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giovedì 5 novembre 2015

Fiera birra Pordenone, la prima giornata del secondo weekend

Sì lo so, sono in ritardo: però, meglio tardi che mai, ecco il mio resoconto del secondo weekend della Fiera della birra artigianale di Pordenone. Anche in questo caso procederò in ordine rigorosamente casuale nel raccontarvi di alcuni di birrifici incontrati, in buona parte peraltro nuove conoscenze. Il primo con cui mi sono fermata a fare due chiacchiere è stato i signor Carpano, distributore di diversi marchi spagnoli, italiani e americani - cito Barcelona Beer Company, Cerveza La Pirata, oltre che la birra Maraffa di Cesena. Tra le tante ho provato la Caldera Ipa dell’americana Caldera Brewing Company: una ipa morbida e armoniosa, in cui i luppoli - che pur prediligono i toni dell’amaro erbaceo - non tradiscono il malto al palato, lasciando una persistenza resinosa e non invasiva.

In seconda battuta ho fatto la conoscenza di Terre d’Acquaviva, birrificio di Atri (Teramo), che aveva portato cinque birre - la blonde ale Lunatika, la pale ale Oropuro, la amber ale Aretusa, la weizenbock Granamaro e la White ipa Kalaveras. Per quanto quest’ultima mi fosse stata descritta  come la punta di diamante della casa, non ho potuto resistere alla curiosità della weizenbock - genere piuttosto raro a trovarsi. Il frumento, ben presente all'aroma, non sovrasta il floreale del luppolo saaz con cui si armonizza bene; mentre l’aggiunta di buccia d’arancio e il lievito conferiscono una certa speziatura all’aroma, per chiudere sull’agrumato. Una birra che mi ha colpita per la sua armonia e pulizia pur nella complessità, e che ha fatto si che, quando mio fratello più tardi ha chiesto una white ipa, non abbia potuto non chiedergliene un sorso. Risulta in effetti piuttosto peculiare all’interno del genere, dato l’uso dell’avena e di un lievito che conferisce una speziatura dal blanche; il che, unito al luppolo citra, dà come risultato finale una birra in cui toni agrumati, citrici e amari a momenti si alternano e a momenti si fondono. Detta così può sembrare un pasticcio, però risulta molto rinfrescante e beverina: ragion per cui farà magari storcere il naso ai puristi, ma - almeno a sentire il ragazzo al banco - è la birra di maggior successo.

Ho fatto un'incursione anche da Alta Fermentazione, distributore di birre belghe - tra cui Lupulus, Bastogne e Rulles, di cui già ho avuto modo di scrivere in passato -: io però mi sono data alla gueuze à l'ancienne di Tilquin, notevole per l'acidità delicata che si unisce ad un amaro discreto. In tutto e per tutto una gueuze abbordabile anche per i palati meno abituati alle fermentazioni spontanee.







Ho concluso la prima giornata da Le Baladin, calorosamente accolta da Elio e Giuseppe. Lì l’offerta era naturalmente assai varia, e mi sono diretta sulla Niña, una bitter spillata a pompa - il che ha indubbiamente reso giustizia alle note amare e di caramello insieme all’olfatto, al corpo esile grazie alla bassa carbonatazione e delicatamente maltato, fino alla chiusura resinosa con un’ultima punta di caramello. Non poteva poi esserci modo migliore per chiudere la mia visita allo stand - nonchè la giornata - che una Xyauyù, la celebre “birra da divano” - per i non adepti, un barley wine - di Teo Musso, che già avevo provato in versione fumèe. Quella classica evidenzia assai di più le note dolci e marsalate, di caramello e frutta secca, tutte particolarmente intense: senz'altro un must per i cultori del genere, qui interpretato in maniera personale dal noto birraio.
E qui chiudo dunque il resoconto della prima giornata: per conoscere il resto, rimanete sintonizzati...

martedì 31 marzo 2015

Bienvenus chez Cantillon

Beh, con tutta quest'invasione di anglicismi, un titolo in francese ogni tanto concedetemelo pure; perché in realtà c'è ancora una tappa del mio tour belga di cui rendere conto, il birrificio Cantillon di Bruxelles. Per gli appassionati di lambic e affini è uno dei nomi più noti: anche in questo caso, come per Oud Beersel, si tratta di una storica azienda di famiglia - fondata da Paul Cantillon nel 1900 - che produce birre a fermentazione spontanea. Azienda che, bisogna dirlo, ha indubbiamente beneficiato dal fatto di trovarsi praticamente in centro alla capitale: ed ha così unito l'utile al dilettevole facendo dello stabilimento un vero e proprio museo - il Musée Bruxellois de la Gueuze -, in cui i visitatori vengono guidati attraverso tutte le fasi della produzione - e degustazione finale, naturalmente.

Si comincia così con il grande tino di ammostamento, in cui circa 1300 kg di cereali vengono miscelati con acqua calda; per vedere poi i grandi bollitori in rame, la pompa dell'acqua calda, il mulino dei cereali e così via. La parte più curiosa è probabilmente la vasca di raffreddamento situata nel sottotetto, dove - grazie anche ad uun sapiente sistema di aerazione del solaio - la fermentazione parte spontaneamente: è infatti solo nella valle della Senne, il fiume che attraversa Bruxelles - almeno secondo la tradizione - che i microrganismi che ne sono responsabili si trovano naturalmente nell'aria, e solo lì è quindi possibile produrre le "vere" lambic. Altrettanto curiose sono poi le presse per spremere la frutta ciliegie e lamponi - che viene poi aggiunta al lambic per fare la kriek e la framboise -, nonché le ragnatele. Sì, le ragnatele: la frutta attira insetti, e non potendo usare alcuna sostanza chimica per liberarsene - in quanto contaminerebbe la birra -, i ragni funzionano perfettamente allo scopo.

La visita è stata piacevole, anche perché abbiamo trovato una guida particolarmente spigliata; certo, data la mole notevole di persone che visita Cantillon - o che perlomeno appare tale, dato che gli spazi sono piuttosto ristretti - non si può non avere la sensazione di trovarsi un po' in un' "attrazione turistica" più che in un birrificio - per quanto non sia certo un male se anche il turista medio si avvicina a questo genere di birra, anzi, ben venga. In quanto alle degustazioni, ho provato un lambic di un anno, una gueuze e una kriek. Il lambic, essendo giovane, non aveva un'acidità particolarmente pronunciata, risultando abbastanza amabile; e anche nella gueuze si sentiva un buon equilibrio, dando prova di maestria di chi ha miscelato i lambic. Un po' meno mi ha entusiasmata la kriek, nella quale ho trovato che sia un'acidità che una dolcezza discretamente pronunciate e presenti in contemporanea finissero per cozzare - siamo però nel campo dei gusti personali.

In tutto ciò, mi sono pure tolta lo sfizio di farmi spiegare come mai le birre a fermentazione spontanea vengano servite nel tipico cestino di vimini: il gentile signore al bancone ci ha infatti spiegato che il motivo sta nel mantenere la bottiglia inclinata, così che i lieviti rimangano sul fondo. Vedi tu, non si finisce mai di imparare...


sabato 13 settembre 2014

Una Framboise...o quasi

Tra le varie amenità e curiosità che ho trovato a Friulidoc c'è lo stand della Pro Loco di Avasinis: un ridente quanto piccolo paesino ai piedi delle Prealpi Carniche, noto come "Il paese del lampone e del mirtillo" - tanto che ogni anno si tiene ad agosto la relativa e golosa festa - in virtù dei cespugli di questi frutti che crescono spontanei e numerosi nella zona. Oltre a prelibatezze gastronomiche di ogni genere sia dolci che salate a base di questi due prodotti, un vistoso cartello pubblicizzava anche la birra al lampone: sarà pur vero che le lambic e di conseguenza pure le gueuze (per i non adepti: birre a fermentazione spontanea, caratterizzate da un gusto acido) non sono il mio genere, mi sono detta, ma una framboise locale se non altro per curiosità potrebbe starci. Così mi sono avvicinata e ne ho chiesta una.

E quale non è stata la mia sopresa nel vedere che il simpatico signore che mi ha servita ha prima versato dello sciroppo di lampone da una bottiglia, e poi ha aggiunto una "bionda generica" - chiamiamola così - dalla spina lì accanto: orrore, scempio, sacrilegio, m'ha fatto la Radler col lampone! Scherzi a parte, mi è stato spiegato il perché di tale procedimento che con le framboise non ha nulla a che vedere. Gli emigranti di ritorno in paese dal Belgio, numerosi fino tutto il secondo dopoguerra, avevano fatto conoscenza lassù con le birre locali: tra cui appunto la framboise che, manco a dirlo, li aveva fatti sentire un po' a casa. Una volta rientrati, però, ne hanno sentito la mancanza; e non disponendo né delle strutture né delle conoscenze per fare da sé questo genere di birra, hanno trovato l'escamotage di aggiungervi lo sciroppo dei lamponi locali appena spremuti. Insomma, si sono detti, meglio così che niente.

La storia curiosa non era bastata a togliermi la perplessità, ma ormai che la birra era spinata, non berla sarebbe stato un sacrilegio assai più grave che averci aggiunto lo sciroppo di lampone. E liberando per un attimo la mente dagli schemi precostituiti, in effetti ho dovuto ammettere che il tutto aveva un suo senso: anche così si sentiva che quello non è uno sciroppo di lamponi qualunque - della serie: scordatevi quelle specie di melasse in vendita al supermercato -, ma una vera e propria "spremuta" di frutti, che in tutta onestà non si accompagna affatto male ad una birra chiara. Posto, chiaramente, che non vi aspettiate una framboise belga: ma vale la pena provare, magari per un aperitivo.

La birra viene proposta in abbinamento con gli gnocchi e i cjarsons al mirtillo con ricotta affumicata, di cui il simpatico signore di cui sopra ha insistito per offrirmi un assaggio nonostante le mie di insistenze in senso contrario - della serie: ho già mangiato come un lupo, vi prego, chiedo tregua. Oltretutto, avevo seri timori che abbinare una birra così dolce ad un piatto che - pur salato - rimane comunque tendente al dolce risultasse eccessivo. Invece, al di là del fatto che sia gli gnocchi che i cjarsons erano una vera bontà, il salato e l'affumicato della ricotta contrastano il giusto con il dolce del frutto, creando un ulteriore gioco con quello della birra. Gioco ancor più interessante sarebbe naturalmente provare con una vera framboise, in cui l'acido aggiungerebbe un'ulteriore smorzatura al dolce: insomma, toccherà procurarsene una e dire agli amici di Avasinis che accendano i fornelli...