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lunedì 1 settembre 2014

Quando di birra ce n'è un mare

Nei giorni scorsi sono stata ricontattata da una recente conoscenza, il Birrificio Grana 40 di Ipplis: dico recente perché risale allo scorso giugno, quando, come ho raccontato in questo post, avevo avuto occasione di incontrarli alla festa della birra artigianale alla Brasserie e di assaggiare l'unica birra che allora producevano, la Mar Giallo. E appunto perché non era più l'unica mi hanno ricontattata: volevano infatti invitarmi ad assaggiare loro seconda creatura, la Mar Nero, una blak ipa "che mi hanno detto che è anche meglio della Libertine Black Ale della Brewdog", ha affermato fiero il birraio Emanuele. Se sia meglio o no lo vedremo, mi sono detta; di sicuro però valeva la pena sincerarsene, e così ho accettato l'invito.

Il luogo prescelto era uno dei locali in cui il Grana 40 sta iniziando a distribuire le proprie birre alla spina, il Giona's di Premariacco: un ristorante e pizzeria senz'altro molto gradevole d'estate in virtù degli spazi all'aperto e del giardino, nonché del menù offerto - la costata di angus che ho mangiato era tenera e saporita come poche. Prima di venire al dunque con la Mar Nero, però, hanno voluto farmi riprovare la Mar Giallo: la ricetta era infatti stata modificata "per darle più carattere", a detta di Emanuele e del collega, mantenendola sì monoluppolo con il sorachi ma aggiungendone di più in dry hopping. Alcuni hanno gradito, alcuni no, altri nemmeno se ne sono accorti: vedi un po' anche tu, mi hanno detto, e dicci la tua opinione.

Ad essere onesta, pur essendo l'aroma più erbaceo della precedente, al corpo non ho colto alcuna differenza; il nuovo carattere è uscito fuori come prevedibile in seconda battuta, conferendo una persistenza più amara e duratura ad una birra in precedenza assai più dolce e fruttata, che tendeva però un po' a "morire in bocca" sul finale. Pur non rimanendo una delle mie preferite, dunque, l'ho trovata un passo avanti rispetto alla precedente.

La curiosità però chiaramente era tutta per la Mar Nero, che a detta dei birrai aveva già raccolto molti ed entusiasti consensi, tra cui - appunto - quello di un avventore che l'aveva giudicata migliore della sua omologa Brewdog. Forse la mia pecca è stata quella di averla assaggiata paragonandola alla Libertine, il che inevitabilmente mi ha influenzata; comunque il paragone non è azzardato, essendo due birre dello stesso genere. Pur in questa parentela, però, le ho trovate abbastanza diverse: se nella Libertine risaltano subito il tostato e il caffè, lasciando poi spazio ad una corposità notevole e chiudendo con un amaro quasi improvviso, la Mar Nero dà in prima battuta aromi più delicati di caffè e liquirizia con qualche leggera nota di cacao, passando quindi ad un corpo assai meno dolce e più leggero e ad una persistenza altrettanto amara, ma meno invasiva perché "preparata" in precedenza. Nel complesso l'ho trovata quindi più equilibrata, e di conseguenza più "godibile" e beverina - tanto più che è anche meno alcolica, 6%; almeno per chi come me ama sì i sapori forti ma senza esagerare. Certo la Libertine mantiene la sua unicità, per cui se cercate quella non bevete la Mar Nero o ne rimarrete delusi; essendo tutte e due delle birre di gran qualità, quale sia meglio rientra alla fin fine nell'ambito dei gusti personali. Ad onore del Grana 40 va detto però che una birra del genere uscita da un birrificio praticamente nuovo - per quanto Emanuele vanti un'esperienza più che decennale da homebrewer - è un punto a favore non di poco conto, che tiene desta la curiosità per i futuri sviluppi.

Manco a dirlo sono infatti in arrivo altre due creazioni, la Mar Rosso e la Mar Bianco, i cui nomi tradiscono il genere. Anche in questo caso, hanno assicurato i birrai, non saranno due nuove nate "qualunque": la Mar Bianco in particolare, ha spiegato Emanuele, "non è propriamente una blanche, pur avendo una base di frumento. Ma non ti dico altro, vedrai quando è pronta". Come dicono gli americani, "surprise, surprise..."

venerdì 22 agosto 2014

Oh oh cavallo

Quando mi hanno suggerito di farmi un giro al Samarcanda, birreria di Plaino assai difficile da trovare a meno che già non sappiate dov'è, la domanda mi è sorta spontanea: che il nome sia ispirato alla nota canzone di Roberto Vecchioni? E infatti è stata questa la prima domanda che ho fatto a Beppe, ex fotoreporter che ad un certo punto della vita alla macchina fotografica ha preferito la spina della birra. In effetti, avevo visto giusto: a tenere a battesimo il locale sono stati due due cavalli scolpiti nel legno, che nelle intenzioni di Beppe avrebbero dovuto far bella mostra di sé ai lati del bancone, evocando il celebre "Oh oh cavallo" della canzone. Almeno finché non ha visto il prezzo, assolutamente proibitivo: ma ormai il nome era scelto e registrato in Camera di Commercio, e così Samarcanda fu.

La prima cosa a colpire entrando al Samarcanda rimane comunque l'arredamento: tavolini e sedie d'antiquariato, una vastissima collezione di bottiglie, un tecnigrafo degli anni '50 dell'istituto Malignani, e una cassa di legno ottocentesca usata per spedire birra con tanto di timbro del Regno Sabaudo. Il tutto, assicura Beppe, recuperato quà e là nei mercatini, o rovistando nelle soffitte degli appassionati. Ne risulta quindi un ambiente assai curioso in cui sedersi a bere un bicchiere, il che non guasta come cornice.

A colpire ancor di più è però il listino: circa 400 birre - Beppe assicura che le tiene tutte...-, di cui alcune vere rarità più o meno sconosciute. Insomma, è da mettersi le mani tra i capelli nel districarsi tra tanto bendidio. La selezione è particolarmente notevole nel campo delle birre belghe e britanniche, con tanto di listino a parte dedicato alle Brewdog: e su una di queste a me ignota è caduta la mia scelta, la Libertine Black Ale. La scheda la definiva "una stout trasformata in Ipa", e devo dire che come descrizione è azzeccata: se all'aroma risaltano soprattutto il tostato e il caffè tipico delle stout, il corpo e ancor di più la persistenza rendono piena giustizia ai luppoli americani caratteristici della Ipa, equilibrando bene il contrasto così che non risulti sgradevole. Certo è parecchio corposa ed ha un grado alcolico non trascurabile (7,2), per cui forse prenderla in una calda serata d'estate non è stata l'idea migliore; ma l'ho comunque apprezzata, se non altro per l'unicità.

Il Samarcanda è aperto da solo un anno, ed è quindi in fase di evoluzione e sperimentazioni: una di queste è la prima edizione di "Luppolando", concorso per homebrewers aperto fino al 1 settembre, che si concluderà con la scelta delle cinque migliori opere da parte di una giuria di esperti sia italiani che stranieri (inutile dire che sarei assai curiosa di intrufolarmi, date le belle sorprese che mi hanno sempre riservato gli homebrewers, come già avevo scritto in questo post). Insomma, le idee non mancano, per cui le premesse per futuri sviluppi ci sono. Unica osservazione da fare, forse, la selezione di birre piuttosto sbilanciata verso quelle di una certa qualità e rarità e conseguentemente di un certo prezzo: il che certo risponde ad una precisa scelta di mercato e ad una altrettanto precisa "filosofia birraria", ma che magari - per quanto non manchino le birre più "abbordabili", in particolare tra quelle alla spina - può scoraggiare il non intenditore. In tutto e per tutto però, appunto per questo, un posto da consigliare in primo luogo agli appassionati - nonché a chi intenditore (ancora) non è, ma intende accostarsi a questo mondo -, perché quello che troverete qui non lo troverete altrove: corri cavallo, corri ti prego, fino al Samarcanda io ti guiderò...