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martedì 17 ottobre 2017

Meadley ottobrino: dai Duri ai Banchi al Take Craft Back

Sì lo so, ho messo insieme due cose che non c'entrano nulla, però mi sono trovata oggi a scrivere di entrambe e quindi va così....

Parto dalla mia trasferta mestrina di sabato scorso, quanto ho colto - in occasione del primo compleanno del locale - l'invito ormai da tempo rivolto dalla Birroteca Duri ai Banchi ad una visita. Un locale aperto da due amici uniti dalla passione per la birra - Andrea Baesso e Gianmaria Spavento, in ordine alfabetico per non far torto a nessuno, e in ordine da destra a sinistra nella foto - e che prende il nome da un modo di dire veneziano che significa "tenere duro" - e che fa il paio con i banchi di legno naturale che arredano l'ambiente, decorato anche con poster, insegne di marchi birrari, vecchie bottiglie, e addirittura una bicicletta appesa al muro in virtù della passione sportiva di Gianmaria.


Il locale ha fisse quattro spine e una pompa, ma per l'occasione ne erano state allestite altre tre in un banco all'esterno; è stato così possibile allestire una tap list variegata, da birre di Bionoc, a Borderline, a Luckybrews, Mastino, Bav, Camerini, Sognandobirra ed altri ancora. In generale comunque, sia per quanto riguarda le birre alla spina a rotazione che per quanto riguarda le bottiglie, la scelta non manca e comprende anche marchi non facilissimi da trovare (almeno in zona): Hanssens, Black Barrels, Nogne, Pohjala, Strubbe, Stone, Canediguerra, Hammer, Almond '22, Cantillon, Boon, Extraomnes, Opperbacco, ed altri ancora. Gustosa anche la scelta di taglieri, panini, panpizza, focacce e affini, a cui si era aggiunta per l'occasione la porchetta tagliata al momento. Un locale piccolo come dimensioni, ma accogliente e ricco di birre interessanti, senz'altro consigliabile  - non da ultimo per il calore dell'ospitalità di Andrea e Gianmaria.

Cambiando completamente argomento, già da qualche giorno ha cominciato a girare anche sulle bacheche italiane la campagna "Take Craft Back" lanciata dalla Brewers Association, l'associazione di categoria che riunisce i birrai artigianali statunitensi. In sé e per sé, la cosa appare semplicemente come una provocazione: a fronte del sempre più sfrenato "shopping" di birrifici artigianali da parte delle multinazionali, i birrifici artigianali rispondono con le stesse armi, ossia....comprando le multinazionali. Così l'associazione ha lanciato una campagna di crowdfunding che mira a raccogliere i 213 miliardi (sì, avete letto bene, miliardi) di dollari necessari (in linea teorica) ad acquistare AB-Inbev, la più grande multinazionale del settore (nonché la più attiva negli acquisti).


Sarà pure una provocazione, ma la campagna ha ad oggi raccolto oltre 1,4 milioni di dollari (a titolo però di "pledge", di impegno vincolante: il denaro sarà effettivamente raccolto solo se si arriverà alla cifra stabilita) da più di 4500 sostenitori (e se aggiornate la pagina anche a distanza di pochi minuti, vedrete che la cifra cresce). Una provocazione destinata a finire nel nulla perché la fantomatica cifra di 213 miliardi di dollari non si raggiungerà mai (e perché, volendo pure ammettere uno scenario fantaeconomico in cui li si raggiungesse, non è comunque scontato che Ab-Inbev venderebbe)? Realisticamente parlando sì, però la cosa ha indubbiamente un forte valore mediatico e "politico". Molte testate di spessore ne stanno parlando, e se il numero di sostenitori e la cifra raccolta fossero comunque considerevoli si tratterebbe di un segnale di non poco conto lanciato sia ai birrifici artigianali - che avrebbero modo di "testare" quante persone siano sensibili alla loro causa, anche se solo "virtualmente" - sia alle multinazionali - che si troverebbero a fare i conti con una coscienza più diffusa rispetto alla differenza tra birrificio indipendente e non. Se la cosa sortirà qualche effetto, staremo a vedere; intanto anche i birrai americani ci scherzano sopra - anche la sezione del sito in cui fare il proprio "pledge" afferma scherzosamente che "non ci aspettiamo di ricontattarti" per chiedere i soldi - secondo la filosofia per cui "una risata le seppellirà" (le multionazionali, naturalmente).

venerdì 12 maggio 2017

Quant'è bella l'autarchia

Il dibattito sui canali di approvvigionamento delle materie prime per i piccoli birrifici - luppolo in particolare - e su come la grande industria ossa influenzarli non è certo nuovo: chi bazzica nel settore ha certo sentito più volte i birrai parlare della necessità di procacciarsi i luppoli per tempo (almeno alcune varietà), di come il buono o cattivo raccolto - così come l'aumentare del numero di microbirrifici - influenzi prezzi e forniture, e via dicendo.

Il tema è ritornato di attualità recentemente, sollevato in più occasioni da associazioni come Unionbirrai e siti come Cronache di Birra, e da diversi articoli provenienti dal mondo anglosassone. L'ultimo in ordine di tempo è quello pubblicato lo scorso 10 maggio da Draft, senz'altro una buona lettura da fare in integrale cliccando qui: detta per sommissimi capi (e mi perdonerà l'autore se semplifico fin troppo), si fa riferiemento a come AB-InBev - che controlla dal punto di vista societario i luppoleti sudafricani SAB Hop Farms - abbia deciso quest'anno di non vendere ai distributori il proprio surplus produttivo, motivando la cosa con la scarsità dell'annata. Il che significa che i birrifici indipendenti non avranno accesso per il 2017 a queste varietà di luppolo, con conseguenti difficoltà. Certo il danno è relativamente circoscritto, in quanto il luppolo sudafricano rappresenta una quota minoritaria del mercato (meno dell'1%, secondo la multinazionale); ma la cosa ha una forte valenza simbolica, perché pare concretizzarsi ciò che da tempo si paventava: la nuova strategia di "big beer", complementare all'acquisizione di marchi artigianali, sarà quella di assumere il controllo delle forniture di materie prime e "prendere per fame" i concorrenti.

Certo immaginare un futuro in cui Ab Inbev e analoghi si impadroniscano passo dopo passo di tutti i luppoleti e tutte le malterie rimane (almeno per ora, di grazia) relegato al rango di fantaeconomia; però la questione è reale, perché gli assalti all'arma bianca per procurarsi i pochi lotti di luppolo disponibili (almeno per alcune varietà) potrebbero non essere altrettanto "fanta" (no, non la bibita).

Leggendo questo ed altri articoli non ho potuto non sorridere pensando all'enfasi che da tempo si pone sugli agribirrifici, sulla produzione in proprio di materie prime, e sul percorso verso una sempre maggiore autosufficenza: cito su tutti il caso del birrificio BioNoc' con i progetti BioLupo e Birre della Terra di cui ho parlato nel precedente post, ma non è certo l'unico. Dai luppoleti sperimentali, all'impegno per poter acquisire a livello nazionale quote per la coltivazione così da farli uscire da questo rango, alle piccole malterie sperimentali che già sono nate e che sono in progetto, il filone è in pieno movimento. Certo arrivare davvero alla completa "autarchia" non è semplice, però c'è chi ci sta provando.

Chi si sarà mosso per tempo per fare da sé potrà quindi godere di un vantaggio competitivo in vista di una possibile stretta sulle forniture da parte delle multinazionali, ed imporsi di conseguenza su chi non l'avrà fatto? E' presto per dirlo, ma la domanda è aperta.

sabato 23 aprile 2016

Un po' di sproloqui su Birra Del Borgo

Come di consueto quando arrivano notizie grosse di cui non ho l'esclusiva io, piuttosto che ripetere meccanicamente cose scritte da altri che comunque chiunque altro a quel punto avrà già letto preferisco starmene buonina: e infatti così ho fatto ieri, quando i birrofili sul web si sono infervorati alla notizia della cessione totale di Birra del Borgo al colosso multinazionale Ab Inbev - quella a cui fanno capo nomi come Beck's, Budweiser e Stella Artois, per intenderci, e che poco tempo fa aveva dovuto "lasciare" la Peroni alla giapponese Asahi per questioni di antitrust. Insomma, ciò che da tempo si paventava è avvenuto: anche in Italia i grandi gruppi fanno "shopping" di birrifici artigianali, come già accaduto all'estero.


Innanzitutto, c'è da dire che Leonardo Di Vincenzo avrà - ovviamente - fatto i suoi conti nel prendere una decisione che immagino non facile: così come - specie negli Usa - per una startup il più grande successo è considerato il fatto di vendere alle migliori condizioni possibili ad un'azienda più grande, così - cito il comunicato di Birra del Borgo riportato da Cronache di Birra - "La collaborazione darà a Birra del Borgo, uno dei più grandi produttori di birra artigianale in Italia, un’occasione unica per avviare gli investimenti necessari a favorirne lo sviluppo pur continuando a gestire autonomamente la propria attività e a definire le linee di crescita del brand. AB InBev fornirà il supporto necessario per consentire a Birra del Borgo di ampliare il suo know how e le infrastrutture, di continuare a innovare e creare nuove produzioni. Il fondatore, Leonardo Di Vincenzo continuerà a guidare Birra del Borgo come Amministratore Delegato della società". E fin qui, tutto chiaro: sono soldi freschi che entrano, che male non fanno, ed è pure garantita la continuità operativa (almeno sulla carta). Del resto, non ho potuto non sorridere alle parole di Diego Vitucci del Luppolo Station e Luppolo 12 che, commentando le polemiche relative alla questione, ha scritto: "A parlare sono buoni tutti... Poi i conti si faranno quando toccherà a ognuno di noi prendere delle decisioni del genere. [...] Se Borgo ha venduto a una multinazionale ,a quanto pare, per 30/50 milioni di euro... La cosa veramente interessante sono sti numeri, Non le scelte che hanno fatto loro, quelli non sono proprio cazzi nostri" (e pardon per il francesismo).

Non sono un'analista finanziaria né un'esperta di mercati: in quanto giornalista tendenzialmente faccio domande, per cui è più che altro questo che mi sono fatta. La prima riguarda gli sviluppi futuri in quanto al posizionamento di mercato. Alcuni publican, con in testa Manuele Colonna del Ma che siete venuti a fa' - più il già citato Diego Vitucci - hanno annunciato che non terranno più Birra del Borgo nei loro locali, coerentemente con la loro filosofia di lavoro che prevede di commercializzare solo i prodotti di birrifici indipendenti (e l'indipendenza è del resto sottolineata anche nella proposta di legge aui birrifici artigianali all'esame del Parlamento). Difficile credere che questi locali, con una simile scelta, si stiano - e perdonatemi il secondo francesismo - tagliando i gioiellini per fare dispetto alla moglie: la reputazione del "Macche" e degli altri pub di quel calibro non è certo costruita su un singolo marchio, ma sulla qualità complessiva dell'offerta e del servizio, per cui non perderanno clienti semplicemente perché non servono più Birra del Borgo. "Ho appena parlato con Jean Hummler del Moeder Lambic e siamo d'accordo nel rispondere in maniera unita tra locali europei nel rispondere no alla imminente corsa all'acquisizione che dopo gli Stati Uniti si abbatterà presto su di noi, siamo pronti a iniziative il prima possibile che ci vedranno uniti con birrai e publican europei, piccoli e non. Fateci rimanere liberi di scegliere, come lo dovrete essere voi", ha scritto Manuele. Anche Cantillon ha annunciato di aver cancellato la partecipazione di Birra del Borgo al prossimo Cantillon Quintessence. Allo stesso modo, locali che ancora la tengono potrebbero vedere frequentatori affezionati ma "puristi" dirigersi su altre birre, e "calibrare" i loro ordini di conseguenza. Fin qui, quindi, la cosa si risolverebbe a svantaggio di Birra del Borgo, ma è solo la prima parte della questione.

La seconda domanda, infatti, è l'altra faccia della medaglia della prima. E riguarda uno dei grandi campi su cui si gioca il testa a testa tra birrifici artigianali e quelli industriali, ossia quello della distribuzione. Indubbiamente Ab Inbev aprirà a Birra del Borgo canali distributivi prima impensati, soprattutto a livello internazionale - arena su cui sono ancora pochi i birrifici artigianali italiani ad essersi mossi in maniera rilevante. E posso immaginare che Ab Inbev non avrà l'intenzione di "soffocare" Birra del Borgo, che del resto non è propriamente un concorrente diretto non muovendosi esattamente sullo stesso segmento di mercato, ma piuttosto di "usarla" per entrare anche in quel segmento di mercato lì - e l'ingresso degli industriali nella stessa nicchia di mercato delle artigianali per fare i propri interessi a scapito dei birrifici indipendenti, ora sì diventati in tutto e per tutto concorrenti diretti, è appunto una delle cose più avversate. Che conseguenze avrà questo per birra del Borgo? La produzione rimarrà allo stesso livello qualitativo, anche a fronte di di esigenze maggiori in termini quantitativi e magari diverse in quanto a gusti, posti i più vasti canali distributivi, come Leonardo di Voncenzo assicura in un'intervista a Fermento Birra? E posto che - come tutti ci auguriamo - lo rimanga, assisteremo ad una battaglia impari tra gli altri birrifici italiani e Birra del Borgo, che disporrà di risorse molto più ampie in termini economici, di mezzi, e di know how? Domande che mi faccio al di là delle questioni ideologiche. Sperando che la ReAle rimaga sempre la ReAle.