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martedì 27 ottobre 2015

Fiera birra Pordenone, parte seconda: i nuovi amici

Come capite già dal titolo, a Pordenone non ho soltanto trovato vecchi amici, ma ho anche avuto modo di conoscerne di nuovi. Il primo - seguendo un ordine semplicemente cronologico - è stato Alessandro Gaudenzi di Padus Cervisiae, agribirrificio piacentino (che infatti fraternizzava con il simpaticone dello stand del gnocco fritto). Alessandro da due anni a questa parte si considera "un agricoltore che fa la birra", ed è stato spinto su questa strada dalla curiosa scoperta di un acetificio dove avrebbe avuto la possibilità di maltare il suo orzo: e così, dall'iniziale idea di un brewpub - poi abbandonata perché più laboriosa dal punto di vista economico e gestionale - è passato a quella dell'agribirrificio. Sono tre le birre in repertorio: la bitter Placentia, la blanche Mater, e la Stella Alpina - che Alessandro ha definito "doppio malto": chiamiamola strong ale - aromatizzata al ginepro. Ho assaggiato la blanche, dagli aromi floreali con una speziatura leggera in cui spiccano il coriandolo e la buccia d'arancia; il corpo è abbastanza scarico, senza una gran presenza del lievito, e il finale acidulo rende giustizia al cereale - Alessandro usa peraltro il frumento maltato, come nelle weizen: in questo senso è una blanche decisamente atipica, anche se non per questo meno piacevole e fresca. Del resto, sugli stili Alessandro ha le sue idee: niente ipa e apa "modaiole", ha affermato, e per ora nemmeno la "classica" bionda, ma gli stili in cui pensa di poter fare del suo meglio.

Il secondo è stato il San Giorgio di San Giorgio di Nogaro (perdonate il gioco di parole), che già avevo avuto modo di incontrare a Gusti di Frontiera, ma di cui non avevo scritto in attesa di parlare con il birraio. Attesa che ha pagato, perché la conversazione con Renzo Comuzzi è stata decisamente interessante. Anche in questo caso si tratta di un agribirrificio aperto da un anno e mezzo - "per me è partito tutto dalla passione per l'agricoltura" -, che ha tre birre in cartellone: una ale bionda, una scura e una al castagno e achillea. Nella fattispecie ho riassaggiato la scura Otello, perché a Gorizia non mi aveva convinta, avendomi dato l'impressione di una tostatura sbilanciata che cadeva nel bruciato; in realtà mi sono ricreduta, e grazie alla descrizione che me ne ha fatto Renzo ho avuto modo anche di spiegarmi quella nota finale di un tostato di genere indescrivibile data dal farro non maltato - "non riesco a fare le cose normali", ha ammesso . Di più ho apprezzato però la Cjastine: l'amaro del miele di castagno e l'achillea si sposano perfettamente sia all'aroma che al palato, lasciando una leggera punta dolce soltanto nel corpo, per chiudere con l'amaro dato non dal luppolo ma dallo sposalizio di cui sopra. Una birra al miele alquanto originale ed equilibrata, nonché la meno dolce che abbia mai provato - e del resto devo dire che, aggiungendo anche Jeb e Benaco 70, di birre al miele ben fatte a Pordenone ce n'erano.

Il terzo birrificio in realtà l'avevo già incontrato a Milano, ma non avevo avuto modo di assaggiare le loro birre: il San Biagio di Nocera Umbra, nato al'linterno dell'azienda agricola biologica del monastero di San Biagio. Il loro panorama produttivo è abbastanza vasto e va dalla pils, alla weizen, alla strong alle; io ho provato la Monasta - che si vanta di appartenere ad un "nuovo stile birrario ispirato alle antiche tecniche produttive dei monaci trappisti" -, un'ambrata con miele e alloro. Anche in questo caso l'alloro è usato sapientemente per bilanciare il miele, che pur rimanendo preponderante sia all'aroma che nel corpo, lascia poi spazio ad una chiusura più amara e secca. Da consigliare appunto a chi ama i generi belgi, patiti dell'amaro astenersi (nonostante l'alloro).

Da ultimo mi sono fermata allo stand dei simpatici ragazzi abruzzesi che distribuivano le birre di Opperbacco, La Casa di Cura e Bibibir; più una white ipa che i due brassano in beerfirm al Bibibir con il nome di Big Hop. A questo punto non potevo non provare quella che, perdonatemi la semplicità, definirei "una birra tranquilla tranquilla": luppolatura fresca e floreale, corpo esile e beverino, e una chiusura di un discreto amaro citrico - da bere in quantità nelle giornate estive.

Che altro dire, ora mi e ci aspetta un altro weekend a Pordenone: per chi è da quelle parti, e per chi da quelle parti volesse venire di proposito, vi aspetto!

venerdì 28 novembre 2014

Un felice "matrimonio" per la New Morning e la Mater

Da qualche tempo non partecipavo alle serate degustazione della Brasserie; ma data la stagione - e il meteo irrimediabilmente ostile -, che invoglia a qualcosa di "caldo" e autunnale, l'ultima porposta di menù elaborata da Matilde e Norberto mi incuriosiva: lasagne alla zucca abbinate alla New Morning, una saison del Birrificio del Ducato, e pollo alle castagne e luppolo con patate al forno accompagnate dalla Mater, strong ale ambrata del Birrificio Un Terzo. Entrambi due nomi di tutto rispetto, per cui mi sono ripromessa di non perdere l'occasione.

Ancor prima delle lasagne ci è arrivato il bicchiere di New Morning, da cui saliva un notevole aroma di spezie e fiori - molto ben equilibrati dato che non ho sentito prevalere nessuno sugli altri, pur avendo colto il coriandolo e lo zenzero - ma soprattutto di pane fragrante: o almeno è stata questa la mia impressione, confermata anche al palato, a cui la New Morning appare in un primo momento discretamente dolce per poi virare verso un amaro delicato e una chiusura secca e dissetante. Il dolce della zucca - chapeau alle lasagne di Matilde, per inciso - vi si abbinava in maniera soprendente, creando un amalgama perfetto con la speziatura della birra e contrastando al punto giusto l'amaro finale, mentre per analogia vi si accompagnavano le note di pane - dopotutto, il pane alla zucca è un classico che non perde mai colpi.

Soddisfatta della prima portata, sono passata alla seconda di ben altro genere: la Mater è infatti una birra piuttosto impegnativa, come già fanno presagire da sotto il denso cappello di schiuma pannosa gli aromi di resina e quasi di liquore. Nel corpo assai robusto - in cui gli otto gradi si sentono tutti - il malto domina in maniera molto netta arrivando al caramellato, con qualche sentore caldo e pungente che mi ha ricordato il whisky in chiusura; quasi del tutto impercettibile il luppolo, per cui rimane una persistenza calda e dolce. Una birra così ha bisogno di un abbinamento "forte": e se la carne di pollo tendenzialmente non lo è, la salsa di malto e castagne lo rendeva tale, in uno sposalizio per analogia che quasi faceva venir voglia di bagnare la carne con la birra - no, intingere il cosciotto come fosse un cornetto no, non esageriamo. Anche questo un accostamento del tutto indovinato, e apprezzabile soprattutto dai palati forti.

Tirate le somme, la definirei una delle degustazioni meglio riuscite della Brasserie: non tanto e non solo per i piatti ben cucinati e per le birre di ottima qualità, ma soprattutto per gli abbinamenti che hanno saputo valorizzare al meglio gli uni e le altre. Una nota di merito va quindi ai mastri birrai, alla cuoca (Norberto, Matilde mi ha detto che ha cucinato lei, quindi se non è vero vedetevela voi) e a chi ha pensato gli abbinamenti: una conferma che il lavoro di squadra tra birrifici e ristorazione è una strada promettente.