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lunedì 22 settembre 2014

Festival di Fiume: una "sagra" con potenzialità?

Non avendo potuto presenziare più a lungo a causa di impegni di lavoro, ho comunque accolto volentieri l'invito degli organizzatori a fare un giro - per quanto rapido - al Festival della birra artigianale di Fiume Veneto. L'anno scorso - come potete vedere nei numerosi post in archivio a settembre 2013 - la prima edizione mi era sembrata un inizio promettente, per cui la curosità di vedere anche la seconda c'era: tanto più che è cresciuto il numero dei birrifici presenti - 16, 8 per ciascun weekend -, e si è cercato (come del resto lo scorso anno) di andare al di là della semplice bevuta in compagnia organizzando eventi come la presentazione del libro "I birrifici storici di Pordenone", o un convegno sulla coltivazione del luppolo in regione.

Se mi duole constatare la scarsa professionalità del Birrificio Trevigiano e del Corti Venete, che di fronte alla mia richiesta di darmi qualche informazione in più sulle loro birre non hanno fatto altro che mettermi in mano un volantino e dirmi "trova tutto sul sito", per il resto devo riconoscere agli organizzatori l'encomiabile buona volontà. Mossa indovinata è stata innanzitutto quella di spostare le conferenze in una sala a parte - dove al momento del mio arrivo il buon Max Petris stava raccontando la storia dei "falegnami diventati birrai" a Sauris -, così da non essere disturbati da chi è occupato a festeggiare; sala peraltro degnamente decorata "a tema", con una piccola mostra di bicchieri. Non ero purtroppo presente alla presentazione del libro, ma ne ho ricevuto un'eco positiva sia dal presidente dell'Accademia delle Birre Paolo Erne - che è intervenuto - che dagli altri birrai.

Il che mi porta a dire che le potenzialità per andare oltre la semplice "sagra" - convenientemente ospitata nell'ampio tendone della Pro Loco - ci sono tutte, andando incontro anche a chi desidera qualcosa di più della semplice bevuta: appoggiandosi magari a qualcuno che abbia conoscenze e competenze più approfondite, la sala potrebbe infatti ospitare a dovere ben più di due o tre incontri di un certo spessore per ciascun weekend. Peraltro sono gli organizzatori stessi i primi a volersi muovere in questo senso: parlando con loro, mi hanno riferito di aver pensato a degustazioni guidate, ma sarebbero replicabili diversi laboratori di abbinamento birra-cibo come quelli fatti lo scorso anno, oppure incontri in cui accostarsi a particolari tipi di birra generalmente poco presenti nei circuiti distributivi. Senza contare che i temi per conferenze sarebbero innumerevoli. Un modo per equilibrare la parte "culturale" con quella "festaiola", che non ha nulla di male in sé, ma che al momento soverchia la sua controparte.

Per il resto, è stato un ritrovare i vecchi amici: Meni, Zahre, Baracca Beer e Campagnolo - occasione peraltro di provare la Pirinat di Meni e la Bora Scura di Campagnolo, di cui parlerò più in dettaglio in altra sede; nonché la pasticceria "Crema & Cioccolata", alla quale riservo una nota di merito per gli ottimi biscotti al malto.

Che dire? Se capitate di lì il prossimo weekend non disdegnate un giro; personalmente poi, non posso che rivolgere un incoraggiamento agli organizzatori per mettere ancor meglio a frutto le potenzialità sia logistiche che di voglia di fare - la più importante, direi - per crescere in qualità il prossimo anno.

mercoledì 9 ottobre 2013

La meraviglia della grappa del Collio

Domenica scorsa, su invito dell'amica wineblogger Elena Roppa di It's a wine world, sono stata a Rosso DiVino, una degustazione - come il nome stesso lascia intuire - organizzata dalla cantina Ronc Soreli di Prepotto. Veramente il vino in sé e per sé non mi entusiasma, ma non sia mai che si rifiuti un invito; tanto più che di contorno alle degustazioni ci sarebbe stato un mercatino di prodotti artigianali ed enogastronomici locali, che sicuramente avrebbe meritato un'occhiata. Così mi sono avventurata con Enrico ed una famiglia di amici, sfidando le condizioni meteo non proprio promettenti.

Non mi lancerò in dotte dissertazioni sulla qualità dei vini, pena il rischio di uscirmene con delle enormi corbellerie: non è il mio lavoro, lasciamolo fare a chi ne sa - come appunto Elena. Mi esprimerò piuttosto sul resto delle bancarelle presenti, di cui alcune parecchio curiose: ad attirare l'attenzione di Enrico è stato un antiquario che esponeva gli oggetti più bizzarri, da vecchi ferri da stiro a candelabri; una signora che lavorava il feltro, realizzando accessori per la casa e per l'abbigliamento; nonché il banco della latteria di Savorgnano, che offriva tre tipi di formaggio davvero particolari - un gorgonzola stagionato, un ubriaco e un frant aromatizzato al cren, la vera chicca della casa.

Ad attirare la mia è invece stata piuttosto la pasticceria Giudici di Trieste, lì rappresentata dal buon Alessandro, ormai alla terza generazione di pasticceri: ad iniziare è stato il nonno, 33 anni fa, mentre lui ha le mani in pasta - letteralmente - da 15. La pasticceria offriva tra le sue creazioni tre tipi di biscotti: al cioccolato bianco e tè earl grey, al cioccolato bianco e caffè - "Altresì detti al capo-in-b", come chiamano a Trieste il macchiato servito nel bicchiere - e al cioccolato e fior di sale. Se i primi non mi hanno del tutto convinta, perché il cioccolato era un po' troppo marcato per i miei gusti, con i secondi ho dovuto ammettere che i due sapori si sposano davvero bene; mentre i terzi, che all'inizio lasciano intendere soltanto il cioccolato, al retrogusto - come una buona birra, mi verrebbe da dire - riservano la sorpresa di una punta di salato veramente spettacolare. Insomma: se sui primi si può fare di meglio e sui secondi si comincia a ragionare, i terzi sono il pezzo unico.

Lì accanto c'era però anche una sorta di tortino, a proposito del quale una signora ha chiesto "E questo come si chiama, Meraviglia?". "A dire il vero, non ci ho ancora dato un nome" ha risposto Alessandro. Al che il mio alter ego Chiara-faccia-di-bronzo ha preso possesso di me, chiedendo spudoratamente un assaggio pur avendo già ampiamente pascolato sui biscotti. Devo dire che ne è valsa la pena: trattasi infatti di un tortino di cioccolato, frutta secca e grappa del collio. Quest'ultima la definirei il segreto della ricetta, perché dà alla pasta un aroma che non avevo mai trovato prima: se vi piace la grappa del collio, tanto meglio perché il sapore è molto marcato, ma anche se non vi piace fidatevi che ne vale la pena, perché accompagna in maniera egregia il resto dei sapori. Insomma, se i romani dicevano "dulcis in fundo" perché il meglio sta alla fine, un motivo ci sarà...

martedì 8 ottobre 2013

Gusti di frontiera, parte quinta: da Napoli alla Slovenia, la bontà del pane

Sì, lo so, avevo detto che mancava soltanto la via con gli stand italiani: ma si sa, in questi casi si va un po' a zig zag, per cui capita di deviare a seconda di dove porta, più che il cuore, la gola. Ma andiamo con ordine...

Dopo una lunga serie di taralli ed altre simili amenità pugliesi, a farmi fermare per capirne di più è stata la bancarella della pizzeria ristorante Al Cavallino, che porta ai goriziani le specialità napoletane. Diciamocelo: dopo la mia (unica) gita nel capoluogo partenopeo con i colleghi di Città Nuova, già mi pregustavo una fetta di pastiera o una sfogliatella (rigorosamente frolla, grazie: inorridirò i puristi, ma la riccia non è di mio gradimento). Invece la signora dietro al banco mi ha messo tra le mani un perfetto sconosciuto, il casatiello: un'impasto di farina, lievito, acqua, sale, pepe, strutto, uova sode, salame, ciccioli di maiale, formaggio - "caso" in dialetto napoletano, da cui il nome -, che si usava fare in occasione della Pasqua (per ristorarsi dal digiuno quaresimale, oso supporre). Il formaggio peraltro, ha spiegato la signora, deve essere rigorosamente pecorino: sta lì infatti la simbologia dell'agnello, che insieme alle uova lo lega appunto alla Risurrezione; così come la forma a ciambella ricorderebbe la corona di spine, "distrutta" man mano che il casatiello viene mangiato. Insomma, ce n'è per un trattato di teologia oltre che di cucina. Devo ammettere che si tratta di una pietanza un po' troppo "forte" per me, sia in termini di sapore - il pecorino è davvero molto accentuato - che di digestione; però la genuinità non è in discussione, e spero di avere occasione, passando per Gorizia, di assaggiare un'altra delle creazioni del Cavallino: magari le pizze, dato che ne contano ben 65 in listino.

Chicca finale della giornata è stato però un banchetto di legno piuttosto defilato, dietro a cui stavano madre e figlia: quello del panificio biologico Nonina spaiza di Zirovnica, in Slovenia. Amanti del pane non "convenzionale", questo è il posto per voi: da quello al farro, a quello alle noci, a quello all'aglio selvatico - la specialità della casa -, ce n'è di che sbizzarrirsi. Idem per i biscotti: al farro e arancia, alle noci e segale, al cioccolato, con ingredienti tutti provenienti dall'azienda agricola di famiglia e rigorosamente biologici. A garanzia della genuinità delle marmellate, la madre di cui sopra, vera artista della cucina: raccoglie personalmente le bacche e i mirtilli - almeno così ha raccontato la figlia -, e insegna i segreti della buona confettura anche ad altre ragazze del paese. Una dimensione che in tanti luoghi si sta perdendo, ma che è l'unica garanzia di preservazione di un sapere atavico che ci salva dalle gelatine industriali e dalla pectina...