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venerdì 8 luglio 2022

Ritorno in Galassia

No, non è il titolo di un nuovo episodio della saga di Star Wars, ma il riferimento al fatto che - pur con mesi di ritardo, causa gravidanza - ho onorato l'invito fattomi dai birrai di Birra Galassia (Pordenone) ad assaggiare alcune nuove birre. A onor del vero, una di queste - la Wow - nuovissima non è più, nel senso che lo era ai tempi dell'invito; una - la Galassia - è "semplicemente" una nuova versione della loro birra di bandiera, prodotta fin dagli esordi come beerfirm; e solo la Gamma Rye è propriamente nuova, essendo stata presentata pochi giorni prima della mia visita.

La prima che ho degustato è stata proprio la Gamma Rye. Già la definizione dello stile - Session Kveik Neipa - lascia presagire una certa originalità; ma va detto che sarebbe ingenerosa l'accusa di "famolo strano", che spesso viene rivolta a chi si avventura in creazioni dai nomi esotici. Si tratta di una birra di 3,5 gradi alcolici - Session, appunto - dall'aspetto impenetrabile - come ogni Neipa che si rispetti - e dalla luppolatura vivace ma non invadente su toni agrumati (Idaho, Citra e Amarillo). A contraddistinguere davvero la Gamma Rye è però la componente di cereale, con segale (rye, in un gioco di parole con Gamma Ray, raggio gamma), avena, e come malto base il Pils - che a detta del birraio Davide consente di ottenere un risultato più "pieno" rispetto al Pale: si potrebbe quindi fare le pulci alla definizione di Pale Ale, ma sarebbe questione di lana caprina. Al palato appare infatti eccezionalmente ricca sotto questo profilo, quasi come avere in bocca una fetta di pane ai cereali - ottimo infatti l'abbinamento con la coppa - e quasi "grezza", a mo' di certe Zwickel tedesche (non fraintendetemi, chiaro che lo stile è completamente diverso, ma mi riferisco alla "pienezza grezza" del cereale). Una rosa di sapori che si tiene assai bene per mano con l'acidulo della luppolatura, rendendo il corpo snello nonostante la pienezza. Finale netto ma non persistente in cui si tengono sempre per mano l'acido resinoso della luppolatura e quello tipico dell'avena, lasciando l'impressione di equilibrio complessivo della bevuta. Ultima nota informativa sul Kveik, lievito norvegese che ha la caratteristica di fermentare a temperature molto elevate (anche sopra i 30 gradi) senza tuttavia sviluppare particolari esteri (che infatti non si colgono in questa birra).

Più nei canoni stilistici la Wow, definita come "Juicy Ipa": aromi da succo tropicale - nominate un frutto esotico a caso e fidatevi che ci sarà qualcuno che lo sentirà - con qualche rimando agrumato e resinoso, dato da una luppolatura variegata tra sabro, mosaic, galaxy e azacca; corpo decisamente snello senza indugi sul cereale, che fa spazio subito al persistente ma elegante finale resinoso. Più nelle corde di chi ama le Ipa propriamente dette, mentre la precedente Gamma Rye la consiglierei più a chi cerca un equilibrio di impronta "continentale" tra luppolo e cereale, pur con una luppolatura d'oltreoceano.

Da ultimo la Galassia, definita "Saison Ipa" dall'incontro dei due stili, e che ho provato per la prima volta da quando il birrificio ha avviato il proprio impianto - che tra l'altro lavora in isobarico, e quindi anche le birre già brassate prima presentano delle differenze. Ho infatti colto molto meno la componente che ho definito "belga" del lievito, mentre prima lo speziato era decisamente preponderante (il che è coerente con il minore sviluppo di esteri in isobarico); per lasciare più spazio alla luppolatura fruttata - principalmente frutta a pasta gialla - con anche un tocco di vaniglia. Corpo caldo di caramello, prima di un finale netto e non troppo persistente di un amaro resinoso equilibrato con il malto.

Ho infine avuto modo di fare due parole con Davide e Tommaso sui progetti futuri: al di là delle sperimentazioni più o meno estemporanee - Davide ammette candidamente di divertirsi a non fare mai una cotta uguale all'altra anche delle birre fisse, in una costante ricerca: e qui potremmo citare la mai sopita diatriba tra ricerca della costanza e quella dell'innovazione - c'è in programma un'incursione nel terreno sinora inesplorato delle basse fermentazioni. Insomma, dato che ai ragazzi la fantasia non manca, staremo a vedere.

Grazie ancora a Tommaso e Davide per la calorosa accoglienza.

mercoledì 15 aprile 2020

Coronavirus e prospettive future

È notizia di qualche giorno fa che, secondo un sondaggio condotto dalla americana Brewers Association, praticamente la metà dei birrifici artigianali americani afferma di poter resistere non più di tre mesi in una situazione di serrata come quella imposta per la pandemia; e poco più del 10% addirittura non più di un mese. Mi sono quindi chiesta che cosa ne pensassero in merito i birrai italiani: quanto ritengono che il proprio birrificio, o il comparto nel suo insieme, potrebbe resistere in questo regime di restrizioni? Come le stanno affrontando? Che prospettive vedono per la ripartenza? Ho quindi fatto circolare una mail tra i miei contatti birrari, per raccogliere alcune opinioni (senza avere valore di sondaggio, ma che possono comunque servire a capire gli umori). Ringrazio da subito tutti coloro che mi hanno risposto, anche perché lo hanno sempre fatto in maniera articolata, senza limitarsi a frasi di circostanza.

Innanzitutto, va rilevato che quasi tutti coloro che hanno dipendenti hanno riferito di averne posto almeno alcuni in cassa integrazione; nonché di aver usufruito di misure previste per legge come sospensione dei mutui, o altre concordate con singoli clienti e fornitori per la dilazione di alcune scadenze. Così come più o meno tutti sono posti in difficoltà dal fatto che utenze, accise e altre voci di spesa non sono viceversa state bloccate. La liquidità quindi è, come sempre detto, uno dei primi problemi a porsi.

C'è poi la questione magazzino: come fa notare un birraio che preferisce rimanere anonimo,"soprattutto chi lavora con tipologie di birra che vanno bevute giovani, dopo tre mesi rischia di buttarle. Meno male che noi abbiamo soprattutto stili che invece guadagnano dall'invecchiamento; e che abbiamo poca birra in magazzino, che stiamo vendendo a domicilio". Una situazione in cui, afferma, "possiamo resistere, ma non oltre i sei mesi. Senza contare che anche ripartire sarà dura: si lavorerà a ranghi ridotti e ci vorrà tempo sia per ricevere i crediti che per pagare i debiti. Il 2020 ormai è segnato: credo che che ci saranno cali di fatturato almeno del 60% sull'anno".

Anche il birrificio Benaco 70, sul lago di Garda, sta lavorando con le consegne a domicilio; con le quali ritiene di poter resistere, a detta di Erica, "qualche mese credo, ma faccio fatica a quantificare". Le preoccupazioni si concentrano piuttosto sulla ripartenza, soprattutto per una realtà che conta molto sul proprio brewpub e sulle presenze turistiche: "Il pub è un luogo di aggregazione per antonomasia, come faremo a rispettare i 2 metri di distanza? - si chiede Erica -. Niente musica dal vivo? Niente eventi? E poi vendiamo anche a bar, ristoranti, hotel: la stagione estiva al lago di Garda come sarà? Chi aprirà e chi no? Come cambierà la ristorazione?". Anche la Gdo, per quanto ci sia chi la vede come canale "salvezza" in un periodo in cui la gente al massimo va al supermercato, non sembra offrire grandi soluzioni: "Noi siamo presenti in un unico ipermercato a Verona che ha sviluppato un progetto di prodotti locali a cui abbiamo aderito un anno e mezzo fa - riferisce -, ma i numeri sono molto limitati e dall’inizio della quarantena non abbiamo ricevuto ordini".

Alla Gdo riserva qualche osservazione anche Severino Garlatti Costa, birraio nel birrificio omonimo, nonché presidente dell'Associazione Artigiani Birrai Fvg: "In Italia la presenza della birra artigianale nella Gdo è molto meno diffusa che in Usa - osserva - e in questo momento, in cui la distribuzione avviene quasi esclusivamente attraverso questo canale, la cosa rappresenta un grosso problema. Per contro in Italia ci sono molte aziende a conduzione familiare, o con pochi dipendenti, che riescono a contenere i costi fissi e quindi a resistere più a lungo di aziende più strutturate". Una situazione che, ammette comunque Severino, "mi sta insegnando molte cose: per esempio a rivalutare la consegna diretta ai privati (che da sola non è sufficiente a farci vivere ma è comunque uno strumento valido anche per fare marketing), o la vendita ai supermercati di zona (quelli che trattano i prodotti del territorio e li valorizzano posizionandoli su scaffalature separate)". Anche per Garlatti Costa comunque le preoccupazioni risiedono più nelle insidie della ripartenza che nei cali di fatturato già patiti: "I primi mesi dell’anno sono sempre i più “tranquilli” - osserva - per cui la differenza non è così drammatica. Il calo più importante si vedrà da ora in poi: da qui a ottobre si sarebbero dovuti tenere gli eventi più importanti, che sono saltati; e anche per pub e tap room i tempi e modi della ripresa sono ancora incerti". Tirando le somme, Severino afferma che "non so quanto potremo resistere… il solo delivery non può bastare! Dipende anche da quali saranno gli aiuti dello Stato, ma non ci spero molto dato che sono tantissime le aziende di diversi comparti ad avere gli stessi problemi".

Sulla ripartenza si sta concentrando il birrificio Jeb di Trivero (Biella), che sta ora lavorando con consegne a domicilio dopo un mese e mezzo di stop della produzione: "Abbiamo molte idee - riferisce la birraia, Chiara Baù - ma si dovrà vedere quali strascichi lascerà questa situazione e la reazione del nostro pubblico. Abbiamo la fortuna di avere il brewpub in zona montana, a 1000 metri, nell'alto biellese; e di avere molto spazio all'aperto e all'esterno in un comodo ed aerato dehors. Qualsiasi cosa accada ci renderemo pronti ad accogliere i nostri supporter...#supportyourlocalbrewery!" conclude a mo' di hashtag, ammettendo comunque che on saprebbe dire per quanto tempo i birrifici possono resistere alla serrata.

Infine, uno sguardo alla realtà dei beerfirm - o meglio, di un "quasi" birrificio, dato che stiamo parlando di Birra Galassia: che, come chi mi e li segue sa, ha l'impianto pronto da tempo ma non ancora attivo per questioni burocratiche su cui non mi soffermo (anche se Tommaso, uno dei birrai, ammette che è "quasi un sollievo" il fatto di non aver ancora l'impianto attivo in questi frangenti). Le consegne a domicilio "stanno avendo un buon riscontro, e sono sicuramente un canale di vendita che terremo anche successivamente. Stiamo inoltre lavorando a uno shop online". Non grandi cose, osserva, ma quel che basta a svuotare il magazzino e coprire le spese correnti. Certo, osserva sempre Tommaso, "per chi ha impianti avviati e aveva iniziato a caricare i fermentatori in vista dell'estate la situazione è più difficile; e credo che colpirà in modo più pesante quei birrifici che oggi sono tra i più strutturati in regione, ma che non sono realtà consolidate a livello nazionale". Se anche Tommaso condivide le preoccupazioni degli altri birrai per quanto riguarda le riaperture, mostra invece un briciolo di maggior ottimismo per "quelle micro realtà che lavorano sul mercato locale. Uno dei risvolti di questa pandemia sarà un incremento importante della richiesta di prodotti locali, di qualità, con una filiera distributiva corta, distribuiti magari nei negozi di vicinato: e penso che questo possa dare un contributo al migliorare la consapevolezza dei consumatori". Tutte realtà che nel complesso saranno meno penalizzate anche perché già prima curavano direttamente la distribuzione; anche se, osserva, "non si potrà prescindere dal trovare nuove modalità di vendita, nuovi sbocchi di mercato, e da una revisione generale delle politiche commerciali e di prezzo. Non sono in grado di dire in quale direzione, ma lo sbilanciamento dei consumi verso il domestico, la crescita del delivery anche per la somministrazione, la possibilità di trovare il prodotto in più realtà locali dello stesso territorio, la vendita diretta a distanza... richiedono di riponderare le politiche prezzo con grande attenzione per evitare di creare dissidi interni alla rete e confusione".

Il tema del radicamento sul territorio pare confermato già ora da quanto afferma Matteo del Birrificio Curtense, nel bresciano (e quindi una delle zone più colpite): "Fortunatamente noi siamo molto forti nel territorio e vendiamo molto nei piccoli negozi ed ai privati, questo ci permettere di stare a galla, nonostante una perdita di fatturato di almeno il 50%. Al momento stiamo cercando di lavorare in modo diverso, vendendo molto di più con il porta a porta ed aggiungendo anche altri prodotti non di nostra produzione. Sicuramente, almeno nel breve periodo, non avremo problemi".

In generale quindi pare che, almeno per qualche mese, si possa resistere; ma che la vera insidia, ancor più che la serrata, sia la ripresa.

venerdì 28 febbraio 2020

Al Cucinare e al Beer Attraction...meglio tardi che mai, parte prima

Con più o meno colpevole ritardo dovuto ad altri impegni di lavoro concomitanti, coronavirus, asili nido chiusi, eccetera eccetera, eccomi a scrivere qualcosa sulle nuove birre assaggiate al Cucinare di Pordenone - dove ho tenuto alcune degustazioni - e al Beer Attraction - nella toccata e fuga che sono riuscita a fare.

Inizio appunto dal Cucinare, dove ho assaggiato le ultime creazioni di birrifici che già conoscevo. Per prima la HopAle, black Ipa di Meraki ben riuscita nella sua semplicità e pulizia, di cui ho apprezzato in particolare il giusto equilibrio tra il tostato e l'agrumato della luppolatura sia in aroma che in amaro; seguita dalla Pink Moon di Galassia, una american wheat con ibisco, in cui a mio avviso si fondono in maniera molto interessante all'aroma lo speziato del lievito e l'acidulo dell'ibisco e del luppolo lemondrop; per poi amalgamare il tutto al palato con il cereale fresco. Un esperimento forse audace, ma senz'altro da provare per gli amanti del genere. Così come interessante per gli amanti del genere è la Nova brettata, dopo oltre un anno in botte: alla base di summer ale è stato aggiunto appunto il brett, che con l'invecchiamento risulta discretamente morbido e adeguatamente sostenuto dall'acidità elegante di base.

In quel di B2O ho invece assaggiato la nuova Vienna con mais rosso di San Martino e luppolo Lubelski: per quanto lo stile di base rimanga pienamente riconoscibile, costituisce comunque una sui generis all'interno della categoria, in quanto il mais conferisce sia all'aroma che al palato un particolare tocco "verace" di cereale. Interessante in particolare per gli abbinamenti a tavola: al Cucinare l'abbiamo accostata al risotto alla stout Renera e formaggio marinato sui lieviti preparato dallo chef di B2O Galdino Aggio, ma la vedrei molto bene anche con preparazioni in umido di pesce - penso alle seppie - o di carne - spezzatino e affini. Ancor di più mi ha colpita però la Honey Ale al miele di barena. Se pensate che tutte le honey ale siano dolci, ricredetevi: questa esibisce un potente balsamico al naso dato da questo particolare miele presidio Slow Food (tanto che non vengono utilizzati luppoli in aroma), e dopo aver concesso un breve passaggio ai toni biscottati del malto, vira di nuovo su un deciso taglio amaro sempre balsamico. Consigliata a chi cerca una birra al miele fuori dai canoni, e soprattutto provare un sapore diverso - non so voi, ma io il miele di barena manco sapevo cosa fosse.

Un ultimo appunto lo devo al Birrificio Agro e alla sua Saison, di cui - in questo post scritto in occasione della Fiera della birra artigianale di Pordenone - avevo criticato "una speziatura un po' sopra le righe": l'invecchiamento ha giovato dato che, assaggiando una bottiglia dello stesso lotto, ho trovato un maggiore ed apprezzabile equilibrio. Considerazione simile per Birra Follina, con un plauso al nuovo team del birrificio per i miglioramenti apportati alla dubbel Giana, che ora presenta un profilo aromatico decisamente più pulito senza "sbavature fenoliche" sempre in agguato in questi stili.

Per ora mi fermo qui, nella seconda puntata Beer Attraction...

mercoledì 25 settembre 2019

In una nuova Galassia

Ho avuto l'opportunità e il piacere di partecipare alla visita in anteprima al nuovo stabilimento di Birra Galassia; che, dopo anni di onorato beerfirm, sta per avviare il proprio impianto a Pordenone - riportando la produzione di birra in città dopo oltre un secolo.

L'impianto è di dimensioni contenute - 3 hl -; consono tuttavia non solo a quelle che possono realisticamente essere le ambizioni quantitative in questo momento, ma anche alla propensione alla creazione di birre sperimentali (che ancora escono dal loro impianto pilota casalingo). Parlando con i ragazzi, ho colto quasi del sollievo nel fatto di avere d'ora in poi la prospettiva di quantità più piccole rispetto a quelle richieste dai birrifici dove facevano beerfirm: molto spesso trovano infatti necessario lavorare su scala più piccola per svariate ragioni - dal fatto che le birre sperimentali hanno oggettivamente un mercato più ristretto, a questioni legate più strettamente al processo produttivo e agli ingredienti. Senza contare, aggiungo io, che il fatto di fare beerfirm pone un problema di costanza delle birre: anche dando per buona l'abilità sia del beerfirmer che del mastro birraio titolare, è evidente che, a meno di non rivolgersi sempre allo stesso birrificio, la stessa ricetta in impianti diversi risulterà inevitabilmente diversa.

Con l'occasione i ragazzi avevano allestito anche una degustazione con abbinamenti gastronomici curati da due di loro, Christian Gusso - forte della sua esperienza in cucina all'Urban Farmhouse - e Davide Bernardini. In prima battuta crostini di prosciutto crudo, stracchino della latteria di Taiedo e composta di Figo Moro di Caneva abbinati alla "American Koelsch" Apollo - che ho trovato più in forma del solito, nella misura in cui ho percepito un maggiore e apprezzabile equilibrio tra l'anima tedesca dello stile di base e la delicata luppolatura americana, che si coglie ma non snatura -; quindi crostino di pancetta affumicata, mela verde e chutney al peperoncino abbinato alla summer ale Nova versione Mosaic - forse un po' aggressivo per il miei gusti il dry hopping, ma la luppolatura fruttata così decisa ha avuto la sua ottima ragion d'essere nell'accostarsi al chutney, persistendo anche in bocca e contrastando con eleganza il piccante; crostino al frant alle arance della latteria di Taiedo con la "saison ipa" Galassia - interessante il gioco tra l'agrume e lo speziato del lievito belga, per quanto in questa versione l'intensità di quest'ultimo vada a scapito della luppolatura; e spezzatino di guanciale alla "belgian stout" Maan abbinato alla stessa - nuova versione, più "ruffiana" nella misura in cui è più dolce e meno secca. Rimane una delle loro birre meglio riuscite, anche se personalmente preferisco la versione "verace" - che, per quanto inizialmente possa lasciare perplessi per la sua intensità di cacao, caffè e liquirizia, riesce a farsi bere in maniera pericolosamente facile nonostante i 10 gradi in virtù di secchezza ed equilibrio nella complessità. Nel complesso tutti abbinamenti ben riusciti, in particolare il secondo, nel gioco appunto tra chutney e luppolatura tropicale.

Da ultimo, una considerazione sulla situazione in cui si trova il birrificio. Al momento infatti, pur essendo l'impianto pronto a partire, Birra Galassia è ferma per questioni burocratiche e di interpretazioni della normativa; situazione in cui, ahimé, altri birrifici di mia conoscenza si trovano o si sono trovati. Al di là di quanto certe norme siano o meno giustificate - e diamo pure per buono che lo siano -, la questione è un'altra: che l'applicazione di quelle stesse leggi e regolamenti attuativi che dovrebbero tutelare i piccoli birrifici, come da intenti esplicitamente dichiarati da chi li ha prima promossi e poi approvati, avviene in maniera tale da ostacolarli. Una coincidenza "tragicamente ironica", per dirla con i ragazzi di Galassia, in quanto a tempi e modalità di interpretazione e applicazione. E questo, in una fase storica in cui è necessario incentivare l'imprenditoria, è un grossissimo problema - non solo per i birrifici.

martedì 12 febbraio 2019

Qualche pensiero sul Cucinare

Finita l'edizione 2019 del Cucinare, il salone dell'enogastronomia organizzato dalla Fiera di Pordenone, non posso non fare qualche considerazione su come sono andate le cose e sulle nuove birre degustate.

Innanzitutto è balzato all'occhio il notevole aumento nella partecipazione alle degustazioni: non solo sono andate tutte quante esaurite (con tanto di lista d'attesa), ma il pubblico si è dimostrato particolarmente interessato - sia chi già aveva una conoscenza pregressa, sia chi era nuovo al mondo birrario. E non è stata questione, come a volte malignamente si osserva, che è facile fare il tutto esaurito quando si tratta di mangiare e bere gratis: come ben sa chi organizza simili eventi, anche degustazioni decisamente allettanti e del tutto gratuite possono andare deserte se non viene creato il giusto interesse. Tanto è vero che anche la lezione sugli stili birrari della domenica - che sulla carta avrebbe dovuto attirare meno pubblico, non prevedendo abbinamenti gastronomici e avendo un approccio didattico - è stata tanto affollata quanto le altre, nonostante in contemporanea ci fosse anche un'altra degustazione a tema birrario: una prova che la curiosità e la domanda di saperne di più c'è, e che gli addetti ai lavori stanno anche imparando a stimolarla meglio. Io stessa, lo ammetto, ho rivisto la maniera di presentare queste degustazioni, rendendomi conto di come nel mondo della birra artigianale non si possa più (già da tempo, a onor del vero) giocare sull'effetto novità, ma ci sia piuttosto una richiesta di capirne di più "su tutti questi birrifici artigianali che ci sono adesso" e su come si degusta e si valuta una birra - prova le tante domande rivolte sia a me che ai birrai. Tanto più se il contesto non è quello di una fiera dedicata esclusivamente alla birra, ma all'enogastronomia in senso lato.

Detto ciò, devo ringraziare sia i birrai che chi ha fornito gli abbinamenti gastronomici - Roncadin per le pizze del sabato, e Adelia Di Fant per il cioccolato del lunedì. Mi permetto di riservare una particolare nota di merito all'abbinamento tra il cioccolato salato al rosamarino e la nuova Blanche del birrificio Il Maglio, particolarmente incentrata sull'arancia e sullo spaziato con l'aggiunta di pepe di Sichuan (assente invece il coriandolo): il rosmarino e il sale da un lato, infatti, facevano perfettamente il paio con la componente citrica e quella pepata dall'altro, valorizzandosi reciprocamente. Sempre apprezzatissimo anche il cioccolato al pimenton de la vera - un particolare tipo di paprika dolce -, che in precedenza avevo abbinato a barley wine o belgian strong ale: questa volta l'ho accostato alla natalizia xmaStrong di B2O, con le sue note fruttate dal figo moro di Caneva e quelle di legno. Tra le nuove birre provate, la 14th, "hoppy lager" di B2O. Dalla definizione, ammetto che mi sarei aspettata una lager chiara dalla luppolatura esuberante: invece rimane una lager pulita che al naso rende giustizia prima di tutto al cereale, nonostante le evidenti note tra il fruttato, l'erbaceo e lo speziato dell'ekuanot in monoluppolo. Leggera e scorrevole nel corpo, rimane molto secca anche grazie al riso - che non è però evidente al palato - chiudendo su un amaro netto ma non persistente in cui si coglie soprattutto la componente speziata.

Interessante anche la Urban Saison, nata all'Urban Farmhouse e presentata da Birra Galassia: base di Saison, con fermentazione secondaria in botti di rovere che hanno contenuto Chardonnay, maturata nove mesi. Una sour delicata che unisce all'aroma qualche tono speziato della base Saison alle note fruttato-acidule, che al palato risultano ancora più morbide di quanto ci si potrebbe aspettare. Nuove birre anche in quel de Il Maglio: oltre alla già citata Blanche, la Oatmeal Stout - fondamentalmente in stile, dalla tipica rotondità, più qualche nota dolce data dall'aggiunta di lattosio. Unico appunto, si sente che è ancora molto giovane: sicuramente tra qualche mese esprimerà al meglio le sue potenzialità. Ad avere espresso bene le sue potenzialità appunto grazie all'invecchiamento è stata la imperial stout di Meni, di cui già avevo parlato in questo post lo scorso maggio: il tempo ha fatto uscire in forze le note di liquirizia e finanche di legno, pur non avendo questa birra mai visto una botte.

Concludo, di nuovo, con un ringraziamento a tutti i partecipanti.

La foto in alto è di Ferdi Terrazzani per Fiera Pordenone

sabato 12 gennaio 2019

Novità in quel di Pordenone

L'annuncio ufficiale è stato la sera dell'11 gennaio all'Urban Farmhouse di Pordenone: Birra Galassia, beerfirm attivo dal 2015 che si è appoggiato nel tempo a diversi birrifici per la produzione, aprirà in primavera il suo stabilimento in città. Giornalisticamente parlando, come direbbe uno degli storici professori della scuola di giornalismo, il fatto che un beerfirm diventi birrificio "No-o!!! No-o!! Non-è-una-notizia!!!", nel senso che è il percorso che fanno in tanti. Notizia è invece che la città sul Noncello veda di nuovo la produzione di birra sul proprio territorio, dato che è da inizio 900 - con Birra Momi e Birra Pordenone - che questa è cessata. A onor del vero, ciò non significa che non si trovi birra strettamente legata al territorio: basti citare Birra di Naon - che già nel nome sancisce la sua origine e utilizza materie prime locali -, beerfirm un anno più vecchio di Galassia (e anch'esso con progetti di avvio di un proprio stabilimento). Galassia stesso, avendo come punto di degustazione privilegiato Urban farmhopuse - "osteria della birra" nata su iniziativa di Christian Gusso, uno dei tre soci - è già radicata in città; e a questo si potrebbero aggiungere i numerosi altri birrifici e beerfirm della provincia - da Meni, a Maniago, a Valscura, e via dicendo. Ma Galassia sarà appunto il primo a riportare la produzione di birra fisicamente in città, con - auspichiamo - risvolti positivi per quanto riguarda la vivacizzazione del panorama birrario (e piccolo-imprenditoriale in senso lato) pordenonese.

L'avvio della produzione è appunto previsto per la prossima primavera, ma i tre soci - Davide Bernardini, Tommaso Fracassi e Christian Gusso - hanno deciso di dare l'annuncio sin d'ora. La motivazione è «Rendere partecipi tutti di ciò che stiamo facendo è una conseguenza diretta del percorso fatto fin qui – hanno affermato –: stiamo costruendo qualcosa che è strettamente legato alla città e a chi la abita, e quindi volevamo condividerlo perché riguarda tutti. Più che un lancio commerciale, si tratta di tenere aggiornato chi ci segue, nell’ottica di quella crescita graduale e di rapporto diretto ed informale che abbiamo sempre perseguito». Al di là delle dichiarazioni ufficiali, si coglie l'intento di mantenere fidelizzato il proprio pubblico anche attraverso notizie magari non di grande portata, ma di maggiore frequenza: approccio forse in una certa misura obbligato per piccoli birrifici che giocoforza non avranno mai notizie "mirabolanti" da dare, ma hanno la necessità di coltivare il contatto diretto con il pubblico locale.

In questo caso, diversamente da altri che ho analizzato di recente, non c'è un allargamento della compagine societaria a scopo di ingrandirsi. In effetti i ragazzi di Galassia, nel diventare autonomi, non hanno posto come primo obiettivo l'aumento della produzione - la sala cotta è da 3 hl; ma, lavorando su un impianto più piccolo rispetto a quelli dei birrifici a cui si sono appoggiati sinora, privilegiare la sperimentazione. Che, in effetti, è loro caratteristica distintiva: basti pensare che anche buona parte delle loro birre fisse non rientra nei canoni tradizionali degli stili - come la "saison ipa" Galassia e la "belgian stout" Maan, curiosi (e a onor del vero ben riusciti) ibridi tra gli stili in questione. Se il fatto di conoscere meglio l'impianto e muoversi su quantità più limitate favorirà sperimentazioni ben riuscite, credo che sia lecito aspettarsi birre originali e interessanti.

Personalmente, non mi resta che fare i migliori auguri per questo nuovo passo; in particolar modo l'augurio di saper mettere a frutto nel migliore dei modi questa loro propensione alla sperimentazione e originalità, con cui fino adesso hanno saputo creare birre sì sui generis, ma senza cercare lo stupore a tutti i costi.

mercoledì 24 ottobre 2018

Qualche appunto da Fusti di Frontiera

Anche quest'anno ho approfittato per fare un giro al Birrificio Campestre in occasione di Fusti di Frontiera, manifestazione che Giulio organizza ogni autunno in compagnia di altri colleghi birrai artigianali friulani. Quest'anno peraltro l'occasione era di particolare interesse perché i nostri avevano messo in piedi ben una ventina di spine da nove birrifici diversi, con spazio sia per le classiche che per qualche novità.


Mi sono data per l'appunto alle birre che non avevo mai provato, o che non potevo dire di conoscere bene. Sono partita dalla Keller Pils di Meni, classica e in stile, aroma corposo di pane fresco e cereale, corpo pieno ma snello e fresco, chiusura di un amaro netto ma leggero. Sono quindi passata alla Nova Ekuanot, Golden Ale di Birra Galassia (evoluzione della Nova con luppolo Ekuanot con cui i birrai, a loro detta, hanno inteso dare "più identità" a questa birra): notevolissima la schiuma persistente e fine, che lascia proprio "la panna" in bocca, e da cui salgono aromi possenti di agrumi e frutta tropicale. Corpo snello e fresco, prima di una lunga persistenza di lime e pompelmo, a mo' di spremuta di agrumi. Per la felicità degli amanti delle birre agrumate - da notare che, a differenza di altre loro birre precedenti, questa è stata prodotta da Antica Contea e infustata in isobarico, il che ha sicuramente reso maggior giustizia alla luppolatura.


In terza battuta mi sono soffermata sulla Bla Bla, Double Blanche di Garlatti Costa. Qui devo ammettere che non ho riconosciuto la "mano" di Severino in questa Blanche piuttosto sui generis: poco pronunciato il tipico aroma speziato, che ritorna però nel corpo di media robustezza ancor più della classica nota di frumento. Finale pulito. Non che mi sia dispiaciuta, intendiamoci, però non ho riconosciuto il "tocco del birraio", per così dire. Sono poi ritornata sulla "Chi sono? Castoro!", la Ipa di Campestre: aroma avvolgente in cui si bilanciano bene il caramello e il fruttato dei luppoli, con il primo a fare da "ponte" verso un corpo robusto ma scorrevole tra il dolce e il tostato prima dell'amaro resinoso e deciso in chiusura. Una Ipa ben equilibrata e non banale, all'interno di una stile da tempo inflazionato.

Novità del Campestre è stata invece la "Non aprite quella Porter", una - appunto - Porter con cardamomo e buccia d'arancia. Aroma incentrato sul caffè, con una nota leggera di cardamomo; corpo esile in cui comunque si continua a cogliere il caffè, prima di un ritorno di arancia sul finale. Originale e ben costruita, per gli amanti delle birre da bere al caldo davanti a un caminetto. E sempre da bere davanti ad un caminetto è la Russian Imperial Stout di Borderline, passata 5 mesi in botti di rum. Ed è appunto il rum a dominare sia nell'aroma che nel corpo, con decisi toni liquorosi e di zucchero di canna, insieme al legno e alla liquirizia. Decisamente secca, dimostra forse la metà dei suoi 13 gradi, quindi occhio all'etilometro.

Chiudo con un grazie anche ai birrai non nominati qui per la piacevole serata, che mi sento di definire ben riuscita come evento. E qui diventa lecito chiedersi se il format del "ritrovo di birrifici" in casa di uno di questi diventerà - data la sua crescente diffusione - un format che, se non sostituirà del tutto, quantomeno si affiancherà a quello dei festival birrari creando un "doppio binario" rispondendo ad esigenze e logiche diverse: anche questo un segnale di ricerca di rinnovamento all'interno di un mondo della birra artigianale alla ricerca (giustamente) di nuove vie dopo lo "sgonfiamento" del boom.

martedì 19 giugno 2018

L'arte dell'abbinamento a Easy Fish

Come chi mi segue già sa, il 17 giugno scorso ho condotto una degustazione a Easy Fish - manifestazione organizzata a Lignano Sabbiadoro dalla Fiera di Pordenone - con i birrifici B2O, Couture, Cittavecchia e Galassia: quattro birre con altrettanti abbinamenti gastronomici. Una degustazione che è partita come tante altre, ma che mi ha poi particolarmente colpita per la buona riuscita degli abbinamenti; portandomi quindi a chiedermi che cosa, al di là delle felici intuizioni che possono capitare per caso, abbia consentito di raggiungere questo risultato.


 Va detto innanzitutto che ciascuno degli stand birrari portava degli abbinamenti gastronomici da sé - Galassia -, in accordo con aziende partner - è il caso di B2O con Sassilat - oppure presentandosi direttamente in abbinata - Couture e Billy Mio, Cittavecchia e Natural Street Food: il che ha fatto sì che lo essere a Easy Fish nascesse già come connubio tra la birra e i piatti presentati, elaborando sin dal principio proposte che valorizzassero al meglio le due componenti. Di conseguenza è stato naturale lavorare a tre parti, portando ognuno - birraio, chef e biersommelier - la propria specifica competenza professionale. Pare scontato da dire, ma non sempre questo accade: così che ciascuno finisce per operare in maniera slegata con risultati, come facilmente intuibile, al di sotto non solo delle aspettative ma anche delle potenzialità. Nota di merito quindi alla Fiera, ai birrifici e agli operatori della ristorazione che hanno messo in pratica questo principio.


Altro punto che ho trovato di interesse è stato l'unire, sia sotto il profilo birrario che sotto quello gastronomico, i "classici" con altre creazioni più originali, e di farlo in maniera accorta. Si è partiti con la pils di Couture, una pils ceca fondamentalmente in stile, discretamente ricca, abbinata alla mortadella di Billy Mio tagliata a coltello: una fetta più spessa, da addentare, che insieme alla ricchezza di cereale della pils dava proprio l'idea della fetta di pane con il salume, pulendo poi con l'amaro finale. A seguire la Colony di Galassia, una bitter che i ragazzi della beerfirm hanno interpretato utilizzando cinque luppoli di altrettante colonie inglesi, abbinata ad un crostino di roast beef e avocado. Data la luppolatura su toni agrumati presente ma non invasiva, e il corpo tostato ma snello, è stato un richiamare il limone con cui tradizionalmente si condisce questa carne; accompagnandola, trattandosi pur sempre di carne rossa, con un corpo che facesse il paio e un finale di un amaro netto sui toni più erbacei. Quindi la novità di B2O, la Grodziskie: una birra tradizionale polacca - la cui peculiarità è quella di essere fatta unicaente con malto di frumento affumicato - in cui il birraio Gianluca ha scelto di privilegiare la componente affumicata sia all'aroma che nel finale, tenendo quella acidula percepibile ma sullo sfondo, con un corpo fresco ed eccezionalmente scorrevole. Indovinato l'abbinamento con il culatello di Sassilat, a cui l'affumicato ha dato un ulteriore tocco di carattere. Infine la Formidable, belgian strong ale di Cittavecchia dagli intensissimi aromi di spezie, frutta sotto spirito, caramello, finanche amarene e legno, e un corpo caldo sulle stesse note; insieme ad un panino con spalla di manzo e crauti creato a Natural Steet Food, in cui il caramello della birra e le reminescenze dolci della carne si sono sposati alla perfezione.


Con questo non voglio indulgere in autocompiacimento rispetto ad una degustazione che ho condotto io, per quanto la genuina soddisfazione ci sia; ma piuttosto riconoscere il buon lavoro fatto da tutti gli attori in campo, perché - in una fase in cui si fa un gran parlare di come la birra artigianale debba sapersi proporre al meglio, e di come non ci siano spesso le idee e competenze per farlo - questa volta ho visto dei professionisti che si sono genuinamente spesi per questo. Utilizzando un format forse abusato, quello della degustazione con abbinamento gastronomico, in una maniera che ha saputo dire qualcosa di nuovo anche a chi di degustazioni già ne ha viste a centinaia. E sta qui la chiave per questo rinnovamento del mondo della birra artigianale di cui tanto di parla, dopo lo sgonfiamento del boom e la ricerca del vero saper fare.

Foto: Easy Fish e Cittavecchia. Un grazie a tutti i partecipanti!


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mercoledì 21 febbraio 2018

Tre novità al Cucinare

Pur con notevole ritardo, eccomi a scrivere qualche riga sulla mia esperienza al Cucinare di quest'anno. Come di consueto ho avuto il piacere di guidare le degustazioni di birra artigianale: quest'anno con (in ordine rigorosamente casuale) Birra di Naon, Couture, Birra di Meni, B2O, Birra Follina, Sognandobirra, Birra Galassia, Il Maglio e Birrificio dei Perugini (nuova conoscenza per me). Ad accompagnarli, gli abbinamenti gastronomici di Trota Blu, Alessio Brusadin, Adelia Di Fant, Danieli - Il Forno delle Puglie, Trattatibene, Il Cacio com'era, Pasticceria artigianale di Lenardo e Salumificio Billy Mio - che ringrazio per la disponibilità.

Non andrò nel dettaglio di tutti e nove gli assaggi e abbinamenti, sia per non tediarvi che per non farvi venire inutilmente sete; mi permetto solo una nota, essendo un birrificio nuovo per me, sul curiosamente azzeccato abbinamento tra strudel di mele-porter (nella fattispecie lo strudel di Di Lenardo e la porter del Birrificio dei Perugini, più improntata sui toni del tostato "acre" che su quelli tendenti al cioccolato, che ha creato un interessante contrasto con il dolce e l'acidulo della mela a cui faceva da "ponte" l'uva passa). Mi soffermo piuttosto su tre novità trovate lì, di cui due presentate proprio per l'occasione.

La prima è il barley wine de Il Maglio, "Inverno 1936", risultato di una cotta "sui generis" fatta nel 2016 - con un'importante luppolatura, mi è stato riferito, così da arrivare a bilanciare poi la dolcezza finale - maturata 10 mesi in botti di Amarone Superiore. In effetti l'Amarone risalta bene sin dall'aroma, tanto da caratterizzarlo subito come barley wine decisamente "veneto"; al palato è pieno e caldo, anche qui con note generose di frutta matura e legno che si fanno ben sentire sopra a quelle del malto; per chiudere poi in maniera calda ma senza lunghe persistenze dolci (come del resto mi era stato anticipato), aiutando così anche a mascherare la nota alcolica data dai 13 gradi. Per chi cerca sapori forti ma con un equilibrio d'insieme, e non disdegna il vino oltre alla birra.

La seconda è la Apollo di Galassia, definita "American Kolsch": verrebbe da dire che, nel proliferare degli stili, forse non si sentiva il bisogno di crearne un'altro ancora, ma i ragazzi di Galassia hanno a più riprese dimostrato di saper essere sì creativi ma con giudizio - del resto non ho mai nascosto il mio apprezzamento per la loro "saison ipa" - e quindi glie lo si può perdonare. La dicitura "American" è dovuta ai toni agrumati all'aroma insoliti per una Kolsch, anche se in questo caso la nota caratteristica è data da un luppolo tedesco, il mandarina bavaria - usato peraltro fresco. E in effetti la luppolatura è insolitamente evidente per una Kolsch, pur rimanendo nei limiti dell'eleganza; al palato è fresca e snella, come si conviene allo stile, per chiudere poi su un amaro secco e netto in cui ritorna, in seconda battuta, il mandarina. Per chi apprezza sì la discrezione ed eleganza della tradizione tedesca, ma anche qualche nota di colore in più.

Da ultimo la bitter che Meni produce per il Barile di Maniago, battezzata Pals, e definita "la bitter del nonno del birraio". E in effetti, come definizione è azzeccata, nella misura in cui vuole essere la bitter più semplice e tradizionale a cui si possa pensare: aroma tra l'erbaceo e il terroso di luppoli inglesi con una lievissima nota di tostato, corpo sfuggente ma non inconsistente sempre sugli stessi toni, e chiusura di un amaro secco e deciso ma non invadente, ad invogliare al sorso successivo.

Non mi resta che concludere ringraziando di nuovo tutti, dallo staff del Cucinare, ai birrifici, agli altri espositori.


mercoledì 15 febbraio 2017

Quattro giorni a...cucinare

Beh, chi mi conosce sa che come titolo sarebbe poco credibile: mai e poi mai passerei quattro giorni ai fornelli, già è tanto se riesco a mettere insieme (anzi, "mettere vicino", come dicono qui in Friuli) il minimo sindacale per il pranzo e per la cena. Mi sto riferendo ai quattro giorni della fiera Cucinare a Pordenone - dall'11 al 14 febbraio -, dove anche quest'anno ho avuto il piacere di condurre le degustazioni per i birrifici presenti.

La degustazione del sabato è stata dedicata al Birrificio Italiano e a Birra Galassia, andando ad unire uno dei marchi "storici" della birra artigianale italiana ad uno di quelli più recenti. Ho avuto il piacere di assaggiare la Dunkelweiss Vudù, una weizen scura che ai "canonici" profumi del lievito - banana matura, crosta di pane - unisce quelli del malto scuro che vanno dal tostato dalla caramella  - meglio definito come "toffee"...ma personalmente preferisco il termine "caramella". A questa è seguita la Bibock, una bock che, pur non discostandosi troppo dallo stile, vede nel finale più secco, netto e delicatamente amaro il tocco personale di Agostino Arioli. Galassia ha portato due birre di cui già ho parlato a più riprese nel blog, la saison ipa Galassia e belgian stout Maan; entrambe si confermano come birre se non fuori stile quantomeno sui generis, che incontrano sempre il favore del pubblico. Di rilevanza anche gli abbinamenti, dal carpaccio di manzo cotto a bassa temperatura della macelleria Vincenzutto per la Bibock, alla focaccia di Marazzoli per la Vudu, al frant dell'azienda agricola Gortani per la Galassia, fino al cioccolato fondente di Pura Delizia per la Maan.

La domenica ha visto in scena Birra di Naon e Birra di Meni. Il primo ha portato la sua common lager Medunia, di cui già avevo parlato, e la nuova nata Blecs, che ho assaggiato per la prima volta: un'american red ale che mette insieme l'orzo torrefatto non maltato coltivato nelle valli bellunesi, il grano saraceno (di qui il nome "Blecs", in riferimento ai tipici maltagliati friulani a base di grano saraceno) e il cumino coltivato ad Andreis. Se l'aroma fa risaltare di più la componente tra il dolce e l'arrostito del malto, è assai notevole il finale in cui le note balsamiche del cumino vanno a sposarsi con la delicata luppolatura americana, per chiudere in maniera "pulita". Una birra che mi sento di poter definire un passo avanti nel percorso birrario di Paolo Costalonga, sia in termini di originalità della ricetta che di equlibrio del risultato finale. Qui meritano una nota gli abbinamenti, ossia il trancetto di trota affumicata e la polenta con ragù di trota e pomodorino confit preparati da Alberto di Trota Blu: delle piccole opere d'arte anche a vedersi, oltre che buoni e assai azzeccati nell'accostamento. Meni ha invece portato Siriviela e Grava, già note ai lettori di questo blog; e anche in questo caso non posso non citare l'ultimo abbinamento, ossia Grava con Frant alle noci e pere candite di Les Trois Chef Fvg, che ha davvero creato - grazie alla frutta secca e al sapore deciso del formaggio - un gioco di contrasti forte ed assai interessante con questa ipa molto decisa.

Lunedì è stata la volta di birra Praforte con la Alpina, versione più leggera e fresca della Bionda con note agrumate date dal Mandarina Bavaria in dry hopping, abbinata al formaggio a latte crudo della latteria di Aviano; e di B2O, con la blanche Terra - caratterizzata dal connubio tra coriandolo e scorza d'arancia, evidente all'olfatto ma che dona una sensazione di pulizia anche sul finale - e abbinata al crostino di trota affumicata di Trota Blu. Istruttivo poi l'accostamento tra la Nera di Praforte, che utilizza sì un lievito da alta fermentazione ma a temperature da bassa, e la stout Renera di B2O - entrambe accompagnate dalla cioccolata fondente di Adelia Di Fant -: meno aromatica e dai sapori più arrostiti e di caramella la prima, intensamente profumata di cacao, liquirizia e caffè la seconda. Se la prima risulta peraltro molto secca, anche la seconda è discretamente attenuata per il genere.

Da ultimo, due birrifici per me nuovi: Il Maglio di Galliera Veneta e Birra del Grillo di San Pietro di Cadore. Il primo è per ora un beerfirm - ma l'impianto è in arrivo, e i cinque soci non sono "novellini" avendo perfezionato anni di homebrewing con la scuola Dieffe - ed ha meno di un anno di vita; mentre il secondo è attivo già dal 2007 e prende il nome da Maurilio De Zolt, detto "Grillo", campione di sci di fondo e padre del titolare. Il Maglio ha portato la Summer Ale e la Saison, abbinate rispettivamente ad un crostino con il prosciutto cotto del prosciuttificio Branchi e alla ricotta di Friulmont: entrambe birre in stile, senza particolari fronzoli, e con la filosofia della semplicità di beva - una nota merita la luppolatura agrumata della Summer Ale, che ho trovato particolarmente delicata ed elegante. Birra del Grillo ha portato invece la pils Par Nei ("per noi" nel dialetto locale, intesa come birra conviviale) e l'ambrata belga Piai - abbinate rispettivamente ai crostini di mais del Molino De March e ai canederli della ditta Croera su letto di cavolo viola, abilmente preparati dallo chef - nonché titolare - presente. La prima è una birra che vuol essere appunto semplice e conviviale, la classica pils di impronta tedesca, "misurata" sotto il profilo del'aroma, della corposità del cereale e dell'amaro; la seconda è invece decisamente dolce, dall'aroma tra la frutta matura e il liquoroso, con i toni caramellati che la fanno da padroni sia al palato che al retrolfatto.

Sicuramente ci sarebbe molto altro da dire, ma per ovvie ragioni di leggibilità mi fermo qui. Concludo però, oltre che con un doveroso ringraziamento a tutto lo staff del Cucinare, ai birrai, ai ragazzi delle scuole alberghiere e ai sommelier che hanno fatto servizio, con una piacevole considerazione su come nelle quattro serate si sia sempre creata una buona intesa tra il pubblico, i birrai e me che conducevo: il che è certamente la maniera migliore per fare quella "cultura della birra artigianale" di cui tanto si parla, promuovendo non solo il prodotto che si sta bevendo ma il settore nel suo insieme.

sabato 12 novembre 2016

Una serata allo Yardie, parte seconda

Ieri sera si è tenuta alla Yardie di Pradamano la seconda edizione della Festa della birra artigianale e locale, a cui con piacere avevo partecipato lo scorso luglio (chi non se la ricordasse, clicchi qui); e con piacere sono tornata, mossa dalla curiosità di provare alcune novità che erano state preannunciate.

Nel corso di una piacevole chiacchierata con Antonio, mastro birraio di Villa Chazil, ho assaggiato la loro nuova blonde ale alla canapa (coltivata a Pantianicco, a conferma della volontà di usare prodotti locali in quanto agribirrificio) battezzata Code Buie - "Coda buia" in friulano, nome con cui si indica la tromba d'aria. In primo luogo c'è da dire che fare una birra alla canapa è stata in qualche misura una scelta coraggiosa, perché in Friuli quando dici canapa dici Zahre: e andare a confrontarsi con una delle "pietre miliari" in Regione, che da più di quindici anni fa questa birra con successo, chiaramente presentava una buona dose di rischio. E in questo senso ha fatto onore ad Antonio e collaboratori il fatto di non aver voluto fare un'imitazione, anzi: la Code Buie, detta senza mezzi termini, della Canapa di Zhare non è manco parente, rendendo riconoscibile il tocco di Villa Chazil. Innanzitutto stiamo parlando di una ale, mentre l'altra è una lager: partiamo quindi da due basi diverse, che rendono difficile nonché improprio fare confronti - ma a me è comunque venuto spontaneo farli, e mi perdoneranno i birrai. Se nella birra di Zahre la canapa è più delicata, tanto da apparire a livello di aroma un complemento della luppolatura, nella Code Buie è molto più intensa tanto da costituire da sé la caratterizzazione portante; e la fa da padrona anche nel corpo scarico e dolce, con note tra l'erbaceo, il miele e il sambuco (sì, a me ha ricordato quello). La chiusura è leggera e quasi evanescente, quasi assente l'amaro: e questo è stato infatti l'appunto che ho fatto ad Antonio, e su cui lui ha concordato - annunciando per le cotte future una maggior dose di luppolo in amaro. Sono anche altre le novità che si preannunciano a Villa Chazil: è infatti in arrivo la birra con il loro luppolo fresco, che attendo con ansia di assaggiare, nonché la macchina per la raccolta del luppolo.

Ho poi provato l'ultima nata di casa Galassia, la belgian stout Maan ("Luna" in fiammigo, proseguendo la tradizione di dare nomi di astri alle loro birre). La definizione "belgian stout" viene dall'utilizzo di lievito belga; ma, al di là di questo, la si direbbe la classica "imperial stout bella tosta", con intensissimi aromi liquorosi di liquirizia e caffè; che proseguono nel corpo ben robusto, in cui spiccano anche le fave di cacao prima di una chiusura inusualmente amara secca per lo stile. E qui Davide mi ha spiegato dove sta il trucco, che è appunto l'utilizzo del lievito belga: che a suo dire attenua il 20% in più di quelli usati generalmente per le stout, consentendo di andarci con mano più pesante sul corpo per avere una birra ancor più ricca in quanto ad aromi e sapori senza ottenere quello che lui ha definito "un budino". Per gli amanti del genere la annovererei tra le birre da provare almeno una volta, pur con parsimonia dati i quasi 10 gradi alcolici.

Da ultimo ho assaggiato la Red Ale di Borderline, nella versione barricata in botti di whisky dell'87. Trattasi di una ale di 5,6 gradi, rimasta in botte poco meno di tre mesi; ma risaltano comunque bene al naso i profumi di legno e di whisky, con una lieve nota torbata e di uvetta, in un insieme morbido e armonico. Il corpo, pur essendo relativamente scarico (personalmente, dopo un aroma di quel genere, me lo sarei aspettato più robusto) data anche la bassa gradazione, appare comunque più alcolico di quanto non sia date le note liquorose e di frutta sotto spirito; e va poi a chiudere in maniera tenue, senza le note alcoliche finali che caratterizzano altre barricate di questa impronta. Per chi ama tutti gli stili che bene o male abbiano a che fare col whisky e con le botti - dai barley wine in giù -, ma vorrebbe tanto poterne bere in quantità più generosa senza trovarsi la gola riarsa (e la patente ritirata all'uscita dal locale).

Una menzione, infine, anche per gli altri birrifici presenti - Antica Contea, Pighi Craft Beer, Campestre, The Lure, Zanna Beer, Foglie d'Erba e Garlatti Costa, in ordine rigorosamente casuale); e per il locale, che anche questa volta ha saputo organizzare una piacevole serata.

venerdì 16 settembre 2016

Collage settembrino


Settembre - e anche ottobre, del resto....ma ultimamente un po' tutto l'anno - è un mese particolarmente ricco di eventi sul fronte birrario. Dopo l'anteprima di Friulidoc che ho avuto il piacere di condurre, e di cui ho già scritto, il giorno successivo è stata la volta dell'inaugurazione di Urban Farmhouse a Pordenone: un locale che gli ideatori - Sabrina Coletti, insieme a Christian Gusso e Fabio Biasotto - definiscono "osteria della birra". Si tratta di una birreria sui generis, dotata anche di un orto esterno - siamo infatti negli spazi dell'orto sinergico gestito dall'associazione "Il Ballo della Scrivania" di via Brusafiera - e soprattutto di una bottaia nei sotterranei del locale per la produzione di birre a fermentazione spontanea , barricate, e soprattutto delle antiche “Farmhouse beer” di tradizione belga utilizzando anche la frutta coltivata in loco. Ad occuparsene è Christian, contitolare di Birra Galassia, che va decisamente fiero di questa sua iniziativa "perché in Friuli nessuno fa questo genere di birre". 
Al di là di questo, la tap list (che potete vedere in foto) e anche le birre in bottiglia sono di tutto rispetto: si contano nomi come Cantillon, Fantome, Bevog, Weyerbacher, Pretty Things e molti altri. Personalmente mi sono data alla Rowing Jack di Ale Browar, una Ipa dai notevoli profumi di pino e dallo sferzante amaro finale, e alla Arctic Sunstone di Amager e Three Floyds, una apa che punta invece sugli aromi intensi ma comunque non invadenti di frutta tropicale. Da notare, tra le dieci vie, le due pompe; che hanno peraltro reso giustizia alla Hot Night at the Village di Foglie d'Erba. Ultima nota va alla componente gastronomica, che punta sui panini gourmet, prodotti del territorio e barbecue: si cui si è avuto un (apprezzatissimo) assaggio già quella sera.

In Friuli, poi, dire settembre è dire Friulidoc: occasione per me sia di riprovare birre già note - in particolare è stato interessante ritrovare dopo tanto tempo la Polaris di Zanna Beer, che ha assunto lo "status" definitivo di pils, ma che si distingue al'interno del genere appunto per l'intenso profumo tra lo speziato e il balsamico del luppolo polaris in dry hopping - che di sperimentarne di nuove. Tra queste la Marzen di Meni, nuova creazione nata praticamente "per sbaglio" - fatevi raccontare se avete l'occasione....- e "salvata" con abilità, che fa seguire agli aromi erbacei decisamente "tedeschi" un corpo in cui il malto Vienna entra in forza, ma senza invadenza, con i toni di biscotto e caramello. Per chiudere, un'inaspettata sferzata di amaro deciso ma ben dosato, in un finale secco e ben attenuato. Una conferma della versatilità di Meni sia sulla alte che sulle basse fermentazioni, dote non scontata anche tra birrai di provata esperienza. E ad essersi messo alla prova nel terreno delle basse fermentazioni è infatti anche un birraio affermato come Gino Perissutti di Foglie d'Erba, con la pils Golem: anche a Forni di Sopra pare quindi essere arrivata la tendenza che ultimamente si vede da più parti a ricercare la pulizia e semplicità - proposito riuscito, pur dandoci un tocco di personalità nei profumi più intensi delle pils classiche con Spalter, Tettnanger e Hersbruck. Una pils in stile ma non banale, con un corpo robusto quel tanto che basta da non essere così beverina da scendere senza aver nemmeno avuto il tempo di gustarla, ed un finale secco e pulito. In tutti questi ultimi casi che ho nominato, dicevo, trovo confermata - almeno tra i birrifici artigianali friulani - una sempre minore volontà di suscitare lo stupore con le proprie birre; ma di puntare piuttosto su ricette che prevedano aromi e sapori meno intensi, accompagnati da una maggior cura della "pulizia" dell'insieme. Il che nn significa necessariamente rimanere rigidamente al'interno di uno stile, ma anche l'andare necessariamente sopra le righe non trova più molto seguito (se mai ne ha trovato a parte poche eccezioni, in Friuli: ho visto molto di più questa tendenza in altre parti d'Italia).

E mi fermo qui, perché si apre un altro weekend intenso: rimanete sintonizzati...


lunedì 18 luglio 2016

Un sabato tra Sauris e lo Yardie

Per la serie "giornate impegnative", sabato scorso c'erano ben due appuntamenti ai quali tenevo (sì, anche l'inaugurazione del nuovo birrificio Baladin naturalmente, ma quello non ce l'ho fatta...): la festa del prosciutto a Sauris - dove è sempre un piacere tornare, sia per le prelibatezze birrarie e gastronomiche che per la compagnia - e la Festa della birra artigianale e locale allo Yardie, gastropub di Pradamano. Insomma, ce n'era a sufficienza per decidere di partire la mattina presto, fare una breve escursione sul Morgenleit - una cima poco sopra Sauris -, scendere a ristorarsi in paese, rientrare a Udine, rimettersi in condizioni presentabili, e chiudere in bellezza a Pradamano - lo so, la vita è dura, ma che ci volete fare.

A Sauris mi sono fermata, come di consueto, a salutare gli amici di Zahre; che in quanto a birra confermano le linee consolidate - squadra che vince non si cambia, dato che le quattro birre storiche continuano a raccogliere consensi dopo più di quindici anni, e anche l'ultima nata Ouber Zahre si è ormai consolidata dopo qualche aggiustamento - ma hanno novità sotto altri profili. Sono infatti in dirittura d'arrivo i lavori per l'apertura dello spaccio e della sala didattica, dove troverà posto anche un piccolo impianto sperimentale da 1 hl; e vedendo le bottiglie non si può non notare la nuova tappatura "figlia" della nuova imbottigliatrice, che dovrebbe garantire una miglior conservabilità e una più lunga durata della birra - questione che è sempre state "croce e delizia" di Zahre, trattandosi (eccetto la apa Ouber Zahre) di basse fermentazioni molto delicate sotto questo profilo. Se teniamo conto che nella sala didattica sono previsti anche momenti di formazione rivolti a publican e distributori su come conservare e servire al meglio la birra, pare che il birrificio abbia "preso il toro per le corna" rispetto a quella che era evidentemente un'esigenza sentita sia dalla parte del produttore che da quella del distributore e consumatore. La data dell'apertura è ancora da definire, ma dovrebbe essere questione di qualche mese; così come per il lancio delle bottiglie da 0,33, strada sinora esplorata da Zahre solo con la ipa one-shot fatta per la primavera di un paio d'anni fa. Ho avuto poi il piacere di fermarmi per uno spuntino al bar Kursaal, appena rimesso a nuovo e aperto da Sarah Fassi - la più giovane rampolla del "clan" del birrificio, che ha deciso di provare a camminare da sola -: oltre alle birre di famiglia, sono disponibili taglieri dei noti prodotti locali, serviti in un ambiente semplice ma ben curato. In bocca al lupo dunque a Sarah per la sua nuova avventura.

Scesa a valle mi sono dunque diretta allo Yardie, locale nuovo per me. La serata prevedeva nove birrifici e beerfirm ospitati - in ordine rigorosamente casuale Borderline, Foglie d'Erba, Villa Chazil, Galassia, Garlatti Costa, Zanna, Antica Contea, Campestre, Pighi - per una ventina di birre disponibili. Nota di merito per l'organizzazione tecnico-logistica del tutto, nonché per l'utilizzo di bicchieri in vetro, prontamente rilavati e riconsegnati freschi - si potrebbe obiettare che il tipo di bicchiere non era adatto ad alcune delle birre che andrò a descrivere, ma non si può avere tutto.

Le birre che ho assaggiato sono state diverse, per cui andiamo con ordine partendo dal capitolo birre estive. Ho provato per prima la nuova versione della Nova di Birra Galassia: modifiche minime, appena percettibili, ma utili a far sentire meno lo stacco tra il cereale del corpo e l'amaro delicato ma netto e leggermente agrumato della chiusura rendendo l'insieme ancor più equilibrato. Sono poi passata alla Summer Ipa, brassata in collaborazione tra Villa Chazil e Borderline: e devo dire che ci ho visto soprattutto l'impronta di quest'ultimo, data l'esuberante luppolatura - nota distintiva di molte delle loro creazioni - dagli intensi profumi agrumati e tropicali (mi hanno nominato cascade, chinhook e mosaic tra gli altri), per passare poi ad un corpo che ho trovato molto evanescente e chiudere su un amaro resinoso, deciso e particolarmente persistente. Personalmente tendo a cogliere come uno "squilibrio" il fatto di accostare una luppolatura così importante ad un corpo molto esile, dando quasi l'impressione che la birra in questione sia "solo luppolo"; ma è del resto una caratteristica di molte summer ale a fin di bevibilità e "caratterizzazione" al tempo stesso, obiettivo che del resto la Summer Ipa centra. Di tutt'altra impronta la summer ale di Antica Contea, la Pseudo Snowy: una monomalto Vienna e monoluppolo Palisade, con una luppolatura più delicata su toni tra il floreale e il fruttato. Il corpo ha una presenza "fresca" di cereale - che a me ha ricordato le birre di frumento anche se non c'entrano nulla -, e tiene insieme una struttura "leggera" ma non esile ad un'ottima bevibilità, con un finale fresco e pulito senza lunghe persistenze.

Passando ad altri generi ho fatto conoscenza di un nuovo beerfirm (che si appoggia a Borderline), Pighi Craft Beer; che, come mi ha illustrato il titolare Michele, si è lanciato sin dall'inizio (l'attività è stata aperta pochi mesi fa) su generi inusuali almeno agli inizi - ma frutto dei decennali esprimenti da homebrewer di Michele. La prima birra che ho provato è la sour ale Living Room, prodotta con lievito madre di un panificio udinese, e fatta invecchiare sei mesi in botti di rovere con l'aggiunta di brett. Brett che al naso risalta discretamente e che la farebbe presagire assai più acida di quel che è in realtà, mentre al palato si rivela delicata; per chiudere su un finale leggermente speziato e non troppo persistente per il genere. Una acida senza particolari vistosità ed "entry level", come le si usa chiamare, ma comunque gradevole anche per chi è abituato ad "acidità" ben più elaborate. Sono poi passata alla Stic, una ale affumicata. Al naso il malto rauch - la base è di maris otter - è molto delicato, quasi a non volersi imporre; tanto da rendere percepibili ad un'analisi più attenta anche gli aromi leggermente speziati del luppolo sterling. Anche qui il corpo è decisamente scarico e lascia subito ad un finale amaro ben persistente, che amalgama i toni affumicati del malto con quelli tra il resinoso e l'agrumato del luppolo. Insomma, per ora siamo agli inizi, ma le premesse per futuri felici sviluppi sembrano esserci.

Da ultimo ho lasciato le scure, inziando con la cocoa porter Eclissi di Villa Chazil: una porter con fave di cacao per la quale non sapresi trovare altro aggettivo che "vellutata", amalgamando l'acidulo delle fave di cacao ai toni tostati del malto grazie anche all'aggiunta di lattosio - con la sua componente dolce, ad evitare l'astringenza che le fave potrebbero dare. Per gli amanti del cioccolato, pur senza voler strafare sul fronte cacao, e dall'ottima bevibilità. Infine la Jab di Garlatti Costa, una "belgian porter" (belgian a motivo del lievito, Severino una sempre lo stesso "perché ormai conosco la bestia, dipende tutto da che cosa gli dai da mangiare") battezzata così in onore di James Brown. Caratteristica peculiare è l'uso del luppolo sloveno Polaris, dalle note balsamiche; e se a temperature più basse risalta soprattutto la menta, che va poi a fondersi in bocca con i toni tostati e di cioccolato, man mano che la birra si scalda - e la Jab ha il merito di non "impastare" la bocca e scendere benissimo ugualmente - spuntano anche quelli di liquore alle erbe e al caffè, senza tuttavia andare a pregiudicare la bevibilità con note alcoliche al palato o in chiusura - che rimane abbastanza lunga, e sempre su toni balsamici. Se esperimento era, nel voler unire in maniera originale uno stile britannico, un lievito belga e un luppolo sloveno, direi che Severino è riuscito a portarlo avanti con maestria - oltre che a spillarla con altrettanta maestria, come anche il cappello di schiuma testimonia: una degna chiusura alla serata, contraddistinta anche da interessanti chiacchierate con i birrai e gli appassionati presenti.

venerdì 1 aprile 2016

Se il barrique è di castagno

Ho avuto ieri sera il piacere di condurre a Pordenone una delle serate della manifestazione Villa Cattaneo Incontra, in cui diverse aziende del territorio hanno l'opportunità di presentarsi. Nel caso di specie si trattava del Parco Agroalimentare Friulano, che riunisce oltre un migliaio di aziende nell'area di San Daniele - dai produttori di prosciutti, a quelli di formaggi, a quelli di prodotti da forno - rappresentato dal presidente Claudio Filipuzzi; e il tutto si è concluso con la presentazione di un'altra azienda locale già nota ai lettori di questo blog, Birra Galassia, che ha portato le sue birre da degustare in abbinamento con gli stuzzichini preparati da Germano Vincenzutto - anche lui già noto ai lettori del blog.

Non mi dilungherò nella descrizione delle tre birre di Galassia - Nova, Colony e Galassia - su cui già più volte mi sono espressa (chi non avesse avuto modo di leggere o non ricordasse, clicchi qui e qui); due parole meritano però gli abbinamenti particolarmente riusciti di cui vedete due foto - Nova con prosciutto San Daniele e composta al figo moro; Colony con carne salada di maiale; Galassia con frant e cren. In particolare ho apprezzato il secondo, dato che l'amaro acre ma non invadente della Colony - che va a bilanciare i toni di nocciola che lo precedono - fa il paio con i sapori forti della carne secca di maiale andando ad ingentilirli.

Chicca della serata dal punto di vista birrario è però stata una piccola anteprima delle sperimentazioni in botte che Birra Galassia - e Christian in particolare - sta conducendo: nella fattispecie un lambic di due anni, maturato un anno e mezzo in botti di castagno. Se l'aroma farebbe presagire un'acidità abbastanza spiccata, quasi pungente, in bocca risulta decisamente più morbido e vellutato di quanto ci si potrebbe aspettare; e in chiusura arriva, insieme alla caratteristica persistenza acida dei lambic, una nota più dolce che a me ha richiamato appunto il miele di castagno - che diventa peraltro sempre più notevole anche all'aroma con il salire della temperatura. Ho trovato peraltro che facesse molto bene il paio con il frant e soprattutto con il prosciutto, andando a contrastare la componente dolce e a pulire quella grassa.

Per ora si tratta appunto di un'anteprima, ma c'è altro che bolle in pentola - pardon, che matura in botte: non resta che aspettare Christian e soci al varco all'Arrogant Sour Festival di Reggio Emilia, dal 3 al 5 giugno, a cui i ragazzi saranno presenti.

domenica 21 febbraio 2016

Novità nella Galassia

Il Birra Galassia era già una mia vecchia conoscenza; ma prima della degustazione del martedì al Cucinare - in cui sono state presentate le già note Nova e Galassia - ho avuto modo di provare la nuova nata della costellazione, la special bitter Colony, che ha fatto il suo debutto proprio in questa occasione. Il nome deriva dal fatto che la ricetta prevede l'utilizzo di luppoli provenienti dalla madrepatria inglese e dalle ex colonie - Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti -, uniti ad una base di malti in linea con la tradizione delle bitter britanniche. Ho trovato l'aroma tendente ai toni terrosi e resinosi più che di frutta esotica come da descrizione - che è comunque presente, per quanto meno forte -; e il corpo rimane relativamente leggero nonostante i sapori "importanti" - con le note maltate che spaziano dalla nocciola, al caramello al miele - per chiudere con una buona sferzata di amaro non troppo persistente come in ogni bitter che si rispetti. A differenza di Galassia e Nova, quindi, in questo caso stiamo parlando di una birra meno "sperimentale" e più attinente allo stile, per quanto i nostri ragazzi non abbiano rinunciato all'originalità soprattutto sul fronte della luppolatura.

E a proposito di Nova, spendo due righe per la nuova ricetta. Rispetto a quella che ho provato qualche mese fa, sono più evidenti le componenti agrumate della luppolatura, con un finale acidulo da malto a fare il paio. Una versione meno "sperimentale" e più equilibrata rispetto alla precedente, che - per quanto personalmente abbia apprezzato i profumi più intensi della precedente - denota comunque un ulteriore passo dei ragazzi di Galassia verso la ricerca di un risultato più "maturo" e pulito.