Rieccomi, dopo un lungo silenzio - giusto per citare il titolo del mio ultimo post. Non starò a sciorinare scuse del tipo "quanto ho dovuto lavorare", vi basti sapere che non ho trovato le risorse né temporali né di concentrazione per scrivere: per cui non mi dilungo oltre.
A darmi l'occasione per tornare su queste pagine è stata ancora una volta la buona vecchia (in senso affettuoso) birraia Matilde, che ha organizzato una degustazione Alla Brasserie di Tricesimo invitando ben due mastri birrai: Severino Garlatti Costa, del birrificio omonimo di Forgaria, e Gino Perissutti, del birrificio Foglie d'Erba di Forni di Sopra. Dato che la cosa sarebbe caduta in concomitanza con il compleanno di Enrico, la coincidenza era perfetta.
Oltre ad aver finalmente avuto l'occasione di assaggiare i cjarsons direttamente dalla Carnia (non furlanofoni, cliccate qui), la parte più interessante della serata è stata il dialogo con Gino e Severino: perché, diciamocelo, sorseggiare una birra mentre qualcuno ti spiega quello che stai facendo e come l'ha prodotta ti apre un mondo - oltre a costringerti a far finta di conoscere la differenza tra i diversi tipi di malto - e rende il tutto non soltanto una bevuta, ma una vera e propria esperienza culturale - e quindi meglio non esagerare, sennò poi da brillo non ti ricordi più nulla.
La serata è iniziata con la Saison di Foglie d'Erba, abbinata appunto ai cjarsons: sei gradi e non sentirli, dato che la filosofia di Gino prevede che "La birra ideale è quella che puoi bere quasi senza pensarci" (almeno fino al giorno dopo, chiaro). Del resto, qualche trucco aiuta: "Meglio non mettere troppo zucchero, come nelle birre belghe - ha consigliato - perché è quello che poi te la fa pesare". Ah, ecco perché in Belgio mi svegliavo sempre col mal di pancia. Per quanto avessi timidamente ammesso che le birre di quel genere, con una punta di acido, non sono tra le mie preferite, non ho potuto alla fine che mostrargli il bicchiere vuoto: insomma proprio così male non era, anche se a detta di Gino sarebbe mancata ancora qualche settimana di maturazione.
Più vicino ai miei gusti avrebbe in teoria dovuto essere la seconda birra, la Babel (sempre di Foglie d'Erba), una pale ale in stile inglese che ha ricevuto diversi riconoscimenti: ma devo ammettere che, specie se in abbinamento con un piatto degustazione - in questo caso frittata alle erbe, opera di Matilde - apprezzo di più qualcosa con un gusto meno deciso e in cui si senta meno l'alcol - anche se, paradossalmente, è meno alcolica della Saison. Ad ogni modo buonissima, sia chiaro.
Tra le opere di Severino ho invece avuto modo di provare la Lupus, una birra chiara, ben luppolata e asciutta. Non male, ma nulla in confronto alla Liquidambra che avevo assaggiato qualche tempo prima e che ricordo con estremo piacere: un'ambrata - come dice il nome stesso - che, pur con un principio quasi caramellato, lascia un contrasto luppolato nel retrogusto decisamente sorprendente.
Tutto questo è successo nel corso di una lunga chiacchierata, in cui ho avuto modo di farmi raccontare come lavorano i due birrifici e le filosofie di produzione - con tanto di dibattito tra Gino, accanito avversario dello stile belga, e Severino, che invece non lo disdegna: due realtà artigianali che lavorano su piccoli volumi - per quanto Foglie d'Erba arrivi a circa 2000 litri l'anno - e che per la promozione e la distribuzione si basano soprattutto sul web e sul contatto diretto con il cliente. "Entrare nella rete di distribuzione e mantenerla non è facile - ha ammesso Gino - per cui sfruttiamo soprattutto i circuiti di appassionati: un prodotto buono e fatto con passione non conosce crisi". Del resto, l'essere piccoli consente anche di sperimentare, uno dei passatempi preferiti di Severino: "Cerco continuamente nuove ricette usando anche i prodotti locali - ha raccontato - e i risultati sono sempre una sorpresa: essendo un prodotto artigianale, la stessa birra può variare anche considerevolmente da cotta a cotta".
Se poi si crede che tra i birrai ci sia grande rivalità, bastava vederli bere convivialmente attorno allo stesso tavolo per ricredersi: del resto i due hanno anche brassato insieme, e Foglie d'Erba ha collaborato con altri birrifici come Opperbacco, Dada, Busker's e Derek Walsh. Da ricordare poi è che i primi a consigliare di non esagerare sono proprio i produttori: come si legge nella brochure di Foglie d'Erba, "Promuoviamo un consumo moderato e consapevole: la birra buona è arte, non va sprecata". Prosit!
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
venerdì 17 maggio 2013
Cjarsons e bire, benvignude in Friul
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domenica 14 aprile 2013
Udine, il tempo del silenzio
Si sa che uno dei grandi mali nel giornalismo è l'autocitazione; e in effetti, al di là del narcisismo connaturato alla nostra razza, riconosco che non è una gran bella abitudine. Dato che ho però ricevuto diversi solleciti in questo senso, vengo meno ai miei principi postando qui un articolo scritto per Città Nuova: Udine, il tempo del silenzio.
Sono righe nate dall'esperienza fatta questa settimana, in seguito all'omicidio di Mirco Sacher: una storia poco chiara, sulla quale ancora non si è fatta luce. Come spiego nel testo, mi era stato chiesto un articolo in merito, ma ho ritenuto che, in questo caso di specie, fosse meglio tacere - leggendo capirete il perché.
Per carità, non pretendo di pontificare su come i giornali molto spesso farebbero meglio a stare zitti, sulla sovraesposizione mediatica delle famose tre S - sesso, soldi e sangue - e via discorrendo: se ne è parlato già troppo, e non avrei nulla da aggiungere. L'intento è solo quello di condividere le ragioni di una scelta, perché credo che anche questo sia un contributo valido verso i lettori di un giornale. Buona lettura.
Sono righe nate dall'esperienza fatta questa settimana, in seguito all'omicidio di Mirco Sacher: una storia poco chiara, sulla quale ancora non si è fatta luce. Come spiego nel testo, mi era stato chiesto un articolo in merito, ma ho ritenuto che, in questo caso di specie, fosse meglio tacere - leggendo capirete il perché.
Per carità, non pretendo di pontificare su come i giornali molto spesso farebbero meglio a stare zitti, sulla sovraesposizione mediatica delle famose tre S - sesso, soldi e sangue - e via discorrendo: se ne è parlato già troppo, e non avrei nulla da aggiungere. L'intento è solo quello di condividere le ragioni di una scelta, perché credo che anche questo sia un contributo valido verso i lettori di un giornale. Buona lettura.
venerdì 12 aprile 2013
Tasse alle imprese, quando le percentuali non tornano
Complice la campagna elettorale di fatto mai conclusa, e diversi avvenimenti sia di cronaca che nell'agone politico legati a questioni fiscali, da qualche tempo la tassazione che pesa sulle tasche degli italiani - e soprattutto delle imprese - sta tornando a ricevere i più o meno meritati strali. Le stime sulla pressione fiscale non sono sempre concordi, anche perché i metodi usati per calcolarla non sempre coincidono; ammetto, non avendo fatto studi di economia, di non avere la competenza per giudicare quali siano più o meno attendibili, per cui non azzardo pareri su quale di queste percentuali sia più vicina alla realtà.
Ho trovato tuttavia particolarmente istruttivo andare a spulciare il rapporto Paying taxes 2013 di Doing Business, progetto della Banca Mondiale, sul carico fiscale alle imprese. Lo studio mette a confronto i vari Paesi del mondo, raggruppati per area geografica, prendendo in considerazione tre aspetti: il numero medio di pagamenti che un'impresa deve effettuare, le ore di lavoro necessarie a tal fine, e il carico fiscale complessivo in percentuale. Secondo quanto si legge, a livello mondiale un'azienda si trova a fare in media 27 pagamenti all'anno, impiegando 267 ore di lavoro, per un carico fiscale medio del 44%; ce la passiamo un po' meglio in Europa, dove bastano in media 13 pagamenti e 184 ore, devolvendo al fisco "solo" il 42% della base imponibile.
Andando a vedere l'Italia, però, c'è di che stupirsi: se infatti il numero di pagamenti annuali è 15 - quindi non singificativamente sopra la media -, deve essere particolarmente difficile districarsi tra le scartoffie, dato che servono 269 ore. Ancor più strabiliante è la pressione fiscale sulle imprese, che la Banca Mondiale stima addirittura al 68%, la più alta del continente: a titolo di esempio - al di là dell'isola felice del Lussemburgo con il 21%, e di Cipro, il cui 23% non ha risparmiato ben altri guai - la Germania è al 46,8%, il Regno Unito al 35,5%, la Spagna al 38,7%; solo la Francia e l'Estonia ci sono vicine, con il 66 e 67% rispettivamente, tutti gli altri ci staccano di almeno 10 punti.
Ancor più istruttivo è però forse andare a vedere la scomposizione di queste tasse: a fare la parte del leone sono infatti le imposte sul lavoro, che pesano da sole per il 43,4%. Vero è che Francia e Belgio arrivano al 50%; ma tutti gli altri Paesi hanno tassazioni nettamente inferiori sulle buste paga, fino al 3,6% della Danimarca. Relativamente alte anche le imposte sugli utili, con il 22,9% - soltanto Malta e la Norvegia le hanno poco più alte. Ribadisco, mi esimo da giudizi perché non ne ho le competenze; ma, appunto per la mia ignoranza, il fatto che ci discostiamo significativamente da buona parte d'Europa con queste percentuali, qualche domanda me la fa nascere.
Ho trovato tuttavia particolarmente istruttivo andare a spulciare il rapporto Paying taxes 2013 di Doing Business, progetto della Banca Mondiale, sul carico fiscale alle imprese. Lo studio mette a confronto i vari Paesi del mondo, raggruppati per area geografica, prendendo in considerazione tre aspetti: il numero medio di pagamenti che un'impresa deve effettuare, le ore di lavoro necessarie a tal fine, e il carico fiscale complessivo in percentuale. Secondo quanto si legge, a livello mondiale un'azienda si trova a fare in media 27 pagamenti all'anno, impiegando 267 ore di lavoro, per un carico fiscale medio del 44%; ce la passiamo un po' meglio in Europa, dove bastano in media 13 pagamenti e 184 ore, devolvendo al fisco "solo" il 42% della base imponibile.Andando a vedere l'Italia, però, c'è di che stupirsi: se infatti il numero di pagamenti annuali è 15 - quindi non singificativamente sopra la media -, deve essere particolarmente difficile districarsi tra le scartoffie, dato che servono 269 ore. Ancor più strabiliante è la pressione fiscale sulle imprese, che la Banca Mondiale stima addirittura al 68%, la più alta del continente: a titolo di esempio - al di là dell'isola felice del Lussemburgo con il 21%, e di Cipro, il cui 23% non ha risparmiato ben altri guai - la Germania è al 46,8%, il Regno Unito al 35,5%, la Spagna al 38,7%; solo la Francia e l'Estonia ci sono vicine, con il 66 e 67% rispettivamente, tutti gli altri ci staccano di almeno 10 punti.
Ancor più istruttivo è però forse andare a vedere la scomposizione di queste tasse: a fare la parte del leone sono infatti le imposte sul lavoro, che pesano da sole per il 43,4%. Vero è che Francia e Belgio arrivano al 50%; ma tutti gli altri Paesi hanno tassazioni nettamente inferiori sulle buste paga, fino al 3,6% della Danimarca. Relativamente alte anche le imposte sugli utili, con il 22,9% - soltanto Malta e la Norvegia le hanno poco più alte. Ribadisco, mi esimo da giudizi perché non ne ho le competenze; ma, appunto per la mia ignoranza, il fatto che ci discostiamo significativamente da buona parte d'Europa con queste percentuali, qualche domanda me la fa nascere.
martedì 2 aprile 2013
Il diritto al numero chiuso
Parlate con un qualsiasi membro di un'associazione studentesca: nove su dieci vi dirà che il numero chiuso, previsto per sempre più facoltà, è una violazione del diritto allo studio, perché impedisce il libero accesso alle aule universitarie. Al di là dell'annoso problema dell'insufficienza di strutture e risorse che affligge molte università italiane, costringendo gli studenti a seguire le lezioni stipati come sardine in barba ad ogni norma sulla capienza massima delle aule, o addirittura - come è capitato alla sottoscritta - a sostenere un esame da non frequentante semplicemente perché non era stato possibile stipendiare un docente, a porre un limite alle iscrizioni accettate sono in molti: dagli Stati Uniti, dove la selezione è operata di solito sulla base del curriculum e dei test standardizzati, all'Australia, dove dipende dai corsi frequentati alla scuola superiore, l'intento di mantenere una buona qualità della didattica ammettendo i migliori o presunti tali - o banalmente soltanto gli studenti che si è in grado di gestire in base alle risorse disponibili - non è generalmente visto come una violazione dei diritti umani.
Eppure così la pensano alcuni in Italia: è di oggi la notizia della sentenza emessa dalla Corte Europea dei diritti umani di Starsburgo, che si è pronunciata sul ricorso di Tarantino et alteri contro il nostro Paese stabilendo che il numero chiuso non viola il diritto allo studio sancito dalla Convenzione europea dei diritti umani. E fino a qui, direte, niente di che: se ne discute da tanto, evidentemente i giudici la pensano così.
Più istruttivo è però andare a leggere il testo del ricorso. Si scopre così che gli otto ricorrenti sono nati «tra il 1966 e il 1988»: ohibò, mi sono detta: o il caso va avanti dalla notte dei tempi, o si tratta di gente - esclusi i più giovani - che l'età dello studio l'ha passata da un pezzo. Proseguiamo nella lettura: no, costoro avevano sostenuto l'esame di ammissione a medicina e a odontoiatria tra il 2007 e il 2009, quindi abbastanza recentemente. Vedendo poi le violazioni lamentate, oltre a quella già citata del diritto allo studio, c'è anche quella del diritto ad un equo processo perché il giudice italiano non aveva investito della questione la Corte europea, nonché del principio di non discriminazione, in quanto «gli studenti più giovani sarebbero più avvantaggiati nei test di ammissione» (forse perché più freschi di studi? Non si sa, il ricorso non lo dice). Insomma, gli otto si sono forse un po' allargati.
E vedendo ciò che i giornali dicono su questi otto, in effetti, c'è di che rimanere perplessi: uno avrebbe fallito per tre volte l'ammissione a medicina a Palermo, altri sei quello ad odontoiatria, e uno sarebbe stato allontanato dalla stessa facoltà dopo non aver dato esami per otto anni. Insomma, non propriamente un campione statistico significativo per giudicare se il numero chiuso sia o meno un reale ostacolo al diritto allo studio.
Tutto questo per dire che forse non dobbiamo lasciarci distrarre da casi come questo nel dibattito sulla questione, dimenticando i veri nodi da sciogliere: il diritto allo studio rimarrà ben poco effettivo finché le aule saranno così affollate - tanto più se da gente che non sosterrà mai un singolo esame - da non riuscire nemmeno ad entrarvi fisicamente, né un'eventuale selezione sarà efficace finché nei test di ammissione a medicina verrà chiesto il nome dell'ultima miss Italia. Insomma, le questioni di principio servono a poco, finché si scontrano con una realtà di questo genere.
Eppure così la pensano alcuni in Italia: è di oggi la notizia della sentenza emessa dalla Corte Europea dei diritti umani di Starsburgo, che si è pronunciata sul ricorso di Tarantino et alteri contro il nostro Paese stabilendo che il numero chiuso non viola il diritto allo studio sancito dalla Convenzione europea dei diritti umani. E fino a qui, direte, niente di che: se ne discute da tanto, evidentemente i giudici la pensano così.
Più istruttivo è però andare a leggere il testo del ricorso. Si scopre così che gli otto ricorrenti sono nati «tra il 1966 e il 1988»: ohibò, mi sono detta: o il caso va avanti dalla notte dei tempi, o si tratta di gente - esclusi i più giovani - che l'età dello studio l'ha passata da un pezzo. Proseguiamo nella lettura: no, costoro avevano sostenuto l'esame di ammissione a medicina e a odontoiatria tra il 2007 e il 2009, quindi abbastanza recentemente. Vedendo poi le violazioni lamentate, oltre a quella già citata del diritto allo studio, c'è anche quella del diritto ad un equo processo perché il giudice italiano non aveva investito della questione la Corte europea, nonché del principio di non discriminazione, in quanto «gli studenti più giovani sarebbero più avvantaggiati nei test di ammissione» (forse perché più freschi di studi? Non si sa, il ricorso non lo dice). Insomma, gli otto si sono forse un po' allargati.
E vedendo ciò che i giornali dicono su questi otto, in effetti, c'è di che rimanere perplessi: uno avrebbe fallito per tre volte l'ammissione a medicina a Palermo, altri sei quello ad odontoiatria, e uno sarebbe stato allontanato dalla stessa facoltà dopo non aver dato esami per otto anni. Insomma, non propriamente un campione statistico significativo per giudicare se il numero chiuso sia o meno un reale ostacolo al diritto allo studio.
Tutto questo per dire che forse non dobbiamo lasciarci distrarre da casi come questo nel dibattito sulla questione, dimenticando i veri nodi da sciogliere: il diritto allo studio rimarrà ben poco effettivo finché le aule saranno così affollate - tanto più se da gente che non sosterrà mai un singolo esame - da non riuscire nemmeno ad entrarvi fisicamente, né un'eventuale selezione sarà efficace finché nei test di ammissione a medicina verrà chiesto il nome dell'ultima miss Italia. Insomma, le questioni di principio servono a poco, finché si scontrano con una realtà di questo genere.
mercoledì 27 marzo 2013
Marò, Vasco l'aveva detto
In questi giorni il caso dei marò è tornato a tenere banco, soprattutto dopo che è di fatto costato la poltrona di ministro degli esteri - per quanto ormai in scadenza - a Terzi di Sant'Agata; e peraltro siamo pure in buona compagnia, dato che una vicenda simile pare stia capitando a due marinai tedeschi.
Ammetto che la cosa non mi ha mai appassionata più di tanto, dato che non nutro un particolare interesse personale in materia; eppure non ho potuto fare a meno di sorridere quando sono capitata, navigando tra i meandri di YouTube, in una canzone di Vasco che non conoscevo: (Quello che ho da fare) Faccio il militare. In tempi non sospetti quali il 1979, il rocker di Zocca racconta di un militare che scrive a sua madre prima di tornare per Natale, e conclude dicendo «Non siamo mica gli americani/che loro possono sparare agli indiani/vacca gli indiani». Profetico, si direbbe. Ok, questi erano altri indiani, e chiaramente si impone cautela nello stabilire colpe e meriti su una questione ancora non del tutto chiarita; però è quantomeno curioso pensare come, più di trent'anni dopo, qualcuno potrebbe trovarsi ad usare - pur in senso diverso - le stesse parole. Tanto più che si impone qualche considerazione su come qualcuno - magari appunto gli americani, vedi il caso Calipari - possa permettersi di sparare più o meno impunemente.
Per fugare ogni dubbio sul fatto che io ce l'abbia con gli indiani, comunque, preciso per correttezza che si tratta di «una canzone ironica nei confronti del servizio militare - cito Wikipedia -, che l'autore aveva terminato pochi mesi prima, riformato per abuso di psicofarmaci». Insomma, proprio tutta un'altra storia.
Ammetto che la cosa non mi ha mai appassionata più di tanto, dato che non nutro un particolare interesse personale in materia; eppure non ho potuto fare a meno di sorridere quando sono capitata, navigando tra i meandri di YouTube, in una canzone di Vasco che non conoscevo: (Quello che ho da fare) Faccio il militare. In tempi non sospetti quali il 1979, il rocker di Zocca racconta di un militare che scrive a sua madre prima di tornare per Natale, e conclude dicendo «Non siamo mica gli americani/che loro possono sparare agli indiani/vacca gli indiani». Profetico, si direbbe. Ok, questi erano altri indiani, e chiaramente si impone cautela nello stabilire colpe e meriti su una questione ancora non del tutto chiarita; però è quantomeno curioso pensare come, più di trent'anni dopo, qualcuno potrebbe trovarsi ad usare - pur in senso diverso - le stesse parole. Tanto più che si impone qualche considerazione su come qualcuno - magari appunto gli americani, vedi il caso Calipari - possa permettersi di sparare più o meno impunemente.
Per fugare ogni dubbio sul fatto che io ce l'abbia con gli indiani, comunque, preciso per correttezza che si tratta di «una canzone ironica nei confronti del servizio militare - cito Wikipedia -, che l'autore aveva terminato pochi mesi prima, riformato per abuso di psicofarmaci». Insomma, proprio tutta un'altra storia.
martedì 26 marzo 2013
Fare birra? Roba da donne
Come avevo anticipato nel post Un compleanno di...penitenza, mercoledì scorso mi sono lanciata, in qualità di giurata, nella gara delle birre artigianali - Home brewing contest, per gli anglofoni - organizzata dalla buona Matilde alla Brasserie di Tricesimo: i fortunati (o coraggiosi, dipende dai punti di vista) dovevano assaggiare tre diverse birre, accompagnate ciascuna da un (ottimo) piatto degustazione allo scopo di esaltarne il sapore, e dar loro un voto utilizzando la griglia di valutazione predisposta allo scopo.
Devo ammettere che, prima di mercoledì scorso, non mi ero mai resa conto di quanti parametri diversi siano da tenere da conto nel degustare una birra: se la prima - che aveva un aroma che ho giudicato poco attraente - mi ha lasciata poi piacevolmente sorpresa in quanto al gusto fresco, la seconda ha guadagnato piuttosto punti sul retrogusto, mentre la terza si distingueva per l'inconfondibile profumo di anice. Insomma, pur se a ciascuna per un aspetto diverso, avrei dato la palma del vincitore a tutte e tre. Ad ogni modo ho compilato con dovizia la scheda e l'ho infilata nell'urna, curiosa di assistere alla premiazione prevista per ieri sera.
E quale non è stata la mia sorpresa nel vedere che tra i mastri birrai non solo c'era una ragazza, ma che la sua birra aromatizzata all'anice, liquirizia e finocchio si è pure classificata prima, avendo guadagnato un sacco di punti in originalità. Chiamiamola, se vogliamo, fortuna - o abilità - dei principianti: Valentina, alla tenera età di 25 anni, è riuscita a spuntarla sui colleghi dopo appena un anno di esperienza, iniziata quando i suoi amici le hanno regalato un fermentatore per il compleanno. La prima birra è stata una nera stile guinness, riuscita bene nonostante i timori; poi sono seguite una serie di bionde e di rosse, con una spiccata preferenza per le aromatizzate. Finiti gli studi di conservazione dei beni culturali - «sì, lo so che non c'entrano niente» - intende prendere in mano l'azienda agricola dei genitori: magari inserendoci anche un microbirrificio artigianale, chissà, dato che pare abbiano successo. Tanto di cappello all'imprenditoria femminile, tanto più in settori tendenzialmente appannaggio degli uomini.
Per la cronaca, sul secondo gradino del podio è arrivata la birra numero due, una weizen rossa opera di Luigi; mentre il terzo posto è andato alla - comunque apprezzatissima - ale chiara brassata in società da Paolo e Tommaso. Ebbene sì, è propio vero: il giornalismo enogastronomico è uno dei settori più promettenti su cui lanciarsi...
Devo ammettere che, prima di mercoledì scorso, non mi ero mai resa conto di quanti parametri diversi siano da tenere da conto nel degustare una birra: se la prima - che aveva un aroma che ho giudicato poco attraente - mi ha lasciata poi piacevolmente sorpresa in quanto al gusto fresco, la seconda ha guadagnato piuttosto punti sul retrogusto, mentre la terza si distingueva per l'inconfondibile profumo di anice. Insomma, pur se a ciascuna per un aspetto diverso, avrei dato la palma del vincitore a tutte e tre. Ad ogni modo ho compilato con dovizia la scheda e l'ho infilata nell'urna, curiosa di assistere alla premiazione prevista per ieri sera.
E quale non è stata la mia sorpresa nel vedere che tra i mastri birrai non solo c'era una ragazza, ma che la sua birra aromatizzata all'anice, liquirizia e finocchio si è pure classificata prima, avendo guadagnato un sacco di punti in originalità. Chiamiamola, se vogliamo, fortuna - o abilità - dei principianti: Valentina, alla tenera età di 25 anni, è riuscita a spuntarla sui colleghi dopo appena un anno di esperienza, iniziata quando i suoi amici le hanno regalato un fermentatore per il compleanno. La prima birra è stata una nera stile guinness, riuscita bene nonostante i timori; poi sono seguite una serie di bionde e di rosse, con una spiccata preferenza per le aromatizzate. Finiti gli studi di conservazione dei beni culturali - «sì, lo so che non c'entrano niente» - intende prendere in mano l'azienda agricola dei genitori: magari inserendoci anche un microbirrificio artigianale, chissà, dato che pare abbiano successo. Tanto di cappello all'imprenditoria femminile, tanto più in settori tendenzialmente appannaggio degli uomini.
Per la cronaca, sul secondo gradino del podio è arrivata la birra numero due, una weizen rossa opera di Luigi; mentre il terzo posto è andato alla - comunque apprezzatissima - ale chiara brassata in società da Paolo e Tommaso. Ebbene sì, è propio vero: il giornalismo enogastronomico è uno dei settori più promettenti su cui lanciarsi...
lunedì 18 marzo 2013
Questo concorso non s'ha da fare, parte seconda
Curiosa coincidenza che qualche tempo fa si sia registrato un insolito traffico sul post "Questo concorso non s'ha da fare" esattamente nelle stesse ore in cui, per conto del Gazzettino, stavo approfondendo la cosa per un articolo. In altre parole, stavo tornando alla carica per avere qualche informazione in più, questa volta non come partecipante al concorso ma come giornalista.
Di solito, quando ci si presenta per conto di qualche giornale, i casi sono due: o (felice ipotesi numero uno) tutte le porte si aprono, o (infelice nonché più frequente ipotesi numero due) tutti diventano improvvisamente reticenti. In questo caso, fortunamentamente, si è verificata la felice ipotesi numero uno: così ho potuto parlare direttamente con Enrico D'Este, assessore alle risorse umane del Comune di Udine.
Ho quindi scoperto che a pensare male avevo sì fatto peccato, ma non ero andata lontana dal vero. L'assessore ha motivato la decisione con la mancata emanazione del decreto del governo sulla virtuosità degli enti locali, attesa per lo scorso 31 dicembre, che disciplina anche le possibilità di assunzione del personale: «Non è ancora chiaro se nel conteggio vanno comprese anche le società partecipate – spiega –, oltre al fatto che al momento non sappiamo se rientreremo nella fascia dei comuni “virtuosi”: in caso contrario, potremmo addirittura essere costretti a dei licenziamenti». In altre parole: non si sa se e quante persone il Comune potrà assumere, in base a parametri dipendenti da Roma. Ma anche se il governo desse il via libera c'è un altro problema, ossia la stretta ai trasferimenti dalla Regione per quasi 6 milioni di euro, di cui 600 mila destinati al personale: «Si tratta di un -5% sul bilancio di previsione 2013 rispetto al consolidato del 2012 – precisa d'Este –: le spese per il personale sono abbastanza rigide, attorno ai 35 milioni di euro, e non è facile recuperare le risorse che mancano. Le assunzioni bloccate inciderebbero per circa 250 mila euro». Insomma, non si sa se si può assumere, e anche se si può bisogna capire dove recuperare i soldi. Come prevedibile, inoltre, difficile dire quando questo decreto verrà emanato, data la situazione incerta uscita dalle urne che sta dando non pochi grattacapi nella formazione del prossimo esecutivo.
A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: tutti i concorsi bloccati erano stati banditi prima del 31 dicembre, ossia il termine entro cui si sarebbe presumibilmente saputo se quelle assunzioni sarebbero state effettivamente possibili (come testimonia il testo del bando): non sarebbe stato più sensato aspettare, invece di spendere dei fondi a quanto pare così preziosi per le prime fasi dei test?
Di solito, quando ci si presenta per conto di qualche giornale, i casi sono due: o (felice ipotesi numero uno) tutte le porte si aprono, o (infelice nonché più frequente ipotesi numero due) tutti diventano improvvisamente reticenti. In questo caso, fortunamentamente, si è verificata la felice ipotesi numero uno: così ho potuto parlare direttamente con Enrico D'Este, assessore alle risorse umane del Comune di Udine.
Ho quindi scoperto che a pensare male avevo sì fatto peccato, ma non ero andata lontana dal vero. L'assessore ha motivato la decisione con la mancata emanazione del decreto del governo sulla virtuosità degli enti locali, attesa per lo scorso 31 dicembre, che disciplina anche le possibilità di assunzione del personale: «Non è ancora chiaro se nel conteggio vanno comprese anche le società partecipate – spiega –, oltre al fatto che al momento non sappiamo se rientreremo nella fascia dei comuni “virtuosi”: in caso contrario, potremmo addirittura essere costretti a dei licenziamenti». In altre parole: non si sa se e quante persone il Comune potrà assumere, in base a parametri dipendenti da Roma. Ma anche se il governo desse il via libera c'è un altro problema, ossia la stretta ai trasferimenti dalla Regione per quasi 6 milioni di euro, di cui 600 mila destinati al personale: «Si tratta di un -5% sul bilancio di previsione 2013 rispetto al consolidato del 2012 – precisa d'Este –: le spese per il personale sono abbastanza rigide, attorno ai 35 milioni di euro, e non è facile recuperare le risorse che mancano. Le assunzioni bloccate inciderebbero per circa 250 mila euro». Insomma, non si sa se si può assumere, e anche se si può bisogna capire dove recuperare i soldi. Come prevedibile, inoltre, difficile dire quando questo decreto verrà emanato, data la situazione incerta uscita dalle urne che sta dando non pochi grattacapi nella formazione del prossimo esecutivo.
A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: tutti i concorsi bloccati erano stati banditi prima del 31 dicembre, ossia il termine entro cui si sarebbe presumibilmente saputo se quelle assunzioni sarebbero state effettivamente possibili (come testimonia il testo del bando): non sarebbe stato più sensato aspettare, invece di spendere dei fondi a quanto pare così preziosi per le prime fasi dei test?
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