giovedì 14 luglio 2016

Birra artigianale, il Veneto in movimento

In questi giorni si sono letti in rete moltissimi commenti riguardo all'approvazione definitiva del ddl che contiene la definizione legislativa di birra artigianale; non mi dilungo ora su pregi e difetti di questo testo - ho comunque lanciato la mia personale indagine tra alcuni produttori, di cui darò conto, e devo dire che ci sono anche alcune opinioni che vanno al di là di quanto già detto e osservato, per cui ci sarà ancora di che discutere. Meno si è invece parlato del fatto che c'è una Regione, il Veneto, in cui per iniziativa di alcuni consiglieri regionali è stata depositata una proposta di legge per l'istituzione del marchio dei prodotti e produttori della birra artigianale.

Risparmiandovi i lunghi preamboli, nonché le dichiarazioni di intenti su come la Regione intenda tutelare e promuovere la produzione birraria artigianale del territorio, i punti più salienti della legge consistono nell'istituzione di un albo regionale dei birrifici artigiani, nell'accesso a contributi all'imprenditoria giovanile e femminile - già previsti dalle normative regionali -, nella previsione di registrazione di un marchio "Birra artigianale", e nell'istituzione di un relativo disciplinare di produzione a cui i birrifici che desiderano fregiarsene devono sottostare. Si intende per birra artigianale "una qualsiasi tipologia di birra il cui ciclo produttivo viene svolto da birrifici artigianali indipendenti", con "utilizzo preferenziale, ove disponibile, di materia prima di provenienza del territorio di produzione", senza alcun conservante né colorante sintetico, senza pastorizzazione né microfiltrazione. Anche qui c'è il riferimento all'indipendenza societaria e alla proprietà degli impianti, ma il limite di produzione è fissato a 10.000 hl/anno. Inoltre la proposta di legge prevede che la Regione stipuli convenzioni con enti accreditati per attività di formazione, una serie di altre attività di informazione e divulgazione, e prevede l'individuazione di un soggetto deputato a verificare il rispetto delle norme di cui sopra. Parlando infine di "schei" - visto che siamo in Veneto - è proposto lo stanziamento di 150.000 euro in totale per l'esercizio 2016, di cui 20.000 per l'istituzione del marchio, 80.000 per le attività di informazione, e 50.000 per quelle di formazione.

Naturalmente anche qui si potrebbero sollevare interrogativi simili a quelli già noti - quanto micro è la microfiltrazione? E i beerfirm? E il riferimento alle materie prime locali che senso ha per un settore come quello birrario? E se 200.000 hl sono tanti, 10.000 hl non sono invece troppo pochi?. I birrai hanno infatti tutta l'intenzione di porsi come interlocutori del legislatore regionale: tanto più che il Veneto dal 26 giugno scorso dispone anche della categoria birrai artigiani costituita all'interno di Confartigianato, e presieduta da Ivan Borsato di Casa Veccia (nella foto sopra) - che tiene però a precisare che si tratta di una "presidenza a due" insieme al suo vice, Fabiano Toffoli (nella foto sotto) di 32 Via dei Birrai. "La fondamentale differenza dalle altre associazioni - spiega Borsato - è l'istituzione che la stessa rappresenta, essendo in seno a Confartigianato: Unionbirrai e altre già esistenti sono associazioni culturali, quindi istituzionalmente diverse. Possiamo dire di poterci sedere allo stesso tavolo di Governo, Dogane, Assobirra". 

Borsato e Toffoli intendono dividersi i compiti (al primo spetterà la creazione di un gruppo, la promozione della birra artigianale attraverso il territorio, la formazione, gli eventi; e al secondo la parte più istituzionale di rapporto con il legislatore) con la missione di "creare un gruppo di artigiani produttori che incarni a pieno le migliori caratteristiche di questo mestiere. Lo faremo attraverso la formazione dei birrai e del consumatore, la certificazione del processo produttivo, oltre che lottare per un più equo carico delle accise, promuovere la diffusione della birra artigianale nel territorio, agevolare l'export. Il nostro associato dovrà produrre una birra oggettivamente buona, magari soggettivamente piacevole, ma oggettivamente priva di difetti, requisito minimo per un mercato sempre più competitivo ed esigente". L'associazione è aperta ai produttori diretti, e pertanto non ai beerfirm: tuttavia, precisa, "li accoglieremo volentieri nel momento in cui decideranno di cominciare il percorso per diventare produttori: proprio per questo motivo vorremmo formare o incaricare un esterno mezzo Confartigianato, per le consulenze e le start-up".

Essendo la legge regionale ancora in fase di proposta, i birrai intendono "prendere al balzo l'opportunità di inserire tutte le modifiche necessarie perchè sia garantita la nostra identità e il nostro lavoro": affrontando anche alcuni dei punti di cui sopra, rilevanti anche per la normativa nazionale. "E' un'ottima base di partenza, ma chi ha pensato e plasmato questa legge si è dimenticato di un concetto basilare: fare la birra a mano. Un artigiano è tale se lavora con le proprie mani, se il prodotto che ne esce contiene estro e creatività come ne siamo internazionalmente riconosciuti. Ci sono imposizioni che sono tecnicamente labili...cos'è la microfiltrazione? Filtrare una birra per stabilizzare il suo shelf life? Allora è fondamentale farlo per i produttori che si vogliano affacciare all'export, specie per lidi lontani. Sulla pastorizzazione non ci sono osservazioni, caratteristica fondamentale per identificare il nostro lavoro. Idem per indipendenza del birrificio. Resto però sempre impressionato dalle grandezze di riferimento per identificare i birrifici artigianali: 200.000 hl anno, quando la media dei birrifici artigianali italiani è 750 hl anni (fonte Assobirra). Anche se superfluo in questo frangente è sciocco non tenerlo in considerazione. Concludendo ottima base, pa dovranno fare un passo in più verso la qualità oggettiva, l'artigianato, l'export". E 10.000 hl non sono invece pochi? Del resto in Italia c'è chi - sarà pure una mosca bianca, ma c'è - questo quantitativo lo supera. "Facciamo due calcoli in croce, giusto per spiegare - ribatte Borsato -:  sala cotta da 10 hl, doppia cotta giornaliera ... 20 hl giorno, 5 giorni di lavoro la settimana, 48 settimane anno di lavoro fanno 4.800 hl e 540.000 bottiglie 75cl a 4,50 di media fanno 2.880.000 euro di fatturato (tralasciando altre attività o vendita al dettaglio), perciò per arrivare a 10.000 hl dovresti fatturare una cosa come 6 milioni di euro...non è tantino per un artigiano? Vogliamo raggiungere dei politici 15.000 o 20.000 hl? Ok, ma non di più, perché per me chi produce più di 5.000 hl all'anno verosimilmente impiega almeno una decina di dipendenti e per la legge comunitaria passa a piccola impresa industriale".

Una normativa regionale che impone paletti più stretti di quella nazionale, dunque? Non pone il rischio di futuri conflitti? "Dal punto di vista fiscale non ci sono differenze che rilevino: la legge regionale punta ad istituire un marchio - a cui non è obbligatorio aderire -, non a identificare una categoria fiscale. Sono leggi fatte per lo sviluppo del territorio e dell'impresa, non mirano a cambiare equilibri nazionali. Devono essere viste come un'opportunità. Inoltre la legge prevede che vi sia una certificazione di qualità per accedere all'utilizzo del marchio e questo apre la strada ad un'idea che io e Toffoli abbiamo già dall'inizio della costituzione della categoria e prima di conoscere il progetto di legge regionale, ossia quello di arrivare ad una certificazione del "buon lavorare" e della "buona birra" attraverso organi già istituiti e super partes. Abbiamo già preso contatti con Slow Brewing, ente certificatore italiano  che fa capo al prof. Gresser e con sede in Germania, che certifica già 32, Antoniano, Theresianer e altri 25 stabilimenti tedeschi". 

Insomma, il Veneto ha tutta l'intenzione di candidarsi a Regione laboratorio per ulteriori sviluppi sul fronte legislativo, associativo e di certificazione: non resta che augurare buon lavoro.

martedì 5 luglio 2016

Quella di Pejo non è solo l'acqua

Nel mio girovagare per rifugi alpini, come consueto d'estate, mi sono imbattuta in una birra artigianale a me sconosciuta che faceva bella mostra di sé sul bancone - Birra Pejo; così, venuta a sapere dal gestore che il birrificio si trovava sulla via del mio rientro, ne ho approfittato per fare una sosta. Lì sono stata accolta, nonostante la mia visita del tutto improvvisa, con calore e disponibilità dal birraio Marco: un enologo che, dopo il diploma alla nota scuola di San Michele all'Adige ed esperienze lavorative Italia, Francia, Australia, Nuova Zelanda e Cile, ha deciso di unire queste competenze alla sua esperienza di homebrewer e a una delle riccheze di Pajo - l'acqua, appunto - per aprire un birrificio. Dopo essere andato un po' "a bottega", come si usava dire, dal Birrificio di Fiemme, l'avventura è iniziata un anno e mezzo fa. Sono tre le birre all'attivo - la golden ale Pejo, la apa Lynx, e la strong dark ale Aquila; ho avuto modo di assaggiare la Lynx al rifugio, e la Aquila - che ha peraltro ottenuto il riconoscimento di "Grande Birra" da Slow Food - in birrificio insieme a Marco.


Della Lynx, dal colore ambrato, mi ha colpita in primo luogo la rosa di aromi: dal floreale alla frutta tropicale, con toni che vanno da quelli più dolci a quelli più erbacei, di notevole armonia ed eleganza. Per quanto non la definirei "corposa" come si legge nella descrizione, mantiene comunque una discreta struttura; e se sembra chiudere con un amaro abbastanza netto per quanto non aggressivo, dopo qualche secondo ritorna una leggera persistenza più dolce sui toni del biscotto e del caramello, unendo le virtù di un finale amaro che pulisce la bocca a quelle più gentili della maltatura senza risultare stucchevole. Si capisce che la Lynx è il risultato di una lunga ricerca ed elaborazione, e infatti Marco mi ha confermato che è quella a cui lavorava da più tempo.

Per stomaci e palati forti invece la Aquila, e non solo per i suoi 9 gradi alcolici. Se vedendo il nero vi aspettavate una stout, ricredetevi, perché siamo su tutt'altro genere. Marco mi ha riferito di essersi ispirato ai vini rossi nel pensare ai possibili abbinamenti, e in effetti in questa birra ho trovato diverse caratteristiche che mi hanno ricordato alcune birre scure affinate in botti di amarone, o di altri vini (o fatte con legni) molto aromatici: dai profumi di amarena, a quelli di frutta sotto spirito, a quelli quasi di legno. Man mano che si scalda arrivano anche note balsamiche e di liquirizia, che ho ritrovato anche al palato insieme a una leggera componente di caffè; ma i toni del malto tostato, pur presenti, rimangono in secondo piano rispetto a questa rosa di profumi e sapori - che Marco mi ha spigato attribuendola all'uso di luppoli cechi. Da bere con calma dato il corpo possente e il finale che, nonostante la discreta luppolatura, non dà affatto l'impressione di essere amaro, ma lascia anzi una nota alcolica tra il fruttato e il balsamico. Una birra forse "difficile" e ben lontana dalla facile bevibilità della Lynx, e che - a mio parere, quindi prendetelo come tale - avrebbe da guadagnare da una maggior pulizia sul finale, che lasci meno il retrogusto alcolico (che pur non è fuori luogo in una birra di questo genere); ma che è comunque una dimostrazione di come Marco tenga ad un'interpretazione personale degli stili, e la cerchi con cognizione di causa anche quando maneggia sapori forti.

Per il resto, che dire? Ho una bottiglia di golden ale Pejo ancora che mi aspetta, le premesse sono buone, per cui ho fiducia...

lunedì 4 luglio 2016

Un assaggio di White Riot

Veramente qualche recensione era uscita già in anticipo rispetto alla data del 1 luglio, quella prevista per il lancio in contemporanea in una quarantina di locali della White Riot - la nuova blanche agli agrumi del Birrificio del Ducato; e, se per scriverne anch'io qualche riga me la sono anch'io presa con comodo facendo passare il weekend, venerdì sera sono comunque passata in Brasserie a "timbrare il cartellino" per provarla anch'io.

Le aspettative erano quella di una blanche sui generis, e sono state confermate. All'aroma risalta molto bene il pompelmo, di cui viene infatti aggiunta la polpa; ma se la possente componente agrumata potrebbe far quasi pensare alle vivaci luppolature americane di alcune ipa, la White Riot non smentisce comunque la sua natura di blanche, con i profumi di coriandolo e spezie - anche i toni tipici del lievito da blanche non vengono coperti. In bocca è fresca e dissetante, grazie soprattutto alla componente agrumata e a quella acidula del cereale, ma il corpo - come d'ordinanza nel caso delle birre belghe - mantiene comunque un certo vigore; per chiudere poi - e questo è forse il passaggio che più si discosta dalle blanche canoniche - con un amaro netto e citrico in cui è di nuovo ben riconoscibile il pompelmo, che va a sposarsi con la componente amara del luppolo. Mi sono trovata a definirla sul momento "un incrocio tra una blanche e una ipa" riferendomi al genere di amaro finale; ma non credo sia un'espressione che rende giustizia, né che fosse quello che cercava il birraio Giovanni Campari nell'elaborare la ricetta. Non appare infatti come un percorso di ricerca che ha voluto andare ad ibridare stili, ma piuttosto sperimentare su uno stile consolidato come la blanche - al quale la descrizione di questa birra attribuisce il "preconcetto di frivolezza e facilità": personalmente ho bevuto blanche che se ne discostano, però questa è senz'altro una delle più originali che abbia trovato. E se c'è chi riesce "ridare dignità", per così dire, a birre tacciate di banalità, e sa farlo senza eccessi né "effetti speciali" me con eleganza e pulizia, ben venga.

giovedì 30 giugno 2016

Il passaggio del(la) Mar Rosso

Un paio di giorni fa ho accolto l'invito di Emanuele Beltramini del Grana 40 ad assaggiare l'ultima creazione della casa; che, in ossequio alla blonde ale Mar Giallo e alla black ipa Mar Nero, è stata battezzata Mar Rosso. Trattasi di una session ipa dall'intuibile colore e di appena 3,5 gradi - e l'estate è quindi il periodo ideale per il lancio, data anche la facilità di beva. Come da tradizione ci siamo incontrati al ristorante Il Giona's, uno dei locali che tiene le loro birre, e che come le altre volte mi ha lasciata soddisfatta in quanto a cucina - involtini di manzo e prosciutto al lime con verdure gigliate.

Come di consueto per le birre di Grana 40 - eccetto la Ippils, la grande eccezione della famiglia - la Mar Rosso vuole farsi notare in primo luogo per l'esuberante luppolatura in aroma; data nella fattispecie da ahtanum, citra, mosaic e bravo, che nell'insieme creano una rosa di profumi che va dalla fragolina di bosco, all'agrumato, al resinoso, finanche con una punta di dolce da frutta tropicale. Nell'insieme devo dire che si tratta di una luppolatura che, pur importante, non dà l'impressione di essere eccessiva né spigolosa, e armonizza bene le varie componenti: l'esperienza pare stia insomma dando i suoi frutti in quanto a "gestione del luppolo", dopo qualche anno di sperimentazione e perfezionamento su Mar Giallo e Mar Nero.


Il corpo, come intuibile, è assai scarico, tanto da avere quasi l'impressione di passare per direttissima dalla luppolatura d'apertura a quella di chiusura; in cui si evidenzia un amaro importante e secco su toni citrici, nonostante Emanuele abbia sottolineato come non sia stato usato alcun luppolo ad inizio bollitura ma soltanto in late e dry hopping (per i non adepti: il luppolo gettato nel'ultima fase della bollitura, usato principalmente per dare aroma e non amaro, così come quello gettato a freddo). Una caratteristica che Emanuele ha spiegato con l'alto contenuto di alfa acidi nei luppoli utilizzati, con la conseguente scelta di usarli solo alla fine per evitare un eccesso di amaro. Nel complesso non mi ha colpita più della Ippils, come Emanuele aveva invece predetto; però è comunque una birra che segna un'ulteriore evoluzione del Grana 40 verso prodotti via via più eleganti e puliti, pur mantenendo l'impronta originaria che ho definito "esuberante".

Vale la pena notare anche il fatto che l'ho assaggiata da una bottiglia che mi è stato detto risalire al mese di gennaio: nonostante avesse sei mesi, la parte aromatica era ancora ben conservata e dava sensazione di "freschezza". E qui si è innescato un discorso che il nostro birraio ha definito quantomeno controverso, nel campo della birra rtigianale; ossia l'utilizzo delle virtù della chimica - ad esempio sostanze come il tannino di galla - per arrivare ad avere un prodotto più stabile e pulito; e che a suo dire, oltre ad essere di uso più diffuso di quanto si creda anche nelle piccole realtà, non andrebbero ad inficiare la "purezza" del risultato finale perché decadono, rimanendo in quantità trascurabile nel prodotto finito. Non sono né una birraia né una chimica e quindi non mi esprimo; certo è che la liceità ed "eticità" (chiamiamola così) dell'utilizzo più o meno invasivo di ciò che la scienza oggi ci offre, già pesantemente dibattuto nel settore agricolo e alimentare, investe anche la birra artigianale che di questo settore è parte.

Ci siamo poi spostati ad Orzano, nello spazio degustazione dell'azienda vinicola Vigne del Malina, che tiene la Ippils alla spina; e che non avevo mai avuto occasione di assaggiare, essendomi limitata a quella in bottiglia. Complice probabilmente la temperatura troppo bassa della spina - e che a onor del vero è stata prontamente alzata -, ho percepito assai meno gli aromi che avevo descritto nel precedente post; mentre risaltava assai meglio la componente più "grezza" del cereale. Il salire della temperatura ha poi reso giustizia anche ai profumi, che ricordavo ad ogni modo più intensi; in generale direi che l'ho apprezzata di più in bottiglia - versione nella quale continuo a ritenerla la birra meglio riuscita tra quelle di Grana 40 -, pur senza perdere la sua natura nemmeno alla spina. Leggermente meno netto anche l'amaro finale, trattandosi di una nuova ricetta.

In chiusura di serata, Emanuele ha assicurato che il percorso verso l'avvio di un birrificio proprio prosegue, così come l'elaborazione di nuove ricette - tra cui una che ha definito "una pecora nera", non volendosi sbilanciare oltre: che dire, staremo a vedere, e non posso che fare i miei migliori auguri per i progetti futuri.

lunedì 27 giugno 2016

Dalla Corsica a Pordenone

Dopo una pausa dovuta a diversi impegni personali, mi risulta quasi difficile aggiornare sui vari viaggi fatti e birre degustate; comincio quindi in ordine cronologico, con la trasferta a Imperia per presentare il mio libro al Festival della Cultura Mediterranea. Uscita a cena la sera, ho avuto il piacere di essere accompagnata dagli organizzatori in un ristorante che teneva anche una carta delle birre - "Il melograno", per la cronaca -; e la mia scelta per accompagnare il pesce è caduta su una birra corsa, la Colomba della Brasseria Pietra. Trattasi - almeno così raccontano i diretti interessati - del primo birrificio ad avere aperto nell'isola, nel 1996; e prende il nome dal paese del fondatore, Pietraserena. Il repertorio del Pietra predilige le basse fermentazioni; tanto che lo è anche la Colomba, pur definita come "blanche" in quanto birra di frumento - ed è la prima volta, personalmente, che mi capita di bere una bira di frumento a bassa fermentazione. Ad incuriosirmi è stato soprattutto il fatto che fosse aromatizzata con le erbe della macchia mediterranea - corbezzolo, mirto e ginepro; che non risultano però invadenti al naso, in cui emergono di più le note di mele di castagno e soprattutto le componenti più "grezze" del cereale - e in questo credo la bassa fermentazione faccia il suo, sviluppando meno esteri rispetto ai lieviti usati per weizen e blanche. Anche in bocca la componente speziata risulta molto tenue, per lasciare piuttosto spazio ad un cereale quasi acidulo e rinfrescante al tempo stesso; solo sul finale ritornano più marcate le erbe aromatiche, con una chiusura che amalgama le componenti balsamiche, agrumate e una leggerissima nota di miele. Nel complesso fresca e dissetante - complice anche la carbonatazione, e decisamente originale nell'interpretare quella che è la vasta gamma delle birre di frumento - in altri temini: se volete una blanche tradizionalmente intesa, questa non fa per voi; se preferite qualcosa di più sperimentale e meno "ruffiano" rispetto a certe speziature che sembrano nate per stupire, fateci un pensierino.

Sulla via del ritono, come già raccontato, mi sono fermata a Reggio Emilia al'Arrogant Sour Festival; e da lì ho portato a casa come souvenir una Vedova Nera (no, non un ragno, io e l'aracnofobia siamo un tutt'uno) di Black Barrels. Come il nome lascia intuire, è una birra scura - una ale nello specifico -, maturata in botti di quercia e aromatizzata con amaro San Simone. La componente acida è ben marcata, ma la complessità e varietà degli aromi e dei sapori vanno a smorzarla notevolmente, facendola apparire meno pungente: dalla liquirizia, alla frutta secca e a quella sotto spirito, al tostato, alle erbe balsamiche, la rosa è assai vasta. Non la definirei forse "di ottima bevibilità" come da descrizione, però, per essere una birra di tale complessità, sa farsi bere senza risultare eccessiva già al secondo sorso, il che è un indubbio punto a favore.

Da ultimo, una nota per la blonde ale al mais cinquantino di Birra di Naon nella nuova ricetta: rispetto alla versione precedente colpisce in primo luogo l'aroma, con una luppolatura floreale abbastanza intensa, e la componente dolce del mais viceversa meno notevole e meglio amalgamata sia all'olfatto che al palato. Ho trovato differenze significative anche sul finale, decisamente più secco e senza persistenze dolci, risultando quindi più fresca e dissetante. Personalmente l'ho trovata più equilibrata rispetto alla versione precedente, e l'ho quindi trovata un passo avanti nell'evoluzione di questa birra. Con il caldo che è finalmente arrivato, poi, una birra dissetante da bere fresca fa sempre piacere...



venerdì 10 giugno 2016

Nel mondo di Alice

Già il tema delle "quote rosa" nel mondo birrario è stato sondato a più riprese - e cito qui in particolare il reportage di Stefano Gasparini su Nonsolobirra.net - ; e dallo scorso autunno c'è un nome in più da aggiungere a questa lista, quello di Alice Simone del Birrificio Maniago. Già da qualche tempo mi aveva invitata a passare di lì, e finalmente ho tenuto fede alla parola data (meglio tardi che mai). Alice, a dire il vero, non aveva iniziato la sua avventura da sola; ma, lode alla sua perseveranza, è andata avanti anche quando si è trovata ad essere l'unica anima del birrificio, iniziando da sé la produzione a settembre 2015 dopo aver frequentato i corsi del maltificio Weyermann in Germania.

La sua filosofia è quella di fare birre semplici e facilmente bevibili, senza eccessi; e sono per ora due quelle stabilmente all'attivo - più la "one shot" Genievre, una saison che ha avuto successo anche nella locale gelateria come sorbetto - : la golden ale San Domenico - "Dal nome di mio padre, che mi ha aiutata tanto ad aprire il birrificio...un santo" - e la apa Two Lefts Don't Make a Right - un proverbio inglese caro ad Alice. Dopo un rapido giro del birrificio ci siamo quindi spostate nel piccolo spazio degustazione, che Alice ha allestito ispirandosi alle vecchie botteghe di rigattiere veneziane - le "strazerie", per i non lagunari.


Della San Domenico colpisce in primo luogo l'aroma floreale, con una punta di miele; e per quanto risulti parecchio beverina, il corpo è tutt'altro che scialbo, e riempie il palato con una buona consistenza di cereale. A chiudere è un amaro abbastanza netto, continentale, e discretamente persistente, andando a completare un passaggio in tre fasi tra i profumi iniziali, il malto nella bevuta, e questo amaro finale. Di tuttt'altro genere la Two Lefts Don't Make a Right, in cui la luppolatura agrumata americana è immediatamente riconoscibile seppur delicata; ho trovato il corpo dai toni tra la nocciola e la mandorla meno robusto, così come l'amaro finale meno deciso e netto nonostante l'ibu più elevato. Devo dire che tra le due, pur nella semplicità che le accomuna - non aspettatevi birre che stupiscono, ma birre da bere in scioltezza con gli amici in una giornata calda dato anche il basso tenore alcolico (5 gradi) - ho trovato la San Domenico una birra di maggior carattere e con una sua personalità meglio definita rispetto alla Two Lefts; che, di contro, risulta molto più omogenea nella bevuta complessiva, e va quindi magari più incontro alle preferenze di chi non tollera neppur minimi contrasti. Ad ogni modo, credo che in futuro ci saranno interessanti evoluzioni, perché Alice - avendo iniziato da poco - è alla costante ricerca di piccoli aggiustamenti alla ricetta. Prossimo progetto, ha riferito Alice, è quello di una ipa, pur rimanendo fedele alla filosofia di rifuggire gli eccessi: e non posso che farle un in bocca al lupo, perché si concretizzino al meglio le (buone) premesse che ha posto in questi mesi.

lunedì 6 giugno 2016

Toccata e fuga al Chiostro della Ghiara


Eh già, giusto per non sbagliare avevo intanto fatto gli auguri per la buona riuscita dell'Arrogant Sour Festival di reggio Emilia a tutti gli amici partecipanti; poi però, in maniera del tutto inaspettata - e grazie ai miei compagni di viaggio Wendy e Alessandro, che ringrazio - sono riuscita a fare una toccata e fuga nella prima serata di sabato. Giusto un paio d'ore, ma comunque piacevolissime, e occasione per qualche nuova interessante scoperta.

Accolti con il consueto calore da un vulcanico Paolo Erne (foto di Luca Galuzzi), che ha introdotto i miei amici alla Rinnegata di Antica Contea - chi non la conoscesse clicchi qui -, siamo passati alla Suzie B sempre di Antica Contea, blend di una birra alle susine secche e una con susine fresche. L'ho trovata una buona "entry level" per chi si avvicina al mondo delle birre acide, in quanto sia all'aroma che nel corpo risulta morbida e delicata; con la componente acida che si amalgama bene a quella maltata, e soprattutto con il salire della temperatura lascia in chiusura toni fruttati gradevoli e persistenti, insieme a sentori di miele. Sempre rimanendo in zona Friuli ho poi provato la Sour Brown Ale di Borderline, affinata 8 mesi in barile di rosso friulano e rimasta 14 mesi in fusto. Al naso risalta soprattutto la componente del legno, che apre la strada alle reminescenze di - appunto - vino rosso che "riempiono" poi il palato, pur senza risultare invasivi.

Cambiando zona sono passata alla Nut-The Irish Jinn di Black Barrels, una apa affinata per 3 mesi in botti lavate col vino e aromatizzata al whiskey. Ed è quest'ultimo a farla da padrone, con la componente tra il caramellato e il torbato del malto che domina nettamente su quella acida prima di tutto al naso, ma anche nel resto della bevuta. L'incontro più curioso è stato quello con il mastro birraio dell'irlandese The White Hag - grazie a Marco D'Agostini -, e con la sua Irish Heather Sour Ale: un po' in inglese e un po' in italiano, ci ha raccontato la storia di questa antica ricetta dell'isola, che prevede l'uso di un gruit (miscela di erbe al posto del luppolo, come si faceva prima dell'introduzione di questa pianta nell'arte brassicola) e l'affinamento in botti di vino rosso francese. Sono infatti i toni dolci dell'erica - come dice il nome stesso - a dominare, insieme però a delle note erbacee e balsamiche che - non sorprendentemente - non avevo mai trovato in nessun'altra birra.

Da ultimo una parola per la Beersel Morning 2013, blend di una saison del Birrificio del Ducato e di un lambic dell'apprezzatissimo - consiglio questa lettura - Oud Beersel. Da sotto la notevole schiuma sale un aroma in cui è ben percepibile la "componente saison", con la speziatura del lievito e la buona presenza del cereale; il lambic si fa sentire soprattutto in un secondo momento, in un corpo che rimane fresco e beverino nonostante non sia esile. Tutte birre senz'altro interessanti; nella speranza di riuscire a dedicarvi più di un paio d'ore l'anno prossimo....