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venerdì 19 giugno 2020

Cinque (anzi sei) birrifici per cinque birre

La sera del 18 giugno, con l'occasione dell'apertura del giardino estivo (purtroppo rovinata dal maltempo) la birreria Brasserie di Tricesimo ha messo alla spina cinque nuove birre di altrettanti birrifici artigianali della regione (più uno in realtà, come vedremo poi) - alcune in realtà già presentate nei giorni precedenti, altre delle anteprime propriamente dette.

La prima che ho degustato è la Let's kill the noia, una American Lager di Garlatti Costa. Una birra che rispetta pienamente ciò che risulta essere sulla carta: colore dorato e leggermente velata, schiuma candida e a grana sottile, aromi tra l'agrumato e il floreale molto delicati, corpo fresco e snello senza particolari persistenze di cereale, finale con un taglio amaro secco ma misurato e non persistente. Semplice e estiva, la classica birra da bere a litri che, pur senza cadere nella banalità, può andare incontro ai gusti di tutti.
In seconda battuta la So good was singing a beer, la nuova saison al basilico del birrificio Campestre (che sa anche sempre sorprendere con i nomi, devo dire....). Ammetto che ero scettica, perché altre birre al basilico assaggiate in passato non mi avevano convinta: nella maggioranza dei (pochi) casi avevo trovato l'aromatizzazione troppo spinta e slegata dal resto. In questo caso invece non solo il birraio ha optato per la sobrietà, ma ha trovato il modo di legare bene l'erbaceo balsamico e amarognolo del basilico con l'amaro del luppolo in chiusura, che diventano un tutt'uno. Interessante anche la scelta dello stile saison che, per quanto la tipica speziatura rimanga nelle retrovie a favor di basilico, fa comunque da cornice all'aromatizzazione creando una serie di rimandi olfattivi e gustativi.

Terza la Tuff Gong, collaborazione tra Foglie d'Erba e Birra Perugia, definita come “Resistance Rye India Pale Beer” - una sui generis insomma, trattandosi di una lager alla segale con luppolatura americana. Al naso si fa subito sentire quello che i birrai stessi definiscono "massiccio dry hopping di mosaic" - e a onor del vero, ancora prima di sentire questa dichiarazione, avevo sentito in questa girandola tropicale la mano di Luana Meola: un suo marchio di fabbrica rispetto a Gino Perissutti, più incline agli aromi resinosi e citrici -, corpo biscottato ma scorrevole in cui si colgono le note peculiari della segale locale, e finale persistente di un amaro citrico-resinoso. Pulita e fresca, molto caratterizzata.

In anteprima assoluta debuttava poi la double Ipa Magic Bus, l'ultima nata del birrificio Bondai - che come sempre lega i nomi delle sue birre alla citazione di un film, in questo caso Into the wild. Luppolatura tutto sommato sobria per il genere - non nel senso che non sia intensa, ma nel senso che non cerca fuochi d'artificio: un resinoso netto e deciso, senza fronzoli - a fare il paio con un corpo dal tostato robusto con qualche calda nota caramellata al salire dellla temperatura, e un amaro finale notevole e persistente, sempre su toni tra il resinoso e l'agrumato. Equilibrata e semplice pur nei toni decisi, per gli amanti delle Ipa vecchio stile.

Da ultima la Tripel Barrel, una "chicca" nella misura in cui si tratta di una produzione limitata di Antica Contea - la loro Triple Threat di cui avevo già parlato in questo post, passata dodici giorni in barrique di Bordeaux. Un vero tripudio di aromi e sapori, che varia al variare della temperatura - mi sono annotata nell'ordine petali di rosa, uvetta, frutta sotto spirito, ibisco, tè nero, miele di castagno e dattero, ma credo che ciascuno potrebbe sentirci cose diverse -; con sullo sfondo una birra dalla spiccata dolcezza, mitigata da un'acidità appena percettibile e dai toni di legno (senza astringenza, o almeno io non l'ho colta). Finale lungo e dolce, ma senza persistenze alcoliche pastose. Curioso come basti una barricatura così breve per ottenere effetti tanto intensi.
Concludo con una nota di merito che ritengo la Brasserie si sia guadagnata, organizzando una serata di significativo spessore - erano presenti anche i birrai - nonostante il momento difficile, le pur necessarie norme di sicurezza, e il nubifragio della serata (che non ha comunque scoraggiato gli avventori, a conferma che l'interesse c'era); e con un grazie a Matilde e al suo staff, nonché ai birrai.

martedì 3 aprile 2018

Un assaggio di Reservoir Dogs

Dopo un periodo di latitanza, sono tornata a bazzicare anche dalle parti dell'Associazione Homebrewers Fvg. L'occasione è stata la cena alla Birreria Brasserie accompagnata dalle birre di Reservoir Dogs, birrificio di Nova Gorica divenuto in breve tra i più noti della Slovenia - e che da tempo mi riprometto di visitare, accogliendo il gentile invito di Uros e soci. Il birrificio è peraltro conosciuto per la creatività sia nel battezzare le proprie birre che nella grafica delle etichette, motivo in più di curiosità.

La serata si è aperta con una gose, la Cum Grano Salis. All'aroma si avvertono i toni pungenti dell'acidità lattica e del frumento, come da manuale; ma al corpo risulta decisamente snella e delicata per il genere, per chiudere su una salatura molto sobria, così come lo è l'acidità. Fresca, delicata e dissetante, adatta anche a chi si accosta per la prima volta allo stile.

A seguire la session ale Conqueror: aromi di pompelmo puro, corpo scorrevole in cui il cereale si avverte appena, per poi tornare sull'amaro acre degli agrumi. Ammetto di aver trovato la luppolatura, sia in amaro che in aroma, un po' troppo robusta rispetto al corpo evanescente; per quanto si capisca, per come è costruita la Conqueror, che questa era l'intenzione di chi l'ha creata.

In terza battuta la ipa Lone Wolf, una monoluppolo styrian wolf: aromi intensi di frutta, in particolare uva spina; che aprono la strada ad un corpo questa volta più robusto, in cui la caramellatura del malto di fa sentire, prima di chiudere sugli stessi toni dell'aroma. Più equilibrata, per chi ama sì le ipa, ma fatica a digerire le luppolatura dall'amaro aggressivo.

Sale ancora di intensità la ipa Grim Reaper, dalla luppolatura più "classica" - anche qui ho comunque colto l'uva spina in particolare, per quanto accompagnata da una rosa di frutti e di resine più ampia - e dal corpo adatto a supportare una luppolatura di questa forza, con note tostate. Finale di un amaro acre e persistente.

Sempre una ipa, ma questa volta una black, la Starvation: luppolatura sempre tra l'agrume e la frutta tropicale, che non farebbe presagire un corpo che invece rivela tutta la forza del tostato, con toni tra il caffè e il cacao, prima di chiudere su un amaro che richiama l'aroma.

Di tutt'altro genere invece l'ultima, la imperial stout Batch 50: aromi intensi di liquore al cioccolato, e finanche qualche nota di vaniglia, rivela un corpo caldo e vellutato tendente al caffè. Chiude in maniera piuttosto secca per il genere, su un amaro sempre da caffè, così da non pregiudicare il sorso successivo.

Nel complesso, le definirei tutte birre tecnicamente ben fatte, gradevoli, e pensate per una beva facile e al tempo stesso non banale; unica perplessità che solleverei, il fatto che per la maggior parte esibiscano luppolature sul genere fruttato - dando la sensazione di una certa monotematicità sotto questo profilo, per quanto ciò finisca per diventare al tempo stesso una sorta di "marchio di fabbrica" di Reservoir Dogs.

Nota finale per la cucina della Brasserie, come sempre ben curata - antipasto di salumi e formaggi misti, crepe agli spinaci, spiedino di carne mista con patate fritte e crostata alle albicocche. Un grazie all'Associazione Homebrewers Fvg e a tutto lo staff della Brasserie.

giovedì 2 marzo 2017

Una serata con Foglie d'Erba

Da qualche tempo non avevo occasione di degustare una birra di Foglie d'Erba, birrificio spesso sotto i riflettori date le notevoli performance ai concorsi - di cui l'ultimo, Birra dell'Anno, appena concluso: così con piacere ho partecipato alla serata organizzata alla Brasserie, con il birraio Gino Perissutti.

La serata prevedeva tre birre con altrettanti abbinamenti: la birra di frumento Joyce con la frittata alle erbe e patate, la tripel Gentle Giant con la polenta e formaggio erborinato, e la porter Hot Night at the Villlage Breakfast Edition con la gubana. Ho colto l'occasione per fare due parole con Gino a proposito della Joyce, una birra che volutamente sfugge a qualsiasi categorizzazione in uno stile preciso e che per questo ho definito (come del resto fa Gino stesso) semplicemente "birra di frumento". C'è chi afferma di cogliere aroma di banana, ma non è una weizen; qualcuno la classifica come blanche perché usa un lievito belga, frumento non maltato (un 40%), coriandolo e bucce d'arancia; eppure all'aroma non la si direbbe del tutto tale, data la robusta presenza del frumento mentre lievito e speziatura rimangono nelle retrovie. Una birra sui generis dunque, che Gino ha volutamente - così mi ha confermato ieri sera, quando gli ho chiesto delucidazioni - costruito come tale. La freschezza della Joyce e la leggera acidità finale si accostano bene al sapore dell'uovo, lasciando la bocca pulita - ho trovato cozzasse un po' di più con quello delle patate, ma la lascio come mia opinione-; fondamentalmente è comunque una birra versatile, data la sua facilità di beva e la sua delicatezza complessiva.


Del tutto indovinato ho trovato il secondo abbinamento, Gentle Giant con polenta e formaggio erborinato. Anche qui ho voluto scambiare due parole con Gino, in quanto si tratta di una birra che mi ha sempre lasciata perplessa: nel panorama di Foglie d'Erba, perlopiù di impronta anglosassone e dalle luppolature ben studiate, una dolce tripel di puro stampo belga ci azzecca poco. Semplice desiderio di sperimentare qualcosa di diverso, o c'è di più? Gino è una persona semplice, e quindi semplice è stata anche la risposta: volevo fare una birra diversa dalle altre, le tripel mi piacciono, e quindi ho fatto una tripel. Elementare, Watson. Stesso ragionamento anche per la Golem, una pils, unica bassa fermentazione di Foglie d'Erba. Come da stile, l'aroma unisce i toni caramellati del malto a quelli speziati e fruttati del lievito, con qualche punta alcolica (dopotutto fa 8 gradi); ma nonostante la dolcezza predominante al palato e l'assenza di amaro percepibile nel finale, chiude in maniera più secca di quanto ci si potrebbe aspettare. Ho trovato che si sposasse quindi bene con il formaggio fuso, andando a contrastare la sapidità con la dolcezza e la componente grassa con la secchezza finale.

Da ultimo la gubana con la Hot Night at the Village, nella sua versione con bacche di vaniglia del Madagascar e cacao. Per quanto l'abbinamento avesse il suo perché, accostando la frutta secca della gubana ai toni di cacao, la Hot Night at The Village - soprattutto in questa versione - rimane una birra da godersi così com'è, almeno a mio parere: tra i sapori di cacao ben spiccati, quelli tostati e di caffè, e i sentori di vaniglia, la complessità è tale da poter essere colta al meglio "da sola", magari sorseggiando la birra a temperature diverse per coglierne i cambiamenti - sfruttando peraltro la lunga persistenza, che fa da "ponte" tra assaggi successivi.

Una degna conclusione ad una serata piacevole, per la quale ringrazio Gino - per la chiacchierata e le birre -, e Matilde e lo staff - per la cucina e il servizio come sempre ben curati.

giovedì 15 dicembre 2016

Il Natale quando arriva arriva...anche per gli homebrewers

Il 14 dicembre si è tenuta, in quel della Brasserie di Tricesimo, la tradizionale cena natalizia dell'Associazione Homebrewers Fvg. Il sodalizio è ormai arrivato al terzo anno di vita; tre anni in cui i rapporti tra gli associati si sono senz'altro consolidati, rendendo questi incontri occasione non solo di confrontarsi sull'homebrewing in senso stretto, ma anche sull'arte brassicola in generale nonché di passare una serata tra amici. Il Natale che si avvicina è stato poi l'occasione per una piccola sfida a due tra birre invernali (uso il termine "invernali" nel senso che una delle due non era stata pensata come propriamente natalizia), che ha aggiunto un po' di sapore alla serata.

Ad essere onesti il "sapore" non mancava: la cucina della Brasserie si è fatta onore con gnocchi di semolino alla zucca e grana, polpette al sugo con la polenta, e torta alla crema e cioccolata - tutto buonissimo, applauso ai cuochi. E con la carne non stava male la prima delle birre giunte a singolar tenzone, la Red Ipa, dai profumi tostati e di frutti rossi; che, pur non contrastando troppo il sapore della carne dato il corpo relativamente scarico, non "moriva" però in bocca grazie al finale in cui tornavano sia la componente amara che quella di cereale. Decisamente equilibrata e delicata per una birra fatta in casa - c'è infatti da tener conto che gli homebrewers scontano più difficoltà dei birrifici nel "lavorare con precisione", ottenendo magari risultati sbilanciati.



La seconda, la birra di Natale, è invece andata perfettamente a braccetto con il dolce: profumi di cannella e cioccolato, un corpo robusto ma decisamente secco e beverino nonostante i suoi nove gradi, che man mano che la temperatura saliva rivelava sempre più le note tostate, di caffè e liquorose. Anche questa ha avuto il pregio di non "strafare" pur giocando con sapori molto forti, e di chiudere in maniera pulita. Alle votazioni - palesi, per alzata di mano - l'ha spuntata per un solo voto quest'ultima: e indovinate un po' chi erano gli autori, i pluripremiati Walter Cainero e Luca Dalla Torre. C'è da dire però che per l'autore della Red Ipa, Davide Bombardier, che si cimenta con l'homebrewing da meno di un anno, trovarsi praticamente alla pari con loro è un ottimo traguardo.




Ora l'associazione, forte della sua ottantina di iscritti, guarda al nuovo anno: e personalmente sono certa che con le sue inziative farà ancora parlare di sé.

martedì 4 ottobre 2016

Gli homebrewers a concorso

Lo so che, complici alcuni impegni di lavoro tra il weekend e ieri, arrivo tardi; ma, essendo stata nella giuria, mi sembrano doverose due righe di commento al primo concorso organizzato dall'Associazione Homebrewers Fvg, in cui ho avuto il piacere e l'onore di essere tra i giudici.

La prima cosa secondo me degna di nota è che, su una ventina di birre pervenute, c'è stata una buona varietà - più alta rispetto a quella che mi è capitato di vedere in altri concorsi, quantomeno - in merito agli stili: per quanto le pale ale nelle loro varie declinazioni fossero le più numerose, non sono mancate nemmeno le tripel, le porter, le bitter, e addirittura una gose (mai capitata nei concorsi homebrewer che ho visto). Paura di osare, insomma, non ce n'è, neanche quando il timore del giudizio spingerebbe verso stili più consolidati e più facili da gestire a livello domestico.

Pur in questa eterogeneità di inventiva, tuttavia, più o meno tutti i giudici hanno concordato sul fatto che, all'interno dello stesso stile, capitavano spesso e volentieri birre molto simili tra loro, tanto da rendere quasi difficile il giudizio: simili i punti di forza, simili anche quelli di debolezza - quello più frequentemente riscontrato è stata la gestione non ottimale del lievito, con conseguente aroma fenolico più marcato del dovuto a scapito della componente del luppolo (specie negli stili in cui questa avrebbe dovuto essere più robusta). E questo lo dico non per voler mettere il dito sulla piaga, ma per dare un'indicazione generale che possa essere utile a tutti gli homebrewers.

In quanto ai vincitori, che dire? Si è di nuovo imposto senza mezzi termini Luca Dalla Torre, ormai un habitué del podio, con il primo posto per la sua porter - ispirata alla Accisa Nera - e il terzo per la sua pale ale. Devo dire che la porter ci ha colpiti sopra a tutte le altre, oltre che per la notevole originalità, per come ha saputo unire la robustezza del corpo al grado alcolico basso e alla pulizia ed armonia dell'insieme, rimanendo nella memoria di tutti noi giudici; così come ha positivamente impressionato la birra della seconda classificata, Anna Facchin - giusto a confermare la presenza sempre più nutrita di donne nel mondo brassicolo -, anche questa una porter, e anche questa per motivi simili. Complimenti naturalmente anche al quarto classificato Walter Cainero, e a Manuel Piccolo e Nicola Ruminato giunti al quinto posto. Mi spiace non essere stata presente alle premiazioni alla Brasserie sabato scorso, in quanto fuori Udine per lavoro, ma colgo l'occasione per fare le congratulazioni ai premiati e a tutti i partecipanti.

lunedì 4 luglio 2016

Un assaggio di White Riot

Veramente qualche recensione era uscita già in anticipo rispetto alla data del 1 luglio, quella prevista per il lancio in contemporanea in una quarantina di locali della White Riot - la nuova blanche agli agrumi del Birrificio del Ducato; e, se per scriverne anch'io qualche riga me la sono anch'io presa con comodo facendo passare il weekend, venerdì sera sono comunque passata in Brasserie a "timbrare il cartellino" per provarla anch'io.

Le aspettative erano quella di una blanche sui generis, e sono state confermate. All'aroma risalta molto bene il pompelmo, di cui viene infatti aggiunta la polpa; ma se la possente componente agrumata potrebbe far quasi pensare alle vivaci luppolature americane di alcune ipa, la White Riot non smentisce comunque la sua natura di blanche, con i profumi di coriandolo e spezie - anche i toni tipici del lievito da blanche non vengono coperti. In bocca è fresca e dissetante, grazie soprattutto alla componente agrumata e a quella acidula del cereale, ma il corpo - come d'ordinanza nel caso delle birre belghe - mantiene comunque un certo vigore; per chiudere poi - e questo è forse il passaggio che più si discosta dalle blanche canoniche - con un amaro netto e citrico in cui è di nuovo ben riconoscibile il pompelmo, che va a sposarsi con la componente amara del luppolo. Mi sono trovata a definirla sul momento "un incrocio tra una blanche e una ipa" riferendomi al genere di amaro finale; ma non credo sia un'espressione che rende giustizia, né che fosse quello che cercava il birraio Giovanni Campari nell'elaborare la ricetta. Non appare infatti come un percorso di ricerca che ha voluto andare ad ibridare stili, ma piuttosto sperimentare su uno stile consolidato come la blanche - al quale la descrizione di questa birra attribuisce il "preconcetto di frivolezza e facilità": personalmente ho bevuto blanche che se ne discostano, però questa è senz'altro una delle più originali che abbia trovato. E se c'è chi riesce "ridare dignità", per così dire, a birre tacciate di banalità, e sa farlo senza eccessi né "effetti speciali" me con eleganza e pulizia, ben venga.

martedì 17 maggio 2016

Una corsa lungo la Statale 56

Pur avendo mancato la serata di presentazione, sono riuscita a "recuperare" la Statale 56 - birra "one shot" nata dalla collaborazione tra Antica Contea e Borderline Brewery, e che prende il nome dalla strada che unisce i due birrifici - alla Brasserie di Tricesimo (chiedo scusa per la foto "rubata" ad Antica Contea e alla Vineria Avamposto, la foto scattata da me ieri sera al bicchiere è purtroppo inservibile). Trattasi di una scotch ipa, che unisce la tostatura del malto tipica delle scotch ale ad una luppolatura americana (azacca in aroma e dry hopping e centennial in amaro, mi è stato rifrito, se sbaglio i diretti interessati mi corriggeranno). Devo dire che il primo pensiero che mi è passato per la testa avvicinando il bicchiere al naso è stato....questa è strana. Ossia: già in quanto ad aromi, il connubio tra il fruttato del luppolo e la tostatura del malto - che rimane comunque abbastanza "nelle retrovie" in questa fase - risulta quantomeno insolito. In bocca arriva poi, insieme al biscotto del malto, un curioso sapore che sia io che Enrico abbiamo identificato come sambuco; immediatamente prima di una buona sferzata di amaro citrico e secco che potrebbe sembrare la chiusura, e che invece pochi secondi dopo lascia spazio al ritorno della tostatura. Una birra che ho trovato quindi piuttosto complessa nel suo articolarsi, pur mantenendo una buona bevibilità - complice il corpo non eccessivamente robusto; e che ho trovato distinguersi anche per una certa "ruvidità" degli aromi e dei sapori, con passaggi anche abbastanza improvvisi tra l'uno e l'altro, pur senza varcare il confine dell'eccesso né della sgradevolezza. In questo senso devo dire che ho visto un incontro tra lo stile di Antica Contea - che rimane "elegante" anche là dove le luppolature sono generose o i sapori forti, vedi il caso di Dama Bianca o di Vingraf - e quello di Borderline, che invece predilige aromi e sapori più audaci soprattutto sul fronte dei luppoli.

Un'ultima nota la riservo all'altra birra che ho provato, la Busillis di Toccalmatto spillata a pompa - new entry della Brasserie -; spillatura che in questo caso si è rivelata cruciale, trattandosi di una bitter leggerissima come stile britannico vuole - se non fosse per la luppolatura tra l'agrumato e il tropicale, che riporta piuttosto oltreoceano. Da godere a grandi sorsi e con poca carbonatazione nelle giornate calde (che speriamo si avicinino), dato il corpo scarico ed il finale agrumato ben secco e fresco. L'arrivo della pompa, insomma, promette ulteriori interessanti evoluzioni alla Brasserie, dato anche il parco birre rinnovato dopo la riapertura.

venerdì 18 marzo 2016

Una birra palindroma

Palindromo (agg., s.): Di parola, frase, verso o cifra che possono essere letti da sinistra a destra e anche viceversa (dizionario Sabatini-Coletti). Ebbene sì, sto parlando della Pat at a tap, la nuova oatmeal stout del birrificio Antica Contea - provate a leggere il nome da destra a sinistra. Non ho ancora avuto il modo di chiedere direttamente ai birrai come sia nata l'idea, ma ammetto di essere assai curiosa.

La Pat at a tap - con abile mossa promozionale, per cui tanto di cappello - è stata lanciata in contemporanea in diversi locali per la tradizionale festa irlandese di San Patrizio, il 17 marzo; personalmente ho avuto modo di provarla alla Brasserie, che offriva peraltro per l'occasione il menù irlandese - stufato alla stout, patate e torta alla porter, cucinati come sempre con maestria da Matilde e collaboratori. Già mi era arrivata qualche eco di chi l'aveva assaggiata in anteprima, o di chi si era recato in uno dei locali prima di me ed aveva prontamente provveduto a postare le sue impressioni sui social; e devo dire che mi ero fatta l'idea di una birra di quelle "toste", che colpisce. Per cui quando l'ho portata al naso, nonostante l'aroma di caffè più intenso e marcato di altre stout, seguita da un corpo che nel mio taccuino ho annotato come "scarico" (ebbene sì, ho preso la via della perdizione, quando devo fare recensioni bevo birra con il blocco per gli appunti a fianco) ammetto di essermi chiesta: come, tutto qui?

In realtà è bastato, come doveroso, aspettare che raggiungesse la giusta temperatura. Man mano che si scalda, infatti, anche la componente tostata , ingentilita dalla morbidezza dell'avena, inizia a farsi sentire; il corpo diventa via via più robusto, passando dal cereale arrostito alle fave di cacao (sì, le fave di cacao le ho assaggiate sia tostate che verdi e direttamente sul luogo di produzione, quindi fidatevi); e il breve finale acidulo dei malti scuri lascia poi spazio ad una nota alcolica, quasi di liquore al caffè, che "riempie" da ultimo il palato. La componente dolce che caratterizza alcune stout è qui poco presente, tanto che la persistenza vira piuttosto verso l'amaro da malto. Il tutto, comunque, senza voler fare i fuochi d'artificio: i ragazzi di Antica Contea hanno confermato di sapere e volere mantenere la giusta misura anche quando si tratta di sapori forti, coerentemente con la maggior parte della tradizione britannica a cui si ispirano - perché sì, esistono pure le imperial stout e i barley wine o certe ipa audaci, ma non si può dire che rappresentino la maggioranza della produzione d'oltremanica. Nel complesso, un altro colpo messo bene a segno da Antica Contea.

Per completezza di cronaca, va aggiunto che l'altra birra di ispirazione britannica disponibile per la serata era la pluripremiata (e da me plurirecensita) Hot night at the village di Foglie d'Erba: che, essendo leggermente più dolce della Pat at a tap e con un corpo più pieno (pur trattandosi di quella tradizionale, non la breakfast edition con l'aggiunta di vaniglia) ha fatto degnamente il paio con la porter cake al cioccolato. Due birre di spessore per due birrifici di spessore, a chiudere una piacevole serata.

sabato 5 marzo 2016

Opperbacco, c'è la numero uno

Qualche giorno fa sono stata a visitare la Brasserie in versione rinnovata. Oltre alla nuove spine, ai nuovi lampadari (sapientemente ricavati da Norberto da vecchie bottiglie) e alla nuova lavagna per le birre a rotazione, ci sono anche diversi nuovi ingressi nel parco birre: e tra quelli degne di nota ci sono le creazioni del birrificio Opperbacco di Notaresco (Teramo), di cui già avevo avuto modo di assaggiare la Deep Underground e la Overdose (quest'ultima in collaborazione con Foglie d'Erba e Dada). Stavolta Matilde ha tirato fuori dal cappello la Numero Uno, che già dalla descrizione fa presagire cose mirabolanti: "Birra cotta passata in barrique ispirata al vino cotto: vengono impiegati solo malti chiari che caramelizzano con 6 ore di bollitura alla fine della quale il mosto sarà ridotto della metà. In tale fase vengono aggiunte delle mele cotogne. Al termine della fermentazione la birra viene fatta maturare per un anno in barrique precedentemente utilizzate per affinare i migliori vini Montepulciano d’Abruzzo".

Già il colore ricorda quello di alcuni vini rossi; e l'aroma, tanto più se si ha la pazienza di aspettare che si scaldi, esalta le note di frutta sotto spirito - io ho sentito l'albicocca più che la mela cotogna -, quasi di brandy ancor più che di vino, e senza particolari sentori tanninici dati dal barrique. In bocca è calda - complici gli undici gradi - e molto dolce, pur senza superare la sottile linea rossa dell'eccesso; una dolcezza e un calore che persistono a lungo, con un finale in cui ho colto delle note di uvetta. Una birra senz'altro "impegnativa", ma assai soddisfacente per chi ama questi generi e può trovarvi un'interpretazione originale delle birre barricate - non aspettatevi un barley wine alla scozzese insomma, i toni fruttati dati dal vino la rendono assai diversa. Senz'altro, a conti fatti, una delle novità più rilevanti del "nuovo corso" della Brasserie.

sabato 2 gennaio 2016

Buon anno con Orodorzo

Ebbene sì, lo ammetto: avevo pensato di intitolare il post "Happy New Beer", sulla scia di quanti tra gli appassionati di birra hanno fatto gli auguri così; ma poi ho sentito risuonare in testa la voce della mia prof di italiano del liceo, che dispensava insufficienze ai nostri temi al suon di "Hai usato espressioni trite e ritrite!", per cui ho desistito. Così ho molto più semplicemente fatto il nome della birra che ho stappato per festeggiare l'anno nuovo, ossia la quasi introvabile Orodorzo di Garlatti Costa. Dico "quasi introvabile" perché si tratta di una golden strong ale stagionale, prodotta solitamente per l'inizio della primavera e in quantità limitate, per cui non ero mai riuscita a procacciarmela in tempo utile. Questa volta però, chissà come, alla Brasserie ce n'era ancora una bottiglia (e dico una), per cui mi sono fatta il regalo di Natale per stapparlo a Capodanno e colmare questa lacuna formativa.

Come il nome stesso lascia intuire si tratta di una birra di colore dorato e decisamente velata, con una schiuma bianca di grana abbastanza sottile che all'addentarla dà una sensazione tra il velluto e la panna (no, non ho mai addentato il velluto. Però mi ha ricordato questo, che ci posso fare). All'aroma risaltano bene il lievito e la crosta di pane, insieme ad una decisa nota speziata - personalmente l'ho identificata con lo zenzero -; mentre, al salire della temperatura, compaiono man mano il miele sui toni dell'acacia e la frutta tropicale. In bocca è ben calda e rotonda, e vellutata nonostante la carbonatazione importante; e per quanto lo zucchero candito faccia il suo lavoro nel conferire toni dolci, non risulta comunque eccessivo, e le note maltate - nonché alcoliche, considerando i nove gradi - non sono invadenti. Mi sono trovata a definirlo "un corpo relativamente scarico per una birra del genere": nel senso che, pur essendo in realtà ben pieno, mi sono trovata a confrontarmi con birre dello stesso stile che già al secondo sorso risultano "troppo impegnative"; mentre un calice di Orodorzo scende sì con calma, ma anche con facilità. Complice anche il finale in cui l'amaro erbaceo del luppolo fa quasi inaspettatamente il suo ingresso, facendo seguire un'ultima nota rinfrescante di zenzero (che non compare tra gli ingredienti, e suppongo quindi sia dovuto al lievito): tutti sapori ben persistenti, che contrastando il dolce del corpo preparano il sorso successivo - almeno finché il grado alcolico non comincia a farsi sentire.

Una birra che, in conclusione, coniuga in maniera equilibrata tratti più impegnativi - dal grado alcolico al corpo pieno -, con una relativa facilità di beva e la delicatezza di toni di per sé forti: si riconosce la scuola belga a cui tutte le birre di Severino fanno riferimento, ma si nota anche una rielaborazione personale volta a "smussare" certi eccessi di robustezza che tanto piacciono in quel di Bruxelles. Non mi resta che augurarvi un buon inizio anno, e passare alle prossime birre che ho in lizza...

martedì 1 dicembre 2015

Dama Bianca, Ella e Deep Underground: dalle certezze assodate alle nuove scoperte

Ebbene sì, lo ammetto: una volta tanto, stranamente, non avevo voglia di uscire, nemmeno per bere una birra. Però si sa, un invito non si rifiuta; e meno male perché quella di venerdì scorso alla Brasserie si è rivelata una serata piena di sorprese. A dire il vero è partita con una vecchia conoscenza, la Dama Bianca di Antica Contea; che questa volta ho però provato per la prima volta in bottiglia. Superfluo dire che l'ipotesi migliore è berla da cask, con una carbonatazione meno pronunciata, come si addice alle pale ale (pardon, alle Ipa - Isonzo Pale Ale); interessante comunque una nota speziata all'aroma - quasi di zenzero, che non avevo mai notato prima -, insieme al floreale. Ho trovato poi più pronunciata anche la parte erbacea rispetto alla versione alla spina. Come sempre ad essere tragicamente esile è il corpo, tanto che nonostante la gradazione non sarebbe un problema finire una bottiglia da soli, con il finale secco e di un amaro delicato. Confermo ad ogni modo che la considero una delle migliori creazioni del Birrificio Antica Contea, per cui, per quanto non sia in bottiglia che dà il meglio di sé, sicuramente rimangono soldi ben investiti.

Dopodiché un nostro caro amico, il pluripremiato - ebbene sì, è un habitué del podio di diversi concorsi - homebrewer Luca Dalla Torre, ha tirato fuori - non dal cappello ma dalla borsa frigo - la sua ultima creazione, una pale ale in cui ha sperimentato il luppolo Ella in dry hopping. All'aroma emergono le note fruttate - e qui s'è aperta una dotta discussione: chi sentiva pesca, chi banana, chi mango, sembrava una scenetta in tema "chi la spara più grossa"....però sempre fruttato era -; tutti toni che tendono al dolce e che infatti introducono il corpo ben maltato, che nonostante una punta speziata lascia una persistenza tendente quasi al caramello e tutt'altro che secca - contrariamente agli usi di Luca. C'è da dire che, a onor del vero, a detta di Luca stesso una maturazione più lunga avrebbe giovato: rimane comunque una birra "ruffiana" e gradevole, che nonostante la preponderanza della parte maltata non è stucchevole e che l'Ella rende discretamente rinfrescante.

Per chiudere degnamente la serata Norberto ha stappato in anteprima uno dei futuri arrivi di casa Brasserie, la Imperial Deep Underground di Opperbacco. Con i suoi 9 gradi e mezzo e con l'aroma che sprigiona, basta annusarla per superare il limite legale per mettersi alla guida: si tratta di una ale scura un po' sui generis, che ai malti pale, pilsner e cristal wheat unisce special b., black, avena e generose (si direbbe, almeno all'assaggio) dosi di chocolate, nonché caffè puro e liquirizia in fine bollitura. Manco a dirlo, all'aroma fa un baffo a Lavazza e Illy messi insieme, tanto da mettere in ombra la pur robusta luppolatura - summit e dana, per gli intenditori. Il sottile gioco di equilibrio tra l'amaro da caffè e cioccolato fondente e quello del luppolo è comunque il filo conduttore in tutta la bevuta - non facile per quanto estremamente soddisfacente, dato il corpo importante e l'acol che si fa sentire soprattutto in chiusura -, insieme ad una punta di acidulo dei malti scuri. La persistenza è poi altrettanto robusta, ed è lì che il luppolo più di tutto emerge come "legante" tra amari diversi che i birrai - l'etichetta recita infatti "Collaboration beer Iume - Luigi - Loreto - hanno saputo ben dosare. Da bere a piccole dosi e con calma, per assaporarla appieno; e se quando ho proposto un birramisù Enrico ha gridato all'erresia perché "una birra del genere non si spreca così", rimango convinta che anche così esprimerebbe egregiamente le sue potenzialità...

giovedì 12 novembre 2015

Una serata Campestre...più "ragionata"

Mentre fioccavano le notizie sui premi che i birrifici italiani si sono aggiudicati al concorso European Beer Star di Norimberga - 12 medaglie, un record per il nostro Paese, che si piazza terzo seppur a lunga distanza dopo le 64 della Germania e le 38 degli Usa -, io molto più prosaicamente e goderecciamente ieri sera ero in Brasserie alla degustazione di birre del Campestre con abbinamenti gastronomici. Per quanto già conoscessi le birre del Campestre - trovate i link ai precedenti post cliccando sul nome di ciascuna -, ho ugualmente partecipato volentieri perché, si sa, quando l'abbinamento è fatto bene, il cibo valorizza la birra e la birra valorizza il cibo.


Ho iniziato con la golden ale Aurora, abbinata ad una torta salata alle verdure. I profumi che nella scheda vengono descritti come "di fiori e resina", e che personalmente ho trovato arrivare addirittura a note mielose data l'importante presenza del cereale, accompagnano poi la bevuta anche al palato sposandosi prefettamente con il peperone, verdura preponderante nella quiche (ottima peraltro, brava Matilde); la chiusura abbastanza evanescente, poi, invoglia ad un altro sorso e un altro boccone, in un vero e proprio circolo (vizioso o vituoso, decidete voi) di "uno tira l'altro". 

Continuo comunque a sostenere che il birraio Gulio (presente alla serata) sia riuscito ad esprimersi al meglio nella Rurale, sempre una golden ale, ma con un generoso dry hopping dai toni acri ed erbacei che - per quanto io apprezzi toni meno amari - dà a questa birra una sorta "impronta" che la contraddistingue da altre dello stesso genere. L'abbinamento era questa volta con mozzarelle in carrozza; per quanto l'abbinamento con i formaggi - in tutte le loro declinazioni: Enrico e Giulio proponevano quelli a pasta molle o anche il frico, ma personalmente oserei anche con qualcosa di più stagionato e salato - ho trovato che la lunga e intensa persistenza amara cozzasse con il fritto (anche se io contro il fritto ho il dente avvelenato un po' a prescindere, per cui potrei essere accusata di scarsa imparzialità). 

Già che c'ero ho quindi provato la Rurale anche con l'accompagnamento successivo - pensato per la Soresere - , ossia polenta con ricotta salata siciliana. Mi è sembrato che si abbinasse meglio, ma devo dire che lo sposalizio perfetto era appunto quello con la Soresere (che ho avuto modo di apprezzare meglio che a Gusti di Frontiera, essendo ora giunta alla giusta maturazione): una birra ambrata dalle note tra il tostato e il caramellato, con addirittura qualche nota liquorosa, che anche se sulla carta non avrei mai accompagnato a polenta e ricotta salata è stata invece una rivelazione da "contrasto che si armonizza" - perdonate la definizione forse ossimorica. Il cereale della polenta e la sapidità della ricotta si uniscono infatti non solo al finale tostato della Soresere, cosa decisamente più intuitiva, ma anche a quelle di caramello e frutta secca creando un passaggio rapido ma che non cozza tra sapori diversi. 

Da ultimo, Giulio e Matilde ci hanno omaggiato della porter Scur di lune, per chiudere con una birra che può in qualche modo definirsi un sostituto del dolce e del caffè: un degno finale alla serata, con tanto di complimenti sia a chi ha brassato che a chi ha cucinato.

giovedì 24 settembre 2015

Tutti brassano Accisa Nera

Continua la saga di Accisa Nera, la birra nata come protesta in seguito all'ulteriore aumento delle accise avvenuto all'inizio del'anno, che avevo descritto la prima volta in questo post. Ieri sera infatti alla Brasserie di Tricesimo l'Associazione homebrewers Fvg ha stappato le bottiglie della cotta dimostrativa di Accisa Nera organizzata lo scorso luglio a Zugliano, come momento che fosse contemporaneamente di conoscenza dell'arte brassicola e di sensibilizzazione sulla tematica delle accise. Naturalmente Matilde e Norberto non hanno fatto mancare l'accompagnamento gastronomico - riso venere con pomodorini e olive taggiasche, e pollo al curry con patate.

Accisa Nera è una birra particolare, non pensata per piacere e stupire - per quanto naturalmente i birrai che la brassano cerchino di dare del loro meglio -; ma per rappresentare, con le sue peculiarità, quello che è l'aumento del'accisa: un qualcosa che costringe a fare birre sempre meno corpose per abbassare il grado plato - su cui l'accisa è calcolata -, e aromi e sapori piuttosto "spigolosi" dati principalmente dal malto base - ho invece visto diverse varietà interpretative in quanto a luppolatura. La cotta brassata a Zugliano, nella fattispecie, presentava aromi particolarmente acri ed amari di malto tostato; e il corpo assai esile chiude su una notevole peristenza acida, data appunto dal malto base. Ho trovato si sposasse bene con il riso e le olive, dato che la birra aiutava a "sgrassare" e la dolcezza edi pomodorini contrastava l'amaro; meno indovinato ho trovato l'abbinamento con il pollo, perché la speziatura andava a cozzare. Complimenti comunque come sempre alla cucina della Brasserie, che ieri sera ha dato un'altra volta prova di maestria.

Come gli homebrewers avevano annunciato, però, si sono voluti confrontare anche con dei "pezzi grossi": nella fattispecie quelli di Antica Contea, la cui Accisa Nera evavo già avuto modo di assaggiare al Mastro Birraio di Trieste (chi si fosse perso la cosa, clicchi qui). Un'interpretazione leggermente diversa della ricetta originale, in cui gli aromi di malto tostato sono meno acri, con addirittura una leggera punta di liquirizia, per arrivare ad una chiusura tra l'acido e il metallico meno "rude". Sia come sia, la sostanza è sempre quella: un'accisa a livelli tali da far fa sì che - come dice lo slogan lanciato da Assobirra, tenendo conto anche del resto della tassazione - "un sorso su due se lo beve il fisco", è estremamente amara.

martedì 4 agosto 2015

Una serata tra gli homebrewer

Per quanto le alte temperature non favoriscano la corretta fermentazione e maturazione della birra - mentre stimolano piuttosto la voglia di berla -, gli homebrewer non se ne stanno con le mani in mano; e infatti l'Associazione homebrewers Fvg ha organizzato una serata di degustazione e confronto sulle birre prodotte da alcuni di loro, nella sede dell'associazione alla Brasserie di Tricesimo. Naturalmente Matilde non ha lasciato nessuno a stomaco vuoto - è d'altronde risaputo che bere a stomaco vuoto fa male...- preparando per l'occasione un piatto con insalata di riso, torta salata, e focaccia ripiena di formaggio.

Una serata, peraltro, che ha segnato una soddisfazione particolare: due dei partecipanti che hanno portato le proprie birre, Nicola e Manuel (i due in fondo al tavolo a destra nella foto), erano infatti stati stimolati a cimentarsi nell'arte del brassare proprio dai membri dell'associazione che avevano allestito uno stand alla Fiera Mastro Birraio di Santa Lucia di Piave. Così ieri sera hanno portato la loro prima creazione, una pils, che hanno colto quasi come sfida essendo uno stile particolarmente difficile da fare in casa - specie d'estate, trattandosi di una bassa fermentazione che deve rimanere costantemente a basse temperature. Ma i due non si sono scoraggiati, e dopo essersi procurati - come prima esperienza - estratto e grani "senza però seguire le istruzioni, sennò non usciva così", hanno tirato fuori dal cappello - anzi, dalla camera di fermentazione - una pils in cui il luppolo Saaz, unico usato, risalta in modo netto ma vellutato al tempo stesso all'aroma, mantenendo poi una nota floreale e di amaro leggero anche nel corpo delicato. Insomma, un buon inizio, che ha raccolto l'approvazione dei presenti.

La seconda birra in lista era la weizen di Valentina, che già si era distinta in un precedente concorso di homebrewers (vedi questo post) per l'uso originale delle spezie e degli aromi: e infatti ci ha sfidati ad indovinare che cosa avesse aggiunto a questa birra - e trattandosi nell'ordine di melissa, gramigna e tarassaco, chiaramente nessuno ha indovinato. Un mix che dava sentori quasi da tisana tanto da coprire aromi e sapori tipici delle weizen, e che lasciava un finale secco e amaro; tanto che è stata pressoché unanime l'opinione che questa birra vada riassaggiata tra qualche tempo, essendo ancora troppo giovane - un mese - per essere giudicata.

E' poi stata la volta di un grande ritorno, ossia quello di Luca Dalla Torre, che a diversi concorsi in passato aveva fatto manbassa. Questa volta ha portato una California Common Beer, stile in cui si cimentava per la prima volta. Da sotto il bel cappello di schiuma saliva un aroma di caramello, che si confermava nel corpo dolce e maltato, per poi chiudere con quella che a me è sembrata una curiosa nota di biscotto e di amaro al tempo stesso. La California Common di Luca non ha purtroppo ricevuto buona accoglienza al concorso "La guerra dei cloni" di Piozzo, anche a causa di alcuni problemi di trasorto che hanno influito sulla conservazione; ma per quanto l'artefice abbia dichiarato che questa birra non lo soddisfa e intende migliorarla, devo dire che non mi è sembrata affatto male.

Siamo poi passati alla apa di Marco e Emiliano, tra i protagonisti di Luppolando lo scorso anno (a proposito, avviso agli interessati: ricordate che il termine per la consegna delle birre è il 1 settembre). Un autentico tripudio di luppoli vari ("avanzi di frigo", hanno ammesso, ma nell'insieme il risultato è stato apprezzabile), con fiocchi d'avena per "aiutare" la schiuma e un dry hopping "un po' estremo, che l'ha sbilanciata parecchio sull'amaro". Anche questa ha raccolto parecchi consensi, il che dimostra come, in quanto a gusti, pare proprio che oggi come oggi siano i luppoli a farla da padroni.

Un'altra apa, però diversissima, era quella di Michele e Andrea: aroma più tendente all'agrumato e più delicato, e un residuo quasi dolciastro del malto che va a renderla una apa molto più bilanciata della precedente. I due hanno poi portato anche una black ipa, "per unire la nostra passione per le ipa e quella per le portar e le stout", che pur facendo sentire soltanto i luppoli all'aroma, al palato regala note di caffè e di cacao, con una punta di acido finale - che a me ha ricordato molto i semi di cacao crudi. Anche queste birre apprezzate, come del resto tutte le altre - al di là di quella rimandata, letteralmente, almeno a settembre: non per averla giudicata negativamente, ma perché era appunto troppo giovane.

Che altro dire? In tutto e per tutto una piacevole serata tra amici, non solo godereccia ma anche istruttiva - anche per chi homebrewer non è.

lunedì 22 giugno 2015

E' Joyce...ma non viene da Dublino

Anche quest'anno la Brasserie di Tricesimo ha onorato la tradizione di salutare l'arrivo dell'estate con il Festival della birra artigianale: per un weekend il locale si sposta all'esterno, per così dire, sotto i gazebo allestiti per l'occasione. Ospiti i birrifici Foglie d'Erba, Antica Contea, Camperstre e Garlatti Costa, con i birrai presenti; mentre la Brasserie ha messo a disposizione le birre di Toccalmatto e del Ducato, marchi per i quali il locale fa da distributore in zona. Ammetto che quest'anno non ho purtroppo potuto presenziare all'evento se non per poco, per cui non posso offrirvi una descrizione dettagliata come gli anni scorsi; però facendo un rapido giro tra i gazebo ho potuto constatare come i birrifici in questione abbiano portato sì i loro grandi classici, senza grosse novità - eccetto quelle estive di Garlatti Costa Riff e Slap, di cui ho parlato in questo post - ma che dopotutto sono i loro pezzi forti: un "andare sul sicuro" che non è mancanza di volontà di sperimentare, ma che, almeno stando alle chiacchierate che mi capita di fare con i birrai, è piuttosto quella di affinare sempre più le ricette esistenti per crescere in termini di qualità prima che di ampiezza dell'offerta.


Spero non me ne vogliano gli altri birrifici se mi soffermerò sulla Joyce di Foglie d'Erba, non per fare torto ad alcuno, ma semplicemente perché non l'avevo mai provata: una birra di frumento con ben il 40% di frumento non maltato che Gino (nella foto sopra insieme a Severino Garlatti Costa e Costantino Tesoratti di Antica Contea) ha recentemente rivisto, con l'uso di lievito da champagne. Già all'aroma si nota l'acidulo tipico di questo lievito, che risalta sui profumi tra il pane e il citrico caratteristici del genere senza però rompere l'armonia; armonia che si mantiene anche nel corpo, vellutato e leggero - senza però essere annacquato -, che la rende dissetante come del resto ci si aspetta. Occhio però che non è una birra di frumento qualsiasi: e lo si nota bene in chiusura, dove si conferma l'abilità di Gino nell'usare i luppoli, con un finale di un amaro erbaceo che unito alla leggera acidità data sia dal frumento non maltato che dai lieviti lascia la bocca incredibilmente pulita e fresca. Ci siamo trovati così a commentare, più o meno scherzosamente, che potrebbe accompagnare bene un frico: una birra del genere è ottima per "sgrassare", per quanto l'abbinamento possa apparire un po' eterodosso.

Parlando di novità, invece, attendo la nuova american amber ale di Antica Contea, di cui Costantino mi ha anticipato il nome bizzarro "What Stay In The Soup?", assicurandomi che "poi ti spiego perché l'abbiamo chiamata così": appuntamento su questi schermi dopo la "Notte Arrogante", il 3 luglio al Mastro Birraio di Trieste, in cui verranno proposte una serie di birre acide alla spina o in botte - dalle ormai celebri Godzilla e Rinnegata, alla Soursina, alla Vingraf. Rimanete sintonizzati...

martedì 16 giugno 2015

Eventi in arrivo

Dopo una lunga assenza dovuta a motivi di lavoro (eh sì, a volte mi tocca pure lavorare...), rieccomi qui. Diverse volte mi è stato chiesto di dedicare una sezione del blog, o quantomeno qualche post, all'annuncio di eventi in arrivo - invece che soltanto a resoconti di quelli a cui ho partecipato -, così che eventuali interessati possano averne notizia: compito a cui mi presto volentieri, mettendo comunque in chiaro che la cosa è a puro scopo informativo e non pubblicitario (dato che eventuali incarichi promozionali che ricevo hanno sede diversa dal mio blog), e che non è né diventerà il tema principale di queste pagine.

Inauguro quindi questa attività dando notizia dell'Orobie Beer Festival al The Dome di Nembro (Bergamo), di cui ho avuto il piacere di conoscere il publican Michele Galati all'Arrogant Sour Festival di Reggio Emilia - e di apprezzarne le doti nel campo della spillatura, come ho raccontato nel post precedente. Il Festival è ormai alla sesta edizione, per cui stiamo parlando di un evento "collaudato": chi si trovasse a passare da quelle parti - o facesse in modo di passare da quelle parti - dal 19 al 21 giugno potrà dilettarsi con le birre di Carrobiolo, Il Birrone, Loverbeer, Il Mastino, Etnia, Almond 22, Hammer, De Glazen Toren e Bfm. Il clou del festival sarà sabato 20 con "Tutto in una botte", giornata dedicata agli homebrewer che si cimentano con le fermentazioni spontanee, e che potranno confrontarsi in merito alle loro creazioni con Walter Loverier di Loverbeer, Teo Musso di Le Baladin, Riccardo Franzosi di Montegioco, Jérôme Rebetez de la BFM, Jef van den Steen di Brouwerij De Glazen Toren, Lorenzo Dabove - meglio noto come Kuaska - e Andrea Camaschella; il tutto coronato dalla presentazione della nuova saison Cardosa di Loverbeer. Trovate tutte le informazioni del caso e altri dettagli sulla pagina Facebook dell'Orobie Beer Festival. Che dire, i numeri mi pare ci siano tutti, e Michele Galati ha dato prova di saper fare il mestiere: tra gli ormai innumerevoli eventi dedicati alla birra artigianale, direi che è uno di quelli da mettere in calendario.


Così come lo è, il 20 e 21 giugno, il terzo festival della birra artigianale alla Brasserie di Tricesimo, che quest'anno si arricchisce di nuovi partecipanti: oltre a Foglie d'Erba, Garlatti Costa e Antica Contea, che già avevano presenziato nelle scorse edizioni, quest'anno ci saranno il Birrificio Campestre, Birrificio del Ducato e Toccalmatto, nonché l'Associazione Homebrewers Fvg. Anche in questo caso trovate tutte le informazioni sul sito. Insomma, non avendo il dono dell'ubiquità, la scelta potrebbe essere ardua...

giovedì 28 maggio 2015

La Brasserie in trasferta: Sally Brown e Salty Angel

Per terminare il mio panorama sulle birre artigianali presenti a Zugliano, non posso non menzionare lo stand della Brasserie; che peraltro da qualche tempo a questa parte si sta facendo onore nelle varie manifestaizoni come distributore di marchi di tutto rispetto, da Toccalmatto al Birrificio del Ducato. E appunto da queste due scuderie sono usciti due dei "cavalli di battaglia" che Matilde e Norberto hanno messo alla spina per l'occasione, la Sally Brown del Ducato e la Salty Angel di Toccalmatto.

A leggere la descrizione della Sally Brown c'è da che rimanere a bocca aperta: una oatmeal stout con ben undici tipi di malto - vi suggerisco peraltro di leggere come è nata sulla relativa pagina del birrificio - che promette di conseguenza aromi e sapori tra il tostato, il caffè e il cacao davvero decisi. In realtà, almeno per quella che è stata la mia impressione, risulta assai più delicata di quanto ci si aspetterebbe: gli undici tipi di malto di cui sopra si armonizzano infatti in una maniera che non dà sentori particolarmente intensi né al naso né al palato, amalgamando il tostato e il caffè - non ho sentito un granché il cacao, lo ammetto - fino a risultare in un finale amaro e quasi affumicato. Anche il corpo l'ho trovato più leggero e vellutato rispetto alla media delle stout, quasi più simile a quello di una porter, tanto che risulta discretamente beverina per il genere. Insomma, pare essere fatta per stupire più la descrizione che la birra in sé, che rimane una buona stout ma senza forzare in alcun modo la mano.

La Salty Angel a dire il vero è stata una sorpresa, perché Enrico mi ha messo in mano un bicchiere sfidandomi ad indovinare quale birra fosse tra le tante disponibili sotto il tendone di Zugliano. Beh, devo ammettere che ho avuto gioco facile, perché avevo nel bicchiere l'unica gose: e una signora gose, devo dire, con un equilibrio encomiabile tra l'acidità tipica del genere e il sale ed una delicatezza che la rende quasi vellutata - che sembrerebbe quasi una contraddizione per una gose. Ho scoperto poi leggendo la scheda che viene usato sale Maldon - un sale originario dell'omonima cittadina inglese che, secondo diverse schede che ho trovato in giro per il web, è considerato un sale da gourmet perché stimola in maniera particolare le papille gustative grazie alla particolare forma delle scaglie....mah - e che viene aggiunto anche del ribes: ecco così spiegato il tocco dolce fruttato che avevo sentito nel finale, insieme ad una leggera nota agrumata.

Ammetto, personalmente, di aver apprezzato di più la Salty Angel - senza nulla togliere al fatto che la Sally Brown rimanga una buona birra -; che suggerisco in particolare a chi non si fosse mai accostato al genere, perché più delicata di altre gose.

giovedì 14 maggio 2015

La terza zanna

Di Zanna Beer e delle sue prime due creazioni - la Savinja e la Polaris - avevo già parlato, e con grande piacere, in questo post; così ieri sera alla Brasserie di Tricesimo ho colto l'occasione per provare la terza nata di casa Zanolin, la Triple Z. A dire il vero, io e Enrico ci siamo alambiccati sul significato del nome - che magari il birraio vorrà chiarire -: forse perché, abbiamo osservato scherzosamente, dopo una bottiglia da mezzo di una birra di 7,5 gradi non puoi far altro che metterti a dormire? Sia come sia, l'importante non è il nome ma la sostanza - "Che cosa c'è in un nome"?, diceva anche il buon Romeo di Shakespeare - e così siamo passati all'assaggio.

Già all'aroma, in cui predomina la frutta matura, si intuisce che è una birra piuttosto dolce per il genere; e al palato viene infatti confermata questa impressione, con un corpo pieno e caramellato che con l'alzarsi della temperatura vira verso la mandorla. Anche il finale rimane dolce, con dei sentori quasi tendenti al whisky, e discretamente persistente. Ottimo anche l'abbinamento proposto dalla Brasserie con albicocche secche e mandorle, che si armonizzano perfettamente con i sapori dolci della Triple Z.

Posso dire di confermare quanto avevo scritto nello scorso post, ossia che quelle di Zanna sono "birre non fatte per stupire per la loro intensità o particolarità, ma che nei fatti stupiscono per la qualità raggiunta all'interno di canoni di pulizia e di equilibrio": ed in effetti anche questa è una tripel che non cerca "l'effetto speciale", ma che vuole, molto semplicemente, essere "ben fatta". Certo la Savinja e la Polaris hanno una nota di originalità e di unicità in più dati anche i particolari luppoli utilizzati, ma - sempre che vi piaccia il dolce, beninteso - anche la Triple Z è una carta ben giocata nell'ottica di diversificare il panorama offerto da Zanna. A questo punto, non mi resta che invitare ad una quarta birra...

giovedì 5 marzo 2015

Il ritorno di Foglie d'Erba

Ce n'è voluto del tempo dato che il nuovo birrificio è stato inaugurato a fine dicembre, ma finalmente - approfittando della serata organizzata alla Birreria Brasserie per la settimana della birra artigianale - sono riuscita a riassaggiare le birre del Foglie d'Erba "nuova versione": non nel senso che siano state drasticamente cambiate le ricette - almeno così ha assicurato il birraio Gino Perissutti, che ha presenziato alla serata - ma nel senso che sono appunto parte di questo "nuovo corso". Per l'occasione la Brasserie ha messo alla spina i pezzi classici del birrificio, ossia la Babèl, la Hot Night at The Village a la Hopfelia; e le prime due, peraltro - come testimonia la foto qui accanto -, sono fresche fresche di secondo premio nelle rispettive categorie al concorso Birra dell'Anno di Unionbirrai.

La punta di diamante - e non sono l'unica a sostenerlo - rimane la Babèl (insieme alla Freehweelin' Ipa, ma questa un'altra storia): una American Pale Ale dalla luppolatura generosa come poche, e dall'aroma che personalmente - in barba a tutte le descrizioni che ne magnificano i toni agrumati - trovo così intenso da virare all'erbaceo tanto è acre. Toni pungenti che si confermano anche al palato, lasciando poi una persistenza amara e secca in cui però ritorna anche l'agrume; facendo sì che anche chi - come me - non apprezza troppo che si esageri su questo fronte possa bersene due pinte senza colpo ferire - e senza nemmeno rendersene conto, soprattutto. Insomma, direi che dopo tanto tempo che non la bevevo ha confermato i buoni ricordi.

Mi ha invece sorpresa - e positivamente - la Hot Night at The Village, la porter di casa Foglie d'Erba: non ricordavo infatti i profumi di vaniglia così netti, che quasi sovrastano il tostato tipico di questo genere. Tostato che però ritorna in forze nel corpo decisamente robusto per una porter, che lascia un lungo finale di caffè particolarmente intenso. Quasi da bere a fine pasto al posto della "tazzulella", insomma: se non altro, invece che nervosi vi renderà piacevolmente rilassati...

venerdì 27 febbraio 2015

Come Camra comanda

Interrompo brevemente la serie sul Beer Attraction per dar conto di una chicca per intenditori che per la seconda volta - la prima era stata lo scorso novembre al Mastro Birraio di Trieste, questa il 25 febbraio alla Brasserie di Tricesimo - si è tenuta in Friuli Venezia Giulia: la spillatura di una birra in stile inglese direttamente da cask, che i birrai promotori - e produttori - del birrificio Antica Contea hanno battezzato "Come Camra comanda". Per i non adepti, Camra sta per "Campaign for real ale": un'associazione - ma potremmo definirla prima di tutto un movimento di pensiero - nato in Inghilterra nel 1971, con lo scopo di promuovere la birra tradizionale inglese. Tradizione che prevede metodi precisi di produzione e di servizio: e tra questi metodi di servizio rientra la spillatura direttamente dal cask, ossia dalla botte.


Ho provato a farmi spiegare dal birraio Costantino come funziona in dettaglio la cosa, ma si tratta di un procedimento così complicato che non avrei saputo ripeterlo nemmeno sforzandomi: semplificando al massimo, l'imboccatura in basso della botte viene chiusa con un tappo (detto keystone, "chiave di volta") inserito con un martello, e dall'apertura in alto ("shive hole") viene versata la birra con una piccola aggiunta di zucchero per farla rifermentare. Lo shive hole viene poi chiuso, e una volta terminata la fermentazione la birra viene fatta "sfiatare" per far uscire l'anidride carbonica in eccesso. Al momento di servire la birra, il keystone viene fatto saltare con un pesante martello, e nell'apertura viene inserito un rubinetto o una pompa. Insomma, ce n'era di che incuriosirmi; anche perché la birra in questione era la Dama Bianca, una Ipa - nel senso di "Isonzo Pale Ale" - la cui caratteristica che mi ha sempre colpita è l'aroma floreale particolarmente ricco. Provarla quindi spillata "come Camra comanda", così da poterla apprezzare al meglio, indubbiamente avrebbe meritato.

Come spesso accade quando si prova la stessa birra servita con sistemi diversi, ci si rende conto che "non è la stessa cosa": la Dama Bianca da cask infatti ha una carbonatazione molto più bassa, circa la metà - così come dovrebbe appunto essere per le ale inglesi - rispetto a quella alla spina o in bottiglia, il che fa sì che se ne apprezzi meglio il corpo fresco e agrumato, quasi acidulo, e delicato al tempo stesso. E, detto tra noi, fa anche sì che scenda che è un piacere: sette gradi e sentirne tre, dato che l'essere ben poco frizzante la rende ancor più beverina. Ho trovato che la persistanza sia più breve, ma più intensa, dato che non rimane il "sentore delle bollicine" che può andare ad influenzarla.

Una serata quindi che definirei "istruttiva", oltre che piacevole; si replica il prossimo 4 marzo al Mastro Birraio di Trieste alle 19, per chi è da quelle parti...