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mercoledì 28 dicembre 2016

Che anno è

Ebbene sì, anch'io sono caduta nel vizio: fine anno è tempo di bilanci, e guardando al mio blog ho sentito anch'io l'istinto a fare il punto su un anno che, almeno sotto il profilo birrario, per me si è rivelato assai più ricco dei precedenti. Per ogni mese ho individuato una birra e un birrificio che ritengo significativi - permettendomi in alcuni casi anche qualche citazione in più, se necessario. Chiedo scusa se, per ovvi motivi, non nominerò tutti: l'intenzione non è assolutamente quella di sminuire, ma le ragioni di spazio mi impongono una scelta. Vi invito quindi a seguirmi in questo mio diario del 2016.

Gennaio è stato il mese della mia trasferta al birrificio Jeb: una due giorni alla scoperta non solo della birra ma anche della gastronomia locale - per la quale ringrazio Chiara Baù - e coronata da una fugace ma piacevole sosta sul Lago di Garda a salutare gli amici del Benaco 70. Come birra del mese ne scelgo però una che non fa parte di questi viaggi, la Orodorzo di Garlatti Costa.

Febbraio è stato il mese segnato dalla conduzione delle quattro degustazioni al Cucinare in Fiera a Pordenone. Diventa difficile, tra i tanti birrifici presenti, nominare una sola birra: scelgo la Qirat, la stout alla carruba del Birrificio Tarì, che mi ha colpita per la sua originalità e "pulizia tecnica" al tempo stesso. Non posso poi non citare il Beer Attraction, all'interno del quale nomino birrificio del mese tra le nuove conoscenze il Birrificio del Doge.

Marzo ha visto tra i nuovi amici Sebastian Sauer di Freigeist Bierkultur ai Mastri d'Arme di Trieste; come birra del mese identifico però la Pat at a Tap di Antica Contea, la loro nuova oatmeal stout presentata in occasione della festa di San Patrizio.

Aprile mi ha vista presa dalla Fiera della Birra Artigianale di Santa Lucia di Piave. Anche qui scegliere diventa arduo: dopo numerosi ripensamenti ho quindi deciso di nominare birra del mese la Mutta Affumiada del Birrificio di Cagliari, una rauch alle bacche di mirto. Mi permetto però in questo caso di nominare anche il birrificio del mese, ossia il Diciottozerouno, consciuto in quella occasione: e che si era distinto in tale sede per come aveva saputo presentarsi e valorizzare la qualità complessiva dell'offerta.

Di Maggio ricordo la visita al Cooper's di Usago, piacevole sia sotto il profilo gastronomico che sotto quello birrario; e nomino di conseguenza birra del mese la loro bionda, una Helles sui generis che si pone come marchio di fabbrica del brewpub.

Giugno è stato il mese dell'Arrogant Sour Festival, e capirete come nominare una birra del mese diventi impossibile: giocoforza, ma proprio giocoforza, sceglierei la Irish Heather Sour Ale del birrificio irlandese The White Hag, ma è un proforma. Aggiungo però il birrificio del mese, il Maniago, giovane promessa a cui non posso che augurare un futuro ricco di soddisfazioni.

Luglio è stato segnato dalla conoscenza del Birrificio di Pejo; e come birra del mese mi trovo a scegliere la loro dark ale Aquila, originalissima ricetta ispirata ai vini rossi. Anche qui però devo nominare il birrificio del mese, The Lure, che si aggiudica la menzione per la qualità complessiva delle birre.

Agosto mi ha vista sconfinare fino in Svezia per la piacevolissima visita al birrificio Nils Oscar, occasione per conoscere non solo l'azienda ma anche il territorio (e anche qui continuo a ringraziare Kjell); e come birra del mese scelgo - non senza difficoltà - la Rokporter, per la maniera in cui sa unire due stili diversi (rauch e porter) senza creare pasticci ma pervenendo anzi ad un risultato originale.

Settembre è il mese di Friulidoc, che mi ha vista condurre la degustazione di apertura per Confartigianato; ma è stato in generale un mese intensissimo, con Gusti di Frontiera, il BeVe, e l'apertura di Urban Farmhouse. Come birra del mese devo però identificare la Thomas Hardy's Ale, al cui ri-debutto ho assistito a Milano: e non perché sia stata quella che più ho apprezzato (e non voglio con questo far torto a chi l'ha rilanciata, ma semplicemente esprimere una mia opinione), ma perché senz'altro è stata quella che più si è imposta all'attenzione. Nomino però il birrificio del mese in quanto a presentazione e qualità complessiva dell'offerta il Couture, conosciuto al BeVe.

Anche Ottobre è stato ricchissimo di eventi, con Nonsolobirra, la Fiera della Birra Artigianale di Pordenone, e degustazioni al Palagurmé. Fare delle scelte diventa quindi anche qui difficile. Come birra del mese, dopo numerose ed attente valutazioni, nomino la Sour all'Amarone del Mastino; e come birrificio del mese, se la palma di qualità complessiva rimane appannaggio del Il Birrone a Nonsolobirra, non posso comunque non riservare una mezione a una delle nuove conoscenze, il San Giovanni, per la maniera lodevole in cui ha saputo presentarsi e valorizzare al meglio la produzione al Palagurmé.

A Novembre è proseguito Mastro Birraio, e diversi locali hanno organizzato eventi e degustazioni. Come birra del mese, dato che rivedendo i post l'ho nominata coome "una di quelle da assaggiare una volta nella vita", nomino la Maan di Galassia; mentre come birrificio del mese cito la Brasseria della Fonte, conosciuta a Pordenone, altra ottima giovane promessa che mi auguro faccia strada.

Infine, a Dicembre, la birra del mese non può che essere una natalizia ossia la xmaStrong di B2O (che ho finalmente avuto il piacere di visitare); ma non posso non citare la visita al Birrificio San Gabriel e all'Osteria della Birra, nonché la partecipazione con il titolare Gabriele Tonon e altri collaboratori alla trasmissione tv La Zanzega.

Come dicevo, sono molti gli eventi, i birrifici, le birre e le persone che ho dovuto tralasciare e che avrebbero meritato una menzione e un ringraziamento: dallo staff di Post Editori con cui ho lavorato alla Guida a Tavola delle Venezie per la sezione birrifici, a quello del Palagurmé e The Good Beer Society - con cui si apre un 2017 ricco di progetti, su tutti il corso di degustazione Beer Lover -, a locali come La Brasserie, il Monsieur D e lo Yardie che si sono impegnati con passione nella promozione della birra artigianale. Il pensiero va poi a tanti altri birrifici che non si sono imposti all'attenzione di queste righe solo perché lo stesso mese c'erano stati altri eventi o birre che per qualche motivo sono stati per me più significativi, o perché hanno lavorato "sottotraccia" ma non per questo meno bene dei birrifici citati - penso ad esempio a Zahre, al Campestre, al Legnone, a Sognandobirra, al Borderline o al Grana 40.

Per il 2017 ci sono tante idee che frullano per la testa e tanti progetti in campo: prenderanno forma man mano...per ora mi limito ad augurarvi buon anno!



venerdì 5 agosto 2016

A casa di Nils

Come coloro tra di voi che seguono la mia pagina Facebook già sapranno, sono stata in questi giorni in Svezia per visitare il birrificio Nils Oscar, conosciuto nella giornata organizzata da Eurobevande a Villa Manin – di cui avevo parlato in questo post. Data la prima impressione positiva, con piacere ho quindi dato seguito all’invito ad andare di persona  a Nyköping - no, non indovinerete mai, si pronuncia Ni-shoping. Il birrificio è stato riaperto in Svezia nel 1996 da uno dei bisnipoti del Nils Oscar da cui l’azienda prende il nome: uno svedese immigrato negli Usa, e che lì si è dato all’arte brassicola unendo la tradizione scandinava – pensate alle birre danesi – a quella americana. È quella che definiremmo un'azienda familiare: il timone  è passato recentemente alle sue tre figlie ed è rimasto lo stesso il mastro birraio con i suoi quattro collaboratori, che hanno ottenuto diversi riconoscimenti – tra cui quattro titoli al World Beer Cup. La produzione si attesta attualmente sugli 11.000 ettolitri l'anno per 14 dipendenti in totale, con potenzialità per arrivare a 30.000 con gli ultimi investimenti fatti (il nuovo birrificio è stato avviato nel 2010); il che pone Nils Oscar al secondo posto tra quelli che in Svezia sono considerati microbirrifici – riuniti nell'associazione svedese dei microbirrifici, circa 200 – che considera come limite (a livello convenzionale, non esistendo vincoli legislativi in materia) 150.000 ettolitri. Fino a qualche tempo fa Nils Oscar era peraltro ciò che in Italia chiameremmo un agribirrificio, con tanto di piccola malteria; che però non è più utilizzata per il malto destinato al birrificio, sia per l'aumento della produzione, sia per la necessità di garantire sempre gli stessi standard qualitativi e la costanza del risultato finale. Il birraio assicura comunque con convinzione di mantenere la stessa maniera di lavorare rispetto a quando la produzione era più modesta, con tanto di piccolo impianto sperimentale per dare spazio al suo estro creativo; e vedere poi se e come riprodurlo su scala più ampia. E l’estro creativo pare non manchi, data l’ampia gamma di birre prodotte.

La "maratona birraria" è in realtà iniziata già il giorno precedente la visita del birrificio, quando Kjell ha organizzato una piccola degustazione in barca accompagnata da tipici panini scandinavi - gli smorrebrod, una fetta di pane nero variamente ricoperta. Abbiamo cominciato con una sorta di degustazione alla cieca, del tipo "bevi qui e dimmi che cosa ti sembra": una birra dall'aroma fruttato, in cui spiccava anche qualche nota citrica, corpo snello ma non annacquato, e un amaro netto e secco in chiusura che andava a contrastare profumi e sapori precedenti. Sono rimasta sorpresa (si direbbe che la mia faccia nella foto ne è la prova, ma soprassediamo....) nel venire a sapere che era una pale ale analcolica: per quanto infatti l'avessi trovata diversa dalle altre birre di Nils Oscar - pur riconoscendone l'impronta nell'aroma - l'avrei detta leggera sì, ma analcolica no. Mi è stato poi spiegato che la scelta di una pale ale per fare l'analcolica è stata dovuta appunto dalla volontà di mantenere un certo carattere, cosa non facile nel caso delle birre senz'alcol - che, diciamocelo, fanno spesso preferire una Coca Cola nel caso in cui si debba tenere a bada il tasso alcolemico; e per quanto la mia esperienza di birre analcoliche non sia molto vasta (di grazia), mi sento di dire che il birraio di Nils Oscar è riuscito nell'intento di soddisfare il palato di chi vuole qualcosa che possa definirsi una birra piacevole anche di fronte alla minaccia dell'etilometro. A seguire ci siamo dati alla India Ale: aromi di frutta tropicale con una punta di miele di castagno, corpo mediamente robusto sempre sui toni del miele ma non stucchevole, e una chiusura di un amaro resinoso molto morbido e non troppo persistente, che non sovrasta del tutto la componente del malto. Per chi ama le luppolature del Nuovo Mondo, ma non l'amaro troppo deciso.

Il giorno dopo ho visitato quindi il birrificio, iniziando dagli spazi della vecchia sede - ora usati come magazzino - dove c'è in progetto l'apertura di un pub e spazio degustazione. Mattias, direttore export e retail, mi ha guidata nella zona produzione: dalla sala cotta, al laboratorio dove il mastro birraio conduce i suoi esperimenti, al "hop gun" (letteralmente: "pistola a luppolo", un macchinario che fa passare rapidamente il mosto attraverso i coni di luppolo per il dry hopping), alla sala dei tank delle alte fermentazioni, a quella delle basse (temperatura gradevole in una giornata estiva). C'è stato anche lo spazio per alcuni assaggi direttamente dai tank: tra cui quello della pils realizzata appositamente per l'Akkurat di Stoccolma, uno dei pub meta obbligata degli appassionati di birra che si trovino a passare dalla capitale - "Consideriamo uin grande onore il fatto che l'Akkurat si sia rivolto a noi", ha affermato Mattias. Vale la pena sottolineare peraltro che la birra che va per la maggiore tra quelle di Nils Oscar è la God Lager - una lager, appunto - di cui il birrificio "sforna" una cotta a settimana: anche sul Baltico quindi, nonostante le vene sperimentatrici su sapori e gradi alcolici adatti ai climi freddi, la ricerca della qualità nella semplicità pare essere una linea che sul lungo termine si impone sulle altre.

Ultima tappa della visita è stata la zona imbottigliamento, etichettatura e imballaggio; dove mi sono state mostrate con soddisfazione le etichette in italiano del barley wine Celebration (di cui avevo parlato nel post su Villa Manin), pronto per l'esportazione in Italia. Mi ha fatto peraltro notare Mattias, essendo la tassazione in Svezia elevata e basata sul grado alcolico, che in alcuni casi - come è quello del Celebration - risulta più conveniente la tassazione sul grado plato: il paradosso può quindi essere che all'estero (Nils Oscar esporta in Italia, Regno Unito e Hong Kong) alcune birre costino, stando ai suoi calcoli, meno che in patria (ok, magari non a Hong Kong dati i costi di trasporto, ma il Regno Unito è più vicino - almeno fino alla Brexit - così come l'Italia).

Rientrati nella piccola cucina, dove alcuni dei dipendenti stavano pranzando in compagnia, abbiamo stappato alcune bottiglie. Siamo partiti dalla Sommarbrygd, una saison leggerissima - 3,5 gradi - aromatizzata con bacche di prugnolo. Le bacche si fanno ben sentire all'aroma, pur non coprendo del tutto la speziatura tipica delle saison; ma è soprattutto al palato che si sente la loro presenza dolce, dato il corpo scarico. La chiusura è comunque più secca di quanto ci si potrebbe aspettare da una birra alla frutta, senza eccessive persistenze dolci. Personalmente l'ho trovata un po' sbilanciata sul fronte fruttato; ma appunto su questo aspetto ho apprezzato di più la saison al mango, in cui al contrario i profumi di mango appena percepibili si amalgamano perfettamente ed in maniera elegante con le note di pepe e di chiodi di garofano. Queste ritornano poi a chiudere un corpo delicato ma non scarico - complici anche i sei gradi alcolici - che mantiene un piacevole equilibrio tra frutta, malto e spezie: insomma è una birra e non succo di mango, e direi che può andare incontro anche ai gusti di chi generalmente trova le birre alla frutta più simili piuttosto ad una bibita.

Cambiando totalmente genere siamo approdati alla Pandemonium, una scotch ale dall'aroma complesso di uvetta, frutta sotto spirito - mi ha ricordato i fichi e le prugne - e note alcoliche ben percepibili. Il corpo dolce si muove tra il caramello e il biscotto, mentre acquista caratteristiche sempre più simili a quelle di un barley wine in quanto ad aromi man mano che la temperatura sale; e nonostante il finale sia tutt'altro che secco, ma lasci anzi una lunga persistenza dolce, i sette gradi sono ben mascherati. Da ultimo la Rokporter, una porter con malti affumicati su legno e pancetta: e anche se non la userei per una colazione di bacon&eggs, devo ammettere che un pensierino l'ho fatto. Rispetto alle altre (poche, in realtà) porter affumicate che mi è capitato di assaggiare, questa ha la nota distintiva di rimanere una porter e non una rauch: la componente affumicata, molto morbida sia all'olfatto che al palato, non cancella i toni di tostato, caffè e liquirizia che contraddistinguono lo stile, e se all'inizio le varie componenti sembrano cozzare, col salire della temperatura arrivano ad amalgamarsi piacevolmente. Anche il corpo abbastanza pieno contribuisce a far sentire nettamente la differenza tra questa e una rauch tedesca, a riprova di quanto detto poco sopra. Nel complesso, direi che la Mango e la Rokporter sono le due birre che ho trovato meglio riuscite tra queste.

Davanti ad un bicchiere, naturalmente, si chiacchiera e si discute: così Mattias e Kjell mi hanno anche parlato dei prossimi progetti di Nils Oscar, tra cui la partecipazione alla Milano Beer Week e l'organizzazione di altri momenti di degustazione e formazione - e per me sarebbe naturalmente un piacere data la vicinanza geografica vederli al Palagurmé di Pordenone, dove Eurobevande già tiene le loro birre. L'intenzione di espandersi sul mercato italiano, a detta dei due, è ben definita: probabile quindi che chi è curioso di provare Nils Oscar, o già l'ha provata e intende riprovarla, abbia nel prossimo futuro occasione di farlo.

venerdì 22 luglio 2016

Tra birre e showcooking


Ho accolto con piacere l'invito a partecipare, mercoledì scorso, all'inaugurazione del Palagurmé di Pordenone: una struttura definita dai suoi ideatori come "il primo centro esperienziale del gusto", intendendo con ciò un'ampia area (600 metri quadrati su due piani, divisi in cinque settori) dedicata all'enogastronomia a tutto tondo con spazi "vetrina" per i produttori, corsi di formazione, showcooking, convegni, degustazioni, ed eventi in senso lato. Una realtà da tenere d'occhio per tutti gli operatori di settore, tanto più trattandosi di un'esperienza unica nel suo genere qui a Nordest. Naturalmente non manca l'area dedicata alle birre; ed essendo Eurobevande parte attiva in Palagurmé, a curarla è Vincenzo dal Pont (i lettori di questo blog ricorderanno il post sull'evento a Villa Manin). Oltre ad alcuni marchi più grossi come Dolomiti e Leffe, si trovano anche, sotto l'etichetta Brasseries du Monde, birre artigianali sia italiane che estere.

Tra gli italiani ci sono i già noti B2O e Birrificio Legnone; e proprio di quest'ultimo ho assaggiato la pils Testa di Malto e la ipa Monkey Planet. La prima è una pils boema sostanzialmente in stile, che all'aroma - data la luppolatura che ho trovato tenue e delicata - quasi illude, evidenziando gli aromi mielosi del cereale, di essere decisamente dolce per il genere; in realtà si tratta appunto di un'illusione, perché al corpo discretamente pieno - e che tende appunto al miele - fa seguito un amaro erbaceo, netto e pulito, con un finale secco che non lascia strascichi del cereale. La classica pils da bere a boccali, insomma; e devo dire che ultimamente ho visto (con piacere, direi) come sempre più birrifici artigianali si stiano impegnando per arrivare a risultati semplici e puliti su uno stile generalmente poco percorso (al di là della Tipopils del Birrificio Italiano che ha fatto la storia ed è caso a sé), anche per le sue difficoltà tecniche, ma che passata la moda delle luppolature estreme sta incontrando crescenti consensi. E in quanto a luppolature estreme, il Legnone di fatto ci va con cautela: anche la ipa Monkey Planet (nella foto) infatti presenta degli aromi tra il cirtrico e il resinoso che, pur intensi, non coprono totalmente i toni di biscotto del malto; e personalmente ho trovato che sia appunto l'equilibrio tra queste due componenti lungo tutta la bevuta a caratterizzare questa birra, fino alla chiusura di un amaro netto ma non troppo intenso che richiama i toni dell'aroma.

Ho infine riprovato la Dubbel Ipa del birrificio svedese Nils Oscar, di cui mi erano stati annunciati dei cambiamenti nella luppolatura rispetto alla versione che avevo assaggiato. Se prima all'aroma mi aveva colpito di più la componente resinosa, ora è quella di frutta tropicale a risaltare in piena forza, insieme alla punta di miele che già avevo notato in precedenza; e questo connubio tra dolce e fruttato si protrae anche in bocca, fino ad un finale in cui l'amaro netto e intenso è controbilanciato da questa dolcezza che persiste. Pur giocata su sapori e aromi tutti intensi e diversi tra loro, rendendola una birra complessa, devo dire che il risultato finale mi è parso più equilibrato del precedente; dato che le componenti più dolci e quelle più amare si contrastano in una maniera che, a fine bevuta, appare armonica. Rimane ad ogni modo una birra che vuole stupire, e per gli amanti dei sapori (e gradazioni alcoliche) forti.

Un grazie a Vincenzo, Silvia, Alessandra, Simone, e tutto lo staff del Palagurmé per la piacevole e ben riuscita serata di inaugurazione, e i migliori auguri per l'avvio di questa esperienza pionieristica!

mercoledì 20 aprile 2016

In quel di Villa Manin

Villa Manin è un posto in cui vado sempre con piacere, trattandosi di una magnifica villa veneta poco lontana da Udine; e con tanto più piacere ci sono andata ieri, essendo stata invitata a conoscere alcuni nuovi birrifici all'interno di un evento organizzato da Eurobevande. Alcuni dei presenti già mi erano noti, come il B2O e il Legnone; altri però "sbarcavano" per la prima volta in zona, come lo svedese Nils Oscar.

L'amico Kjell ("Si pronuncia Shell, come la conchiglia. O come la compagnia petrolifera, però mi pare meno bello") mi ha condotta in un viaggio attraverso birre assolutamente peculiari, almeno per i gusti italiani, tanto che credo di non aver mai assaggiato nulla di simile. La prima, la God Lager (god nel senso di buono: è svedese, non inglese) è - come dice il nome stesso - una lager bionda e intesa come la più semplice del repertorio, che però già al naso fa senitre una distintiva nota di miele e cereale che sovrasta la luppolatura floreale molto delicata; il corpo rimane comuqnue più legero di quanto ci si potrebbe aspettare, chiudendo poi con n amaro abbastanza secco. Abbiamo però cominciato a fare sul serio con la seconda, una Pale Ale dall'intensissima luppolatura agrumata - mi sembrava di avere in mano una manciata di coni di cascade, o qualcosa del genere - , fresca, e con un amaro che pur intenso non disturba in quanto controbilanciato dall'agrume. Sono rimasta stupita dal fatto che Kjell mi abbia presentato la Celebratio - un barley wine da 9 gradi, dagli intensi aromi e sapori torbati - prima della Double Ipa, preannunciata come l'asso nella manica della casa, dato che i barley wine di solito stanno per ultimi nelle degustazioni; ma poi ho capito il perhcé. Dopo questa double ipa, credete a me, qualsiasi altro sapore potrebbe non esistere più: agli aromi intensissimi tra l'erbaceo e il resinoso, in cui si nota tuttavia anche una punta di miele, fa seguito un corpo ben pieno ed un amaro potente - mi ha ricordato quasi quello del radicchio di Treviso. Tutte birre per palati forti e amanti dei gusti estremi, e per chi cerca qualcosa di assai peculiare - birraio svedese formaotis negli Usa, per la precisione: un connubio scandinavo-americano che non poteva che dare risultati fuori dagli schemi. In tutto ciò, ammetto che un giro in Svezia me lo farei volentieri: perché sono birre che necessitano sì di calma nella degustazione e che magari non berrei solo per togliere la sete, ma che ho trovato ben fatte e segno di maestria anche nel gestire i sapori forti - anche la lager del resto, dove sarebbe stato più difficile nascondere eventuali difetti dietro ad abbondanti luppolature, era pulita e senza sbavature.


Ho comunque fatto un'incursione anche al Legnone, e durante la piacevole chiacchierata con Giulio ho provato una delle loro birre che ancora mi mancava, la stout Spiga Nera. All'aroma ho percepito subito le fave di cacao, che personalmente apprezzo in maniera particolare; direi però che la nota distintiva di questa birra è la chiusura tra il buon tostato e l'acidulo da malto, che ho trovato particolarmente ben fatta e ben riuscita. Una stout semplice e senza eccessi, che però non cade per questo nella banalità.

Da ultimo ho provato un birrificio tedesco, il Braufactum, a proposito del quale Vincenzo - l'amico che mi ha invitata - mi aveva avvisato: questi reinterpretano. In effetti la prima che ho provato, la kolsch Colonia, presenta all'olfatto una luppolatura tra il floreale e l'erbaceo assai più intensa di quanto ci si aspetterebbe per lo stile, accompagnata comunque da note di miele e malto; ma ancor più fuori dai canoni ho trovato la seconda, la pale ale Palor, che nonostante il cascade e il citra ben presenti all'aroma una volta in bocca torna ad essere una birra tedesca, con la maltatura "da cereale" tipica delle birre continentali - a cui si accompagna una nota di caramello, con il malto caramel che dona anche colore. Sempre per rimanere fuori dagli schemi siamo passati alla Roog, una rauchweizen che unisce i malti affumicati, al caramel, a quello di frumento, ottenendo un colore scuro. All'aroma risalta in maniera quasi esclusiva l'affumicato, mentre al palato ritorna anche il frumento con una certa pastosità; mi sarei aspettata che in chiusura fosse di nuovo l'affumicato a persistere, invece quello si nota quasi di più in ingresso. Ha fatto seguito la Darkon, una schwarz in cui più che la componente tostata ho trovato spiccare quella del caramello - evidentemente al birraio piace...- e da ultimo la Clan, una scotch ale, forse l'unica a non avere un'impronta tedesca se non nella gradazione alcolica - appena 6,4 gradi, cosa che non avrei detto, dato che per aromi (soprattutto torbato), corpo e sapori è in tutto e per tutto aderente allo stile che dichiara. Se nel caso di Nils Oscar devono piacervi i saperi forti, qui devono piacervi le sperimentazioni e birre "originali", che arrivano anche a mescolare più stili senza necessariamente riconoscersi alla fine in quello dichiarato: legittimo, ma deve appunto piacere - posta l'assenza di difetti tecnici al di là di quelli specificatamente ricondicibili allo stile, che chiaramente non farebbero testo.

Chiudo con un ringraziamento a Vincenzo per il piacevole pomeriggio, e per avermi fatto conoscere - Legnone a parte - delle birre attualmente al di fuori dei circuiti distributivi comuni.