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lunedì 27 marzo 2017

Santa Lucia, weekend primo e capitolo secondo

Ed eccomi, alla fine dell'intenso weekend, a proseguire la panoramica su alcune delle novità provate. Come già anticipato con un paio di foto, allo stand del Legnone ho provato - in bicchiere di vetro, nota di favore all'inappuntabilità del servizio - l'ultima nata, la tripel al cardamomo Divano Belga. Nel complesso mi ha dato l'impressione di una tripel in stile: la speziatura al cardamomo, molto leggera, si amalgama infatti con quella che è la "speziatura" naturale del lievito, aprendo ad un corpo ben pieno e caramellato come da manuale. Il tocco di originalità arriva piuttosto alla fine, quando il cardamomo torna a smorzare i sentori alcolici e zuccherini, contribuendo a un finale più "pulito" di quanto ci si aspetterebbe da una birra del genere. Sempre al Legnone mi è stata consigliata come "particolarmente in forma" la apa Franklin: luppolatura fruttata delicata, corpo molto scorrevole e finale notevolmente secco, a beneficio di bevibilità.

Altra piacevole sosta è stata quella dalla Brasseria della Fonte, accolta sempre con calore da Samuele e Letizia, dove ho assaggiato la porter. Samuele ha riferito di tostare da sé il malto: dai luppoli freschi per la Freshoops a questi malti, insomma, una conferma del fatto che al ragazzo piace mettere mano da sé anche alle materie prime. La tostatura si fa in effetti notare per essere piuttosto "verace", senza tuttavia pregiudicare la morbidezza dell'insieme anche grazie all'aggiunta di avena; e altra nota di particolarità è data dal Columbus in monoluppolo, che - già intuibile all'aroma, per quanto sovrastato dalla tostatura - sul finale dà una chiusura resinosa del tutto peculiare in una porter. Una reinterpretazione personale che, pur in quanto tale disconstandosi dallo stile, ha comunque il merito di non stravolgerlo e id arrivare ad un risultato finale armonioso. Nota curiosa sulla Brasseria della Fonte è che nel sito sono pubblicate tutte le ricette: qualcuno osserverà che Teo Musso con la sua serie Open è arrivato prima, fatto sta che ad oggi è - tra i birrifici di mia conoscenza, perlomeno - l'unico che pubblica tutte le ricette.

Altra tappa è stata quella da L'Inconsueto, che ha portato la nuova ale chiara alla canapa. I sentori erbacei della foglia sono infatti particolarmnete intensi sia all'aroma che in bocca, pur senza risultare eccessivi, anche grazie al finale secco e pulito. Altra novità di casa Inconsueto è la birra allo zafferano afghano, considerato tra i più pregiati al mondo - che personalmente avrei però gradito meno intensa come aromatizzazione.

Naturalmente il mio "giro" a Santa Lucia è stato molto più lungo, e ringrazio tutti gli altri birrifici presenti; il prossimo fine settimana sarà la volta dei birrifici triveneti, rimanete sintonizzati!

sabato 25 marzo 2017

Santa Lucia, le prime impressioni

E' iniziata ieri sera la Fiera della Birra Artigianale di Santa Lucia di Piave, alla quale ho presenziato come di consueto. Il primo weekend è dedicato ai birrifici italiani, tra i quali ho trovato sia vecchie che nuove conoscenze; nonché nuove birre tra le vecchie conoscenze, e mi si perdoni il gioco di parole.

Mi limito qui ad una veloce impressione in merito ad alcune delle nuove birre provate. Innanzitutto la Wasabi, la nuova bitter del Diciottozerouno: aroma tra il terroso e il tostato di puro stampo inglese, inizialmente appare piuttosto annacquata - sì, lo so, "watery" è più figo, però questo vuol dire -, ma svela poi un ben riuscito connubio tra le note caramellate e l'amaro erbaceo in un finale notevolmente secco (quattro gradi alcolici e quattro gradi plato finali). Una birra che riesce bene nel suo intento dell'invitare a bere in quantità, come testimoniano anche le magliette dei ragazzi, che recitano "Stai prendendo troppe decisioni da sobrio. Possiamo aiutarti".

In secondo luogo la nuova creatura di Chiara Baù del Jeb, la Zaffron, golden ale allo zafferano coltivato vicino al birrificio nell'ambito di un progetto più ampio di valorizzazione dei prodotti del territorio.Lo zafferano in sé si accompagna bene alla golden ale, la più "neutra" tra le birre del Jeb nonostante la leggera punta speziata del lievito; forse l'avrei apprezzato leggermente più delicato, dato che risalta molto bene sia all'aroma che nel corpo - Chiara ha comunque confermato che sta pensando anche ad una versione meno aromatizzata. Va detto che lo zafferano non è comunque eccessivo neanche nella versione attuale; interessante sarebbe l'abbinamento con cibi che "chiamano" lo zafferano, come risotti o formaggi freschi, così che sia la birra e non la spezia a dare l'aromatizzazione. Degna di nota comunque anche la Indedark, nuova formulazione della oatmeal stout.

La Brasseria Alpina mi ha invece riservato la Sberla Nera (sorella maggiore della Berla Nera), una imperial stout "di quelle toste": nove gradi e una girandola di profumi e sapori tra il tostato, la liquirizia, il caffè, il cacao, e significative note balsamiche. Nota distintiva che ho trovato è il finale decisamente secco e amaro - 60 ibu -, che rende una birra dal corpo molto robusto e dalla gradazione alcolica alta decisamente beverina.

Non potevo poi mancare la black ipa Buco Nero del Calibro 22, fresca di primo premio nella sua categoria a Birra dell'Anno. In effetti è una birra che stupisce, a partire dalla generosa luppolatura agrumata; e il corpo, pur presentando i sapori tostati d'ordinanza, risulta comunque molto scorrevole nonostante gil oltre sei gradi alcolici. Finale secco e pulito, di un amaro resinoso persistente ma non invadente, che chiama il sorso successivo.





Da ultimo, ma non per importanza, La Gilda dei Nani birrai. Già avevo avuto modo di provare la scottish ale Cordis e la blonde ale al peperoncino Shire, così questa volta mi sono diretta sulla saison Kinzy. Una birra che personalmente ho trovato un po' sui generis all'interno dello stile, data la maniera in cui risalta la componente tra il fruttato e l'agrumato - che si coglie essere anche da luppolo, non solo da lievito - e che predomina sulla componente speziata; che ritorna poi come d'ordinanza in bocca, soprattutto sul finale.

Che dire, tra poche ore si ricomincia...per chi c'è vi aspetto!


venerdì 29 aprile 2016

Santa Lucia, parte sesta: oltre i confini

Pur con notevole ritardo, aggiungo un paio di annotazioni su alcuni birrifici - e mi perdoneranno i numerosi altri - presenti, tramite i loro distributori, nell'ultimo weekend dedicato ai birrifici stranieri. 

A farmi una panoramica - anzi, a farmi fare una vera e propria verticale di assaggi - del birrificio spagnolo La Pirata è stato il caro Damiano, che mi ha fatta iniziare con la ipa Via Krucis - un nome, un programma, viste le numerose "stazioni" che mi aspettavano - : già da lì si nota una delle caratteristiche distintive di questo birrificio, ossia le luppolature audaci sottolineate ancor di più da corpi spesso scarichi a dispetto del grado alcolico. Qui l'agrumato del luppolo all'aroma arriva a ricordare distintamente di limone, che ritorna anche in chiusura; e tra i due c'è...il nulla, almeno dal punto di vista del malto, perché il corpo leggero ha piuttosto i toni dell'amaro resinoso del luppolo. Se vi piacciono le luppolature americane, fa senz'altro per voi; così come un'altra ipa, la Ay Caramela, che a una luppolatura altrettanto citrica fa però seguire un imprevedibile corpo tostato, quasi di mandorla - risultando di conseguenza più robusta al palato, forse l'unica ad esserlo in tutto il repertorio. Andando sullo speziato ho provato la Green Street Imperial Saison (e questo era uno stile che mi mancava; come prevedibile, una saison più corposa e più alcolica, vedasi la lavagnetta della foto): un tripudio di profumi dallo zenzero, al pepe, ai chiodi di garofano, al coriandolo (ognuno può sentirci un po' quel che vuole, diciamo...) che chiude con una "pepatura" decisamente pronunciata. Virando più verso il dolce sono passata alla amber ale Sanda, i cui profumi e sapori finali mi hanno ricordato l'uvetta sultanina; e infine la oatmeal stout Lab001, dall'aroma ben tostato, che nel corpo ricorda il caffè zuccherato e la liquirizia con una distinta nota alcolica finale. Se morbidezza dell'avena c'è, diciamo che è coperta dai sapori forti. Devo dire che a livello di gusti personali queste birre mi sono piaciute e le ho trovate di piacevole bevuta; devo però ammettere, come già accennato, che per molti aspetti potrebbero definirsi eccessive, anche se può discutere a lungo su dove stia (se c'è) la linea dell'eccesso, e su quale sia la differenza tra il superarla con la sregolatezza del genio e lo strafare volendo stupire ad ogni costo.

Sempre rimanendo in Spagna, 2Drink ha portatole birre della Bercelona Beer Company; ho provato la loro novità, la pale ale ByBear, che - al contrario della filosofia di lavoro de La Pirata - vede il luppolo fare la sua comparsa solo in chiusura, con un amaro trerroso "all'europea"; mentre al naso spiccano il caramello, il biscotto e anche qualche sentore tostato, che conduce in bocca ai sapori di nocciola. Per gli amanti del dolce, ma senza risultare stucchevole - data appunto la chiusura di cui parlavo.

Un'ultima annotazione su Beer Gate, che ha portato le birre britanniche di Durham Brewery, The White Hag, Great Newsome e By The Horns: e di quest'ultimo mi ha fatto assaggiare la Old Smoked Tea Bitter, reinterpretazione delle bitter inglesi con malto affumicato, té nero e té Earl Grey (al bergamotto) della Joes Tea Company. Devo dire che l'accostamento tra l'affumicato e il té mi ha sopresa: se all'aroma spicca di più il bergamotto, in bocca il sapore amaro del té nero crea un contrasto con i malti affumicati che si risolve poi amalgamandosi in maniera inaspettatamente armonica, soprattutto risolvendosi nel finale in cui ritorna l'agrume, che va a contrastare quella che - parlando del té - potrebbe essere percepita come astringenza.

E qui chiudo la mia panoramica su Santa Lucia, ringraziando tutti coloro che mi hanno calorosamente accolta ai loro stand.

martedì 12 aprile 2016

Santa Lucia, parte seconda: le nuove scoperte


Proseguo con i birrifici nuovi - almeno per me, e alcuni anche per la Fiera. Il primo che ho visitato è il Calibro 22 di Cavriglia (Arezzo), così chiamato "perché è una pistola di piccolo calibro: noi siamo piccolini", hanno spiegato Raimondo ed Elena. In effetti sono agli inizi, avendo aperto lo scorso giugno; ma contano comunque un discrteto repertorio con cinque birre. La portabandiera della casa è la One Shot One Kill, una session ipa (4,2 gradi alcolici, per lunghe bevute) dalla gradevole lupolatura tra il floreale e l'agrumato, corpo leggero, e ben attenuata e dissetante. C'è poi la apa CCCP, acronimo dei luppoli utilizzati (Cascade, Columbus, Centennial e Palisade: ho voluto fare l'acculturata facendo notare a Raimondo che la sigla in questione è in cirillico per cui in alfabeto latino sarebbe SSSR e l'acronimo non funziona più, ma mi ha zittita perché già lo sapeva); la bitter JB Fletcher; la pale ale Santa Barbara e la mild Dark Kiss, spillata a pompa pre l'occasione. In generale, una filosofia di birre semplici e pulite, di bassa gradazione, facile bevuta e senza aromi né sapori estremi, aderenti ai rispettivi stili.

Mi sono poi tolta la curiosità di assaggiare finalmente la Masalabir del birrificio Hibu, nome noto nel panorama brassicolo italiano con nove anni di attività e una trentina di birre all'attivo, ma che non avevo mai avuto occasione di conoscere personalmente. Trattasi di una ale aromatizzata ispirandosi al Masala, miscela di spezie usata in Nepal variabile a seconda dell'uso che se ne fa: tra le tante si trovano la curcuma, la cannella, il cardamomo, lo zenzero, i chiodi di garofano e il pepe. Il risultato è appunto una birra in cui le spezie hanno una presenza poderosa, che ad alcuni palati potrebbe forse risultare eccessiva; la consiglierei agli amanti di saison e affini, che troverebbero in questa - che rimane una birra fresca e profumata - una speziatura diversa ed originale. Da menzionare è poi il fatto che il ricavato della vendita della Masalabir - a "tiratura limitata" - sarà devoluto ad un progetto umanitario ideato dall'alpinista e medico Annalisa Fioretti, che trovandosi in Nepal durante il terremoto ha voluto dare seguito aiprimi soccorsi mettendo in piedi un progetto umanitario a lungo termine. Insomma, bevi e fai del bene. 

Altra nuova conoscenza è stata il Birrificio della Ghironda, dalla provincia di Bergamo, "in proprio" dallo scorso luglio dopo sei anni di beerfirm. Il repertorio - dato che alla musica si ispirano i nostri - è vasto, dalla alta alla bassa fermentazione: si va dalla tripel 3/8, alla bianche Aromatis, alla pils Ghirò, alla Ipa Mellis. Su consiglio del ragazzo allo stand ho provato la Rubis, una dubbel: classica belga di questo stile, ben mielosa al naso, con toni di zucchero caramellato in bocca. Ha comunque il merito di non essere stucchevole, grazie ad una leggera nota amara sul finale.

Da ultimo (ma non per importanza) il Sensolibero, il cui slogan è "Bevi ciò che sei": loro filosofia, come testimoniato anche dalla grafica che rappresenta in forma di bicchiere varie popolazioni del mondo, è fare birre semplici e aderenti ai rispettivi stili, ma che nella diversità di questi stili consentano a ciascuno di trovare la "sua birra" e di esprimersi. Il repertorio lo vedete nella foto (cliccate sopra per ingrandirla); su consiglio dei gentili signori allo stand ho provato la loro ultima nata, la Airtime session ipa - pare essere uno stile gettonato, dopo il l'epoca d'oro delle Ipa più estreme. In effetti si tratta di una birra semplice e che è ciò che dichiara di essere: aroma esotico, corpo leggero e rinfrescante, con un finale secco e di un gradevole amaro agrumato. 


Qualche novità l'ho poi trovata anche nei birrifici che già conoscevo...rimanete sintonizzati!

lunedì 11 aprile 2016

Santa Lucia, parte prima: timbriamo il cartellino

Anche querst'anno, come in molti già saprete, sono in prima linea con la Fiera della birra artigianale di Santa Lucia di Piave; che quest'anno peraltro ha proposto già dal primo weekend diversi birrifici a me nuovi. Per quanto non sia il primo che ho conosciuto, mi è venuto spontaneo iniziare con il Diciotto Zerouno: perché se io con questo post timbro il cartellino di inizio orario di lavoro, il nome dell'attività avviata da Marco e Davide in quel di Oleggio Castello è invece ispirata all'orario in cui timbrano per l'uscita dai rispettivi uffici e possono (finalmente) dedicarsi all'arte brassicola. Un fisioterapista e un consulente informatico hanno così avviato la loro attività nel 2014 in una cascina ristrutturata, dando anche un tocco di "colore locale" al tutto.



Il loro repertorio copre diversi stili - ed hanno pure insistito per farmelo assaggiare tutto, 'sti due poco di buono. Portabandiera della casa è la bohemian pilsner Caraibi, "aiutata" dall'acqua particolarmente dolce della zona: una birra semplice, pulita e aderente allo stile, con un tocco di personalità dato dall'aroma floreale del luppolo Saaz particolarmente intenso. Leggermente meno corposa e meno amara sul finale rispetto alle pils ceche, caratteristiche che, almeno al palato italiano, contribusicono a renderla ancor più facile a bersi. Sempre sulla stessa linea di "beverinità" troviamo la Flamingo, una american wheat pensata per le calde giornate estive, con aromi tra il pompelmo e la frutta tropicale dati dal cascade e dal galaxy; e la weizen Avorio (nome provvisorio, hanno specificato, ci stanno ancora lavorando...), dalla schiuma ben persistente e dagli aromi di banana come da manuale.

Venendo a qualcosa di un po' più complesso troviamo la saison Ocra, speziata con pepe rosa, coriandolo e scorza d'arancia. Interessante qui è soprattutto l'equilibrio dell'insieme, che la fa risultare una birra morbidissima e dalla speziatura delicata e rinfrescante, e grazie anche al finale leggermente acidulo non lascia alcuna persistenza "pungente". Più pungente - almeno per i miei gusti - ho invece trovato la apa Ruggine, che alla luppolatura americana abbastanza intensa unisce la scorza d'arancia amara, risultando sia al palato che nel finale di un amaro citrico ben pronunciato e appunto "pungente". Forse troppo per i miei gusti, ma sicuramente fa la felicità di chi ama questi sapori (chiedere a Enrico per relazione dettagliata).

Personalmente ho apprezzato di più la dark strong ale Granata, dall'aroma fruttato - dal melone, alla papaya, all'ananas, potete sentirci un po' quello che volete - dato dal magnum (a cui si aggiunge il willamette). Il corpo è decisamente dolce, tra il biscotto e il caramello, ma senza risultare stucchevole - tanto è vero che non lascia alcun retrogusto zuccheroso, ma chiude in maniera più secca di quanto ci si potrebbe aspettare per una birra del genere. Forse la meglio riuscita dal punto di vista tecnico è la Caraibi, ma questa è quella che più mi è piaciuta (ma si sa, i gusti sono gusti).

Una nota di merito, infine, ai due ceffi che vedete in foto: perché, se parte del lavoro del birraio è anche quella di saper accogliere l'avventore, lo sanno fare con passione ed entusiasmo. E qui me la sento di concludere con una loro chicca sul tema dei gusti personali: "Le birre sono come figli per noi, non è che ce n'è uno che ami più degli altri....però a qualcuno fai fare inegneria, qualcun altro lo mandi a zappare i campi!". Arrivederci al prossimo post...