggiunta anche la birra (non si tratta comunque di un agribirrificio, scelta motivata con la volontà di garantire la costanza della materia prima). In questi sette anni il birrificio è cresciuto fino a una produzione di 1500 hl annui (l'impianto, ha specificato Gilberto, ha la possibilità di arrivare a 6000); e l'export arriva a coprire quasi il 20% della produzione, tra Usa, Finlandia, Norvegia e Ucraina. La scelta di chiamare le birre con un nome diverso da quello del birrificio è intervenuta in un secondo momento, per questioni di tutela commerciale del nome; e la scelta è caduta sull'espressione "A modo mio" perché "in una vita che spesso ci costringe a fare ciò che si deve più che ciò che si vuole, un'espressione di questo genere significa soddisfare il proprio gusto".

Data anche la collocazione strategica sotto il Gran Sasso, che fornisce un'acqua dalle caratteristiche chimiche ottimali, le due basse fermentazioni - Pils ed Extra Pils - mi erano state presentate come il punto di forza del birrificio: e devo dire che ci ho creduto nell'assaggiare la prima birra presentataci, la Blanche. Non nel senso che la Blanche fosse fatta male e mi augurassi quindi migliori risultati per gli altri stili, ma perché con l'aroma estremamente delicato, dalla speziatura appena accennata, che lasciava spazio piuttosto alle note di malto che aprivano ad un corpo ben pieno di cereale - decisamente più presente la dolcezza dell'orzo, il frumento rimane molto nelle retrovie - più che la tradizione birraria belga mi ha ricordato quella continentale tedesca, patria appunto delle basse fermentazioni. Infatti siamo passati poi alla Pils (nella foto): anche qui aromi tra l'erbaceo e il floreale sempre molto delicati, corpo esile, e un finale che ho trovato più dolce e meno secco e attenuato rispetto alla media dello stile - per quanto rimanga comunque discretamente pulito, garantendo la facilità di beva. In generale al San Giovanni sembrano non prediligere troppo l'amaro, perché nessuna delle birre assaggiate ieri lo presenta in maniera robusta. Più "controversa", mi si passi il termine, la Extra Pils, che alla base della Pils aggunge il luppolo Cascade in dry hopping dando sia profumi che sapori agrumati ben decisi: eresia secondo alcuni, dato che in una degustazione alla cieca la si potrebbe quasi scambiare per una ipa, interessante innovazione secondo altri - a ciascuno l'ardua sentenza. Amanti delle pils astenersi, questo è certo, ma può fare la felicità di chi cerca appunto qualcosa di più sperimentale.

Se fino a qui ammetto di essere quindi rimasta abbastanza perplessa, ho trovato "materiale" più interessante nelle birre successive, a partire dalla Scotch Ale (nella foto): aroma intenso tra il torbato e l'affumicato, corpo pieno che sposa in maniera interessante le note tostate e quelle di caramello, e un finale insolitamente secco e pulito per una birra del genere. La sorpresa sta nel fatto che questa birra fa 4,8 gradi alcolici (e fidatevi che glie ne avrei dati il doppio), pur mantenendo un corpo molto robusto: come ho osservato ieri, sarei proprio curiosa di chiedere personalmente al birraio come ottiene il risultato. Siamo quindi passati alla Torbata (che fa 6 gradi, ma anche qui sembrano molti di più) e che sotto una schiuma pannosa e discretamente persistente cela aromi - appunto - torbati (viene utilizzato il 5% di malti torbati) e un corpo invece relativamente esile, che fa risaltare ancora di più anche al palato questa componente; senza comunque cadere nello squilibrio, per quanto si intuisca che il birraio abbia voluto spingersi fino alla "sottile linea rossa" oltre la quale c'è il troppo che stroppia.

Cambiando completamente genere siano arrivati alla Ipa (che ammetto di aver apprezzato più dell'Extra Pils): schiuma a grana medio-sottile ben persistente, aromi agrumati da manuale ben equilibrati ed armoniosi, corpo di media robustezza con note maltate tendenti al miele, e un finale che pur non molto attenuato risulta comunque pulito grazie al tocco finale di amaro citrico - forse l'unica birra del San Giovanni in cui l'amaro è più evidente. Forse non "abbastanza" per gli amanti delle ipa "toste", ma consigliabile a chi preferisce quelle equilibrate e senza esagerazioni. Da ultima la birra natalizia nata dalla collaborazione con Roberto Parodi, la Noel, che viene lasciata maturare un anno: aromi intensi di frutta sotto spirito - dalle prugne, alle albicocche, alle amarene -, whisky, una leggera speziatura; ma per certi versi mi ha ricordato anche in vinsanto, tanto che vi avrei intinto volentieri un cantuccio. Dieci gradi e sentirli tutti, dato il carpo caldo, pieno e avvolgente, e un finale sì dolce e "alcolico" ma non stucchevole.

In generale ho quindi paradossalmente apprezzato più le loro alte fermentazioni che le basse: su tutte mi ha colpita appunto la Scoth Ale, per le ragioni che ho spiegato sopra. Alla mia domanda se nei progetti futuri ci fosse anche una Italian Grape Ale (birra con mosto d'uva, unico stile ufficialmente riconosicuto come tipicamente italiano) sfruttando il vino dell'azienda agricola di famiglia, Martina e Gilberto non l'hanno escluso: chissà, magari ci sarà da riaggiornarsi in quanto a birra "A modo loro"...

venerdì 5 agosto 2016

A casa di Nils

Come coloro tra di voi che seguono la mia pagina Facebook già sapranno, sono stata in questi giorni in Svezia per visitare il birrificio Nils Oscar, conosciuto nella giornata organizzata da Eurobevande a Villa Manin – di cui avevo parlato in questo post. Data la prima impressione positiva, con piacere ho quindi dato seguito all’invito ad andare di persona  a Nyköping - no, non indovinerete mai, si pronuncia Ni-shoping. Il birrificio è stato riaperto in Svezia nel 1996 da uno dei bisnipoti del Nils Oscar da cui l’azienda prende il nome: uno svedese immigrato negli Usa, e che lì si è dato all’arte brassicola unendo la tradizione scandinava – pensate alle birre danesi – a quella americana. È quella che definiremmo un'azienda familiare: il timone  è passato recentemente alle sue tre figlie ed è rimasto lo stesso il mastro birraio con i suoi quattro collaboratori, che hanno ottenuto diversi riconoscimenti – tra cui quattro titoli al World Beer Cup. La produzione si attesta attualmente sugli 11.000 ettolitri l'anno per 14 dipendenti in totale, con potenzialità per arrivare a 30.000 con gli ultimi investimenti fatti (il nuovo birrificio è stato avviato nel 2010); il che pone Nils Oscar al secondo posto tra quelli che in Svezia sono considerati microbirrifici – riuniti nell'associazione svedese dei microbirrifici, circa 200 – che considera come limite (a livello convenzionale, non esistendo vincoli legislativi in materia) 150.000 ettolitri. Fino a qualche tempo fa Nils Oscar era peraltro ciò che in Italia chiameremmo un agribirrificio, con tanto di piccola malteria; che però non è più utilizzata per il malto destinato al birrificio, sia per l'aumento della produzione, sia per la necessità di garantire sempre gli stessi standard qualitativi e la costanza del risultato finale. Il birraio assicura comunque con convinzione di mantenere la stessa maniera di lavorare rispetto a quando la produzione era più modesta, con tanto di piccolo impianto sperimentale per dare spazio al suo estro creativo; e vedere poi se e come riprodurlo su scala più ampia. E l’estro creativo pare non manchi, data l’ampia gamma di birre prodotte.

La "maratona birraria" è in realtà iniziata già il giorno precedente la visita del birrificio, quando Kjell ha organizzato una piccola degustazione in barca accompagnata da tipici panini scandinavi - gli smorrebrod, una fetta di pane nero variamente ricoperta. Abbiamo cominciato con una sorta di degustazione alla cieca, del tipo "bevi qui e dimmi che cosa ti sembra": una birra dall'aroma fruttato, in cui spiccava anche qualche nota citrica, corpo snello ma non annacquato, e un amaro netto e secco in chiusura che andava a contrastare profumi e sapori precedenti. Sono rimasta sorpresa (si direbbe che la mia faccia nella foto ne è la prova, ma soprassediamo....) nel venire a sapere che era una pale ale analcolica: per quanto infatti l'avessi trovata diversa dalle altre birre di Nils Oscar - pur riconoscendone l'impronta nell'aroma - l'avrei detta leggera sì, ma analcolica no. Mi è stato poi spiegato che la scelta di una pale ale per fare l'analcolica è stata dovuta appunto dalla volontà di mantenere un certo carattere, cosa non facile nel caso delle birre senz'alcol - che, diciamocelo, fanno spesso preferire una Coca Cola nel caso in cui si debba tenere a bada il tasso alcolemico; e per quanto la mia esperienza di birre analcoliche non sia molto vasta (di grazia), mi sento di dire che il birraio di Nils Oscar è riuscito nell'intento di soddisfare il palato di chi vuole qualcosa che possa definirsi una birra piacevole anche di fronte alla minaccia dell'etilometro. A seguire ci siamo dati alla India Ale: aromi di frutta tropicale con una punta di miele di castagno, corpo mediamente robusto sempre sui toni del miele ma non stucchevole, e una chiusura di un amaro resinoso molto morbido e non troppo persistente, che non sovrasta del tutto la componente del malto. Per chi ama le luppolature del Nuovo Mondo, ma non l'amaro troppo deciso.

Il giorno dopo ho visitato quindi il birrificio, iniziando dagli spazi della vecchia sede - ora usati come magazzino - dove c'è in progetto l'apertura di un pub e spazio degustazione. Mattias, direttore export e retail, mi ha guidata nella zona produzione: dalla sala cotta, al laboratorio dove il mastro birraio conduce i suoi esperimenti, al "hop gun" (letteralmente: "pistola a luppolo", un macchinario che fa passare rapidamente il mosto attraverso i coni di luppolo per il dry hopping), alla sala dei tank delle alte fermentazioni, a quella delle basse (temperatura gradevole in una giornata estiva). C'è stato anche lo spazio per alcuni assaggi direttamente dai tank: tra cui quello della pils realizzata appositamente per l'Akkurat di Stoccolma, uno dei pub meta obbligata degli appassionati di birra che si trovino a passare dalla capitale - "Consideriamo uin grande onore il fatto che l'Akkurat si sia rivolto a noi", ha affermato Mattias. Vale la pena sottolineare peraltro che la birra che va per la maggiore tra quelle di Nils Oscar è la God Lager - una lager, appunto - di cui il birrificio "sforna" una cotta a settimana: anche sul Baltico quindi, nonostante le vene sperimentatrici su sapori e gradi alcolici adatti ai climi freddi, la ricerca della qualità nella semplicità pare essere una linea che sul lungo termine si impone sulle altre.

Ultima tappa della visita è stata la zona imbottigliamento, etichettatura e imballaggio; dove mi sono state mostrate con soddisfazione le etichette in italiano del barley wine Celebration (di cui avevo parlato nel post su Villa Manin), pronto per l'esportazione in Italia. Mi ha fatto peraltro notare Mattias, essendo la tassazione in Svezia elevata e basata sul grado alcolico, che in alcuni casi - come è quello del Celebration - risulta più conveniente la tassazione sul grado plato: il paradosso può quindi essere che all'estero (Nils Oscar esporta in Italia, Regno Unito e Hong Kong) alcune birre costino, stando ai suoi calcoli, meno che in patria (ok, magari non a Hong Kong dati i costi di trasporto, ma il Regno Unito è più vicino - almeno fino alla Brexit - così come l'Italia).

Rientrati nella piccola cucina, dove alcuni dei dipendenti stavano pranzando in compagnia, abbiamo stappato alcune bottiglie. Siamo partiti dalla Sommarbrygd, una saison leggerissima - 3,5 gradi - aromatizzata con bacche di prugnolo. Le bacche si fanno ben sentire all'aroma, pur non coprendo del tutto la speziatura tipica delle saison; ma è soprattutto al palato che si sente la loro presenza dolce, dato il corpo scarico. La chiusura è comunque più secca di quanto ci si potrebbe aspettare da una birra alla frutta, senza eccessive persistenze dolci. Personalmente l'ho trovata un po' sbilanciata sul fronte fruttato; ma appunto su questo aspetto ho apprezzato di più la saison al mango, in cui al contrario i profumi di mango appena percepibili si amalgamano perfettamente ed in maniera elegante con le note di pepe e di chiodi di garofano. Queste ritornano poi a chiudere un corpo delicato ma non scarico - complici anche i sei gradi alcolici - che mantiene un piacevole equilibrio tra frutta, malto e spezie: insomma è una birra e non succo di mango, e direi che può andare incontro anche ai gusti di chi generalmente trova le birre alla frutta più simili piuttosto ad una bibita.

Cambiando totalmente genere siamo approdati alla Pandemonium, una scotch ale dall'aroma complesso di uvetta, frutta sotto spirito - mi ha ricordato i fichi e le prugne - e note alcoliche ben percepibili. Il corpo dolce si muove tra il caramello e il biscotto, mentre acquista caratteristiche sempre più simili a quelle di un barley wine in quanto ad aromi man mano che la temperatura sale; e nonostante il finale sia tutt'altro che secco, ma lasci anzi una lunga persistenza dolce, i sette gradi sono ben mascherati. Da ultimo la Rokporter, una porter con malti affumicati su legno e pancetta: e anche se non la userei per una colazione di bacon&eggs, devo ammettere che un pensierino l'ho fatto. Rispetto alle altre (poche, in realtà) porter affumicate che mi è capitato di assaggiare, questa ha la nota distintiva di rimanere una porter e non una rauch: la componente affumicata, molto morbida sia all'olfatto che al palato, non cancella i toni di tostato, caffè e liquirizia che contraddistinguono lo stile, e se all'inizio le varie componenti sembrano cozzare, col salire della temperatura arrivano ad amalgamarsi piacevolmente. Anche il corpo abbastanza pieno contribuisce a far sentire nettamente la differenza tra questa e una rauch tedesca, a riprova di quanto detto poco sopra. Nel complesso, direi che la Mango e la Rokporter sono le due birre che ho trovato meglio riuscite tra queste.

Davanti ad un bicchiere, naturalmente, si chiacchiera e si discute: così Mattias e Kjell mi hanno anche parlato dei prossimi progetti di Nils Oscar, tra cui la partecipazione alla Milano Beer Week e l'organizzazione di altri momenti di degustazione e formazione - e per me sarebbe naturalmente un piacere data la vicinanza geografica vederli al Palagurmé di Pordenone, dove Eurobevande già tiene le loro birre. L'intenzione di espandersi sul mercato italiano, a detta dei due, è ben definita: probabile quindi che chi è curioso di provare Nils Oscar, o già l'ha provata e intende riprovarla, abbia nel prossimo futuro occasione di farlo.

venerdì 22 luglio 2016

Tra birre e showcooking


Ho accolto con piacere l'invito a partecipare, mercoledì scorso, all'inaugurazione del Palagurmé di Pordenone: una struttura definita dai suoi ideatori come "il primo centro esperienziale del gusto", intendendo con ciò un'ampia area (600 metri quadrati su due piani, divisi in cinque settori) dedicata all'enogastronomia a tutto tondo con spazi "vetrina" per i produttori, corsi di formazione, showcooking, convegni, degustazioni, ed eventi in senso lato. Una realtà da tenere d'occhio per tutti gli operatori di settore, tanto più trattandosi di un'esperienza unica nel suo genere qui a Nordest. Naturalmente non manca l'area dedicata alle birre; ed essendo Eurobevande parte attiva in Palagurmé, a curarla è Vincenzo dal Pont (i lettori di questo blog ricorderanno il post sull'evento a Villa Manin). Oltre ad alcuni marchi più grossi come Dolomiti e Leffe, si trovano anche, sotto l'etichetta Brasseries du Monde, birre artigianali sia italiane che estere.

Tra gli italiani ci sono i già noti B2O e Birrificio Legnone; e proprio di quest'ultimo ho assaggiato la pils Testa di Malto e la ipa Monkey Planet. La prima è una pils boema sostanzialmente in stile, che all'aroma - data la luppolatura che ho trovato tenue e delicata - quasi illude, evidenziando gli aromi mielosi del cereale, di essere decisamente dolce per il genere; in realtà si tratta appunto di un'illusione, perché al corpo discretamente pieno - e che tende appunto al miele - fa seguito un amaro erbaceo, netto e pulito, con un finale secco che non lascia strascichi del cereale. La classica pils da bere a boccali, insomma; e devo dire che ultimamente ho visto (con piacere, direi) come sempre più birrifici artigianali si stiano impegnando per arrivare a risultati semplici e puliti su uno stile generalmente poco percorso (al di là della Tipopils del Birrificio Italiano che ha fatto la storia ed è caso a sé), anche per le sue difficoltà tecniche, ma che passata la moda delle luppolature estreme sta incontrando crescenti consensi. E in quanto a luppolature estreme, il Legnone di fatto ci va con cautela: anche la ipa Monkey Planet (nella foto) infatti presenta degli aromi tra il cirtrico e il resinoso che, pur intensi, non coprono totalmente i toni di biscotto del malto; e personalmente ho trovato che sia appunto l'equilibrio tra queste due componenti lungo tutta la bevuta a caratterizzare questa birra, fino alla chiusura di un amaro netto ma non troppo intenso che richiama i toni dell'aroma.

Ho infine riprovato la Dubbel Ipa del birrificio svedese Nils Oscar, di cui mi erano stati annunciati dei cambiamenti nella luppolatura rispetto alla versione che avevo assaggiato. Se prima all'aroma mi aveva colpito di più la componente resinosa, ora è quella di frutta tropicale a risaltare in piena forza, insieme alla punta di miele che già avevo notato in precedenza; e questo connubio tra dolce e fruttato si protrae anche in bocca, fino ad un finale in cui l'amaro netto e intenso è controbilanciato da questa dolcezza che persiste. Pur giocata su sapori e aromi tutti intensi e diversi tra loro, rendendola una birra complessa, devo dire che il risultato finale mi è parso più equilibrato del precedente; dato che le componenti più dolci e quelle più amare si contrastano in una maniera che, a fine bevuta, appare armonica. Rimane ad ogni modo una birra che vuole stupire, e per gli amanti dei sapori (e gradazioni alcoliche) forti.

Un grazie a Vincenzo, Silvia, Alessandra, Simone, e tutto lo staff del Palagurmé per la piacevole e ben riuscita serata di inaugurazione, e i migliori auguri per l'avvio di questa esperienza pionieristica!