venerdì 28 agosto 2015

Una birra dal Sol Levante

L'estate è, doverosamente, tempo di ferie; e così, cogliendo l'occasione di avere il fratello a fare ricerca alla giapponese Tohoku University di Sendai, ne ho approfittato per fare rotta su Tokyo. Non che lo scopo principale del viaggio fosse bere birra; però, una volta che si visita un Paese nuovo, è un peccato rimanere a bocca asciutta. La sera in cui sono atterrata a Tokyo sono riuscita a recuperare a cena soltanto una Asahi - vero e proprio marchio nazionale, insieme alla Kirin e alla Sapporo, per quanto riguarda le birre industriali -; ma una volta raggiunta Sendai, mio fratello non ha mancato di farmi sconoscere le amenità del luogo, tra cui l'unico locale che serve birra artigianale.

Trattasi del Craftsman Sendai, locale decisamente sciccoso - passatemi il termine -, che oltre all'artigianalità della birra ha come imperativo il km zero e il biologico nei piatti gourmet che serve; più la cucina italiana, per quanto non mi siano del tutto chiare le ragioni del connubio. Le birre presenti si dividono più o meno equamente tra giapponesi e americane, spillate dal curioso muro che vedete nella foto sopra; più qualche belga in bottiglia, che però non ho visto girare tra i tavoli. In effetti, data l'ampia offerta alla spina, meglio puntare su quella; tanto più contando che c'è la possibilità di farsi fare tre assaggi, accompagnati da un tortino di tonno (da mangiarsi rigorosamente con le bacchette). Dato che il listino è quello che vedete qui a fianco, mi sono dovuta far aiutare dal simpatico publican - che fortunatamente parla inglese; e così la mia scelta è caduta sulla pale ale Taisetsu, la ipa Johanna Kasayaki Wheat 7, e la porter Rokko - tutte rigorosamente giapponesi - per quanto la maggior parte della tradizione birraria nipponica sia incentrata sulle sulle pils e sulle lager chiare in genere.

La pale ale mi ha sorpresa per l'aroma quasi balsamico, che lascia comunque trasparire anche il malto con delle note di mandorla; il corpo è decisamente esile per una birra di questo genere, il che la rende particolarmente beverina anche grazie alla delicata chiusura amara. Ho trovato peraltro si abbinasse molto bene al tonno, quasi a contrastare la cipolla, mescolata in generosa quantità con il pesce. Un pizzico fuori genere invece la ipa che, nonostante l'aroma citrico che pur caratterizza alcuni esemplari di questo tipo, ha come peculiarità l'aggiunta di frumento: il che si fa sentire bene nel corpo prima della nota speziata finale, che lascia poi una lunga persistenza amara. Mi sono infine decisamente goduta la porter, che oltre ai caratteristici aromi e sapori di caffè particolarmente spiccati, esibisce una nota di cardamomo: non l'avevo mai provato su una porter, ma devo dire che non è eresia.

Ho apprezzato più di tutto però la Y Market, che ho assaggiato da mio fratello (e che vedete nel primo bicchiere a sinistra): una pale ale che non ha nulla da invidiare alle "ipa più ipa" - passatemi l'espressione -, con una luppolatura da aroma particolarmente generosa su toni erbacei e resinosi, che si ritorvano nella chiusura amara. Vabbè, pazienza, non ho indovinato la migliore: toccherà fare un altro viaggio da quelle parti...

martedì 4 agosto 2015

Una serata tra gli homebrewer

Per quanto le alte temperature non favoriscano la corretta fermentazione e maturazione della birra - mentre stimolano piuttosto la voglia di berla -, gli homebrewer non se ne stanno con le mani in mano; e infatti l'Associazione homebrewers Fvg ha organizzato una serata di degustazione e confronto sulle birre prodotte da alcuni di loro, nella sede dell'associazione alla Brasserie di Tricesimo. Naturalmente Matilde non ha lasciato nessuno a stomaco vuoto - è d'altronde risaputo che bere a stomaco vuoto fa male...- preparando per l'occasione un piatto con insalata di riso, torta salata, e focaccia ripiena di formaggio.

Una serata, peraltro, che ha segnato una soddisfazione particolare: due dei partecipanti che hanno portato le proprie birre, Nicola e Manuel (i due in fondo al tavolo a destra nella foto), erano infatti stati stimolati a cimentarsi nell'arte del brassare proprio dai membri dell'associazione che avevano allestito uno stand alla Fiera Mastro Birraio di Santa Lucia di Piave. Così ieri sera hanno portato la loro prima creazione, una pils, che hanno colto quasi come sfida essendo uno stile particolarmente difficile da fare in casa - specie d'estate, trattandosi di una bassa fermentazione che deve rimanere costantemente a basse temperature. Ma i due non si sono scoraggiati, e dopo essersi procurati - come prima esperienza - estratto e grani "senza però seguire le istruzioni, sennò non usciva così", hanno tirato fuori dal cappello - anzi, dalla camera di fermentazione - una pils in cui il luppolo Saaz, unico usato, risalta in modo netto ma vellutato al tempo stesso all'aroma, mantenendo poi una nota floreale e di amaro leggero anche nel corpo delicato. Insomma, un buon inizio, che ha raccolto l'approvazione dei presenti.

La seconda birra in lista era la weizen di Valentina, che già si era distinta in un precedente concorso di homebrewers (vedi questo post) per l'uso originale delle spezie e degli aromi: e infatti ci ha sfidati ad indovinare che cosa avesse aggiunto a questa birra - e trattandosi nell'ordine di melissa, gramigna e tarassaco, chiaramente nessuno ha indovinato. Un mix che dava sentori quasi da tisana tanto da coprire aromi e sapori tipici delle weizen, e che lasciava un finale secco e amaro; tanto che è stata pressoché unanime l'opinione che questa birra vada riassaggiata tra qualche tempo, essendo ancora troppo giovane - un mese - per essere giudicata.

E' poi stata la volta di un grande ritorno, ossia quello di Luca Dalla Torre, che a diversi concorsi in passato aveva fatto manbassa. Questa volta ha portato una California Common Beer, stile in cui si cimentava per la prima volta. Da sotto il bel cappello di schiuma saliva un aroma di caramello, che si confermava nel corpo dolce e maltato, per poi chiudere con quella che a me è sembrata una curiosa nota di biscotto e di amaro al tempo stesso. La California Common di Luca non ha purtroppo ricevuto buona accoglienza al concorso "La guerra dei cloni" di Piozzo, anche a causa di alcuni problemi di trasorto che hanno influito sulla conservazione; ma per quanto l'artefice abbia dichiarato che questa birra non lo soddisfa e intende migliorarla, devo dire che non mi è sembrata affatto male.

Siamo poi passati alla apa di Marco e Emiliano, tra i protagonisti di Luppolando lo scorso anno (a proposito, avviso agli interessati: ricordate che il termine per la consegna delle birre è il 1 settembre). Un autentico tripudio di luppoli vari ("avanzi di frigo", hanno ammesso, ma nell'insieme il risultato è stato apprezzabile), con fiocchi d'avena per "aiutare" la schiuma e un dry hopping "un po' estremo, che l'ha sbilanciata parecchio sull'amaro". Anche questa ha raccolto parecchi consensi, il che dimostra come, in quanto a gusti, pare proprio che oggi come oggi siano i luppoli a farla da padroni.

Un'altra apa, però diversissima, era quella di Michele e Andrea: aroma più tendente all'agrumato e più delicato, e un residuo quasi dolciastro del malto che va a renderla una apa molto più bilanciata della precedente. I due hanno poi portato anche una black ipa, "per unire la nostra passione per le ipa e quella per le portar e le stout", che pur facendo sentire soltanto i luppoli all'aroma, al palato regala note di caffè e di cacao, con una punta di acido finale - che a me ha ricordato molto i semi di cacao crudi. Anche queste birre apprezzate, come del resto tutte le altre - al di là di quella rimandata, letteralmente, almeno a settembre: non per averla giudicata negativamente, ma perché era appunto troppo giovane.

Che altro dire? In tutto e per tutto una piacevole serata tra amici, non solo godereccia ma anche istruttiva - anche per chi homebrewer non è.

lunedì 3 agosto 2015

L'anima, lo spirito e il generale

Detta così, dal titolo potrebbe sembrare che io non abbia ancora smaltito l'acol assunto assaggiando le birre di cui scrivo: ma è semplicemente un riferimento ai nomi di tre delle birre dell'ultima nuova conoscenza fatta in Piazza Venerio, il Birrificio Belgrano. La sede è a Milano ed ha aperto nel 2014, ma Belgrano vanta avere origini in quel di Buenos Aires, dove nonno Nicholas "trascorreva ore ed ore - cito dal volantino - a mescolare aromi ed essenze per ottenere i suoi infusi terapeutici e sperimentare nuovi sapori per le bevande, tra cui le sue birre preferite".

Non era purtroppo presente il mastro birraio, ma nell'assaggiare le birre - tutte basse fermentazioni, a differenza di buona parte dei birrifici artigianali -  ho comunque avuto qualche delucidazione dai suoi collaboratori che stavano deitro le spine. Attualmente sono quattro quelle in produzione: la lager chiara Anima, la pils Belgrano, la marzenbock Spirito, e la pils aromatizzata con scorze d'arancia e coriandolo Il Generale. Dato che quest'ultima poteva apparire come un'autentica eresia, non ho potuto non incuriosirmi. Al naso l'aroma di cui sopra spicca in maniera tale da far pensare di avere nel bicchiere una blanche - pur essendo meno intenso, perché non si aggiunge quello del lievito usato appunto per le blanche -; salvo poi lasciare un po' perplessi perché, una volta bevuto il primo sorso, ci si rende conto che una blanche non è, ma presenta un corpo più leggero e di cereale - pur naturalmente senza alcuna nota di frumento - come tipico delle pils. Il mio interlocutore ha spiegato che si tratta di una birra ancora in fase di sperimentazione, per trovare il giusto equilibrio tra un'aromatizzazione e uno stile che - almeno stando ai canoni - non avrebbero nulla a che spartire: personalmente non l'ho trovata sgradevole, semplicemente ho percepito una dissonanza a cui, pur essendo voluta allo scopo di sperimentare, il mio palato non è abituato. Chissà, potrebbe essere interessante riassaggiarla tra qualche tempo.

Su suggerimento del signore di cui sopra ho poi provato la Spirito: e qui rimaniamo già più nei canoni dello stile, con una birra ambrata dall'aroma dolce di malto e caramello - personalmente non ho colto alcuna nota di amaro, come invece diceva la scheda descrittiva -, i cui sapori si confermano in forze anche al palato insieme ad una nota liquorosa che segue fino alla chiusura. Pur senza cadere nello stucchevole, ho trovato la persistenza molto dolce: il che personalmente non mi urta, semplicemente non la consiglierei ai fanatici del luppolo (che comunque, verosimilmente, non prenderebbero una marzenbock). Che dire dunque, in conclusione? Ci rivediamo per assaggiare la Il Generale (nonché le due che mi mancano)...

sabato 1 agosto 2015

E' arrivato Barbanera

Proseguendo la carrellata sui birrifici presenti in piazza Venerio, bisogna ammettere che quello che più stuzzicava la curiosità era probabilmente quello del novarese Birra Barbanera - attualmente beerfirm, ma, mi è stato assicurato, con buoni propositi di mettersi in proprio. Il nome, mi hanno spiegato i due gentili signori dietro alle spine, viene dal mastro birraio di origini marchigiane la cui famiglia portava appunto il soprannome di Barbanera; e che era ed è tuttora noto non solo per le virtù brassicole, ma anche per quelle in campo amoroso, tanto da aver dato alle birre i nomi delle "uniche due donne che abbia mai amato" (come si legge da volantino). Caratteristica peculiare di Barbanera sono gli occhiali a montatura rotonda, gadget (in carta) disponibili allo stand, con cui farsi un selfie da pubblicare con l'hashtag #barbanerasonoio: la foto con più like (che non sarà la mia, ma la metto qui guisto per amor di cronaca) riceverà un premio (se la cosa vi attrae, trovate il regolamento sul loro sito). Insomma, se fanno marketing, lo fanno creativo.

Venendo alle birre - il cui slogan è "testate su esseri umani" - sono al momento tre quelle disponibili. Se Sognandobirra, di cui avevo parlato ieri, punta a raggiungere l'eccellenza all'interno di canoni di pulizia e semplicità, Barbanera osa di più in quanto a toni forti, pur senza strafare. Sono partita dalla ale bionda Mariù, che pur rimanendo più delicata sul fronte dell'aroma, fa sentire al palato in maniera robusta il cereale che già si era presentato all'olfatto, chiudendo con una punta di amaro appena percepibile; e se fino a qui rimaniamo in fin dei conti nella semplicità, sale su ben altri registri la seconda che ho provato, la Bigiata, una saison dagli intensissimi profumi speziati. Personalmente ho sentito soprattutto pepe (che mi hanno detto non esserci in realtà) e chiodi di garofano, ma la rosa di spezie va dal cardamomo al coriandolo; spezie che si ripropongono nel corpo robusto che vira presto tra l'amaro e l'agrumato, lasciando comunque nel finale una punta quasi piccante sulla scia della speziatura. Da ultimo ho provato la Irma, una dubbel rossa, dolce sotto tutti i punti di vista: all'aroma spiccano il miele e il biscotto, che si ripropongono anche al palato insieme a qualche tono di mandorla e caramello, per lasciare una chiusura liquorosa, quasi da whisky, che fa sentire anche più dei suoi 7 gradi. Se vi piace il dolce sarà probabilmente una delle vostre preferite, amanti del luppolo astenersi. Personalmente ho apprezzato di più quest'ultima, ma devo ammettere che la Bigiata, pur "osando" forse un po' troppo in quanto ad intensità della speziatura - almeno per i miei parametri -, è quella più originale e interessante nel panorama del birrificio Barbanera.

Barbanera è aperto da meno di due anni, ma anche per loro qualche riconoscimento è già arrivato: nella fattispecie il secondo posto al concorso "Bellavita - the excellence of Italy 2015" per la Bigiata. Anche a loro, dunque, i migliori auguri per il proseguimento del percorso.

venerdì 31 luglio 2015

La vita è sogno...e la birra pure

Dato che in questi giorni piazza Venerio qui a Udine si è riempita di stand birrari e gastronomici per una non meglio specificata - e ben poco pubblicizzata, devo dire - "festa della birra artigianale", ne ho approfittato per farmi un giro. Ammetto che, dopo la delusione di "Spirito di birra" dello scorso anno, ero un po' prevenuta; ma essendomi giunta voce che per quanto i birrifici presenti fossero pochi meritava conoscerli, sono balzata in sella al mio fedele destriero (leggi: citybike presa in sconto al Città Fiera) e mi sono avviata verso il centro - mobilità sostenibile, nessun problema di parcheggio, e soprattutto nessun problema di etilometro.


Il primo birrificio con cui ho fatto conoscenza, grazie ad una piacevole chiacchierata con il birraio Andrea - pur tra tutte le difficoltà del caso, dato il volume assordante della musica - è il Sognandobirra di Oderzo: una realtà nata da tre amici homebrewer, che hanno progettato da sé un impianto "su misura" e se lo sono fatti fare. La produzione è iniziata lo scorso novembre, ma i riconoscimenti sono già arrivati: la loro blonde ale Sayamé si è infatti classificata seconda al concorso Cerevisia 2015 nella categoria alta fermentazione Nord Italia. Nel descrivermi le birre - cinque: la già citata Sayamé, la "italian pale ale" 364, la blanche Madame Blanche, la brown ale Sisma e la ale ambrata Hoppitergium - Andrea mi ha confessato la predilezione dei tre birrai per l'amaro: tanto che anche la 364, che vuole - come il nome suggerisce - essere una reinterpretazione delle ipa, punta più sui luppoli da amaro che su quelli da aroma, seguendo l'antica tradizione inglese invece che quella americana più recente. Sempre presente, ha precisato, anche l'attenzione agli abbinamenti gastronomici: tanto che ciascuna scheda descrittiva riporta anche i suggerimenti relativi.

A questo punto bisognava decidere cosa assaggiare, nella coscienza che tutte e cinque no grazie, non le reggo. Ammetto che ad incuriosirmi di più erano la Sisma, con ben cinque luppoli a bilanciare il corpo dolce, e la Hoppitergium, con luppoli neozelandesi e americani in abbondante dry hopping (eh, lo so, la foga dei luppoli ha preso anche me, non solo la Poretti); Andrea ha però suggerito l'abbinata in sequenza Sayamé - Hoppitergium, e mi sono fidata. In effetti la Sayamé è un'ottima apertura: se l'aggettivo "delicato" può suonare come quanto di più scontato e generico si possa usare per descrivere una birra, è nondimeno il più calzante che ho saputo trovare. L'aroma tra il floreale e lo speziato è molto morbido, e anche al palato mostra un corpo meno robusto rispetto ad altre blonde ale - il che la rende particolarmente beverina. Anche l'amaro in chiusura non è assolutamente aggressivo, lasciando la sensazione di una bevuta decisamente semplice, piacevole e dissetante. In tutto e per tutto una birra "lienare" e pulita, fatta andare incontro a tutti i gusti e tutti gli abbinamenti, ma con il merito di non scadere nella banalità a cui a volte questo pur lodevole intento porta; una birra che inserirei peraltro in quella linea di pensiero, che incontra ormai sempre più adepti tra i birrai, secondo cui - dopo anni di sperimentazioni audaci - è tempo di tornare a fare le cose semplici, ma farle bene.

Sono quindi passata alla Hoppitergium - curioso il gioco di parole tra "hop", luppolo, e Opitergium, nome latino di Oderzo -: per quanto il bicchiere di plastica non aiutasse nel percepire gli aromi, la luppolatura del tutto peculiare emerge con forza, dando sentori in particolare di uva e frutta matura; e anche i sapori dolci del malto al palato, che pur sarebbero robusti, lasciano subito il posto ad una girandola di diverse tonalità di amaro  - da quello più erbaceo, a quello più terroso, a quello più citrico che ricorderebbe quasi di più i luppoli da aroma - per gli amanti delle luppolature forti. Il tutto comunque senza strafare, perché la persistenza, pur lunga, non è così intensa da risultare sgradevole, ma lascia anzi una discreta sensazione di pulito. Insomma, un birrificio giovane, ma con tutte le carte in regola per crescere bene; e se sono in tanti gli homebrewers che hanno dimostrato che avviare un birrificio non è un sogno, non posso che augurare a Patrice, Andrea e Alessandra di dimostrare che non lo è nemmeno fare strada.

martedì 14 luglio 2015

Prosciutto, speck e Zahre


Da tempo ero curiosa di vedere la Festa del prosciutto di Sauris, un evento che lo scorso anno ha richiamato in questo sperduto borgo della Carnia (e non in senso dispregiativo, ma perché è sperduto proprio per davvero) circa 22 mila visitatori: tenuto conto che Sauris conta 400 abitanti, fatte le debite proporzioni è come se Roma ne attirasse 154 milioni (solo i giubilei arrivato a tanto, credo, ma non in 2 weekend). Per l'occasione Sauris di sotto si riempie di bancarelle di artigianato e prodotti tipici del luogo, gruppi musicali, e naturalmente spazi degustazione di prosciutto, speck e affini - la specialità di Sauris - abbinati ad altre prelibatezze gastronomiche e alla birra Zahre. Perché, diciamocelo, uno speck chiama un'affumicata e viceversa, per cui non osi separare l'uomo ciò che le papille gustative uniscono (sì, quello è un soddisfatissimo Enrico che addenta un grissino con il prosciutto).

Per la prima volta ho avuto l'occasione di provare l'ultima nata, la apa Ouber Zahre, alla spina: perché la volta scorsa, a onor del vero, l'avevo bevuta spillata direttamente dal tank - come ho raccontato in questo post - e non l'avevo nemmeno potuta apprezzare pienamente, in quanto non era ancora trascorso un sufficiente tempo di maturazione. E questa volta in effetti era tutta un'altra cosa: i profumi citrici del luppolo, ben bilanciati tra gli estremi del pungente e del vellutato, lasciano spazio ad un corpo che, se inizialmente fa sentire in forza il malto con qualche accenno di biscotto, poi vira in chiusura su un amaro discreto ma netto, che lascia la bocca ben pulita. E fino a qui, dirà chi ha letto il post precedente, hai detto le stesse cose della volta scorsa: sì, ma questa volta il tutto era amalgamato ed equilibrato assai meglio, con passaggi tra dolce e amaro ben congegnati.

In seconda battuta ho riprovato dopo tanto tempo la loro bionda Pilsen, che in passato avevo spesso derubricato a birra di un genere che non è nelle mie corde. Beh, sarà stata la sete, ma mi sono dovuta ricredere: l'aroma è delicato, tra il floreale e il lievito, e in bocca dà una girandola di sapori dolci di cereale e crosta di pane, per chiudere con un amaro così vellutato da non contrastare i sapori precedenti. Come testimonia la mia foto con Slavica, anima commerciale di Zahre Beer, sono quindi stata pienamente soddisfatta di aver dato una seconda possibilità - si sa che anche i gusti evolvono - a questa birra.

Nota tecnica per chi fosse da queste parti: sappiate che siete ancora in tempo, perché la Festa del prosciutto si conclude il prossimo fine settimana. Buon divertimento e buona degustazione...

lunedì 13 luglio 2015

Happy BeerDay Foglie d'Erba

Chi mi conosce, conosce anche la mia passione - che a volte ha dell'ossessivo - per la montagna: motivo in più per accettare con grande gioia l'invito ai festeggiamenti per il settimo compleanno del birrificio Foglie d'Erba a Forni di Sopra l'11 luglio, così ho potuto prima incastrarci una camminata (più una corsa, in realtà) al rifugio Flaiban Pacherini, giusto per farmi venire la sete necessaria. Scherzi a parte, essendo Gino Perissutti il primo birraio che ho conosciuto - insieme a Severino Garlatti Costa -, non potevo mancare: anche perché la cosa non si prospettava come semplice "sagra", ma come un grande evento in piena regola che ha coinvolto l'intero paese. Dai ristoranti che hanno cucinato piatti con le birre di Foglie d'Erba, a chi si è messo a disposizione per organizzare giri in carrozza o voli in parapendio, alle ricamatrici che hanno allestito una vetrina speciale per l'occasione, al centro estetico che ha battezzato con i nomi delle birre i massaggi offerti, davvero le idee si sono sprecate. Il tutto condito dagli opportuni ed immancabili gadget, tra cui la simpatica maglietta che vedete nella foto.

Naturalmente nella foto vedete anche una birra, per cui veniamo al dunque. La prima che ho assaggiato in realtà avrebbe dovuto essere l'ultima, in quanto "chicca" dell'occasione: trattasi della Lazzaro Nord Est (per gli amici LazzaroNE), blend di tre birre di Gino - la natalizia Nadal, la sour ale alle ciliege e lamponi Cherry Lady, e la porter Hot Night at the Village - inizialmente mal riuscite (vabbè, capita) e poi "risuscitate" - di qui il nome - con il contributo del presidente dell'Accademia delle Birre Paolo Erne grazie alla permanenza in botti di rovere. Il risultato è una birra dalla carbonatazione praticamente assente, che al naso fa risaltare la ciliegia con tutto un contorno di profumi di frutta matura - personalmente ho colto anche la prugna -; anche nel corpo il fruttato la fa da padrone, con una sorta di "litigio" tra le note liquorose e quelle quasi lattiche, per chiudere con un finale dall'acido pungente, acetico. Non la definirei una birra per tutti, ma se vi piace il genere sicuramente vale la pena provare quella che è sicuramente una birra tra le più originali e curiose, che armonizza in maniera sapiente i sapori di tre birre originariamente molto diverse. Anche Gino ha apprezzato il risultato, e sta considerando l'idea di replicare: personalmente ha tutto il mio incoraggiamento, e attendo al varco con fiducia (e con bicchiere in mano).

Alla festa non c'erano soltanto le birre di Foglie d'Erba, ma una vasta selezione da tutto il Friuli Venezia Giulia - più uno sconfinamento in Veneto: Garlatti Costa, Borderline, Antica Contea, Zahre e Il Birrone (in ordine rigorosamente casuale eccetto l'ultimo, in quanto unico Veneto, e quindi in fondo per coerenza rispetto alla frase precedente). Tra le tante mi sono naturalmente diretta su quelle che non avevo mai provato prima: inizialmente la Yakima Ipa di Borderline - una ipa dal colore ambrato (quella che tengo in mano nella foto) e dalla luppolatura particolarmente generosa sia in amaro che in aroma, che alterna tra olfatto, palato e chiusura note tra l'erbaceo, il resinoso e l'amaro terroso -; e poi la Heaven and Hell del Birrone, una blanche in cui la speziatura di coriandolo e arancia amara risulta particolarmente delicata e va a braccetto con un corpo fresco - in cui risalta bene il frumento - dalla bevibilità eccezionalmente facile (occhio, che farà pure quattro gradi e mezzo, ma di questa ne scende un litro senza accorgersene. Con estrema soddisfazione, però). Ovviamente non mancava nemmeno una vasta rappresentanza di birrai della zona. Nella foto vedete, da sinistra, Severino Garlatti Costa di Birra Garlatti Costa, Giovanni Francescon de La Birra di Meni e il padrone di casa Gino Perissutti; ma c'erano anche Andrea Marchi e Costantino Tesoratti di Antica Contea, Antonio Zanolin di Zanna Beer, e Giulio Cristancig di Birra Campestre. Guest star il Birraio dell'Anno Simone Dal Cortivo de Il Birrone, che però, al momento della mia partenza da Forni, era ancora dato da Nataly come in viaggio in sella alla sua moto: ho incontrato una carovana di motociclisti ad Ampezzo, chissà, magari era uno di loro.

Era poi presente l'associazione Homebrewers Fvg, che ha organizzato una cotta pubblica: nella fattispecie una tripel al miele di acacia e pino mugo su ricetta di Luca Dalla Torre (che vedete nella foto, accanto alla pentola di bollitura). Naturalmente non l'ho potuta assaggiare, ma gli homebrewer non hanno comunque fatto mancare le loro creazioni; su tutte segnalo la Sai Son di Paolo Erne (sì, sempre lui), una saison senza luppolo come nell'antica tradizione belga in cui si usava il gruit (una miscela di erbe: e infatti ha usato quelle di una tisana, acquistata da un suo amico come intruglio dimagrante, e finita poi a servire ben altri - e forse più nobili - fini).

Da ultimo non posso non riservare una nota di merito a tutte le signore, Annita in testa, che hanno preparato gli assaggini di frico che vedete nella foto: uno dei migliori (e anche dei più digeribili) che abbia mai provato, frutto della maestria consolidatasi in anni di esprienza (io ci ho provato a farmi spiegare i loro segreti, ma non nutro troppe speranze). La signora nella foto ha esordito dicendo "Mangia mangia, che ti vedo magrolina" (non so se sia nonna, ma se non lo è recita la parte benissimo), e finito con un "Guarda che se continui metti su anche un po' troppo peso": giusto per specificare come certe leccornie diano dipendenza...