domenica 3 settembre 2023

Il decennale di Acido Acida

 

Dopo la pausa maternità che mi sono presa lo scorso anno, sono ritornata ad Acido Acida, il festival ferrarese delle birre britanniche. Un’edizione peraltro significativa, la decima: con oltre 200 birre a listino (di cui diverse esclusive per il festival e debutti al di là dei confini nazionali) tra Inghilterra e ospiti italiani, una cinquantina di birrifici, per un panorama di produzioni selezionate tra le creazioni di punta di ciascuno dei partecipanti - con un occhio di riguardo per fermentazioni spontanee e barricate. Naturalmente, valore aggiunto è il fatto di poter incontrare i birrai o i loro collaboratori: cosa che mi ha fatta dirigere prevalentemente sui birrifici che potevano appunto contare su un loro rappresentante, dato che l’unico modo per fare una chiacchiera con loro davanti ad una loro birra sarebbe appunto recarsi in Inghilterra.


Ho iniziato da quella che è stata la principale novità di quest’anno, Balance Brewing&Blending, giovane (ha aperto nel 2021) nonché unico birrificio di Manchester ad occuparsi esclusivamente di affinamento, appoggiandosi ad altre aziende locali per brassare. Ho quindi fatto una chiacchierata con James e Will, i fondatori, davanti alla loro Saison de Maison Blend #3: un blend di tre diverse botti (tutto rovere di ex vino rosso) risalenti al periodo tra dicembre 2021 e marzo 2022, classificato come farmhouse ale. Al naso è proprio la componente del legno a risaltare un maniera particolarmente vivace, lasciando comunque percepire bene i profumi fruttati e una leggera nota funky sullo sfondo. Il corpo esile e fresco, che vira sull’agrumato e finanche sulla frutta tropicale (in virtù della luppolatura generosa), non lascia assolutamente presagire i 6 gradi alcolici; chiudendo infine su un’acidità da frutta, molto gentile e non troppo persistente, e un amaro erbaceo che tende ad indugiare più a lungo. Del tutto abbordabile anche per chi è alla prima esperienza con il mondo sour, nella misura in cui questo è molto bel bilanciato con la frutta.



La seconda chiacchierata è stata con quella che era la novità dello scorso anno, Pastore: un birrificio che tratta esclusivamente fermentazioni spontanee gestito da padre e figlio, Chris e Ben rispettivamente, nel Cambridgeshire, e il cui nome italiano rende omaggio alle origini della nonna. Il loro repertorio spazia da sour più “gentili”, come Waterbeach Weisse Passion Fruit & Guava (una Berliner Weisse che, al palato di chi è più avvezzo a questi stili, può apparire come ai limiti del succo di frutta), ad altre nettamente più complesse come La Pera (una Golden Wild Ale maturata per un anno in botte di sherry con fecce di pera); sempre tuttavia con la filosofia di non essere troppo estremi. Da segnalare la volontà di evitare gli eccessi anche nel caso delle pastry, a quanto mi dicono molto in voga in Inghilterra: ad esempio la loro Zuppa Inglese (una pastry sour a base avena con vaniglia e frutti rossi) può far temere il contrario se ci si ferma al deciso aroma di vaniglia, ma al palato presenta poi un encomiabile equilibrio che non va a sfociare nel dolce – detto in altri termini, sour è e sour rimane, giocando sui contrasti tra dolce e acido.


Spostandomi nella zona Yorkshire ho incontrato prima Jordan e Jack del birrificio Tartarus, nato nel 2020 con una gamma di birre di tipo Imperial ed europee, e che poi si è dato a sperimentazioni di ogni genere su tutti i fronti – compreso quello del nero di seppia per le birre scure, come riferitomi da Jack. Da segnalare in particolare la loro Valkyrie, una Black Ipa con lievito kweik: interessante lo sposalizio tra i profumi dei luppoli australiani e neozelandesi e un particolare ceppo di kweik che ha appunto reminescenze fruttate che ci fanno il paio, coronando i potenti aromi e sapori tostati e un lungo e deciso taglio amaro finale. Alle spine accanto ho trovato Andreas di Rooster’s, birrificio fondato negli anni Novanta e passato di mano nel 2011 con il pensionamento del fondatore (peraltro il primo in Uk a creare una gamma con luppoli americani): evento che ha segnato una virata anche nella produzione, che fino ad allora era stata solo in cask. Per quanto la birra della casa sia la Apa Yankee, ritengo più meritevole di segnalazione la Eeverything’s just swell, una Pils con luppoli della West Coast: provare per credere alla maniera in cui aromi fruttato-resinosi passano la mano al riconoscibilissimo corpo da Pils e all’amaro erbaceo finale, in un insieme che – per quanto possa piacere o meno, per carità – presenta un peculiare equilibrio della costruzione complessiva. Da ultimo Laurie di North, forse uno dei più noti tra i nomi presenti: è stata lei a tentarmi ad un assaggio di una Wit, la X Tool Lemon Chamomile. Personalmente avrei liquidato una wit con limone e camomilla come l’ennesima sperimentazione un po’ sopra le righe, invece devo ammettere che l’aromatizzazione è ben calibrata e non lascia indesiderate persistenze da tisana serale (perché se volevo una tisana prendevo una tisana, non una birra) in bocca.


Spostandoci dall’Inghilterra, nota di merito ad Antica Contea sia per la nuova Kidnapped (una West Coast Pale Ale che presenta una rosa di tutto rispetto di aromi e sapori erbacei e resinosi, di una bevibilità notevole) che soprattutto per la Special K 2018, Iga con Ribolla di Radikon con quattro anni di botte sulle spalle: un tripudio di vaniglia, whisky, torbato ed altre reminescenze legnose, che esaltano la componente dolce-fruttata del vitigno.


Un grazie a tutti i birrai e loro collaboratori con cui ho parlato e allo staff del festival, in particolare l’ideatore Davide Franchini.

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