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martedì 22 agosto 2017

Novità in casa San Giorgio

Ho colto con piacere l'invito di Renzo Comuzzi di Birra di San Giorgio all'inaugurazione del nuovo Gustà "Al Lepre", locale udinese che dispone tra l'altro di una carta delle birre artigianali (per la cronaca quelle di Garlatti Costa, oltre a San Giorgio). Con l'occasione sarebbe stata infatti presentata la nuova Ripa (red Ipa) di San Giorgio, che si aggiunge al repertorio della casa (la pale ale 43, la stout Otello, e la honey ale Cjastine).

Dal colore ambrato rossastro - come del resto ci si sarebbe aspettati dal nome - e leggermente torbida, è caratterizzata in maniera non particolarmente intensa ma decisa dai due luppoli utilizzati - Comet e Columbus: al naso spiccano infatti note agrumate, con una punta tra il terroso e lo speziato; e il corpo snello e beverino, che non lascia alcun compromesso alla componente maltato-caramellato-tostata (come accade in alcune red ipa), si risolve presto in un finale amaro netto e secco, che richiama i toni dell'aroma con in aggiunta una leggera nota erbacea. Non si tratta comunque di un amaro soverchiante, per cui non si crea una sensazione di squilibrio a fronte del corpo più esile. Nel complesso una birra semplice e rinfrescante, per gli amanti delle ipa più "all'antica" che non concedono troppo al fruttato.

Sicuramente va riconosciuto che quest'ultima birra rappresenta un passo avanti nel percorso di San Giorgio: se la 43, pur essendo definita come apa, ha un po' faticato a trovare la sua fisionomia come tale (data la luppolatura più tendente al "floreal-continentale" che all'americano, e ad una leggera acidità da malto prima della chiusura amara che non sarebbe propria dello stile), e la Otello si pone come "sui generis" tra le stout (dato l'utilizzo del farro e i sentori arrostiti che personalmente ho sempre trovato anche un po' troppo pronunciati), già con la Cjastine si è trovato un equilibrio apprezzabile tra la componente amaro-balsamica del miele di castagno e dell'achillea e quella dolce del malto e del miele stesso; e con la Ripa, oltre ad aggiungere al repertorio uno stile che mancava, ci si è inoltrati nell'insidioso terreno del "fare le cose semplici", cosa che spesso risulta in realtà più complicata rispetto a stupire con aromi e sapori insoliti.

Ultima nota per il locale: per quanto la (comprensibile) folla dell'inaugurazione non mi abbia permesso di apprezzarlo al meglio, apprezzato è stato invece il repertorio di prodotti tipici friulani serviti (dai prosciutti di San Daniele, ai formaggi, ai vini, alle birre artigianali per l'appunto). Una fermata che può certamente risultare gradevole agli appassionati di questo filone dell'enogastronomia di passaggio in centro a Udine.

martedì 27 ottobre 2015

Fiera birra Pordenone, parte seconda: i nuovi amici

Come capite già dal titolo, a Pordenone non ho soltanto trovato vecchi amici, ma ho anche avuto modo di conoscerne di nuovi. Il primo - seguendo un ordine semplicemente cronologico - è stato Alessandro Gaudenzi di Padus Cervisiae, agribirrificio piacentino (che infatti fraternizzava con il simpaticone dello stand del gnocco fritto). Alessandro da due anni a questa parte si considera "un agricoltore che fa la birra", ed è stato spinto su questa strada dalla curiosa scoperta di un acetificio dove avrebbe avuto la possibilità di maltare il suo orzo: e così, dall'iniziale idea di un brewpub - poi abbandonata perché più laboriosa dal punto di vista economico e gestionale - è passato a quella dell'agribirrificio. Sono tre le birre in repertorio: la bitter Placentia, la blanche Mater, e la Stella Alpina - che Alessandro ha definito "doppio malto": chiamiamola strong ale - aromatizzata al ginepro. Ho assaggiato la blanche, dagli aromi floreali con una speziatura leggera in cui spiccano il coriandolo e la buccia d'arancia; il corpo è abbastanza scarico, senza una gran presenza del lievito, e il finale acidulo rende giustizia al cereale - Alessandro usa peraltro il frumento maltato, come nelle weizen: in questo senso è una blanche decisamente atipica, anche se non per questo meno piacevole e fresca. Del resto, sugli stili Alessandro ha le sue idee: niente ipa e apa "modaiole", ha affermato, e per ora nemmeno la "classica" bionda, ma gli stili in cui pensa di poter fare del suo meglio.

Il secondo è stato il San Giorgio di San Giorgio di Nogaro (perdonate il gioco di parole), che già avevo avuto modo di incontrare a Gusti di Frontiera, ma di cui non avevo scritto in attesa di parlare con il birraio. Attesa che ha pagato, perché la conversazione con Renzo Comuzzi è stata decisamente interessante. Anche in questo caso si tratta di un agribirrificio aperto da un anno e mezzo - "per me è partito tutto dalla passione per l'agricoltura" -, che ha tre birre in cartellone: una ale bionda, una scura e una al castagno e achillea. Nella fattispecie ho riassaggiato la scura Otello, perché a Gorizia non mi aveva convinta, avendomi dato l'impressione di una tostatura sbilanciata che cadeva nel bruciato; in realtà mi sono ricreduta, e grazie alla descrizione che me ne ha fatto Renzo ho avuto modo anche di spiegarmi quella nota finale di un tostato di genere indescrivibile data dal farro non maltato - "non riesco a fare le cose normali", ha ammesso . Di più ho apprezzato però la Cjastine: l'amaro del miele di castagno e l'achillea si sposano perfettamente sia all'aroma che al palato, lasciando una leggera punta dolce soltanto nel corpo, per chiudere con l'amaro dato non dal luppolo ma dallo sposalizio di cui sopra. Una birra al miele alquanto originale ed equilibrata, nonché la meno dolce che abbia mai provato - e del resto devo dire che, aggiungendo anche Jeb e Benaco 70, di birre al miele ben fatte a Pordenone ce n'erano.

Il terzo birrificio in realtà l'avevo già incontrato a Milano, ma non avevo avuto modo di assaggiare le loro birre: il San Biagio di Nocera Umbra, nato al'linterno dell'azienda agricola biologica del monastero di San Biagio. Il loro panorama produttivo è abbastanza vasto e va dalla pils, alla weizen, alla strong alle; io ho provato la Monasta - che si vanta di appartenere ad un "nuovo stile birrario ispirato alle antiche tecniche produttive dei monaci trappisti" -, un'ambrata con miele e alloro. Anche in questo caso l'alloro è usato sapientemente per bilanciare il miele, che pur rimanendo preponderante sia all'aroma che nel corpo, lascia poi spazio ad una chiusura più amara e secca. Da consigliare appunto a chi ama i generi belgi, patiti dell'amaro astenersi (nonostante l'alloro).

Da ultimo mi sono fermata allo stand dei simpatici ragazzi abruzzesi che distribuivano le birre di Opperbacco, La Casa di Cura e Bibibir; più una white ipa che i due brassano in beerfirm al Bibibir con il nome di Big Hop. A questo punto non potevo non provare quella che, perdonatemi la semplicità, definirei "una birra tranquilla tranquilla": luppolatura fresca e floreale, corpo esile e beverino, e una chiusura di un discreto amaro citrico - da bere in quantità nelle giornate estive.

Che altro dire, ora mi e ci aspetta un altro weekend a Pordenone: per chi è da quelle parti, e per chi da quelle parti volesse venire di proposito, vi aspetto!