Di Zanna Beer e delle sue prime due creazioni - la Savinja e la Polaris - avevo già parlato, e con grande piacere, in questo post; così ieri sera alla Brasserie di Tricesimo ho colto l'occasione per provare la terza nata di casa Zanolin, la Triple Z. A dire il vero, io e Enrico ci siamo alambiccati sul significato del nome - che magari il birraio vorrà chiarire -: forse perché, abbiamo osservato scherzosamente, dopo una bottiglia da mezzo di una birra di 7,5 gradi non puoi far altro che metterti a dormire? Sia come sia, l'importante non è il nome ma la sostanza - "Che cosa c'è in un nome"?, diceva anche il buon Romeo di Shakespeare - e così siamo passati all'assaggio.
Già all'aroma, in cui predomina la frutta matura, si intuisce che è una birra piuttosto dolce per il genere; e al palato viene infatti confermata questa impressione, con un corpo pieno e caramellato che con l'alzarsi della temperatura vira verso la mandorla. Anche il finale rimane dolce, con dei sentori quasi tendenti al whisky, e discretamente persistente. Ottimo anche l'abbinamento proposto dalla Brasserie con albicocche secche e mandorle, che si armonizzano perfettamente con i sapori dolci della Triple Z.
Posso dire di confermare quanto avevo scritto nello scorso post, ossia che quelle di Zanna sono "birre non fatte per stupire per la loro intensità o particolarità, ma
che nei fatti stupiscono per la qualità raggiunta all'interno di canoni
di pulizia e di equilibrio": ed in effetti anche questa è una tripel che non cerca "l'effetto speciale", ma che vuole, molto semplicemente, essere "ben fatta". Certo la Savinja e la Polaris hanno una nota di originalità e di unicità in più dati anche i particolari luppoli utilizzati, ma - sempre che vi piaccia il dolce, beninteso - anche la Triple Z è una carta ben giocata nell'ottica di diversificare il panorama offerto da Zanna. A questo punto, non mi resta che invitare ad una quarta birra...
Il mio blog di avventure birrarie, descrizioni di birre, degustazioni, e notizie dal mondo della birra artigianale.
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giovedì 14 maggio 2015
martedì 2 dicembre 2014
Di Zanna non c'è solo quella bianca
Al momento sono due le birre che Antonio produce, appoggiandosi all'impianto dell'agribirrificio Villa Chazil: la ale ambrata Savinja - dal nome della vallata slovena da cui arrivano i luppoli - e la Polaris, che Antonio ha battezzato "Adriatic kolsch" pur essendo in realtà una bassa fermentazione - "infatti penso cambierò il nome", ha confidato. Se c'è una cosa in cui si sente la maestria di Antonio, direi che è l'abilità nel gestire luppoli "impegnativi" - per sua stessa ammissione - ottenendo birre equilibrate e "pulite". La Savinja, dai profumi terrosi e di sottobosco pur con qualche sentore caramellato, rimane infatti molto delicata al palato e beverina - dopotutto fa poco meno di cinque gradi - chiudendo con una leggera nota maltata e rimanendo comunque discretamente secca; e ancor più beverina è la Polaris - dal nome del luppolo utilizzato -, dall'aroma floreale eccezionalmente delicato e dal corpo leggero, che lascia una nota amarognola dissetante e tutt'altro che invadente. Insomma, birre non fatte per stupire per la loro intensità o particolarità, ma che nei fatti stupiscono per la qualità raggiunta all'interno di canoni che torno a definire di "pulizia" e di equilibrio - cosa forse ancor più difficile. Direi quindi che la nuova avventura intrapresa da Antonio è assai promettente - con una terza birra in arrivo -, tanto più che poggia su solide basi.
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