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giovedì 6 luglio 2017

Novità in casa Grana 40

Da tempo non avevo occasione di incontrare Emanuele Beltramini di Grana 40, né di assaggiare le sue birre; e l'occasione è arrivata quando mi ha annunciato di avere pronta per la commercializzazione la nuova white ipa (di cui già avevo provato un'anteprima un paio d'anni fa), la Mar Bianco, nonché importanti notizie in merito alla tanto agognata trasformazione da beer firm in birrificio. Diciamocelo: dopo diversi passaggi da un birrificio all'altro per fare le birre, un paio di progetti poi non concretizzatisi per avviare il proprio stabilimento, con conseguenti freni allo sviluppo dell'attività (tanto appunto che la Mar Bianco è arrivata soltanto ora sul mercato), ammetto che m'è scappato un "Chissà che questa sia la volta buona": fortunatamente ad Emanuele non manca l'ironia, e anche da parte sua la cosa è finita con una risata.

A parte gli scherzi, comunque, questa volta qualcosa di più concreto c'è. Emanuele e soci, dopo l'allargamento della compagine societaria (e anche qui ritorna quanto appena affermato nell'ultimo post, e giuro che l'ho scritto prima di parlare con Emanuele), hanno individuato nei pressi di Cividale del Friuli (Udine) il capannone in cui avrà sede il birrificio; capannone che peraltro ho avuto modo di vedere e che, date le notevoli dimensioni, sicuramente permetterà di pensare anche a qualcosa di più che al solo spazio dedicato alla produzione. I lavori sono in corso, ed è previsto che la cosa prenda forma definitiva nei prossimi mesi: non anticipo altro in quanto per ora si tratta unicamente di progetti, riservandomi di tornare sull'argomento una volta che il tutto sarà meglio definito. L'augurio, per il momento, non può essere che quello di cogliere al meglio quest'occasione per sviluppare appieno le potenzialità sia del birraio che di tutti i suoi collaboratori.

Siamo poi passati all'assaggio della Mar Bianco, definita in etichetta come white ipa - e da Emanuele più semplicemente blanche -, in quanto si tratta appunto di una base blanche a cui sono stati aggiunti luppolo Lemondrop e Denali (e del resto l'interesse per la sperimentazione con luppoli nuovi o inusuali è una delle caratteristiche distiintive di Grana 40). A dispetto della dicitura "ipa" nel nome, la componente agrumata e di frutta tropicale che caratterizza questi due luppoli rimane molto discreta all'aroma sotto la schiuma densa; e si amalgama con le leggere note speziate e di chiodi di garofano del lievito (nessuna spezia dichiarata in ricetta) e quelle di frumento tipiche dello stile senza sovrastarli: il che la rende del tutto identificabile come blanche, pur peculiare all'interno del genere. In bocca rimane in un primo momento evanescente, salvo poi ritornare in discreta forza con i toni di pane del frumento; e chiudere infine su un amaro leggermente citrico ma pulito e netto, pur non essendo particolarmente secca, senza lasciare persistenze agrumate. Nonostante abbia personalmente trovato lo stacco tra il corpo esile e il ritorno di cereale un po' troppo netto, la definirei una birra dissetante ed equilibrata, sia per come sono gestite le varie componenti dell'aroma che per la pulizia del finale.

Non ho invece potuto condividere la stessa impressione per l'ultima versione della blonde ale Mar Giallo, che al sorachi (originariamente usato in monoluppolo) accosta ora il luppolo sloveno styrian wolf: qui è infatti la frutta tropicale che caratterizza questa varietà (dal mango, alla papaya, al frutto della passione, all'ananas) ad imporsi nettamente in tutta la bevuta, dal naso, al palato, alla chiusura, lasciando in secondo piano le altre componenti. Personalmente l'ho quindi trovata troppo improntata su queste note; rimanendo comunque fermo il fatto che non vi ho percepito difetti e che, per gli appassionati del genere, sicuramente risulterà gradevolissima.

Ultima nota di merito va alla cucina e al servizio del Giona's, di cui anche questa volta sono rimasta soddisfatta con il "Percorso vegetariano" - pappa al pomodoro, patate alla tedesca, tortino di frittata con zucchine e timo, cordon bleu di melanzana con gorgonzola e cipollotti gratinati. Un grazie quindi al Grana 40 e al Giona's per la piacevole serata.

lunedì 27 giugno 2016

Dalla Corsica a Pordenone

Dopo una pausa dovuta a diversi impegni personali, mi risulta quasi difficile aggiornare sui vari viaggi fatti e birre degustate; comincio quindi in ordine cronologico, con la trasferta a Imperia per presentare il mio libro al Festival della Cultura Mediterranea. Uscita a cena la sera, ho avuto il piacere di essere accompagnata dagli organizzatori in un ristorante che teneva anche una carta delle birre - "Il melograno", per la cronaca -; e la mia scelta per accompagnare il pesce è caduta su una birra corsa, la Colomba della Brasseria Pietra. Trattasi - almeno così raccontano i diretti interessati - del primo birrificio ad avere aperto nell'isola, nel 1996; e prende il nome dal paese del fondatore, Pietraserena. Il repertorio del Pietra predilige le basse fermentazioni; tanto che lo è anche la Colomba, pur definita come "blanche" in quanto birra di frumento - ed è la prima volta, personalmente, che mi capita di bere una bira di frumento a bassa fermentazione. Ad incuriosirmi è stato soprattutto il fatto che fosse aromatizzata con le erbe della macchia mediterranea - corbezzolo, mirto e ginepro; che non risultano però invadenti al naso, in cui emergono di più le note di mele di castagno e soprattutto le componenti più "grezze" del cereale - e in questo credo la bassa fermentazione faccia il suo, sviluppando meno esteri rispetto ai lieviti usati per weizen e blanche. Anche in bocca la componente speziata risulta molto tenue, per lasciare piuttosto spazio ad un cereale quasi acidulo e rinfrescante al tempo stesso; solo sul finale ritornano più marcate le erbe aromatiche, con una chiusura che amalgama le componenti balsamiche, agrumate e una leggerissima nota di miele. Nel complesso fresca e dissetante - complice anche la carbonatazione, e decisamente originale nell'interpretare quella che è la vasta gamma delle birre di frumento - in altri temini: se volete una blanche tradizionalmente intesa, questa non fa per voi; se preferite qualcosa di più sperimentale e meno "ruffiano" rispetto a certe speziature che sembrano nate per stupire, fateci un pensierino.

Sulla via del ritono, come già raccontato, mi sono fermata a Reggio Emilia al'Arrogant Sour Festival; e da lì ho portato a casa come souvenir una Vedova Nera (no, non un ragno, io e l'aracnofobia siamo un tutt'uno) di Black Barrels. Come il nome lascia intuire, è una birra scura - una ale nello specifico -, maturata in botti di quercia e aromatizzata con amaro San Simone. La componente acida è ben marcata, ma la complessità e varietà degli aromi e dei sapori vanno a smorzarla notevolmente, facendola apparire meno pungente: dalla liquirizia, alla frutta secca e a quella sotto spirito, al tostato, alle erbe balsamiche, la rosa è assai vasta. Non la definirei forse "di ottima bevibilità" come da descrizione, però, per essere una birra di tale complessità, sa farsi bere senza risultare eccessiva già al secondo sorso, il che è un indubbio punto a favore.

Da ultimo, una nota per la blonde ale al mais cinquantino di Birra di Naon nella nuova ricetta: rispetto alla versione precedente colpisce in primo luogo l'aroma, con una luppolatura floreale abbastanza intensa, e la componente dolce del mais viceversa meno notevole e meglio amalgamata sia all'olfatto che al palato. Ho trovato differenze significative anche sul finale, decisamente più secco e senza persistenze dolci, risultando quindi più fresca e dissetante. Personalmente l'ho trovata più equilibrata rispetto alla versione precedente, e l'ho quindi trovata un passo avanti nell'evoluzione di questa birra. Con il caldo che è finalmente arrivato, poi, una birra dissetante da bere fresca fa sempre piacere...



lunedì 5 ottobre 2015

Gusti di Frontiera, capitolo primo: ricordati di santificare le feste...e anche il sabato

Già il fatto che il titolo del post dica "Capitolo primo" potrebbe farvi temere una lunga e tediosa serie; ma non preoccupatevi, le telenovelas le ho sempre odiate, per cui cercherò di mantenermi nei limiti dell'umano. In ordine rigorosamente casuale inizio quindi da una delle nuove conoscenze, il birrificio Sante Sabide di Fraforeano. Il nome deriva, come illustra a dovere il sito del birrificio agricolo in questione - nasce infatti dall'azienda agricola Bull DecArt - da "un'antica e ingenua santificazione dell'osservanza del sabato come giorno di festa in uso nelle campagne del Friuli, osservanza repressa in seguito nel XVII e nel XVIII secolo nella zona di Aquileia dai "Sabatari", pubblici ufficiali che comminavano multe ai contadini sorpresi ad osservare il riposo di sabato": e, incredibile a dirsi, "a Sante Sabide sono intitolati quasi una trentina di luoghi di culto sparsi per le campagne del territorio friulano, in genere collocati presso corsi d’acqua o sorgenti". Insomma, un birrificio che pur essendo giovane - ha infatti iniziato la produzione a marzo scorso - ha in qualche modo una storia dietro di sé.

Il Sante Sabide produce al momento tre birre (più una quarta stagionale, la birra alla zucca, che però non era disponibile in quel momento). La prima che ho assaggiato è stata la Blonde Ale, una bionda ad alta fermentazione - come dice il nome stesso - dal colore giallo dorato, leggermente opaca e con un buon cappello di schiuma. La luppolatura fresca e l'aroma floreale fanno da apertura al sorso che in bocca rimane delicato con una punta di dolce da malto, e che chiude poi con un amaro leggero e pulito: una birra semplice dai toni sobri e nel contempo decisamente piacevole, da bere in quantità nelle giornate assolate.


Diverso il discorso per le altre due birre, la Ipa e la Amber Ale. Anche qui la volontà è quella di "evitare gli eccessi" - nella fattispecie non avere una amber ale troppo dolce, né una ipa troppo amara -; ma si tratta di una ricerca di equilibrio ancora in corso, come del resto mi ha confermato anche il birraio. La amber ale infatti, pur mantenendo un corpo rotondo e con sentori di biscotto e caramello come da stile, pecca forse di toni erbacei e resinosi un po' troppo pungenti per quanto riguarda sia la luppolatura in aroma che quella in amaro; mentre la ipa predilige luppolature più dolci che danno sentori di frutta tropicale ed esaltano la maltatura che la discostano un po' dallo stile - per quanto le ipa siano ultimamente terreno delle sperimentazioni più audaci. Dato l'equilibrio già raggunto dalla Blonde Ale, comunque, le premesse per una promettente evoluzione anche delle altre due ci sono: sarà un piacere fare un nuovo pellegrinaggio alla "santa del sabato" tra qualche tempo...