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venerdì 5 dicembre 2014

Anche i pellerossa festeggiano il Natale

Ho recentemente portato a compimento il buon proposito di farmi rivedere dalle parti del Saloon Birreria Mondelli - precursore di tutte le varie catene in stile western, vantando ormai quarant'anni di onorata attività -, dato che era da un po' che non ci ritornavo - a onor del vero, da quando ne avevo parlato in questo post. Diciamocelo, Enrico sentiva la mancanza della kwak alla spina, dato che è l'unico posto - almeno a distanza ragionavole da qui - in cui la si trova: ma tornare lì è comuqnue sempre piacevole, trattandosi di una birerria assai originale che sia alla spina che in bottiglia vanta sempre qualche chicca degna di nota.

In questo caso la scura Kasteel Donker, che il Mondelli tiene come birra di Natale: una quadrupel belga da ben 11 gradi, che si sentono tutti e anche di più. La schiuma, non troppo persistente e di color nocciola leggero, racchiude un aroma dalle forti note di caffè, liquirizia e caramello: Enrico dopo il primo sorso l'ha scherzosamente definita "caramella Alpenliebe". una gag che - per quanto personalmente mi ricordasse di più una bella tazza di caffè ben zuccherata - ho trovato calzante, Il corpo è probabilmente tra i più pieni che mi sia mai capitato di sentire, ed esalta ancor di più le note dolci ed alcoliche del malto: specie se bevuta alla giusta temperatura di servizio, ossia 12 gradi. Un sapore forte e discretamente persistente, che rimane in bocca abbastanza a lungo facendo "rivivere" - alemno cos'ì mi è sembrato - tutti i sapori provati prima. Insomma, una birra impegnativa, che definirei "da condividere" - perché credetemi che arrivare in fondo è davvero dura.

Infatti ammetto di averne preso solo un assaggio, per poi ripiegare sulla Abbaye de Bonne Esperance: anche questa una doppio malto belga dai suoi bei 8 gradi con notevoli aromi di nocciola e dal colore ambrato, ma dal corpo sorprendentemente leggero che la rende pericolosamente beverina. Le note di malto sono predominanti, ma il finale lascia comunque una leggerissima punta amara che invoglia ad un altro sorso. Peraltro, seguendo il consiglio del buon prof. Buiatti, per sentire meglio l'amaro avevo tuffato la bocca - e anche il naso, ahimé - nella densa schiuma degna della miglior panna montata: in effetti sì, funziona.

Che dire, in conclusione? Effettivamente la Kasteel Donker è una birra di tutto rispetto, che però ho trovato eccessivamente ricca: per quanto stupisca di meno, ammetto di essermi bevuta assai più volentieri il mio calice di Abbaye. Insomma, anche nella birra il troppo stroppia...

venerdì 22 agosto 2014

Oh oh cavallo

Quando mi hanno suggerito di farmi un giro al Samarcanda, birreria di Plaino assai difficile da trovare a meno che già non sappiate dov'è, la domanda mi è sorta spontanea: che il nome sia ispirato alla nota canzone di Roberto Vecchioni? E infatti è stata questa la prima domanda che ho fatto a Beppe, ex fotoreporter che ad un certo punto della vita alla macchina fotografica ha preferito la spina della birra. In effetti, avevo visto giusto: a tenere a battesimo il locale sono stati due due cavalli scolpiti nel legno, che nelle intenzioni di Beppe avrebbero dovuto far bella mostra di sé ai lati del bancone, evocando il celebre "Oh oh cavallo" della canzone. Almeno finché non ha visto il prezzo, assolutamente proibitivo: ma ormai il nome era scelto e registrato in Camera di Commercio, e così Samarcanda fu.

La prima cosa a colpire entrando al Samarcanda rimane comunque l'arredamento: tavolini e sedie d'antiquariato, una vastissima collezione di bottiglie, un tecnigrafo degli anni '50 dell'istituto Malignani, e una cassa di legno ottocentesca usata per spedire birra con tanto di timbro del Regno Sabaudo. Il tutto, assicura Beppe, recuperato quà e là nei mercatini, o rovistando nelle soffitte degli appassionati. Ne risulta quindi un ambiente assai curioso in cui sedersi a bere un bicchiere, il che non guasta come cornice.

A colpire ancor di più è però il listino: circa 400 birre - Beppe assicura che le tiene tutte...-, di cui alcune vere rarità più o meno sconosciute. Insomma, è da mettersi le mani tra i capelli nel districarsi tra tanto bendidio. La selezione è particolarmente notevole nel campo delle birre belghe e britanniche, con tanto di listino a parte dedicato alle Brewdog: e su una di queste a me ignota è caduta la mia scelta, la Libertine Black Ale. La scheda la definiva "una stout trasformata in Ipa", e devo dire che come descrizione è azzeccata: se all'aroma risaltano soprattutto il tostato e il caffè tipico delle stout, il corpo e ancor di più la persistenza rendono piena giustizia ai luppoli americani caratteristici della Ipa, equilibrando bene il contrasto così che non risulti sgradevole. Certo è parecchio corposa ed ha un grado alcolico non trascurabile (7,2), per cui forse prenderla in una calda serata d'estate non è stata l'idea migliore; ma l'ho comunque apprezzata, se non altro per l'unicità.

Il Samarcanda è aperto da solo un anno, ed è quindi in fase di evoluzione e sperimentazioni: una di queste è la prima edizione di "Luppolando", concorso per homebrewers aperto fino al 1 settembre, che si concluderà con la scelta delle cinque migliori opere da parte di una giuria di esperti sia italiani che stranieri (inutile dire che sarei assai curiosa di intrufolarmi, date le belle sorprese che mi hanno sempre riservato gli homebrewers, come già avevo scritto in questo post). Insomma, le idee non mancano, per cui le premesse per futuri sviluppi ci sono. Unica osservazione da fare, forse, la selezione di birre piuttosto sbilanciata verso quelle di una certa qualità e rarità e conseguentemente di un certo prezzo: il che certo risponde ad una precisa scelta di mercato e ad una altrettanto precisa "filosofia birraria", ma che magari - per quanto non manchino le birre più "abbordabili", in particolare tra quelle alla spina - può scoraggiare il non intenditore. In tutto e per tutto però, appunto per questo, un posto da consigliare in primo luogo agli appassionati - nonché a chi intenditore (ancora) non è, ma intende accostarsi a questo mondo -, perché quello che troverete qui non lo troverete altrove: corri cavallo, corri ti prego, fino al Samarcanda io ti guiderò...




venerdì 30 maggio 2014

La tigre dorata di Praga


Una delle cose che mi era rimasta in mente di Praga, visitata nel lontano 2006, era che la birra costava meno dell'acqua: motivo per cui mio fratello, allora appena quindicenne, aveva avuto licenza di dilettarsi con i boccali da mezzo, e io, che birra ancora non ne bevevo, avevo finito per spendere una fortuna. In questi anni, a quanto pare, la dinamica dei prezzi è rimasta la stessa – 30 corone, poco più di un euro, per mezzo litro di pils, contro le 75 per mezzo litro d'acqua – per cui ho concluso che valeva la pena portarci anche Enrico. Naturalmente mi sono fatta consigliare qualche locale dal buon Mirko Raguso, che lavorando per Interpivo conosce la capitale ceca come le sue tasche; così la prima sera non ho potuto resistere dall'iniziare da quello che viene considerato da molti il locale più caratteristico della città.

Trattasi di U Zlatého Tygra, “Alla tigre dorata”, a pochi passi dalla piazza centrale. Qui, giusto per iniziare bene, ancor prima che abbiate modo di ordinare qualcosa vi mettono in mano un boccale di Pilsner Urquell: d'altronde, se siete lì, è evidentemente per quello, quindi perché perdere tempo. Ogni bicchiere viene contrassegnato da una riga sul foglietto che il cameriere lascia sul tavolo, e alla fine si fanno i conti: credetemi che si vedevano in giro foglietti con una selva parecchio folta di strisce. Mi raccomando, non lasciate il bicchiere vuoto sul tavolo se ne avete avuto abbastanza: è il segnale che ne volete ancora e ve ne arriverà un altro all'istante, con relativa strisciatura del foglio. Bicchiere, peraltro, lavato molto alla buona, passandolo rapidamente in una vasca con acqua corrente. La birra comunque è buona, e anche il cibo, pur non trattandosi propriamente di un ristorante, mi ha lasciata soddisfatta – basti dire che la bistecca di maiale in pastella di patate, pur essendo fritta, ha passato la mia severissima approvazione. Più di tutto però merita l'ambiente davvero accogliente e “verace”, motivo che da solo vale una visita.

Dato che Mirko aveva magnificato la cucina di U Glaubicu, mi sono fidata: e in effetti, almeno per quanto riguarda l'arrosto di maiale in salsa di birra con i tipici gnocchi di pane cechi e i crauti, aveva ragione. Anche qui si beve Pilsner Urquell, ma con la particolarità che viene spinata direttamente dai tank: una curiosità che contribuisce a dare una nota caratteristica anche a questo locale, che mi sento di consigliare pur essendo piuttosto turistico – e non potrebbe essere altrimenti, a pochi metri dal Ponte Carlo dal lato di Mala Strana.

Bocciatura senza appello invece per quella che alcune guide definiscono “la” birreria di Praga, U Fleku. Va bene, avrà pure origini quattrocentesche; va bene, avrà pure la sua unica birra nera a 13 gradi – che spacciano come prodotta sul luogo, in realtà non è più così – dalle inconfondibili note di caramello e di tostato (personalmente ho sentito assai forte il caffè); va bene, l'arredamento in legno è proprio caruccio; ma, al di là del fatto che ho trovato la birra non eccezionale pur nella sua unicità, la schiera di fisarmonicisti in abito tipico che si alternano nell'intrattenere i turisti suonando Rosamunda e simili proprio no. La cosa che più mi è piaciuta è stata in fin dei conti una delle usanze del locale che potrebbe risultare quasi irritante, ossia quella che i camerieri passano continuamente ad offrire – facendoli poi comparire sul foglietto come quello di cui sopra – dei bicchierini di liquore, dalla tradizionale Becherovka a quello alle erbe: e devo ammettere che quello al miele che ho assaggiato io era davvero buono. Ok, al di là degli scherzi: in sé e per sé è un locale storico degno di questo nome, ma l'impressione che ne ho avuto è quello di una pura e semplice attrazione turistica.

Ad ogni modo, la “chicca di tipicità” doveva ancora arrivare: il Czech Beer Festival...

giovedì 5 dicembre 2013

Una serata senza zucchero

Da tempo avevo in programma una visita ad uno dei pub che mi erano stati descritti da più parti come da non perdere, il King's Arm di Pordenone: e dopo diverse sollecitazioni e buoni propositi andati a vuoto, a darmi finalmente l'occasione di andare è stato il buon Francesco, peraltro frequentatore abituale - tranquilli, non è un alcolista; anzi, alle ragazze single mi permetto pure di suggerirlo come buon partito, se volete il numero di telefono fatemi sapere - di suddetto pub.

Il posto è arredato in maniera senz'altro consona ad una birreria: le pareti sono letteralmente tappezzate di poster, foto, bandierine e chi più ne ha più ne metta dei marchi più o meno conosciuti. Il pezzo forte è però il listino: non a caso il simpatico proprietario ci ha detto "Vi lascio un elenco telefonico", ad indicarne lo spessore. E in effetti siamo rimasti parecchio disorientati, tanto che la povera cameriera è dovuta tornare più volte a prendere l'ordine: tra birre alla spina e in bottiglia se ne contano infatti più di 150 tipi, per cui la scelta è stata piuttosto laboriosa.

Meno male che ci è venuto in soccorso appunto il titolare, che con fare esperto ci ha consigliati.Veramente io una mezza idea ce l'avevo già: per colpa o merito dell'amico Gino di Foglie d'erba mi sono appassionata alle birre con poco zucchero, più facilmente "assimilabili" e dal gusto che trovo più "genuino" perché permette di apprezzare meglio i sapori - qualunque essi siano. Così, quando il mio sguardo è caduto sulle Caulier - una casa belga che pubblicizza birre "senza zucchero per natura" -, non ho potuto reisstere alla curiosità. Rimaneva solo da scegliere quale: giusto per andare sul sicuro rispetto alle mie preferenze consolidate ho optato per la bruna, nonostante i 6,8 gradi a stomaco vuoto mi lasciassero un po' perplessa. Devo dire che è valsa la pena aver osato: non ho ricordi di aver provato birre dal malto così intenso - prevedibile, direte voi -, con tutta la rosa dal caramello al tostato in sequenza. Curioso come tenda, partendo dal dolce, a virare in una seire di sfumature verso l'amaro, fino a lasciare un retrogusto che di zuccherino non ha proprio nulla: per palati forti, ma da provare.

Francesco a dire il vero mi aveva consigliato piuttosto la Caulier 28, la sua preferita: una bionda, decisamente più leggera (5 gradi) e anche in questo caso senza zucchero. Naturalmente, dato che lui ha ordinato quella, sarebbe stato un peccato non assaggiare una birra che mi era stata magnificata così tanto: compito a cui ho prontamente adempiuto, barattando la cosa con un sorso di bruna. Anche in questo caso il tocco della casa si sente: le note di agrumi sono ben bilanciate con quelle di tostato del malto, esaltate appunto dall'assenza di zucchero a differenza che in altre bionde.

Chiaramente, a quel punto urgeva tamponare l'alcol prima di rimettersi alla guida: così ci siamo dati alla lista di toast, panini e piadine che in quanto a lunghezza non ha molto da invidiare a quella delle birre - altra particolarità del King's Arm, nel caso in cui siate appassionati di questi sfizi e soprattutto delle innumerevoli salse di ogni genere di cui sono guarniti. Il migliore ricordo della serata rimane comunque la dotta dissertazione birraria del titolare: come sempre, apprezzi di più se sai cosa bevi, e se lo fai in buona compagnia...

venerdì 15 novembre 2013

Una degustazione con la storia

Ci voleva un'altra serata alla Brasserie per riportarmi su queste pagine dopo un periodo di silenzio; nella fattispecie quella di mercoledì scorso, che prevedeva una cena con degustazione delle creazioni del Birrificio Un Terzo di Biella. La cosa era diventata per me quasi una questione d'onore, perché, nonostante già da qualche tempo Matilde tenga in frigo le loro bottiglie, per un motivo o per l'altro non ne avevo mai assaggiata una: per cui questa volta non avevo scuse.

In quanto al menù, come di consueto Matilde e Norberto si sono attenuti rigorosamente alla stagione. Ad aprire la cena sono state le lasagne alla zucca, abbinate alla 365° anniversario - lanciata, come il nome lascia intuire, a 365 giorni dall'apertura del birrificio: un'ambrata ad alta fermentazione parecchio speziata che, per quanto tecnicamente non lo sia, mi ha in qualche modo ricordato le Ipa per i sentori agrumati (si riconosce bene l'arancia), quasi floreali, e l'amaro dissetante in chiusura. Utilissimo a "ripulire" per contrasto il dolce della zucca, per cui l'abbinamento era davvero indovinato.

Il secondo - pollo al malto e castagne con piselli e pancetta: detto così pare impegnativo, ma ne vale la pena - era accompagnato dalla Duca d'O, una rossa ad alta fermentazione in stile American Pale Ale, dedicata al Duca d'Orleans che nel 1575 salì al trono di Francia col nome di Enrico III (se mai vedrò i birrai, devo chiedere come mai proprio a lui; però ammazza, questi hanno studiato). Per quanto ad un primo impatto non mi avesse impressionato, la nota distintiva di questa birra che mi ha poi lasciata sorpresa è la velocità con cui il dolce iniziale del malto lascia il posto all'amaro netto del luppolo ancor prima del retrogusto, che è in genere il momento in cui ci si attende un cambiamento simile. C'è da dire che, a differenza della 365° anniversario, è tutt'altro che dissetante: si tratta di una birra piuttosto corposa e "impegnativa" nonostante i 6 gradi mezzo, dato che tutti i giusti presenti - dal caramello del malto all'amaro del luppolo...chiedo perdono ai birrai, ma il pompelmo rosa non l'ho proprio sentito - sono parecchio forti.

Volendo dare una valutazione generale, dunque, direi che per quanto entrambe le birre non mi abbiano lasciata a bocca aperta per l'originalità - eh già, ero impegnata a deglutire...ok, lo so, era pessima - se ne riconosce comunque la qualità; a questo punto sarei assai curiosa dei assaggiare la Natalis - una birra di stagione, ovviamente - la cui descrizione recita "Birra bruna artigianale, colore nocciola scuro. Al naso è complessa, con predominanza di spezie, frutta secca e sentori di cacao e caffè". A Natale, si sa, sono tutti più buoni. Anche le birre...

sabato 21 settembre 2013

Un assaggio di Oktoberfest

Si sa che Trieste, per gli Udinesi, è terra nemica; ma per fortuna nel nostro caso qualche amico triestino ce l'abbiamo, così qualche giorno fa siamo stati a farci un giro in questa città che - lo ammetto - mi ha sempre colpita con il suo fascino mitteleuropeo. Il nostro amico Gabriele peraltro, da bravo conoscitore del luogo, ci ha accompagnati in una stupenda passeggiata tra vie e viuzze assai pittoresche poco conosciute ai turisti, con tappa finale sulle rive a vedere un tramonto i cui colori avevano dell'incredibile. Insomma, a un anno dal mio trasferimento a Udine, proprio non riesco ancora a capire cosa mai ci sia che non va nel capoluogo giuliano.


Dato che ormai era ora di cena, abbiamo chiesto alla nostra guida di portarci in un locale che meritasse: e la sua scelta è caduta sulla birreria Paulaner, che si trova appunto sulle rive. Vabbè, non sarà birra artigianale: ma la Paulaner è sempre la Paulaner, per cui non ce lo siamo fatti dire due volte.

Le prime due pagine del listino erano interamente occupate dalle birre - appunto - Paulaner, in una varietà tale che alcune non le avevo mai nemmeno sentite nominare; curioso poi che, oltre al prezzo della birra piccola, da mezzo e da litro, sia riportato anche quello del fusto. Insomma, se siete una compagnia numerosa o se vi è piaciuta così tanto da volervela portare a casa in quantità industriali, sappiate che c'è anche questa opzione.

In quanto al cibo, vi avverto: se avete fretta, cambiate locale. Non perché siano lenti a servire, ma perché la lista di antipasti, insalate, piatti bavaresi, panini, e soprattutto di pizze, è così lunga che difficilmente arriverete a leggerla tutta, e se proprio volete farlo dovrete prendervi il vostro tempo. Ammetto di essere rimasta piuttosto disorientata, e infatti la scelta non è stata facile per nessuno dei tre. Dopo vari tentennamenti, io ho optato per una tagliata di pollo con verdure grigliate, rucola e pomodorini, Enrico per una pizza Cleo - come al solito leggerina: radicchio di Treviso, speck e formaggi - e Gabriele per un panino blues (e qui lo ammetto, non ricordo che cosa ci fosse dentro...). Tutte ottime scelte, peraltro: la tagliata era ben cotta e saporita, e anche la pizza - almeno così mi ha detto la mia dolce metà - ha superato l'esame sia in quanto a fragranza della pasta che a farcitura. Altro suggerimento, andate affamati: le porzioni sono assai generose, tanto che persino Enrico ha dovuto dare del suo meglio per arrivare in fondo.

In quanto a birra, invece, siamo andati sul sicuro: la Paulaner Salvator, una rossa a bassa fermentazione, dal malto molto spiccato - così come il grado alcolico, dato che ne fa 8. Insomma, roba tosta: in fondo, come ricorda il sito della Paulaner, "nel periodo di digiuno per i frati di San Francesco di Paola la Salvator sostituiva il nutrimento". Ah, ecco, si spiegano tante cose: dopo che ti sei bevuto una birra così corposa - non a caso fa 71 kcal per 100 ml, con tutto quell'orzo - vai avanti per una giornata intera. "Il birraio più famoso - prosegue poi il sito - è stato frate Barnaba, che ha diretto dal 1773 la birreria Paulaner del monastero. La sua ricetta originale è rimasta fino ad oggi pressoché immutata". Un pezzo di storia, insomma, oltre che un piacere per il palato. Certo non è il miglior abbinamento con il pollo: con quello sarebbe stata più indicata la birra dell'Oktoberfest, disponibile dato il periodo, una chiara molto beverina nonostante il tenore alcolico (6 gradi) e il gusto più maltato rispetto alle altre birre dello stesso genere. Ma per quella aspetteremo di andare davvero all'Oktoberfest...

venerdì 20 settembre 2013

Che sorpresa il malto d'avena

Era ormai da qualche tempo che la Matilde e Norberto non organizzavano una cena completa con degustazione; e hanno finalmente ripreso le buone abitudini mercoledì scorso, quando hanno coinvolto il buon Severino per una serata dedicata alle birre Garlatti Costa. La curiosità era parecchia, perché non solo si trattava di specialità che non avevo mai provato, ma una di queste era una novità per la stessa Matilde: insomma, proprio le ultime creazioni del birrificio, per cui le premesse erano più che buone.


La serata è iniziata con un aperitivo davanti ad una Kriek, e due chiacchiere con Severino: come già ho avuto modo di scrivere altre volte, infatti, a bere c'è più gusto se sai quello che stai bevendo. Ne ho così approfittato per farmi istruire sulle due birre che saremmo andati a degustare: discorso interrotto con i soliti modi spicci da Matilde, perché "Vi ho messo la pasta in tavola e poi si fredda". Ok mamma, arrivo.

In effetti sarebbe stato un peccato sciupare quelle prelibatezze, perché sia Matilde e Norberto che Severino avevano fatto del loro meglio. Come primo piatto ci sono stati serviti gnocchetti sardi al cartoccio con melanzane e zafferano - tra le ansie di Matilde, che non li aveva mai cucinati prima: tranquilla, Enrico ha spazzolato anche i miei lasciandomi quasi a bocca asciutta - abbinati alla Lunatica: una birra chiara, beverina e leggera - appena quattro gradi - dall'aspetto piuttosto torbido e dal gusto del tutto inusuale. Arcano che però ci era già stato svelato da Severino: il segreto è il malto d'avena, usato peraltro in percentuale più elevata rispetto al consueto, "per evitare che una birra così leggera risulti annacquata". Esperimento riuscito perché, pur conservando comunque un gusto molto delicato, ha quella nota di particolarità che la valorizza. Senza contare che scende che è un piacere: attenti a non berla quando avete tanta, ma tanta sete, altrimenti è facile scolarsene più del dovuto. Interessante anche la punta di amaro nel retrogusto, appena accennata ma notevole.

Sia cuochi che mastro birraio hanno però dato del loro meglio nella seconda parte della cena. Abbinata ai gustosissimi spiedini di polpette di manzo - abbiamo meditato un raid in cucina per vedere se ne erano rimasti - e ad un delicatissimo tortino di patate e carote di cui ho chiesto immediatamente la ricetta, c'era la Dolce vita: anche qui una chiara, beverina e leggera - cinque gradi - e poco luppolata, "per chi non ama l'amaro e vuole una birra da bere facilmente con tutto". Il "poco luppolato" in effetti ha incontrato i miei gusti, dato che l'ho preferita alla Lunatica: complice anche l'aroma più intenso e il gusto più corposo, nonché il retrogusto che, per i miei standard, aveva appunto la giusta dose di luppolo. Entrambe le birre, comunque, hanno dato del loro meglio ad una temperatura leggermente superiore rispetto a quella a cui erano state servite: tanto meglio, abbiamo provato gusti diversi. In fondo, il bello della birra è anche questo.

mercoledì 11 settembre 2013

A Freewheelin' anniversary

Perdonate il titolo in inglese, ma ci voleva; e se avrete la pazienza di leggere questo post, capirete il perché. Per quanto non sia molto professionale scendere nel personale, il 9 settembre io e Enrico abbiamo festeggiato il nostro primo anniversario di matrimonio; e così il giorno dopo, visto che la Brasserie riapriva dopo la settimana di chiusura, ne abbiamo approfittato per andare a farci fare gli auguri da Matilde e Norberto. I quali, ovviamente, ci hanno accolti a braccia aperte; tanto più che un anno prima esatto eravamo comunque lì, a portar loro i confetti.

Come spesso accade ci siamo affidati a Matilde, che per brindare al primo anno insieme ci ha stappato una bottiglia di A Freewheelin' I.P.A. del birrificio Foglie d'Erba. Veramente, quando ho visto sull'etichetta che avrei dovuto affrontare 8 gradi, qualche perplessità m'è venuta; ma in fin dei conti ho dovuto ammettere a me stessa che il buon birraio Gino, come da sua filosofia, fa solo birre che "puoi bere senza pensarci" - parole sue - perché nonostante il grado alcolico non danno alla testa grazie - dice lui - al fatto di non usare troppo zucchero.

Così mi sono fidata, e ho avvicinato il naso allo spesso strato di schiuma: devo dire che l'aroma, fruttato con note di agrumi, era davvero unico. Totalmente diverso peraltro dal gusto, che non lascia assolutamente presagire: dopo un primo sorso fresco e dissetante, l'amaro del retrogusto è piuttosto netto. Nel complesso, comunque, una birra davvero unica, imperdibile per chi apprezza le Ipa angloamericane e le luppolature forti.

Data l'occasione, Matilde non ci ha poi fatto mancare il dolce. A onor del vero avrebbe voluto offrirci il suo Mc Chouffe Café, caffè con liquore alla birra, panna montata e scaglie di cioccolato: in mancanza del liquore ha dovuto usare il Bayles, ma è stato comunque apprezzatissimo, tanto che ci siamo litigati gli ultimi rimasugli di crema in fondo al bicchiere. Ma si sa, l'amore non è bello se non è litigarello...

lunedì 12 agosto 2013

Una Kwak tra i pellerossa

Una delle cose che a me - e soprattutto a Enrico - manca del Belgio è la Kwak (o Quack, a seconda delle grafie), un'ambrata doppio malto ad alta fermentazione dall'incomparabile retrogusto amarognolo. Embè, direte voi, per trovarla, seppur a fatica, la si trova: il problema è che in Italia viene di solito commercializzata soltanto in bottiglia, perdendo il tocco della spinatura e soprattutto il gusto di berla nel caratteristico bicchiere ad ampolla, così sagomato per essere tenuto a cassetta dai cocchieri delle diligenze.

Sarà pur vero che molti paesini friulani sono degli autentici "buchi", ma perlomeno in quanto a birre non si scherza: e infatti poco distante da Udine si trova l'unico posto di nostra conoscenza a disporre per l'appunto di Kwak alla spina, il saloon birreria Mondelli di Flumignano. Come dice il nome stesso, stiamo parlando di un locale che ricorda il vecchio west: l'idea è stata del figlio del fondatore - soprannominato Mondello -, che alla fine degli anni settanta ha iniziato a trasformare il ristorante di famiglia spinto dalla passione per i cavalli e per la cultura dei pellerossa. Ne è uscito un vero e proprio saloon in legno e muri grezzi, con tanto di foto storiche originali recuperate direttamente negli Stati Uniti e sbalzi in rame di Philippe Goffe. Non credo gli indiani d'Amercia bevessero birra, ma è piacevole sorseggiare un buon bicchiere in un ambiente così originale, percursore di molti altri - tra cui diverse catene - che si sono ispirati a questo stile. Così qualche sera fa, approfittando anche della festa del paese, io e consorte siamo andati in spedizione a Flumignano.

Come spesso accade, il locale era discretamente pieno, soprattutto nei tavoli sotto il porticato: data la temperatura, era decisamente più piacevole stare all'aperto. Ci siamo così rassegnati a sederci all'interno, nonostante il caldo soffocante - ragione in più, si dirà, per dissetarsi. Enrico, manco a dirlo, ha optato per l'usato sicuro, ordinando appunto la Kwak - che ben conosce - nonostante l'afa suggerisse magari qualcosa di più leggero rispetto ad una birra di nove gradi; io invece ho il pallino della sperimentazione, per cui sono andata in cerca nel lungo listino di qualcosa che non avessi ancora provato. In realtà anch'io mi sono diretta su una delle mie certezze, ossia le rosse belghe doppio malto: nella fattispecie una Abbaye de Bonne Esperance alla spina, su consiglio anche della mia dolce metà - anzi, del mio dolce doppio, come molti più propriamente lo chiamano. In effetti è stata di mio gradimento, per quanto forse non una scelta indovinata dato il caldo: il retrogusto è decisamente dolce, quasi caramellato, il che fa sì che gli otto gradi si sentano tutti e non possa propriamente qualificarsi come una birra beverina. Comunque il gusto è assai più equilibrato, per cui non mi ha certo lasciata insoddisfatta.

Non abbiamo cenato lì, per quanto anche il menù promettesse bene: al di là dei classici panini e piatti da pub, la cucina offre anche piatti messicani e carne alla griglia come da tradizione western, per cui prima o poi bisognerà fare un collaudo. Enrico non si è comunque fatto mancare i suoi anelli di cipolla fritti, nonostante le mie rimostranze e minacce riguardo al tenersi lontano da me causa alito: ah, l'amour...