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martedì 15 novembre 2016

Sono finiti i tempi del mercante in fiera?

In pressoché tutti gli ultimi eventi a cui ho partecipato - intendendo per "ultimi" quelli degli ultimi sei mesi - ho notato un "filo rosso" costante nelle mie chiacchiere con i birrai. Molti mi hanno infatti riferito di aver visto - con poche, lodevoli eccezioni - un notevole calo di affluenza per quanto riguarda fiere, feste ed eventi; che, sempre pressoché all'unanimità, sono diventati troppi, arrivando a "stancare" gli acquirenti. Anche il binomio birra/cibo, per quanto offra risultati migliori, non pare più garantire il successo. Il tutto a fronte di una produzione che però aumenta o quantomeno non cala, tanto che diversi birrifici stanno investendo per crescere: se la matematica non è un'opinione, quindi, l'interesse per il prodotto birra artigianale rimane, ma viene venduta attraverso altri canali. La maniera con cui la si propone al pubblico è quindi da rivedere perché ha fatto il suo tempo? Anche questa è un'opinione diffusa, ma queste strade alternative non paiono ancora ben chiare: le proposte davvero "diverse" sono poche, né si è ben capito quali possano essere (se non in casi specifici e molto "mirati", di cui è classico esempio l'Arrogant Sour Festival - nella foto - o altri eventi dalla fisionomia e destinatari ben delineati). Dopo l'ennesima osservazione di questo tipo, ho quindi deciso che era giunto il momento di fare un'indagine al largo tra i birrai: tutti concordano su questo ragionamento? Il proliferare di feste e di nuovi birrifici pone come strada obbligata quella della vendita diretta a livello locale, dove è più facile ricavarsi il proprio "zoccolo duro", o all'altro estremo di varcare i confini per andare oltre un mercato italiano inflazionato? A conferma del fatto che il tema è molto sentito non solo sono stati in molti a rispondermi, ma tutti l'hanno fatto in maniera molto articolata; per cui chiedo scusa se dovrò riassumere i riscontri ricevuti.

Da un lato, il fatto che la birra artigianale sia, come molti avevano auspicato, uscita dalla nicchia di appassionati e diffusa su scala più ampia, secondo alcuni ha paradossalmente tolto parte del senso a queste manifestazioni. "Se adesso molti ristoranti e bar hanno una loro carta delle birre di tutto rispetto, perché devo pagare per entrare ad una manifestazione delle birre artigianali? - si chiede Carlo Antonio Venier, di Villa Chazil (in questa simpatica foto che ho ritrovato in archivio....fidatevi sulla parola che è lui, anche se la faccia non si vede) -. Personalmente vedo uno sviluppo futuro di un mercato molto legato al territorio con pochissime manifestazioni specifiche per chi vuole provare birre che è difficile trovare altrimenti".

Anche Alessandro Giuman (sulla sinistra), del Birrificio del Doge, traccia un quadro simile: "In quanto a feste e fiere siamo al picco storico - sostiene -, probabilmente ci sarà un taglio degli eventi nei prossimi anni. Da parte di noi birrifici ci sarà un minor interesse di partecipazione, continueranno con interesse i beer firm e i piccoli birrifici per farsi conoscere. Ma siamo sicuri ci sia guadagno? Chi ti acquista con regolarità è il locale, il pubblican, è lui che ti propone e ti da costanza. Per il 2017 la mia scelta l’ho presa: solo eventi di qualità, di importanza o che ho già frequentato e che ritengo validi. Una decina in un anno, mentre quest’anno gli inviti sono stati più di 50. E poi abbiamo come obiettivo sviluppare l'export, avendo già coperto tutto il territorio nazionale".

Più "moderati", ma sostanzialmente sula stessa linea, i ragazzi del Birrificio Conense, che parlano sia di eventi ben riusciti che di altri in cui si è battuto la fiacca: "La partecipazione ad un evento ha un rischio intrinseco che bisogna accettare - ammettono - così come bisogna saper ragionare sullo stand e su come ci si presenta per avree un buon riscontro. Non crediamo sia solo un problema di promozione, o di accostare alla birra il cibo e l'intrattenimento che pure va benissimo: se la gente manca perché non c'è più interesse per il format, è molto meglio per noi partecipare ad una sagra o ad una manifestazione locale dove c'è sicuramente gente e magari a vendere birra sei l'unico o hai poca concorrenza. Non sapremmo cosa si potrebbe "cambiare". Certamente la birra artigianale ora è più capillare e gli eventi sono di più, ne consegue che è più difficile smuovere molte persone. Per l'export, invece, troviamo sia difficile essere competitivi".

"Condividiamo appieno: l'interesse per il prodotto birra artigianale rimane, ma la maniera con cui la si propone al pubblico è da rivedere perché sembra aver fatto il suo tempo - mi scrivono da St. John's Bier - Ormai il mercato è saturo di fiere, feste ed eventi, e per noi è impossibile fare quantomeno una cernita e decidere a quali eventualmente aderire... perchè spesso questi eventi si trasformano in sagrette da "tarallucci e vino", pardon... birra! Sicuramente bisognerebbe puntare su 2 o 3 eventi l'anno ben strutturati e con proposte diverse da solito stand adibito alla vendita, altrimenti davvero ci si riduce alla vendita diretta a livello locale o alla ricerca di un mercato estero. I birrifici sono tanti, moltissime le beer firm, ma anche il pubblico è ormai vasto il problema rimane davvero come farsi conoscere e riconoscere".

Una linea simile a quella espressa da Andrea Marchi (qui sulla sinistrainsieme al socio Costantino e al publican del Mastro Birraio di Trieste, Daniele Stepancich) di Antica Contea: "Abbiamo deciso di fare alcuni eventi importanti, poi tutte cose piccole - scrive -, sia per poter far fronte alla produzione, sia perché tante fiere chiedono quote di partecipazione importanti. Quindi abbiamo deciso di fare eventi generalisti che permettono di "prendere" una clientela non esperta. L'anno prossimo con l'aumento della produzione aumenteremo anche gli eventi, ma scegliendo con attenzione e privilegiando quelli su invito".

Da Federica e Felice del Birrificio Cittavecchia, che arrivano dal settore vinicolo, giunge una visione che si allarga proprio a questo: "Quello che si sta prospettando per la birra è esattamente ciò che è accaduto col vino. La disaffezione del pubblico verso gli eventi non è mancato interesse, ma appunto frutto del proliferare degli eventi che diluisce le persone interessate in una miriade di occasioni, tanto da far perdere di valore anche quelle manifestazioni che meriterebbero più di altre. In molti eventi nati per promuovere il vino si stanno creando degli spazi dove proporre la birra artigianale: questo la dice lunga su un presunto calo di interesse o disaffezione. Ma effettivamente ci vuole novità, ogni evento dovrebbe caratterizzarsi in modo diverso dall’altro e periodicamente aggiornarsi nella proposta. Consideriamo anche il fattore copia-incolla: un’agenzia crea un evento, un birrificio inventa un modo di proporsi, e subito dopo ne nascono dei cloni. Col rischio di vanificare anche il progetto originale". La via, secondo loro, "resta quella del ritorno alle origini, ovvero concentrarsi sulla qualità e catturare il cliente per la costanza del prodotto o della proposta di valore (reale e percepito). Gli eventi si dovranno caratterizzare anche per i nomi, non solo per i numeri. E non solo quelli che conviene avere perché sono dei nomi importanti, ma anche quelli che è bello avere perché hanno una qualità sopra la media. Forse un evento ben fatto è quello che cerca tra i piccoli, a livello locale, aiutando le piccole realtà ad emergere, garantendo fiches di ingresso a misura di piccola impresa e selezionando chi aderisce". Da ultimo, le ampie prospettive: "A livello locale ognuno certo può lavorare, ma nel mondo della globalizzazione è impensabile restare ancorati al proprio orticello. Puoi essere molto presente localmente e fare il possibile affinché la fama locale abbia eco altrove, ma laddove il mercato è piccolo anche solo un concorrente in più ti farebbe le scarpe. Quindi è importante sviluppare quella capacità commerciale di tipo imprenditoriale che porta l’azienda a confrontarsi con mercati più ampi, essere presenti in posti ed eventi diversi, non necessariamente legati al tuo settore o creare occasioni per fidelizzare nuovi clienti".

Insomma, le idee consolidate paiono essere: poche manifestazioni ma di qualità, che sappiano innovarsi e rinnovarsi per quanto non sia ancora ben chiaro il come; e soprattutto che consentano di coordinarsi con altre vie di promozione, come la presenza nei locali e l'export.

Ringrazio tutti i birrai che mi hanno dato la loro opinione, comprese le impressioni datemi a voce da Erica e Riccardo del Benaco 70 - tra quelli, peraltro, che si stanno affacciando all'export e che proprio in quanto a fiere sono sbarcati nei Paesi Bassi - e da Davide Perrinella, collaboratore del Birrificio Della Granda - sostenitore del fatto che il problema non è economico, perché chi entra ad un evento è anche disposto a spendere, ma far entrare la gente all'evento: e qui ci ricolleghiamo alla questione precedente dell'interesse che va calando.

venerdì 19 agosto 2016

Definizione di birra artigianale: la voce dei birrai

Quando il 6 luglio scorso era stata diffusa la notizia dell'approvazione in Senato della definizione legale di birra (e birrificio) artigianale, avevo diramato una mail a tutti i birrai di mia conoscenza per ricevere un parere in merito. Nell'immediato erano stati in pochi a rispondere, per cui ho atteso di avere più materiale prima di scrivere qualcosa; ed ora che, a onor del vero, ne ho in quantità tale da doverlo riassumere, direi che il momento fatidico è giunto.

Le prime impressioni a caldo sono tutte state abbastanza in linea: da chi, come Gabriele del birrificio Valscura (nella foto), assicura che di sicuro non cambierà le etichette solo per il gusto di scrivere "birra artigianale"; a chi, come Alessandro Giuman de Il Birrificio Del Doge, afferma che "definire la birra artigianale non poterà cambiamenti al nostro lavoro", nessuno si aspetta miracoli. Al massimo ci si augura che - per dirla sempre con Alessandro, ma è naturalmente un punto citato da tutti - questa norma non funga da "apriporta" per l'accisa differenziata.

Altri poi, come Patrice di Sognandobirra, si soffermano sui parametri - non pastorizzazione, non filtrazione e quantitativo limitato - usati per definire i birrifici e la birra artigianali: "Ognuna di queste caratteristiche perché deve identificare l'artigianalità? - si chiede - E se un'azienda industriale ne producesse una piccola quantità con le medesime caratteristiche? Per me si parte dando troppa importanza al termine artigianale: la birra va descritta andando al sodo elencando i pregi e spiegando ai consumatori le caratteristiche, e questi decideranno se ciò che bevono è buono o no. La birra o è buona o non lo è, che sia un piccolo o un grande produttore a farla. Se Sognandobirra un domani crescerà e produrrà un quantitativo che va oltre i limiti imposti mantenendo le stesse caratteristiche di ora, la birra perderà di valore? Il problema sta nella nostra italianità: è più importante mettere paletti che dare il peso alla protagonista, la birra. Ora mi tirero' dietro gli insulti di molti cultori o colleghi che tengono a questo termine. Usatelo pure ora che potete, io continuo a lavorare come ho sempre fatto".

Su una linea di pensiero simile si pone anche Ivan Borsato: "Certamente è importante identificare il prodotto artigiano sull'etichetta, e pretendere che i grandi produttori non usino a sproposito il termine - afferma -; ma questa legge saprà tirare fuori gli strumenti giusti per identificare il prodotto di qualità? Perché se birra artigianale non è un sinonimo di birra di qualità, allora cosa l'abbiamo identificata a fare? Chi ha scritto questa legge si è dimenticato di
un concetto basilare: fare la birra a mano. Un artigiano è tale se lavora con le proprie mani, se il prodotto che ne esce contiene estro e creatività per i quali siamo internazionalmente riconosciuti. Ci sono imposizioni con la microfiltrazione che sono tecnicamente labili: cos'è la microfiltrazione? Filtrare una birra per stabilizzare il suo shelf life? Allora è fondamentale per i produttori che si vogliano affacciare all'export, specie per lidi lontani. Poi resto impressionato dalle grandezze di riferimento per identificare i birrifici artigianali: 200.000 hl l'anno, quando la media dei birrifici artigianali italiani è 750 hl anni (fonte Assobirra). Ritengo la legge un'ottima base, anche perché fissa il requisito dell'indipendenza dei birrifici, ma dovremo fare un passo in più verso la qualità oggettiva, l'artigianato, l'export". Dubbi simili in quanto alla definizione di microfiltrazione e alla necessità di stabilizzare il prodotto per la spedizione li ha espressi anche Lorenzo Serroni di The Lure, che si augura che - con tutte le incertezze ancora esistenti sulla norma - non si sia "chiuso un buco, ma aperto un burrone".

Altra questione scottante è infine quella dei beerfirm, che la legge parrebbe escludere dalla definizione di birrifico artigianale in quanto non possiedono impianti propri: e su questo fronte l'unica voce che ho ricevuto è quella di Paolo Costalonga, di Birra di Naon. "Ai beerfirm credo vada riconosciuto il merito culturale di contribuire al fenomeno della birra artigianale italiana di questi ultimi anni - afferma -. Dal punto di vista economico-produttivo poi, credo che il merito maggiore sia quello di aiutare ad ammortizzare gli impianti dei piccoli birrifici artigianali e ad aumentare il loro potere contrattuale (per esempio l'acquisto di fusti, bottiglie, etichette, scatoloni). Cose che aiutano non poco. Detto ciò, al di là della definizione legislativa, la mia domanda è se sia più artigianale una birra fatta in uno stabilimento non di proprietà che produce meno di 1000 ettolitri anno, utilizzando materie prime a filiera corta, oppure una birra fatta in uno stabilimento di proprietà che produce 199.000 ettolitri anno utilizzando materie prime comperate esclusivamente all'estero e processi che escludano quasi completamente l'intervento umano. In ogni caso credo che i consumatori, anche se non vedranno nell'etichetta la scritta “birra artigianale”, riusciranno a percepire l'artigianalità del prodotto. La definizione normativa è stata creata, è vero, per riconoscere finalmente il lavoro di molti, ma potrebbe porre le basi di una nuova discrimminazione nei confronti del lavoro di molti altri".

Da ultimo, l'opinione di un veterano del settore come Tullio Zangrando, che nella sua lunga esperienza ha avuto modo di conoscere in prima persona realtà sia artigianali che industriali: "Che cosa c‘entra la definizione legale dei criteri che distinguono le birre artigianali da quelle industriali con la semplificazione, la razionalizzazione, e la competitività nel settore agroalimentare che sono l‘oggetto del DDL S 1328-B del 6 luglio? - si chiede - Non lo so. E neppure posso immaginare importanti cambiamenti o miglioramenti per i consumatori. Come unico (peraltro apprezzabile) vantaggio vedo che nei birrifici non potranno più presentarsi funzionari statali a sequestrare le etichette con l‘incriminata scritta "artigianale". Nell‘Allegato allo Statuto di Unionbirrai, come lo leggo in internet, al punto a) è già menzionato il divieto di pastorizzare, ed al punto c) sono vietati i conservanti ed i coadiuvanti utili alla stabilizzazione del prodotto (dimenticati nel DDL!). Il DDL aggiunge il divieto di utilizzare la microfiltrazione (ma senza definirla con la necessaria precisione tecnica...forse per lasciar spazio a contenziosi idonei ad intasare ancor più i tribunali?). Nebulose (o meglio: probabilmente aggirabili dai furbastri) sembrano (e non solo a me) le indicazioni riguardanti la "assoluta indipendenza" dei birrai artigianali". Il timore che, fatta la legge, si trovi non "l'inganno", ma anche più d'uno, pare insomma concreto tra i birrai.

venerdì 26 febbraio 2016

Beer Attraction, parte terza: dalla laguna al Garda

Altra nuova conoscenza fatta a Rimini è stato il Birrificio del Doge di Zerobranco (vabbè, non propriamente in laguna, è in provincia di Treviso...però il nome la richiama) nato nel 2013 dai fratelli Giuman con l'amico birraio Federico Casarin. A vederli dietro al banco sembrerebbero un gruppo di ragazzini in gita, ma attenzione alle apparenze: pare che questi lavorino sodo, perché fanno 1700 hl annui e hanno un panorama di stili decisamente vasto per un'attività giovane. Dalle alte alle basse fermentazioni - blanche, weizen, weizen bock, pale ale, apa, rauch....- ce n'è davvero per tutti i gusti; con in più qualche particolarità come la Morera, una fermentazione spontanea aromatizzata con le bacche di gelso - quella che ho scelto di assaggiare. Così come in Belgio si usa aggiungere zucchero o sciroppi per rendere più "abbordabili" i lambic, allo stesso modo la dolcezza delle bacche - che si fa sentire in maniera generosa - la rende una birra tutto sommato "facile" ed estremamente beverina, grazie all'equilibrio tra la componente dolce e quella più acidula.

Ho poi ritrovato gli amici del Benaco 70 che mi hanno fatto assaggiare la loro nuova creazione, una apa. L'aroma tra il citrico e il fruttato dei luppoli americani è ben evidente, e il corpo, pur rimanendo discretamente esile per lo stile, unisce le note di nocciola e miele del malto a quelle agrumate che preludono al finale. Non una birra volta a stupire, ma semplice e facilmente bevibile, rinfrescante grazie alla luppolatura fresca e all'amaro non troppo pronunciato né persistente.

Naturalmente quelli di cui avete letto sinora non sono tutti i birrifici che ho visitato a Rimini, ma soltanto una selezione basata su quelle che per me sono state le principali novità; ma è stato un piacere trovare o ritrovare nomi come Jeb, Mastino, La Fucina, Malastrana, Elvo, Brasserie de Bastogne e altri ancora. Il Beer Attraction, insomma, presterà pure il fianco alla critica di essere un baraccone un po' confusionario - rischio che del resto corre qualsiasi fiera -, ma rimane un luogo - almeno se lo si vuole - per fare incontri istruttivi e interessanti.