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sabato 17 marzo 2018

In quel di Milano

Ho avuto il piacere di essere coinvolta anche quest'anno da Beergate nell'organizzazione della St. Patrick Week, il tour in Italia di birrifici artigianali irlandesi che la società di importazione e distribuzione organizza ogni anno per la festa di San Patrizio: ho quindi partecipato all'evento di lancio a La Belle Alliance a Milano, conoscendo così di persona sia un locale di cui da tempo mi si favoleggiava e i birrai dei due birrifici ospiti - Kinnegar e The White Hag (tralasciando l'incontro con il ministro, anzi la ministra irlandese agli affari giovanili Katherine Zappone e l'ambasciatore d'Irlanda in Italia Colm O'Floinn, ma solo perché non sono brassicolicamente rilevanti).


Al di là dei convenevoli e della presentazione degli eventi previsti per la settimana, l'occasione è stata naturalmente ghiotta per degustare le birre dei due birrifici in questione: volendone segnalare una per ciascun birrificio, giusto per par condicio, andrei su due scure (dato che paiono essere le più gettonate dai vari pub per festeggiare San Patrizio). Di Kinnegar ho provato la Black Bucket, versione scura della loro Rustbucket, una ale alle segale (unico birrificio in Irlanda a produrre stabilmente questa tipologia). Sia all'aroma che al palato la componente tostata, quasi abbrustolita, risalta in maniera notevole; potrebbe di primo acchito apparire quasi grezza, data anche la tendenza all'amaro, ma riserva poi una sorprendente virata verso una luppolatura fresca e fruttata (non a caso viene definita "black rye ipa") in quella che è una sorta di gioco al contrasto da parte del birraio. Interessante in abbinata con i crostini al salmone (offerti da Bord Bia, l'Ente per la promozione dei prodotti alimentari irlandesi, che ha collaborato all'evento) dato il corpo sufficientemente robusto da sostenere la forza del pesce affumicato e il finale quasi citrico che pulisce.

Di The White Hag segnalo la imperial oatmeal stout Black Boar (che tengo in mano nella foto sopra), e quando ho detto imperial stout ho detto tutto: dieci gradi alcolici, profumi e sapori di cioccolato che dominano insieme a quelli del caffè, densa e dolce, quasi cremosa, e dal forte calore alcolico. Il finale non concede tuttavia troppo al dolce, rendendo giustizia alla compenente tostata e bilanciando l'insieme. Ametto di averla provata quasi per caso insieme allo stufato di manzo (ottimo, peraltro) preparato dal cuoco de La Belle Alliance, ma si è rivelato un abbinamento indovinato, dato che le due componenti si "fondevano" insieme in bocca in una maniera inaspettatamente armoniosa.


Detto ciò, spendo due parole per una delle risposte datemi dai birrai durante l'intervista doppia che ho condotto. Rick Le Vert di Kinnegar (a sinistra nella foto sopra), quando ho chiesto quale fosse a loro modo di vedere la più grande opportunità che il mercato italiano presenta ad un birrificio estero, ha affermato: "Vedo nei publican una passione e una professionalità che in Irlanda, purtroppo, non vedo più. E questa professionalità e questa passione si riversano sul pubblico: il numero di intenditori, data anche la tradizione enogastronomica italiana, è probabilmente più alto qui che in qualsiasi altro Paese". La domanda, quindi, sorge spontanea: quanti sono i publican che sono consapevoli di avere un ruolo ancor più centrale di quello dei birrifici stessi nel promuovere la fantomatica "cultura della birra artigianale", dato che sono loro ad essere effettivamente sul territorio? Quanti i birrifici e i distributori che investono in formazione dei loro clienti? Naturalmente ce ne sono, dato che già da qualche tempo si è ravvisata questa necessità, ma non sono certo la maggioranza - e del resto non tutti avrebbero le risorse per farlo. Diventa una volta di più lecito però chiedersi se non valga la pena privilegiare questo canale rispetto ad altri, a fronte di ricadute potenzialmente più ampie.

Ringrazio Bord Bia per le foto e La Belle Alliance per l'ospitalità.

venerdì 30 ottobre 2015

Le fatine dell'Expo

Mi ero sempre annoverata, se non tra le fila dei no Expo, quantomeno tra quelle dgli scettici; sabotare no, per carità, ma nemmeno andarci, a vedere sto carrozzone mettendosi in fila come pecoroni - ho maniere migliori di impiegare il mio tempo, grazie. Alla fine però mi sono fatta trascinare, e così mercoledì scorso mi sono trovata allegramente non "tra" le fila ma "in" fila, insieme a tanti altri - no, l'accredito stampa non fa miracoli, inutile che inveiate contro i soliti giornalisti che entrano gratis ovunque senza problemi.

Vi risparmio il resoconto dei vari padiglioni con più o meno coda (anche se il criterio di scelta è stato rigorosamente quello del "no o ai timp di piardi", come dicono i friulani, "non ho tempo da perdere"); fatto sta che, quando ormai stanchi e in calo di entusiasmo stavamo per intraprendere la lunga camminata verso l'uscita, Enrico ha proposto di entrare in uno dei padiglioni vicini a palazzo Italia, in cui erano esposti e venduti alcuni prodotti tipici. Ed è stato lì che è finalmente comparso ciò che già da qualche ora agognavamo per ristorarci, ossia la birra. Abbiamo infatti conosciuto l'agribirrificio Le Fate di Comunanza (Ascoli Piceno), che prende il nome da una leggenda dei Monti Sibillini, dove il birrificio è nato quattro anni fa. Ad unirsi è stata l'esperienza del birraio e sommelier Mauro Masacci e dell'agricoltore Antonio Dionisi, che appoggiandosi alla malteria Cobi di Ancona utilizzano l'orzo coltivato in loco per brassare - 700 ettolitri annui circa.

Ad accogliermi allo stand sono stati i simpaticissimi Roberto Testa e Fabio Gabrielli, che mi hanno illustrato le birre disponibili - oltre che coinvolta in un'appassionata discussione sull'ortodossia degli stili, che penso ricorderò a lungo con piacere. Abbiamo iniziato con La Sibilla, una ale chiara e semplice, dagli aromi floreali e corpo leggero. La chiusura è pulita, complice anche una punta di acido che accompagna la luppolatura delicata. Abbiamo poi proseguito con la Ladeisi, un'altra ale chiara aromatizzata alla mela rosa. L'acido leggero al naso, in cui il luppolo è pressoché assente, apre ad un corpo ben pieno - grazie anche all'aggiunta di grano - in cui la mela non è affatto sovrastante, ma contrbuisce ad una nota elegante tra il dolce e l'acido che ben si armonizza con l'insieme. Oltretutto la mela rosa dei Sibillini è presidio Slow Food, e la stessa Slow Food ha dato alla Ladeisi il titolo di Birra Quotidiana. Da ultimo la Lalcina, una ale dal colore ramato, che presenta degli aromi speziati dal lievito a cui si aggiungono quelli della buccia di bergamotto. Il corpo caldo conduce ad una chiusura caramellata ma non stucchevole, complice anche il bilanciamento dato dall'agrume.

Nel complesso, tre birre che ho gradito; e che mi hanno lasciato un buon ricordo di una giornata passata a sgomitare a fare code tra i padiglioni...

martedì 7 aprile 2015

Un viaggio sui colli senesi

Si sa che una delle doti dei cronisti è la velocità; e devo ammettere che stavolta su questo fronte ho lasciato a desiderare, dato quella di cui sto per parlare è una conoscenza che risale a Fa' la cosa giusta - la fiera del consumo critico, chi non sapesse di che cosa si tratta clicchi qui - gli scorsi 13, 14 e 15 marzo. Poco male comunque in questo caso, dato che il birrificio in questione è (fortunatamente) ancora in attività; e la bella stagione in arrivo potrebbe costiture un ottimo incentivo alla visita.

Trattasi infatti di un birrificio agricolo, La Stecciaia, adagiato sulle crete senesi a Rapolano Terme e nato da poco all'interno dell'azienda agricola Podere del Pereto: questo è stato la base perché l'agricoltore e mastro birraio Claudio D'Agnolo (nella foto) mettesse a frutto la sua lunga esperienza di homebrewer partendo dai cereali coltivati in azienda secondo il metodo biologico da quasi vent'anni, così che La Stecciaia può vantarsi di essere il primo birrificio agricolo ad ottenere la certificazione biologica in Toscana. Il nome stesso, del resto, vuol essere segno del legame con la terra: le "stecce", in quel di Siena, stanno ad indicare i resti della paglia piantati nel terreno dopo il taglio dei cereali.

Mastro Claudio ha - almeno per ora - tre birre all'attivo, ma tutte quante con la loro caratteristica peculiare che le lega al podere in cui nascono. Alla Farzotta, una ale dal colore quasi ramato e dagli aromi intensi di banana e pera, viene aggiunto il farro dicocco coltivato al Pereto: il risultato è una birra che in bocca è un tripudio di cereale, con sentori che vanno dalla crosta di pane al miele; e che riserva una sopresa nel finale, in cui il luppolo arriva in maniera inaspettata a bilanciare la dolcezza del corpo pur senza soverchiarla.

Ancor più peculiare è la Senatrice, una saison di ispirazione belga, con l'aggiunta di una particolare varietà di grano duro - la "Senatore Cappelli", da cui prende il nome: all'olfatto mi ha ricordato quasi una blanche, con la schiuma abbondante a racchiudere i profumi di chiodi di garofano, fiori e agrumi; in bocca e nel finale risulta però nettamente più secca e con toni speziati che Claudio ha spiegato essere dati dal lievito, per chiudere con quelli erbacei dei luppoli.

Da ultima ho provato la Mandarina B., ispirata alle Golden Ale, con l'aggiunta di avena e il tocco del dry hopping con la varietà di luppolo Mandarina Bavaria: luppolo che le dà non solo il nome ma anche le intense note agrumate che questo suggerisce, e che oltre ad essere ben presenti all'aroma ritornano soprattutto nel finale; lasciando un amaro acre ma assai dissentante, dopo i brevi tocchi di malto del corpo.

Nel bilancio finale, direi che non posso non spezzare una lancia a favore de La Stecciaia: non solo perché le birre sono di qualità - complice, oso credere, quella delle materie prime -, ma anche perché il mastro birraio è riuscito a dare il suo tocco di unicità partendo da queste ultime senza strafare. Un equilibrio che, come già più volte mi sono trovata a dire, non tutti riescono a raggiungere e mantenere.

giovedì 9 gennaio 2014

Il birraio dell'anno

Il 3 gennaio al Lambiczoon di Milano si sono tenute le premiazioni del concorso "Birraio dell'anno", che aveva stuzzicato la mia curiosità visto che conoscevo tre dei cinque birrifici che hanno partecipato: il Foglie d'Erba, il Birrificio del Ducato e l'Extra Omnes. Se dei primi due conoscevo bene anche le birre che hanno presentato - la Freewhilin' Ipa, di cui ho parlato in questo post, e la Verdi, una della stout che ricordo con maggiore affetto - dell'ultimo non conoscevo la Bloed, aromatizzata alla ciliegia (avendo provato con somma soddisfazione solo la Migdal Bavel): e guarda caso è stata proprio questa a vincere, imponendomi di colmare questa terribile lacuna. Cosa che purtroppo devo ancora fare, dato che non sono riuscita a trovarla: ma ho rimediato con la Zest, che ha vinto il primo premio nel 2011 al Beer Festival di Milano, e ho così comunque onorato il birraio vincitore Luigi d'Amelio (nella foto).

Indubbiamente al concorso deve aver guadagnato parecchi punti sull'aroma: deciso e pungente, che unisce l'erbaceo ai sentori di frutta (personalmente ho sentito in particolar modo la pera). Le premesse quindi erano buone: bastava non aspettarsi che tutti questi profumi trovassero corrispondenza nel gusto, che a dire il vero mi ha lasciata un po' perplessa perché tende a dissolversi subito. La nota caratteristica della Zest è comunque l'amaro insolitamente persistente: se vi piacciono le birre ben secche, che rimangono in bocca lasciando una sensazione dissetante anche ben dopo averle bevute, questa fa per voi. Va detto che ero particolarmente assetata dopo una giornata sugli sci, e davvero mi è scesa che era un piacere (complice anche la gradazione alcolica bassa, appena 5 gradi, e il corpo leggero): anche per questo probabilmente non mi ha dato fastidio "l'amaro in bocca", anzi, una volta tanto l'ho apprezzato contrariamente alle mie abitudini.

In quanto al concorso "Birraio dell'anno", vado male a pronunciarmi: conosco personalmente solo Gino Perissutti di Foglie d'Erba, e anche in quanto a birre, come già detto, ne avevo provate solo due. Ciò che posso dire, però, è che la scelta deve essere stata difficile: sia la Freewheelin' che la Verdi sono dei pezzi da novanta, come si suol dire, e posso quindi immaginare che le altre non siano da meno. Per la cronaca, al secondo posto si è piazzato Giovanni Campari del Birrificio del Ducato, al terzo Nicola Perra del Barley di Maracalagonis (Cagliari), al quarto Riccardo Franzonis del Montegioco (Alessandria), e al quinto il buon Gino: vincitore peraltro nel 2011,così come Franzonis lo era stato nel 2009. Certo si potrebbe dire che si tratta di un circolo di habitués: ma il fatto che ci sia un certo "ricambio al vertice" in quanto a classifica può a sua volta significare che un concorso di questo genere stimola una sana competizione. E se i risultati sono questi, ben venga...