Dopo la gita a Villach, che ho raccontato nel post "Ein Prosit", la voglia di riassaggiare la Villacher mi era rimasta. L'occasione si è presentata ieri, alla festa di Vernasso nelle valli del Natisone: molto più che una semplice sagra di paese, perché oltre agli usuali stand enogastronomici e affini comprende una lunga serie di manifestazioni e gare sportive - dal podismo alla mountain bike -, musica per tutti i gusti - con tanto di scuola di ballo caraibico gratuita - in una sei giorni di festa nella suggestiva cornice delle rive del Natisone, dove è anche possibile campeggiare. Insomma, ci siamo detti che valeva la pena fare un giro: così abbiamo scelto la serata conclusiva, con l'immancabile tombola e fuochi artificiali.
Bisogna dire che la nostra spedizione nelle valli non è iniziata sotto i migliori auspici, perché dopo settimane e settimane di siccità, proprio ieri sera il cielo ha ascoltato le unanimi preghiere del popolo accaldato ed è arrivata la pioggia: meno male che - come auspicabile in simili manifestazioni - era stato montato un ampio tendone sotto cui rifugiarsi, ma la serata ha perso buona parte della sua poesia naturalistica dovendo stare rintanati lì sotto.
Ciò che invece non ha assolutamente perso di poesia è stato il lato enogastronomico: al di là dell'ottima grigliata e del frico (non furlanofoni, cliccate qui), che hanno fatto la felicità del consorte - e anche la mia: per la prima volta ad una sagra ho trovato una coscia di pollo ben cotta e non unta -, la birra spinata ai chioschi era appunto la Villacher bionda. Per quanto nel mio precedente post avessi affermato che "Le Pils non sono il mio genere", devo dire che stavolta l'abbinamento col pollo alla griglia è stato una rivelazione: l'ha confermato il fatto che gli ultimi sorsi, bevuti quando ormai avevo finito di mangiare, non sono stati altrettanto apprezzati. Insomma, non sarà un tipico cibo austriaco, ma meglio così che con la Kirchtagssuppe, in barba ai puristi.
Chiaramente, dato che ci trovavamo nelle valli del Natisone, era d'obbligo la gubana: una sorta di focaccia ripiena di uvetta, mandorle, pinoli, noci, grappa (e la lista prosegue ancora a lungo...insomma, roba leggera) dalla preparazione così laboriosa che ancora oggi quella originale viene prodotta soltanto artigianalmente, nell'impossibilità di industrializzare un processo tanto complicato. A dire il vero, non ne vado pazza: ma dopo aver assaggiato quella fatta in casa al Carnevale di Rodda, che ancora oggi mi fa venire l'acquolina in bocca, ho deciso che valeva la pena di fare un altro tentativo. In realtà la tradizione vuole che la gubana venga bagnata con la grappa, per cui l'abbinamento con la birra non era proprio ortodosso (e ancor meno quello con l'aranciata, alla quale Enrico si è dovuto limitare per questioni di guida): ma non è stato male nemmeno così, e per quanto non si trattasse della miglior gubana mai sfornata da quelle parti - anche a detta dei locali, che hanno un più voce in capitolo di noi - non è stata una delusione.
La delusione invece, per gli amici che erano con noi, è stata la pesca di beneficenza: quindici biglietti e nemmeno uno vincente. Quando si dice "ritenta"...
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
mercoledì 14 agosto 2013
lunedì 12 agosto 2013
Una Kwak tra i pellerossa
Una delle cose che a me - e soprattutto a Enrico - manca del Belgio è la Kwak (o Quack, a seconda delle grafie), un'ambrata doppio malto ad alta fermentazione dall'incomparabile retrogusto amarognolo. Embè, direte voi, per trovarla, seppur a fatica, la si trova: il problema è che in Italia viene di solito commercializzata soltanto in bottiglia, perdendo il tocco della spinatura e soprattutto il gusto di berla nel caratteristico bicchiere ad ampolla, così sagomato per essere tenuto a cassetta dai cocchieri delle diligenze.
Sarà pur vero che molti paesini friulani sono degli autentici "buchi", ma perlomeno in quanto a birre non si scherza: e infatti poco distante da Udine si trova l'unico posto di nostra conoscenza a disporre per l'appunto di Kwak alla spina, il saloon birreria Mondelli di Flumignano. Come dice il nome stesso, stiamo parlando di un locale che ricorda il vecchio west: l'idea è stata del figlio del fondatore - soprannominato Mondello -, che alla fine degli anni settanta ha iniziato a trasformare il ristorante di famiglia spinto dalla passione per i cavalli e per la cultura dei pellerossa. Ne è uscito un vero e proprio saloon in legno e muri grezzi, con tanto di foto storiche originali recuperate direttamente negli Stati Uniti e sbalzi in rame di Philippe Goffe. Non credo gli indiani d'Amercia bevessero birra, ma è piacevole sorseggiare un buon bicchiere in un ambiente così originale, percursore di molti altri - tra cui diverse catene - che si sono ispirati a questo stile. Così qualche sera fa, approfittando anche della festa del paese, io e consorte siamo andati in spedizione a Flumignano.
Come spesso accade, il locale era discretamente pieno, soprattutto nei tavoli sotto il porticato: data la temperatura, era decisamente più piacevole stare all'aperto. Ci siamo così rassegnati a sederci all'interno, nonostante il caldo soffocante - ragione in più, si dirà, per dissetarsi. Enrico, manco a dirlo, ha optato per l'usato sicuro, ordinando appunto la Kwak - che ben conosce - nonostante l'afa suggerisse magari qualcosa di più leggero rispetto ad una birra di nove gradi; io invece ho il pallino della sperimentazione, per cui sono andata in cerca nel lungo listino di qualcosa che non avessi ancora provato. In realtà anch'io mi sono diretta su una delle mie certezze, ossia le rosse belghe doppio malto: nella fattispecie una Abbaye de Bonne Esperance alla spina, su consiglio anche della mia dolce metà - anzi, del mio dolce doppio, come molti più propriamente lo chiamano. In effetti è stata di mio gradimento, per quanto forse non una scelta indovinata dato il caldo: il retrogusto è decisamente dolce, quasi caramellato, il che fa sì che gli otto gradi si sentano tutti e non possa propriamente qualificarsi come una birra beverina. Comunque il gusto è assai più equilibrato, per cui non mi ha certo lasciata insoddisfatta.
Non abbiamo cenato lì, per quanto anche il menù promettesse bene: al di là dei classici panini e piatti da pub, la cucina offre anche piatti messicani e carne alla griglia come da tradizione western, per cui prima o poi bisognerà fare un collaudo. Enrico non si è comunque fatto mancare i suoi anelli di cipolla fritti, nonostante le mie rimostranze e minacce riguardo al tenersi lontano da me causa alito: ah, l'amour...
Sarà pur vero che molti paesini friulani sono degli autentici "buchi", ma perlomeno in quanto a birre non si scherza: e infatti poco distante da Udine si trova l'unico posto di nostra conoscenza a disporre per l'appunto di Kwak alla spina, il saloon birreria Mondelli di Flumignano. Come dice il nome stesso, stiamo parlando di un locale che ricorda il vecchio west: l'idea è stata del figlio del fondatore - soprannominato Mondello -, che alla fine degli anni settanta ha iniziato a trasformare il ristorante di famiglia spinto dalla passione per i cavalli e per la cultura dei pellerossa. Ne è uscito un vero e proprio saloon in legno e muri grezzi, con tanto di foto storiche originali recuperate direttamente negli Stati Uniti e sbalzi in rame di Philippe Goffe. Non credo gli indiani d'Amercia bevessero birra, ma è piacevole sorseggiare un buon bicchiere in un ambiente così originale, percursore di molti altri - tra cui diverse catene - che si sono ispirati a questo stile. Così qualche sera fa, approfittando anche della festa del paese, io e consorte siamo andati in spedizione a Flumignano.
Come spesso accade, il locale era discretamente pieno, soprattutto nei tavoli sotto il porticato: data la temperatura, era decisamente più piacevole stare all'aperto. Ci siamo così rassegnati a sederci all'interno, nonostante il caldo soffocante - ragione in più, si dirà, per dissetarsi. Enrico, manco a dirlo, ha optato per l'usato sicuro, ordinando appunto la Kwak - che ben conosce - nonostante l'afa suggerisse magari qualcosa di più leggero rispetto ad una birra di nove gradi; io invece ho il pallino della sperimentazione, per cui sono andata in cerca nel lungo listino di qualcosa che non avessi ancora provato. In realtà anch'io mi sono diretta su una delle mie certezze, ossia le rosse belghe doppio malto: nella fattispecie una Abbaye de Bonne Esperance alla spina, su consiglio anche della mia dolce metà - anzi, del mio dolce doppio, come molti più propriamente lo chiamano. In effetti è stata di mio gradimento, per quanto forse non una scelta indovinata dato il caldo: il retrogusto è decisamente dolce, quasi caramellato, il che fa sì che gli otto gradi si sentano tutti e non possa propriamente qualificarsi come una birra beverina. Comunque il gusto è assai più equilibrato, per cui non mi ha certo lasciata insoddisfatta.
Non abbiamo cenato lì, per quanto anche il menù promettesse bene: al di là dei classici panini e piatti da pub, la cucina offre anche piatti messicani e carne alla griglia come da tradizione western, per cui prima o poi bisognerà fare un collaudo. Enrico non si è comunque fatto mancare i suoi anelli di cipolla fritti, nonostante le mie rimostranze e minacce riguardo al tenersi lontano da me causa alito: ah, l'amour...
giovedì 1 agosto 2013
Ein Prosit
Come dicono i buoni Frizzi-Comini-Tonazzi (chi non li conoscesse, clicchi qui) "L'autostrada della Carnia è un serpente disumano": però ti porta da Udine a Tarvisio in meno di un'ora, e da lì a Villach il passo è breve. Così io e Enrico abbiamo approfittato delle moderne infrastrutture viarie per raggiungere rapidamente la cittadina austriaca, dove dal 28 luglio al 4 agosto si tiene la Villacherkirchtag: molto più che una semplice festa della birra, che, diciamocelo, per gli austriaci sarebbe poco più di ciò che comunque si tiene 365 giorni l'anno. Oltre ad una celebrazione della famosa Villacher, la birra locale, si tratta infatti di una manifestazione a tutto tondo, con sfilate in costume - cuore della festa è quella che si tiene il sabato -, gruppi folcloristici, bande, musica, luna park, banchetti di prodotti enogastronomici e quant'altro. Insomma, una vera e propria sagra della città, volendo usare un termine a noi familiare.
Appena arrivati, abbiamo temuto di aver sbagliato posto: siamo infatti capitati per prima cosa nella zona giostre, gremita di bambini. Ammetto che, dato che ai tempi miei non c'erano attrazioni così elettrizzanti, un giro me lo sarei fatta volentieri: ma, per quanto porti bene i miei anni, non credo sarei riuscita a dargliela a bere - letteralmente, dato che di festa della birra stiamo parlando -, così abbiamo proseguito fino alla piazza del Municipio. Lì stava per iniziare a suonare la banda cittadina, in apertura dei festeggiamenti della serata - alle cinque del pomeriggio: siamo in Austria, qui tutto è avanti. Infatti hanno attaccato alle cinque precise, dato che evidentemente il tanto discusso concetto di quarto d'ora accademico è del tutto sconosciuto. Manco a dirlo, qui i musicisti, e in particolare chi sta ai fiati, non si tiene idratato con l'acqua: questa foto testimonia come ci sia di meglio (senza esagerare, altrimenti poi il pentagramma diventa di dieci righe: osservate sotto il leggio).Mentre ascoltavamo il concerto, ne abbiamo approfittato per un boccale di Villacher (perché qui si ragiona a boccali): confermo che le pils non sono il mio genere, ma se non altro è dissetante. Per "asciugare", come si suol dire, è d'obbligo il pretzel, il pane dalla caratteristica forma a noi meglio nota come "salatino cameo", che mangiato nella ricetta originale - la scoperta, peraltro, è stata che esiste anche la versione dolce - ha chiaramente tutto un altro sapore. In fondo, tra gli ingredienti utilizzati c'è anche il malto: quale miglior accompagnamento alla birra?
Proseguendo il nostro giro, tra quartetti musicali in costume che cantavano arie di montagna, abbiamo notato che in diversi stand c'era un cippo di legno con un martello e dei chiodi: incuriositi, abbiamo chiesto lumi (con il mio scarso tedesco) ad un tizio in pantaloni alla zuava - come del resto più o meno tutti, austriaci e stranieri: le bancarelle che vendono abiti tipici o loro rivisitazioni moderne non si contano, rasentando spesso il kitsch. Il quale tizio, nel suo scarso italiano, ci ha spiegato che il gioco consiste nel riuscire a piantare il chiodo con un colpo netto usando non il lato piatto del martello, ma la penna - ossia quello a cuneo. Chiaramente Enrico non ha resistito alla sfida, e con viva e vibrante soddisfazione - citando ben altre autorità - ha sconfitto il carinziano in casa: po-poropo-po-po-po...campioni del mondo, e non solo contro i francesi.
Dato che ormai erano le sette, ossia ora di cena inoltrata in quelle zone, abbiamo deciso di darci al piatto tradizionale della festa: la Kirchtagssuppe, la zuppa del Kirchtag. Stomaci deboli astenersi: trattasi di una minestra di carne mista (manzo, vitello, pollo e agnello) cotta in un brodo speziato di verdure (carote, sedano, porro, cipolla e gli immancabili crauti) e soprattutto panna acida. Come se non bastasse, il tutto è accompagnato dal Reindling, tipico dolce carinziano con un ripieno di burro, uvetta, cannella e altre spezie - ai friulani ricorda molto la gubana, tanto che è detto "gubana carinziana". Insomma, una bomba. Tendenzialmente mi considero uno stomaco debole, per cui ero scettica: ma alla fine la curiosità è stata più forte del timore di passare la notte a rigirarmi nel letto, per cui ho corso il rischio. Devo dire che ne è valsa la pena: non sarà la mia zuppa preferita, ma ne ho apprezzato il sapore quasi tendente al dolce. Anche l'abbinamento con il Reindlig ha il suo senso: arrischiandomi ad inzupparlo - come del resto molti facevano, per quanto non sia una cosa propriamente ortodossa - mi sono resa conto che le spezie usate sono in buona parte le stesse, solo che in un caso nel salato, nell'altro nel dolce. Insomma, se li mangiano insieme un motivo c'è. Vabbè, Enrico avrebbe di gran lunga preferito un Bratwurst da una delle tante bancarelle: ma almeno ci siamo perfettamente integrati nella Villacherkirchtag...
martedì 23 luglio 2013
A proposito di McDonald's
Per una volta andiamo oltre la questione birra, anche se sempre di enogastronomia - per così dire - si tratta. Risale a pochi giorni fa la notizia che McDonald's aprirà il prossimo anno il primo ristorante a Ho Chi Min: il Vietnam diventerà così il 123° Paese al mondo ad avere almeno un posto dove andare a procurarsi un BigMac, con relative prolusioni sull'egemonia culturale americana sul resto del mondo. Ora, al di là del fatto che se esistono oltre 200 Stati ciò significa che per più tenaci avversari della grande M c'è ancora speranza, la notizia mi ha stimolato qualche ulteriore considerazione rispetto ai torrenti di parole già scritti sul legame tra fast food e cultura gastronomica locale.
Innanzitutto, mi ha fatto venire alla mente per contrasto il caso boliviano: lì McDonald's, dopo 14 anni di onorata attività, nel 2002 ha deciso di lasciare il Paese semplicemente perché questa non era economicamente sostenibile: in sostanza, come diversi giornali e blog hanno riferito, il menù proposto era "l'esatto contrario di ciò che un buon pasto dovrebbe essere secondo un boliviano", e quindi erano rimasti in pochi appassionati a frequentare i fast food. A quanto pare non sono bastati gli sforzi che la multinazionale californiana da tempo compie per adattare le proprie proposte a ciascun Paese, così da intercettare al meglio il segmento di mercato in questione.
E in effetti ce ne siamo ben resi conto in Italia, dato che il potenziale enogastronomico del Bel Paese non è certo sfuggito ai piani alti dell'azienda: dall'hamburger fatto unicamente con carne italiana (basti pensare al tanto pubblicizzato McItaly), ai panini con formaggi tipici locali, non si può dire che la buona volontà di venire incontro ai gusti degli italiani sia mancata. Solo che, in un Paese come il nostro, c'è un'altra questione da considerare, fattami notare già qualche anno fa dalla mia buona amica australiana Laura Bonacci.
Ci trovavamo a Roma, vicino al Pantheon. Lì a poca distanza campeggiava l'insegna di un McDonald's, ubicato - si leggeva - a soli cinque minuti da lì. Ma come, ha chiesto Laura, permettono che venga aperto un McDonald's qui? L'ho guardata stupita: perché non dovrebbero? Beh, ha spiegato lei, la legge australiana non consente di aprire nelle città storiche esercizi commerciali che non siano "in armonia": a Beechworth, ad esempio, non c'è nessun fast food. Notare che la cittadina in questione, da cui Laura proviene, è stata fondata nel 1853: un'inezia dal nostro punto di vista, ma sufficiente secondo i canoni australiani per essere considerata patrimonio storico nazionale e soggiacere alla legislazione relativa.
Non ho potuto non pensare che, se così stessero le cose anche qui, McDonald's si troverebbe a dover chiudere buona parte dei suoi 450 ristoranti in Italia: un bel colpo sui 972 milioni di euro di giro d'affari che l'azienda ha dichiarato per il 2011 nel nostro Paese. Forse una parte relativamente poco significativa rispetto al fatturato totale di 8,6 miliardi di dollari e ai 34 mila ristoranti a livello mondiale; ma stiamo comunque parlando di un gruppo che dà lavoro a 16 mila dipendenti, e che a quanto pare mantiene comunque un certo appeal sui nostri compatrioti se serve 700 mila pasti ogni giorno (su 69 milioni a livello globale).
Certo, si dirà, specie nelle località turistiche, un luogo in cui mangiare velocemente e a buon mercato fa comodo, al di là di quanto possa contrastare con i monumenti che vi stanno accanto. Ma a voler ben vedere l'Italia - e non solo - pullula di esempi di cibo da strada che soddisfa questi requisiti da ben prima che la M sbarcasse da noi nel 1985: dalle pizze al taglio ai chioschi di panini, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Inoltre, è un fatto che il cibo offerto in ciascuna città è una vera e propria questione immagine: Napoli non sarebbe pensabile senza le pizzerie o i banchetti che servono sfogliatelle in strada, né Palermo senza i venditori ambulanti di arancini e cannoli, per cui un fast food nel posto "sbagliato" può avere un impatto non trascurabile - appunto - sull'immagine complessiva della città stessa. Insomma, la questione non è solo gastronomica, ma investe più in largo la gestione del patrimonio storico e culturale del nostro Paese.
Innanzitutto, mi ha fatto venire alla mente per contrasto il caso boliviano: lì McDonald's, dopo 14 anni di onorata attività, nel 2002 ha deciso di lasciare il Paese semplicemente perché questa non era economicamente sostenibile: in sostanza, come diversi giornali e blog hanno riferito, il menù proposto era "l'esatto contrario di ciò che un buon pasto dovrebbe essere secondo un boliviano", e quindi erano rimasti in pochi appassionati a frequentare i fast food. A quanto pare non sono bastati gli sforzi che la multinazionale californiana da tempo compie per adattare le proprie proposte a ciascun Paese, così da intercettare al meglio il segmento di mercato in questione.
E in effetti ce ne siamo ben resi conto in Italia, dato che il potenziale enogastronomico del Bel Paese non è certo sfuggito ai piani alti dell'azienda: dall'hamburger fatto unicamente con carne italiana (basti pensare al tanto pubblicizzato McItaly), ai panini con formaggi tipici locali, non si può dire che la buona volontà di venire incontro ai gusti degli italiani sia mancata. Solo che, in un Paese come il nostro, c'è un'altra questione da considerare, fattami notare già qualche anno fa dalla mia buona amica australiana Laura Bonacci.
Ci trovavamo a Roma, vicino al Pantheon. Lì a poca distanza campeggiava l'insegna di un McDonald's, ubicato - si leggeva - a soli cinque minuti da lì. Ma come, ha chiesto Laura, permettono che venga aperto un McDonald's qui? L'ho guardata stupita: perché non dovrebbero? Beh, ha spiegato lei, la legge australiana non consente di aprire nelle città storiche esercizi commerciali che non siano "in armonia": a Beechworth, ad esempio, non c'è nessun fast food. Notare che la cittadina in questione, da cui Laura proviene, è stata fondata nel 1853: un'inezia dal nostro punto di vista, ma sufficiente secondo i canoni australiani per essere considerata patrimonio storico nazionale e soggiacere alla legislazione relativa.
Non ho potuto non pensare che, se così stessero le cose anche qui, McDonald's si troverebbe a dover chiudere buona parte dei suoi 450 ristoranti in Italia: un bel colpo sui 972 milioni di euro di giro d'affari che l'azienda ha dichiarato per il 2011 nel nostro Paese. Forse una parte relativamente poco significativa rispetto al fatturato totale di 8,6 miliardi di dollari e ai 34 mila ristoranti a livello mondiale; ma stiamo comunque parlando di un gruppo che dà lavoro a 16 mila dipendenti, e che a quanto pare mantiene comunque un certo appeal sui nostri compatrioti se serve 700 mila pasti ogni giorno (su 69 milioni a livello globale).
Certo, si dirà, specie nelle località turistiche, un luogo in cui mangiare velocemente e a buon mercato fa comodo, al di là di quanto possa contrastare con i monumenti che vi stanno accanto. Ma a voler ben vedere l'Italia - e non solo - pullula di esempi di cibo da strada che soddisfa questi requisiti da ben prima che la M sbarcasse da noi nel 1985: dalle pizze al taglio ai chioschi di panini, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Inoltre, è un fatto che il cibo offerto in ciascuna città è una vera e propria questione immagine: Napoli non sarebbe pensabile senza le pizzerie o i banchetti che servono sfogliatelle in strada, né Palermo senza i venditori ambulanti di arancini e cannoli, per cui un fast food nel posto "sbagliato" può avere un impatto non trascurabile - appunto - sull'immagine complessiva della città stessa. Insomma, la questione non è solo gastronomica, ma investe più in largo la gestione del patrimonio storico e culturale del nostro Paese.
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lunedì 15 luglio 2013
Una gita in Valscura
Passando da Sacile, non ho potuto non cogliere l'occasione per onorare l'invito del buon birraio Gabriele - conosciuto alla festa della birra in Brasserie, di cui avevo parlato in un precedente post post - a visitare il birrificio Valscura: un capannone sperduto sulle colline di Sarone, al quale senza navigatore avrei avuto le mie difficoltà ad arrivare. Un capannone, appunto, perché è questo che sembra a prima vista: se non fosse per le sedie, gli ombrelloni e i tavolini che "tradiscono" la presenza di una piccola sala degustazione e vendita, invitando a fermarsi per un bicchiere.
Dato che Gabriele non era ancora rientrato, abbiamo intanto fatto conoscenza con l'altra metà della società, la moglie Renata: una tipa tutto pepe intenta a servire birre alla spina agli avventori discretamente numerosi - che chiamava tutti per nome: o è una clientela di affezionati, o lei ha una memoria spaventosa. Tanto per cominciare, ci ha offerto un bicchiere: questa volta mi sono buttata sulla Panera, una weizen particolarmente dissentante. Chiedo venia per la mia scarsa sensibilità a Unionbirrai, che nel 2008 l'ha scelta come terza classificata per "Birra dell'anno", ma - per quanto buonissima - non sono riuscita a percepire quel "tocco" speciale; tocco che invece questa volta ho colto nella Liquentia (scelta da Enrico: il nostro patto è prendere sempre birre diverse, e condividere, oltre alla buona e alla cattiva sorte, anche il bicchiere), il cui retrogusto erbaceo mi ha lasciata davvero stupita e me l'ha fatta ampiamente rivalutare.
Tra una Panera e una Liquentia, quindi, Renata ci ha raccontato la storia del birrificio, aperto nel 2007. All'epoca Gabriele, che lavorava come tecnico manutentore nei birrifici, aveva avuto da un cliente l'offerta di acquistare a prezzi convenienti i fermentatori che avrebbe dismesso. E così è partita la scommessa, a cui si è unita anche lei dopo anni passati a servire nei pub. «All'inizio brassavamo a Padova perché qui le strutture ancora non erano pronte - ha raccontato -, con l'aiuto di un mastro birraio da Cuneo: poi, pian piano, abbiamo iniziato a farci conoscere alle fiere e alle feste, si è avviata la produzione qui, e alla fine abbiamo aperto il punto vendita». Punto vendita peraltro assai vario: accanto alle bottiglie si trovano diversi prodotti tipici locali - dalla farina per polenta, agli asparagi sott'olio, al miele - che arrivano direttamente dagli agricoltori dei dintorni. Insomma, non ce n'è solo per gli appassionati di birra.
Nel frattempo è arrivato Gabriele, che - nonostante le remore perché «è tutto in disordine» - abbiamo convinto a farci fare un tour della zona di produzione: in fondo, l'occasione era imperdibile. A dire il vero non c'era molto da girare fisicamente, perché si tratta di un birrificio di dimensioni modeste - per quanto riesca comunque a fare una quarantina di cotte l'anno, per 400 ettolitri: è stato più che altro un tour nel come si produce la birra. Così ho imparato, ad esempio, che per ogni 900 litri d'acqua vanno miscelati - a seconda del tipo di birra - dai 250 ai 400 kg di malto, quando va aggiunto il luppolo, e che ci vogliono circa 4 mesi per arrivare finalmente a bere la birra. Se va bene, chiaro: lì, in alcune botti di ciliegio, era lasciata ad invecchiare qualche specialità che di certo farà la gioia degli intenditori.
Finito il tour, Gabriele ha insistito per invitarci a sedere sui tavolini all'esterno e stappare una bottiglia di Valscura, nonostante le nostre perplessità dato che poi ci saremmo dovuti mettere alla guida. Ma ne è valsa davvero la pena: non solo perché è una scura dall'aroma di caffè e retrogusto di liquirizia davvero notevoli; ma anche perché è stato un momento assai piacevole con Gabriele e Renata, sentendoli descrivere la produzione delle loro birre quasi come un gioco, un esperimento «per assaggiare che cosa ne esce», con tutta la passione del caso. «Adesso è pronta la Patriarcale, un'ambrata a tripla fermentazione a cui ho fatto più di trenta luppolature - ha riferito entusiasta Gabriele -: l'abbiamo assaggiata qualche giorno fa, ed è riuscita davvero speciale. Da bere sul divano, però, perché è forte». Un po' come se stessero brassando per se stessi più che per i clienti, che sono per la maggior parte privati: solo il 20% della produzione arriva in birreria, per il resto passa tutto da questo punto vendita. Oddio, mica tutto: «Ma dov'è che Renata ha messo l'ultima bottiglia di Canipa? Accidenti, me la nasconde sempre, perché vuole che ne rimanga anche per noi». Ecco, appunto.
Dato che Gabriele non era ancora rientrato, abbiamo intanto fatto conoscenza con l'altra metà della società, la moglie Renata: una tipa tutto pepe intenta a servire birre alla spina agli avventori discretamente numerosi - che chiamava tutti per nome: o è una clientela di affezionati, o lei ha una memoria spaventosa. Tanto per cominciare, ci ha offerto un bicchiere: questa volta mi sono buttata sulla Panera, una weizen particolarmente dissentante. Chiedo venia per la mia scarsa sensibilità a Unionbirrai, che nel 2008 l'ha scelta come terza classificata per "Birra dell'anno", ma - per quanto buonissima - non sono riuscita a percepire quel "tocco" speciale; tocco che invece questa volta ho colto nella Liquentia (scelta da Enrico: il nostro patto è prendere sempre birre diverse, e condividere, oltre alla buona e alla cattiva sorte, anche il bicchiere), il cui retrogusto erbaceo mi ha lasciata davvero stupita e me l'ha fatta ampiamente rivalutare.
Tra una Panera e una Liquentia, quindi, Renata ci ha raccontato la storia del birrificio, aperto nel 2007. All'epoca Gabriele, che lavorava come tecnico manutentore nei birrifici, aveva avuto da un cliente l'offerta di acquistare a prezzi convenienti i fermentatori che avrebbe dismesso. E così è partita la scommessa, a cui si è unita anche lei dopo anni passati a servire nei pub. «All'inizio brassavamo a Padova perché qui le strutture ancora non erano pronte - ha raccontato -, con l'aiuto di un mastro birraio da Cuneo: poi, pian piano, abbiamo iniziato a farci conoscere alle fiere e alle feste, si è avviata la produzione qui, e alla fine abbiamo aperto il punto vendita». Punto vendita peraltro assai vario: accanto alle bottiglie si trovano diversi prodotti tipici locali - dalla farina per polenta, agli asparagi sott'olio, al miele - che arrivano direttamente dagli agricoltori dei dintorni. Insomma, non ce n'è solo per gli appassionati di birra.
Nel frattempo è arrivato Gabriele, che - nonostante le remore perché «è tutto in disordine» - abbiamo convinto a farci fare un tour della zona di produzione: in fondo, l'occasione era imperdibile. A dire il vero non c'era molto da girare fisicamente, perché si tratta di un birrificio di dimensioni modeste - per quanto riesca comunque a fare una quarantina di cotte l'anno, per 400 ettolitri: è stato più che altro un tour nel come si produce la birra. Così ho imparato, ad esempio, che per ogni 900 litri d'acqua vanno miscelati - a seconda del tipo di birra - dai 250 ai 400 kg di malto, quando va aggiunto il luppolo, e che ci vogliono circa 4 mesi per arrivare finalmente a bere la birra. Se va bene, chiaro: lì, in alcune botti di ciliegio, era lasciata ad invecchiare qualche specialità che di certo farà la gioia degli intenditori.Finito il tour, Gabriele ha insistito per invitarci a sedere sui tavolini all'esterno e stappare una bottiglia di Valscura, nonostante le nostre perplessità dato che poi ci saremmo dovuti mettere alla guida. Ma ne è valsa davvero la pena: non solo perché è una scura dall'aroma di caffè e retrogusto di liquirizia davvero notevoli; ma anche perché è stato un momento assai piacevole con Gabriele e Renata, sentendoli descrivere la produzione delle loro birre quasi come un gioco, un esperimento «per assaggiare che cosa ne esce», con tutta la passione del caso. «Adesso è pronta la Patriarcale, un'ambrata a tripla fermentazione a cui ho fatto più di trenta luppolature - ha riferito entusiasta Gabriele -: l'abbiamo assaggiata qualche giorno fa, ed è riuscita davvero speciale. Da bere sul divano, però, perché è forte». Un po' come se stessero brassando per se stessi più che per i clienti, che sono per la maggior parte privati: solo il 20% della produzione arriva in birreria, per il resto passa tutto da questo punto vendita. Oddio, mica tutto: «Ma dov'è che Renata ha messo l'ultima bottiglia di Canipa? Accidenti, me la nasconde sempre, perché vuole che ne rimanga anche per noi». Ecco, appunto.
lunedì 8 luglio 2013
Praga caput mundi
Da una vita dico a Enrico che prima o poi lo dovrò portare a Praga: al di là delle bellezze storiche e artistiche, una città in cui la birra costa meno dell'acqua - ragione per cui a mio fratello, pur alla tenera età di quindici anni, è stato concesso di berne purché con moderazione - senz'altro merita di essere visitata.
La cosa mi è tornata in mente perché questa mattina, nelle mie quotidiane peregrinazioni sul web in cerca di informazioni del genere più svariato - modo migliore, si sa, per non trovare ciò che si cerca, ma imbattersi in compenso in tante altre cose interessanti - sono capitata su una pagina in cui si parlava del consumo di birra pro capite nel mondo. Per carità, i dati non sono tutti concordi tra le varie indagini, e non necessariamente sono aggiornatissimi: ma se c'è una cosa su cui tutti sono d'accordo, è che bisogna ricredersi in quanto allo stereotipo del tedesco bevitore.
A battere tutti sarebbero infatti proprio i Cechi: il Beer Statistics Report 2012 di Brewers of Europe lo stima a 145 litri l'anno a testa contro i 108 dell'Austria e i 107 della Germania, e anche una fonte autorevole come il Wall Street Journal lo scorso gennaio lo dava a 168 litri. Anche la buona vecchia Wikipedia, i cui dati più aggiornati risalgono però al 2010, mette la Repubblica Ceca in testa con 131 litri, seguita dalla Germania con 107 e l'Austria con 106. Altre fonti più o meno autorevoli lo stimano sempre attorno ai 150, con l'ingresso dell'Irlanda nel podio di qualche classifica che la stima attorno ai 130 (mentre Austria e Germania rimangono tendenzialmente stabili). Insomma, in fin dei conti ci si sposta di poco, e l'unico dato davvero costante è il primato di Praga e dintorni. Anche l'Organizzazione mondiale della sanità, in effetti, conferma: secondo l'ultimo rapporto sull'abuso di sostanze alcoliche, la birra rappresenta il 57 per cento sul totale degli alcolici consumati in Repubblica Ceca. Insomma, tante cose si spiegano.
I tedeschi, comunque, possono consolarsi: con 95.545. 000 ettolitri annui (sempre secondo il Beer Statistics Report 2012) il primato nella produzione non glie lo leva nessuno, così come quello sui guadagni con 702 milioni di euro di utili, e quello sulle esportazioni con 15.360.000 ettolitri. Si vede dunque come la maggioranza della produzione rimanga per il consumo interno, dato che la Germania rimane comunque il Paese che beve di più in termini assoluti (87.655.000 ettolitri l'anno).
E il Belgio, chiederà qualcuno? Loro a quanto pare rimangono intenditori: solo birre pregiate, ma in misura moderata - "appena" 78 litri a testa l'anno. In compenso, su 18.571.000 ettolitri prodotti, ben 11.091.000 sono destinati all'esportazione: insomma, nomi come Chimay, Westmalle e socie confermano che buon sangue non mente, e che la buona reputazione al di fuori dei confini rimane ben salda.
La cosa mi è tornata in mente perché questa mattina, nelle mie quotidiane peregrinazioni sul web in cerca di informazioni del genere più svariato - modo migliore, si sa, per non trovare ciò che si cerca, ma imbattersi in compenso in tante altre cose interessanti - sono capitata su una pagina in cui si parlava del consumo di birra pro capite nel mondo. Per carità, i dati non sono tutti concordi tra le varie indagini, e non necessariamente sono aggiornatissimi: ma se c'è una cosa su cui tutti sono d'accordo, è che bisogna ricredersi in quanto allo stereotipo del tedesco bevitore.
A battere tutti sarebbero infatti proprio i Cechi: il Beer Statistics Report 2012 di Brewers of Europe lo stima a 145 litri l'anno a testa contro i 108 dell'Austria e i 107 della Germania, e anche una fonte autorevole come il Wall Street Journal lo scorso gennaio lo dava a 168 litri. Anche la buona vecchia Wikipedia, i cui dati più aggiornati risalgono però al 2010, mette la Repubblica Ceca in testa con 131 litri, seguita dalla Germania con 107 e l'Austria con 106. Altre fonti più o meno autorevoli lo stimano sempre attorno ai 150, con l'ingresso dell'Irlanda nel podio di qualche classifica che la stima attorno ai 130 (mentre Austria e Germania rimangono tendenzialmente stabili). Insomma, in fin dei conti ci si sposta di poco, e l'unico dato davvero costante è il primato di Praga e dintorni. Anche l'Organizzazione mondiale della sanità, in effetti, conferma: secondo l'ultimo rapporto sull'abuso di sostanze alcoliche, la birra rappresenta il 57 per cento sul totale degli alcolici consumati in Repubblica Ceca. Insomma, tante cose si spiegano.
I tedeschi, comunque, possono consolarsi: con 95.545. 000 ettolitri annui (sempre secondo il Beer Statistics Report 2012) il primato nella produzione non glie lo leva nessuno, così come quello sui guadagni con 702 milioni di euro di utili, e quello sulle esportazioni con 15.360.000 ettolitri. Si vede dunque come la maggioranza della produzione rimanga per il consumo interno, dato che la Germania rimane comunque il Paese che beve di più in termini assoluti (87.655.000 ettolitri l'anno).
E il Belgio, chiederà qualcuno? Loro a quanto pare rimangono intenditori: solo birre pregiate, ma in misura moderata - "appena" 78 litri a testa l'anno. In compenso, su 18.571.000 ettolitri prodotti, ben 11.091.000 sono destinati all'esportazione: insomma, nomi come Chimay, Westmalle e socie confermano che buon sangue non mente, e che la buona reputazione al di fuori dei confini rimane ben salda.
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venerdì 5 luglio 2013
Luppolo e tabacco
Da non fumatrice, in realtà non avrei avuto un interesse personale in merito alla serata "Birra e sigari" organizzata dalla Brasserie; ma la curiosità rispetto ad un abbinamento insolito come quello tra luppolo e tabacco, di cui non mi era mai giunta notizia, mi ha fatto concludere che valeva la pena andare a capirci qualcosa di più.
La prima scoperta della serata è stata che esiste una professione come il "fummelier": ebbene sì, c'è il sommelier che degusta vini, e il fummelier che degusta sigari. Quello presente in Brasserie, Marco Prato, è relatore del Club Amici del Toscano: seconda scoperta della serata, visto che nemmeno di questo conoscevo l'esistenza. Il club si fregia di essere, mi ha spiegato il fummelier, un gruppo di intenditori del "fumo lento": rispetto al fumo della sigaretta, che venendo aspirato nei polmoni porta ad assumere la nicotina più velocemente - oltre che a finire prima -, quello del sigaro, limitandosi alla bocca e al naso, rende il tutto meno rapido, tanto più che un sigaro fumato con calma dura circa mezz'ora. Terza sorpresa della serata: altro che pausa sigaretta, se uno preferisce un buon toscano deve prendersi un permesso dal lavoro.
La cosa che più mi incuriosiva, però, era capire il perché dell'abbinamento tra birra e sigari, e secondo quali principi venga fatto. E qui la quarta sopresa della serata è stata che, di fronte al mio «Mi spieghi un po', mi sembra una novità interessante», mi sono sentita rispondere «Ma non è certo una novità, il responsabile nazionale eventi del nostro Club da tempo setaccia i microbirrifici». Touché, te l'ha sempre detto tuo padre che stare zitti non costa nulla. Ok, passiamo alla prossima domanda...con la New Morning del Birrificio del Ducato che ho in mano - una bionda ad alta fermentazione, sullo stile delle Saison belghe - che cosa suggerirebbe? «Gli abbinamenti si fanno per similitudine oppure per contrasto - ha esordito il fummelier, nella sua dotta dissertazione -: per cui si può puntare o su un tabacco puro, o su un sigaro aromatizzato, ad esempio al cioccolato». Ohibò, questa mi mancava: delle sigarette aromatizzate sapevo, dei sigari no. E poi, ha continuato, l'aroma del sigaro deve essere bilanciato rispetto a quello della birra: «Né troppo forte, così da coprire il gusto di ciò che si beve; né troppo debole, sennò non si apprezza il fumo». Nel caso di specie, volendo puntare su un tabacco puro piuttosto che su uno aromatizzato, «meglio un Modigliani, che è più leggero rispetto ai toscani classici, perché ha un'essiccatura diversa».
Resta il fatto che non fumo: per cui, al di là di dare un'annusata ai sigari per avere quantomeno un'idea, in quanto al come si fa a degustare tabacco e birra in abbinamento e che sensazioni dà devo per forza farmelo spiegare. «Si inizia aspirando tre o quattro boccate - ha spiegato Prato -, così da dare un senso di astringenza alle papille gustative: una sensazione che invita a bere, e consente quindi di apprezzare l'abbinamento. Personalmente preferisco quello classico con i superalcolici, ma sta avendo molto successo anche quello con le bollicine». Insomma, evviva il Prosecco, sempre detto che le mie zone sono superiori. Il terzo step è l'abbinamento con uno stuzzichino dolce o salato: nel caso di specie erano disponibili cantuccini, taralli, bruschettine al pomodoro e - udite udite - crostini di formaggio caprino con del toscano grattuggiato sopra. Peraltro, specificava Prato, il Club privilegia sempre prodotti locali, sia in quanto a cibo che in quanto a bevande.
Avrei voluto concludere il mio dialogo con il fummelier con una provocazione in merito a quel "Il fumo danneggia gravemente te e chi ti sta attorno" che campeggiava sui dépliant informativi della serata: certo è che con un bicchiere di birra in mano, dato che nemmeno l'alcol è propriamente un toccasana, non ero nella posizione migliore per farlo. Ma si sa che ho la lingua lunga e l'ho fatto lo stesso, citando il mio buon prof. Toniello della scuola media, che fumando la sua pipa usava giustificarsi dicendo che «non è la stessa cosa del fumo della sigaretta». «Se diceva così, diceva una cosa vera - ha amesso il fummelier -; ma se sosteneva che una boccata dalla pipa è la stessa cosa di una boccata d'aria di montagna, allora no». Onore all'onestà.
La prima scoperta della serata è stata che esiste una professione come il "fummelier": ebbene sì, c'è il sommelier che degusta vini, e il fummelier che degusta sigari. Quello presente in Brasserie, Marco Prato, è relatore del Club Amici del Toscano: seconda scoperta della serata, visto che nemmeno di questo conoscevo l'esistenza. Il club si fregia di essere, mi ha spiegato il fummelier, un gruppo di intenditori del "fumo lento": rispetto al fumo della sigaretta, che venendo aspirato nei polmoni porta ad assumere la nicotina più velocemente - oltre che a finire prima -, quello del sigaro, limitandosi alla bocca e al naso, rende il tutto meno rapido, tanto più che un sigaro fumato con calma dura circa mezz'ora. Terza sorpresa della serata: altro che pausa sigaretta, se uno preferisce un buon toscano deve prendersi un permesso dal lavoro.
La cosa che più mi incuriosiva, però, era capire il perché dell'abbinamento tra birra e sigari, e secondo quali principi venga fatto. E qui la quarta sopresa della serata è stata che, di fronte al mio «Mi spieghi un po', mi sembra una novità interessante», mi sono sentita rispondere «Ma non è certo una novità, il responsabile nazionale eventi del nostro Club da tempo setaccia i microbirrifici». Touché, te l'ha sempre detto tuo padre che stare zitti non costa nulla. Ok, passiamo alla prossima domanda...con la New Morning del Birrificio del Ducato che ho in mano - una bionda ad alta fermentazione, sullo stile delle Saison belghe - che cosa suggerirebbe? «Gli abbinamenti si fanno per similitudine oppure per contrasto - ha esordito il fummelier, nella sua dotta dissertazione -: per cui si può puntare o su un tabacco puro, o su un sigaro aromatizzato, ad esempio al cioccolato». Ohibò, questa mi mancava: delle sigarette aromatizzate sapevo, dei sigari no. E poi, ha continuato, l'aroma del sigaro deve essere bilanciato rispetto a quello della birra: «Né troppo forte, così da coprire il gusto di ciò che si beve; né troppo debole, sennò non si apprezza il fumo». Nel caso di specie, volendo puntare su un tabacco puro piuttosto che su uno aromatizzato, «meglio un Modigliani, che è più leggero rispetto ai toscani classici, perché ha un'essiccatura diversa».
Resta il fatto che non fumo: per cui, al di là di dare un'annusata ai sigari per avere quantomeno un'idea, in quanto al come si fa a degustare tabacco e birra in abbinamento e che sensazioni dà devo per forza farmelo spiegare. «Si inizia aspirando tre o quattro boccate - ha spiegato Prato -, così da dare un senso di astringenza alle papille gustative: una sensazione che invita a bere, e consente quindi di apprezzare l'abbinamento. Personalmente preferisco quello classico con i superalcolici, ma sta avendo molto successo anche quello con le bollicine». Insomma, evviva il Prosecco, sempre detto che le mie zone sono superiori. Il terzo step è l'abbinamento con uno stuzzichino dolce o salato: nel caso di specie erano disponibili cantuccini, taralli, bruschettine al pomodoro e - udite udite - crostini di formaggio caprino con del toscano grattuggiato sopra. Peraltro, specificava Prato, il Club privilegia sempre prodotti locali, sia in quanto a cibo che in quanto a bevande.
Avrei voluto concludere il mio dialogo con il fummelier con una provocazione in merito a quel "Il fumo danneggia gravemente te e chi ti sta attorno" che campeggiava sui dépliant informativi della serata: certo è che con un bicchiere di birra in mano, dato che nemmeno l'alcol è propriamente un toccasana, non ero nella posizione migliore per farlo. Ma si sa che ho la lingua lunga e l'ho fatto lo stesso, citando il mio buon prof. Toniello della scuola media, che fumando la sua pipa usava giustificarsi dicendo che «non è la stessa cosa del fumo della sigaretta». «Se diceva così, diceva una cosa vera - ha amesso il fummelier -; ma se sosteneva che una boccata dalla pipa è la stessa cosa di una boccata d'aria di montagna, allora no». Onore all'onestà.
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