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martedì 12 settembre 2017

Un altro ritorno da Sancolodi

Per festeggiare degnamente il nostro quinto anniversario di matrimonio, io e Enrico siamo tornati - dopo tanto tempo, peraltro - in quel del "brewrestaurantpizzeria" (come l'ho scherzosamente soprannominato) Sancolodi di Mussolente: sempre un piacere non solo per l'ottima birra e l'ottima cucina, ma anche per l'atmosfera di famiglia che vi si respira (come già ho avuto modo più volte di considerare).

Ad accoglierci per primo è stato Roberto, pizzaiolo e birraio appassionato soprattutto del segmento sour, che - dopo averci parlato dei progetti per sviluppare ulteriormente questo comparto, rimanete sintonizzati per la novità - ci ha fatto assaggiare alcune delle ultime creazioni. Innanzitutto l'ultima versione della Kriek, con quasi il 30% di ciliegie di Marostica - conosciute in quanto particolarmente succose e saporite, virando quasi verso l'amarena. E in effetti si tratta di una kriek in cui la frutta spicca in maniera particolarmente intensa, con una dolcezza delicata ed elegante, tale da smorzare pur senza obliterare del tutto la componente acida. Personalmente l'ho anche trovata meno astringente sul finale rispetto ad altre dello stesso stile.

In seconda battuta siamo passati ad una creazione piuttosto originale, ossia una lager chiara con una base che rimanda però alle blanche - orzo, farro e segale - e succo di limoni di Sicilia - con tanto di estrazione in soluzione alcolica dell'aroma del limone (chiedo scusa per la foto che non rende giustizia alla schiuma, che in realtà era ben presente, fine e compatta, in virtù dell'attenzione riservata al non avere una componente tropo alta di olii essenziali per non pregiudicarla). Profumi intensissimi, quasi da limoncello, che si accompagnano a quelli dei cereali; in quali ritornano in forza e a sorpresa dopo un corpo solo apparentemente scarico, che va immediatamente a chiudere sui toni freschi quasi appunto da blanche. Decisamente curiosa, da provare se vi piace il genere - e no, non è una radler, ma proprio neanche parente.

Da ultimo, dopo la cena che come sempre non ha deluso - ricchi spaghetti allo scoglio per Enrico, e tagliata di tonno per me (tanto morbida che questa sì che si tagliava con un grissino, altro che scatolette) - il pezzo da novanta per chiudere la serata: stout passata in botti di whisky Long John. Nonostante il breve passaggio (poco più di un mese), la birra presenta comunque notevoli particolarità che me l'hanno fatta definire "un tiramisù": intensissimi aromi tostati di caffè che salgono da sotto la schiuma compatta, e una cremosità al palato che unisce toni dolci, amari e liquorosi amalgamandoli con eleganza, prima di chiudere tornando su persistenti note di caffè. Senz'altro una birra decisamente impegnativa, che verrebbe quasi voglia di affrontare con un cucchiaino tanto appare cremosa e corposa. Per palati forti, ma di grande soddisfazione.


Di nuovo un grazie a tutto lo staff, che ci ha come sempre accolti con la massima cordialità; ora ci sono in cantina due sour che attendono, rimanete sintonizzati...

martedì 8 ottobre 2013

Gusti di frontiera, parte quinta: da Napoli alla Slovenia, la bontà del pane

Sì, lo so, avevo detto che mancava soltanto la via con gli stand italiani: ma si sa, in questi casi si va un po' a zig zag, per cui capita di deviare a seconda di dove porta, più che il cuore, la gola. Ma andiamo con ordine...

Dopo una lunga serie di taralli ed altre simili amenità pugliesi, a farmi fermare per capirne di più è stata la bancarella della pizzeria ristorante Al Cavallino, che porta ai goriziani le specialità napoletane. Diciamocelo: dopo la mia (unica) gita nel capoluogo partenopeo con i colleghi di Città Nuova, già mi pregustavo una fetta di pastiera o una sfogliatella (rigorosamente frolla, grazie: inorridirò i puristi, ma la riccia non è di mio gradimento). Invece la signora dietro al banco mi ha messo tra le mani un perfetto sconosciuto, il casatiello: un'impasto di farina, lievito, acqua, sale, pepe, strutto, uova sode, salame, ciccioli di maiale, formaggio - "caso" in dialetto napoletano, da cui il nome -, che si usava fare in occasione della Pasqua (per ristorarsi dal digiuno quaresimale, oso supporre). Il formaggio peraltro, ha spiegato la signora, deve essere rigorosamente pecorino: sta lì infatti la simbologia dell'agnello, che insieme alle uova lo lega appunto alla Risurrezione; così come la forma a ciambella ricorderebbe la corona di spine, "distrutta" man mano che il casatiello viene mangiato. Insomma, ce n'è per un trattato di teologia oltre che di cucina. Devo ammettere che si tratta di una pietanza un po' troppo "forte" per me, sia in termini di sapore - il pecorino è davvero molto accentuato - che di digestione; però la genuinità non è in discussione, e spero di avere occasione, passando per Gorizia, di assaggiare un'altra delle creazioni del Cavallino: magari le pizze, dato che ne contano ben 65 in listino.

Chicca finale della giornata è stato però un banchetto di legno piuttosto defilato, dietro a cui stavano madre e figlia: quello del panificio biologico Nonina spaiza di Zirovnica, in Slovenia. Amanti del pane non "convenzionale", questo è il posto per voi: da quello al farro, a quello alle noci, a quello all'aglio selvatico - la specialità della casa -, ce n'è di che sbizzarrirsi. Idem per i biscotti: al farro e arancia, alle noci e segale, al cioccolato, con ingredienti tutti provenienti dall'azienda agricola di famiglia e rigorosamente biologici. A garanzia della genuinità delle marmellate, la madre di cui sopra, vera artista della cucina: raccoglie personalmente le bacche e i mirtilli - almeno così ha raccontato la figlia -, e insegna i segreti della buona confettura anche ad altre ragazze del paese. Una dimensione che in tanti luoghi si sta perdendo, ma che è l'unica garanzia di preservazione di un sapere atavico che ci salva dalle gelatine industriali e dalla pectina...

giovedì 26 settembre 2013

Festival di fiume, terza tappa: alla scoperta del farro

Anche il terzo stand che abbiamo visitato non era tra le nostre vecchie conoscenze: si trattava infatti del birrificio Acelum, di Castelcucco - Treviso, ci avviciniamo alle mie terre d'origine...Da notare che Acelum è il nome latino di Asolo, poco distante dal paese in questione: insomma, oltre che saper fare la birra, questi sanno anche la storia. Accanto al banco faceva bella mostra di sé un'Ape Piaggio, decorata con fiori di luppolo, su cui erano posizionate le spine: indubbiamente un'idea originale, così come, del resto le birre che escono dai loro fermentatori.

Alle spalle dell'Acelum, quattro anni di esperienza: forse non molti, ma più di quelli di diversi dei birrifici presenti. Il tutto è nato da un'azienda che produce impianti per microbirrifici, la Bccinox, che ha poi deciso - diciamo così - di collaudarli: il titolare che ci ha accolti, infatti, ha messo in chiaro da subito di non essere lui ad occuparsi materialmente di malti, luppoli e cotte, compito affidato a birrai qualificati allo scopo. Spulciando nel loro sito, poi, ho pure scoperto che la Bccinox ha installato all'Acelum un impianto all'avanguardia, che si vanta di avere "un'efficenza dell'90% nella resa di cotta e un'efficenza termica altissima, dovuta all'ottima coibentazione e al recupero del vapore totalmente condensato", tanto che "in media una cotta costa in termini di energia elettrica intorno ai 13€". Non ho visto i prezzi delle loro birre, ma oso sperare che il risparmio si ripercuota anche sul consumatore.

Venendo al concreto, l'Acelum aveva portato a Fiume tre birre alla spina. Il nome della prima, la Delizia - una strong ale - ha peraltro una storia particolare: originariamente, forse per i suoi 9 gradi, di chiamava Deliria, ma poi è stato imposto di cambiare il nome per questioni commerciali. Traccia della vecchia denominazione è rimasta nella grafica dell'etichetta: la z, infatti, è formata da una r e da una i unite, tanto che il lettore distratto - o semplicemente allegro dopo un paio di bicchieri - può ancora confonderle.




Per rimanere più sul leggero c'era l'Anarkica, che con nemmeno quattro gradi torna buona per dissetarsi nelle giornate estive; e la Freya, dedicata alla saggista britannica Freya Madeleine Stark (nella foto), che ha trascorso ad Asolo buona parte della sua vita. Veramente, secondo il titolare, non è questa la punta di diamante della produzione dell'Acelum; ma una volta saputo che l'ingrediente principe di questa belgian ale è il farro, abbiamo deciso che valeva la pena togliersi la curiosità. Ancor prima di berla, arriva al naso un'incredibile zaffata di aroma floreale: aroma che si conferma nel gusto, dolce e delicato, che lascia però poi spazio ad un amaro leggero nel retrogusto parecchio dissetante. Al di là del fatto che l'ho molto apprezzata a livello di gusti personali, c'è da ammettere che non avevo mai assaggiato nulla di simile: caratteristica peraltro comune a molti dei birrifici presenti quel giorno, che esibivano in questo senso dei pezzi unici.

Insomma, mi toccherà tornare a cercare la Freya: purtroppo non ci sono nei paraggi locali che la tengono - l'Acelum distribuisce in Veneto e Lazio - per cui, a meno di non ordinarla online, vorrà dire che farò un giro a Castelcucco la prossima volta che torno in patria...