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martedì 31 marzo 2015

Bienvenus chez Cantillon

Beh, con tutta quest'invasione di anglicismi, un titolo in francese ogni tanto concedetemelo pure; perché in realtà c'è ancora una tappa del mio tour belga di cui rendere conto, il birrificio Cantillon di Bruxelles. Per gli appassionati di lambic e affini è uno dei nomi più noti: anche in questo caso, come per Oud Beersel, si tratta di una storica azienda di famiglia - fondata da Paul Cantillon nel 1900 - che produce birre a fermentazione spontanea. Azienda che, bisogna dirlo, ha indubbiamente beneficiato dal fatto di trovarsi praticamente in centro alla capitale: ed ha così unito l'utile al dilettevole facendo dello stabilimento un vero e proprio museo - il Musée Bruxellois de la Gueuze -, in cui i visitatori vengono guidati attraverso tutte le fasi della produzione - e degustazione finale, naturalmente.

Si comincia così con il grande tino di ammostamento, in cui circa 1300 kg di cereali vengono miscelati con acqua calda; per vedere poi i grandi bollitori in rame, la pompa dell'acqua calda, il mulino dei cereali e così via. La parte più curiosa è probabilmente la vasca di raffreddamento situata nel sottotetto, dove - grazie anche ad uun sapiente sistema di aerazione del solaio - la fermentazione parte spontaneamente: è infatti solo nella valle della Senne, il fiume che attraversa Bruxelles - almeno secondo la tradizione - che i microrganismi che ne sono responsabili si trovano naturalmente nell'aria, e solo lì è quindi possibile produrre le "vere" lambic. Altrettanto curiose sono poi le presse per spremere la frutta ciliegie e lamponi - che viene poi aggiunta al lambic per fare la kriek e la framboise -, nonché le ragnatele. Sì, le ragnatele: la frutta attira insetti, e non potendo usare alcuna sostanza chimica per liberarsene - in quanto contaminerebbe la birra -, i ragni funzionano perfettamente allo scopo.

La visita è stata piacevole, anche perché abbiamo trovato una guida particolarmente spigliata; certo, data la mole notevole di persone che visita Cantillon - o che perlomeno appare tale, dato che gli spazi sono piuttosto ristretti - non si può non avere la sensazione di trovarsi un po' in un' "attrazione turistica" più che in un birrificio - per quanto non sia certo un male se anche il turista medio si avvicina a questo genere di birra, anzi, ben venga. In quanto alle degustazioni, ho provato un lambic di un anno, una gueuze e una kriek. Il lambic, essendo giovane, non aveva un'acidità particolarmente pronunciata, risultando abbastanza amabile; e anche nella gueuze si sentiva un buon equilibrio, dando prova di maestria di chi ha miscelato i lambic. Un po' meno mi ha entusiasmata la kriek, nella quale ho trovato che sia un'acidità che una dolcezza discretamente pronunciate e presenti in contemporanea finissero per cozzare - siamo però nel campo dei gusti personali.

In tutto ciò, mi sono pure tolta lo sfizio di farmi spiegare come mai le birre a fermentazione spontanea vengano servite nel tipico cestino di vimini: il gentile signore al bancone ci ha infatti spiegato che il motivo sta nel mantenere la bottiglia inclinata, così che i lieviti rimangano sul fondo. Vedi tu, non si finisce mai di imparare...


sabato 15 giugno 2013

Il Bradipongo non è un animale

Un paio di giorni fa ho avuto modo di aggiungere un ulteriore "check" - come si usa dire ora...mah, a me sembrava che "fatto" fosse sufficientemente chiaro - alla lista delle cose da provare: il Bradipongo - che appunto non è un animale, ma un ottimo birrificio artigianale con annesso locale a San Martino di Colle Umberto (Treviso). Purtroppo non ho potuto cogliere l'occasione per rientrare nelle mie terre d'origine, ma mi sono come di consueto affidata alla fidata Brasserie (perdonate il gioco di parole), che aveva organizzato una cena degustazione accompagnata dalle birre Bradipongo.


Ammetto che ero piuttosto curiosa, dato che da tempo Matilde me ne parlava con toni entusiasti: per cui ho accettato la sfida di affrontare ben quattro colibrì - ho scoperto che i bicchieri da degustazione si chiamano così, essendo appunto più piccoli -, ciascuno accompagnato da un abbinamento culinario.
Va detto che era una giornata particolarmente calda, per cui il primo dei quattro bicchieri - quello di BradIpa, una India Pale Ale - è sceso con massimo piacere nonostante il moderato tenore alcolico (6 gradi): l'aroma di frutta e il retrogusto deciso di pompelmo la rendono davvero dissetante. Il che si sposava peraltro benissimo con l'acre del tortino di riso agli spinaci e pecorino, forse non proprio estivo ma molto ben riuscito.

Devo ammettere quindi che, nonostante tendenzialmente non ami le birre molto luppolate - e quindi amare al gusto, come appunto la BradIpa - complice il caldo l'ho apprezzata più della Mafalda, una belgian ale rossa che - al di là dell'omonimia col mio idolo dei fumetti - avrebbe normalmente fatto la mia felicità: il retrogusto caramellato, infatti, mi ha lasciata certo soddisfatissima, ma ancora assetata - o forse era colpa dei funghi, polenta e grana in abbinamento?

Meno male che a seguire c'era la Bubana, una belgian strong ale doppio malto, dissetante tanto quanto la BradIpa nonostante i sette gradi: con qualche nota di resina all'aroma, un amaro che personalmente ho trovato abbastanza pungente e un finale molto secco, è stata graditissima per quanto non sia il mio stile. Per la felicità di Enrico, poi, era abbinata a "les chicons" (nella foto), ossia l'indivia belga con pancetta cotta nella birra: forse più adatta, appunto, ai lunghi inverni di Bruxelles, ma senz'altro una ghiottoneria.

Dulcis in fundo, insieme al tortino di carote è arrivata la Cansei, una imperial stout dalla schiuma decisamente invitante. Con le scure difficilmente ho mezze misure, o le amo o le odio: in questo caso m'è andata bene, perché i profumi di liquirizia e di caffè che salivano dal bicchiere sono decisamente nelle mie corde.

Che dire? Sono uscita parecchio provata da questo tour de force, ma ne è valsa la pena: la prossima volta che rientro verso la mia terra natìa, potrebbe starci una tappa a Colle Umberto...

martedì 5 febbraio 2013

Un colpo di sole sotto la pioggia

Per proseguire la serie «non è vero che Udine culturalmente parlando è la morte civile», sabato scorso ho avuto il piacere incontrare l'amico cantautore Giacomo Lariccia, in Italia per un paio di date con il suo album Colpo di sole. Mi permetto di spezzare una lancia - o meglio, un post - in suo favore, dato che davvero lo merita (tanto è vero che è arrivato in finale al Premio Tenco). L'ho conosciuto a Bruxelles, dove vive da quando si è trasferito in Belgio per studiare chitarra jazz; e ricordo ancora con piacere il primo incontro con lui in un bar di fronte a Bourse, quando l'avevo intervistato per questo articolo di Città Nuova sui cervelli in fuga. Da allora è nata un'amicizia, così mi ha invitata ad ascoltarlo. Serata meteorologicamente pessima a dispetto del titolo dell'album, anche se, date le condizioni climatiche belghe, Giacomo ha assicurato di sentirsi a casa (e chi è stato da quelle parti sa bene di che cosa parlo).

Avevo già sentito dal vivo Colpo di sole ad un suo concerto a Roma; per cui, dopo una buona mezz'ora passata a cercare inutilmente il locale - ben nascosto in fondo al parcheggio di un supermercato - stavo seriamente pensando di tornarmene a casa. Alla fine però devo dire che è valsa la pena di non desistere, e non solo perché mi è stato fatto omaggio del cd per ripagarmi della perseveranza (grazie Giacomo): ho potuto sentire in anteprima Sempre avanti, la canzone che dà il titolo al suo nuovo album, in uscita nell'autunno del 2013.

Il testo mi ha ricordato Povera Italia, della raccolta precedente: se in quel caso si parlava dell'Italia che aveva «sbandato» ed era «in ginocchio», ma che alla fine «ha il coraggio di rialzare la testa», è da lì che idealmente - e anche letteralmente, dato che riprende le stesse parole - riparte Sempre avanti. Archiviati quindi i tanti piccoli e grandi difetti dell'Italia, visti con lo sguardo critico e disincantato di chi li osserva dall'estero, si passa ad una sorta di incoraggiamento a mettere a frutto le potenzialità che nel nostro Paese ancora ci sono: d'altronde, il titolo della canzone parla da sé. Melodia orecchiabile, che si presta a coinvolgere il pubblico - sulla scia di Freddo, che, come ebbe a dire il buon Giacomo al concerto a Roma, «imparano anche i fiamminghi» -, ed esecuzione appassionata ne fanno indubbiamente un pezzo che fa presa sull'uditorio.

Altra cosa curiosa di Giacomo è che finanzia i suoi lavori con un sistema di crowdfunding: il pubblico può cioè partecipare alla creazione del disco con una piccola quota, e poi il nome di chi ha contribuito compare nella lista dei produttori. Un sistema già utilizzato con successo per Colpo di sole e ora riproposto per Sempre avanti, proseguendo nell'idea di rendere chi ascolta "azionista" di un progetto che diventa in qualche modo condiviso. In più è partita anche l'iniziativa Un concert chez moi: in soldoni, è possibile invitare Giacomo a casa per un concerto privato - ok, diciamo che porta i suoi concerti nelle case per far conoscere la sua musica...però fa un certo che dire di avere un concerto privato a casa propria.

Se vi siete incuriositi, dal sito di Giacomo è scaricabile l'album Colpo di sole, mentre sul sito di Sempre avanti trovate tutte le informazioni sul nuovo album.