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venerdì 31 luglio 2020

Tra terme e Sbilf

La seconda tappa del mio giro in Carnia è stato ad Arta Terme al birrificio Dimont, attivo da poco più di un anno. Anche in questo caso, all'origine non c'è un homebrewer: sono stati infatti sette soci, tutti provenienti da altre esperienze nel settore dell'industria alimentare, che hanno dato vita ad un nuovo progetto imprenditoriale.

Mi si permetta una digressione. Sarebbe ipocrita negare che, nel mondo della birra artigianale, casi simili non sono sempre visti di buon occhio: per quanto sia opinione comune che i tempi dell'abile homebrewer squattrinato che avvia un birrificio animato dal solo sacro fuoco della passione siano ormai passati (o che si tratti quantomeno di rare eccezioni), è altrettanto vero che le esperienze di imprenditori che hanno fatto un investimento in questo senso non sapendone nulla (o almeno sino ad allora) di birra non sempre si sono rivelate felici (dagli screzi con i mastri birrai, a risultati discutibili sotto il profilo qualitativo per andare incontro a gusti veri o presunti del largo pubblico o per tagliare i costi, fino ai danni d'immagine dovuti ad affermazioni che rivelavano la loro scarsa conoscenza della birra). Insomma, ovvio che se uno apre un'azienda vuole e deve fare utili, ma se questo proposito non è accompagnato da un reale interesse per il prodotto e per il contesto in cui è inserito prima o poi i nodi vengono al pettine.

Se il fatto di mettersi in gioco in prima persona vale come prova del reale interesse di cui sopra, va riconosciuto che in questo caso c'è stato: quattro dei sette soci sono infatti direttamente attivi in azienda, di cui uno - proveniente sempre dal lievito, verrebbe da osservare, dato che ha lavorato a lungo in una nota azienda di prodotti da forno - che si occupa appunto di fare la birra affiancato da un consulente e da un altro socio. Anche la profonda conoscenza del settore beverage, derivante dalla precedente esperienza nel settore vinicolo di Piero Totis - che si occupa del marketing - è un altro fattore che gioca a favore di Dimont. Insomma, non siamo di fronte al caso di qualcuno che ha semplicemente messo i soldi e poi preteso un ritorno dell'investimento, ma di di imprenditori che sulla base di una solida esperienza (pur non birraria) alle spalle hanno intrapreso questa strada con impegno.

La filosofia di Dimont è quella di fare birre che, pur senza rinunciare alla caratterizzazione, risultino facilmente bevibili e vadano incontro ai gusti di una larga platea. Elemento di base per il legame con il territorio è l'acqua del monte Cabia, che sgorga poco lontano; e che ha ispirato anche il nome stesso ("di mont", in friulano, significa "di montagna"). Scelta degna di nota sotto il profilo tecnico è quella di passare tutte le birre in maturatore per avere un risultato più "pulito", indipendentemente dallo stile; e di imbottigliare in isobarico.

Secondo punto di legame con il territorio è quello di abbinare ad ogni birra in etichetta uno "sbilf" (alcuni esemplari nella foto accanto), i folletti bonariamente dispettosi della montagna friulana, che - secondo la leggenda - si divertono a fare scherzi agli uomini: così alla lager chiara è stato abbinato lo sbilf Gjan (quello più amichevole, secondo la storia); alla Pils lo sbilf Licj (che si diverte a scucire i vestiti); alla Weizen lo sbilf Pavar (amante della natura); alla ale ambrata lo sbilf Bagan (goloso di panna e cjarsons, tipico piatto locale); e alla ipa lo sbilf Braulin (che si diverte a fare nodi).

Venendo quindi nel dettaglio alle birre, devo ammettere che mi sono trovata a definirle "ruffiane": non nel senso dispregiativo del termine, ma nel senso che - come da filosofia di cui sopra - "vogliono piacere"; e andare incontro ad una clientela più vasta possibile in virtù o della semplicità che le rende adatte a tutti, o di un elemento che stupisca (e che "non possa non piacere"). In birrificio ho assaggiato per prima la Weizen: fondamentalmente in stile, ma sobria sulle note più "spigolose" del genere (come possono essere gli aromi fruttato-speziati o l'acidulo del frumento) e più leggera di corpo rispetto alla media. Poi sono passata alla Ipa, che viceversa tende a stupire data la luppolatura resinosa ed agrumata ben evidente, adeguatamente sostenuta dal corpo tostato. In un secondo momento ho provato la Gjan, in ossequio al principio per cui è sulle lager chiare che "si capisce" un birrificio: aroma floreale molto discreto, forse quasi troppo per i miei gusti, ma coerente con il corpo snellissimo in cui in cereale scivola agevolmente e un amaro finale appena percepibile. Insomma, torniamo alla filosofia della "birra per tutti", senza fronzoli né caratterizzazioni particolari, a cui va riconosciuta la pulizia d'insieme centrale e apprezzabile in uno stile come questo.

Dimont dispone di un impianto da 12,5 hl e tre fermentatori da 30 hl. La potenzialità è di 3000 hl annui; ma per ora, ha riferito Piero Totis, il birrificio punta ad una crescita lenta e progressiva, curando da un lato la costanza nel risultato delle ricette già elaborate e dall'altro l'allargamento della distribuzione soprattutto nel canale Ho.Re.Ca. In linea con il principio della territorialità, infine, il birrificio sta anche valutando l'ipotesi di utilizzare in futuro materie prime friulane. Ma non solo: "Mi piacerebbe creare una rete qui in Carnia - ha spiegato Piero - per creare un'immagine complessiva del prodotto e del territorio in sinergia: penso a progetti come le terme della birra, o i formaggi - altro prodotto tipico - alla birra".

Un grazie a tutto lo staff di Dimont per la calorosa accoglienza.

martedì 18 settembre 2018

Un pomeriggio...friulano doc

Come ogni anno ho dedicato una giornata ad un giro per Friuli Doc, la principale manifestazione dedicata all'enogastronomia friulana. Anche le birre artigianali locali si sono ormai da qualche tempo guadagnate il proprio spazio all'interno della kermesse, per cui gli estimatori trovani di che dissetarsi.

La mia prima sosta birraria tuttavia non è stata allo stand di un birrificio artigianale, ma a quello della rete Asprom con la sua Centparcent Furlane: un progetto birrario lanciato lo scorso anno proprio a Friuli Doc - e di cui avevo parlato qui - e che è andato espandendosi con la creazione di una cooperativa finalizzata alla commercalizzazione della birra e di altri prodotti. Alla birra di lancio iniziale - una golden ale - se ne sono aggiunte altre - viaggiamo attualmente verso la decina di stili; quest'anno per Friulidoc nello specifico erano disponibili due lager, una bionda e una ambrata. Ho scelto la bionda in quanto, come da vulgata dei biersommelier e affini, sulla lager bionda è più difficile mentire. All'aroma, pur cogliendosi in maniera delicata il profumo dei luppoli Hallertau, si nota un leggero sentore di esteri: ho infatti poi avuto conferma da Alido Gigante, presidente di Asprom, che si tratta di una birra rifermentata per poterla meglio conservare. Il corpo è ricco sui toni del miele, ma comunque snello; e il taglio amaro secco sul finale, pur leggero, fa sì che non ci siano persistenze dolci troppo prolungate. Una birra semplice e beverina nel suo complesso - unico appunto che farei è appunto il leggero fenolico all'aroma, sarei curiosa di riprovarla non rifermentata.

Insieme a Gigante ho poi assaggiato una delle novità, la apa: ben percepibile ma non eccessivamente spinto il Citra all'aroma, corpo anche qui snello con qualche nota tostata e di biscotto, e chiusura di un amaro resinoso ben persistente per quanto non particolarmente intenso. Una apa in stile, equilibrata tra la componente agrumata del luppolo e quella tra il tostato e il caramellato del malto.

Naturalmente non ho mancato una sosta allo stand dell'Associazione artigiani birrai Fvg, dove ho fatto conoscenza - tra le tante - con una delle birre del triestino birrificio Cavana - la Sania, una ale chiara alla curcuma in cui la spezia, pur rimanendo morbida, è presente in maniera molto decisa - e con la Super Nova di Galassia, American Ipa pensata come "sorella maggiore" della loro Nova. Profumi di pompelmo, agrumi e frutta gialla in generale ben notevoli - da segnalare di dry hopping di mosaic, galaxy ed ekuanot -, corpo scorrevole in cui si coglie comunque il caramello al di sotto dei toni agrumati che persistono anche in bocca, e taglio finale di un amaro netto e resinoso che persiste pur senza essere invasivo. Buona evoluzione della sorella minore, forse da controbilanciare con un corpo leggermente più biscottato, ma nel complesso assai gradevole e beverina nonostante e 6 gradi alcolici.

Vedendo i due stand - Asprom e Associazione artigiani birrai - così vicini, non ha potuto non imporsi qualche riflessione. La rete che riunisce un'ottantina di produttori d'orzo ha infatti gettato un nuovo "sassolino" in quanto alla produzione di birra in Fvg. Alcuni di questi restisti - pochi, per la verità - sono anche birrifici agricoli, ma perlopiù la rete vende a Peroni e Castello che utilizzano poi il malto per alcune specifiche produzioni di impronta regionale - non propriamente delle crafty, in quanto si parla ad esempio del rilanciato marchio Dormisch, comunque legato alla storia dell'industria birraria. Presentando la propria birra agricola, Asprom si è lanciata in un mercato che, a mio avviso, si sovrappone solo parzialmente a quello dei birrifici artigianali: perché l'appassionato di microbirrifici continuerà a cercare i microbirrifici - dato che il suo interesse sta nell'arte dello specifico birraio prima che nella produzione locale delle materie prime -, mentre chi invece cerca una birra dalle connotazioni territoriali e diversa da quella industriale potrà cercare anche la Centpercent Furlane. Un pubblico di estimatori di produzioni locali, dunque, prima che di cultori di arte brassicola in senso stretto - per quanto ciò non escluda che i cultori di arte brassicola possano anche ricercare prodotti locali, naturalmente. Su questo punto però non possiamo domenticare che diversi birrifici artigianali sono anche agribirrifici, producendo da sé l'orzo e altre materie prime: e si crea dunque qui un'ulteriore sovrapposizione tra i due soggetti - argomento che senz'altro merita più approfondita riflessione, e quindi in un altro post.


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martedì 12 settembre 2017

Un altro ritorno da Sancolodi

Per festeggiare degnamente il nostro quinto anniversario di matrimonio, io e Enrico siamo tornati - dopo tanto tempo, peraltro - in quel del "brewrestaurantpizzeria" (come l'ho scherzosamente soprannominato) Sancolodi di Mussolente: sempre un piacere non solo per l'ottima birra e l'ottima cucina, ma anche per l'atmosfera di famiglia che vi si respira (come già ho avuto modo più volte di considerare).

Ad accoglierci per primo è stato Roberto, pizzaiolo e birraio appassionato soprattutto del segmento sour, che - dopo averci parlato dei progetti per sviluppare ulteriormente questo comparto, rimanete sintonizzati per la novità - ci ha fatto assaggiare alcune delle ultime creazioni. Innanzitutto l'ultima versione della Kriek, con quasi il 30% di ciliegie di Marostica - conosciute in quanto particolarmente succose e saporite, virando quasi verso l'amarena. E in effetti si tratta di una kriek in cui la frutta spicca in maniera particolarmente intensa, con una dolcezza delicata ed elegante, tale da smorzare pur senza obliterare del tutto la componente acida. Personalmente l'ho anche trovata meno astringente sul finale rispetto ad altre dello stesso stile.

In seconda battuta siamo passati ad una creazione piuttosto originale, ossia una lager chiara con una base che rimanda però alle blanche - orzo, farro e segale - e succo di limoni di Sicilia - con tanto di estrazione in soluzione alcolica dell'aroma del limone (chiedo scusa per la foto che non rende giustizia alla schiuma, che in realtà era ben presente, fine e compatta, in virtù dell'attenzione riservata al non avere una componente tropo alta di olii essenziali per non pregiudicarla). Profumi intensissimi, quasi da limoncello, che si accompagnano a quelli dei cereali; in quali ritornano in forza e a sorpresa dopo un corpo solo apparentemente scarico, che va immediatamente a chiudere sui toni freschi quasi appunto da blanche. Decisamente curiosa, da provare se vi piace il genere - e no, non è una radler, ma proprio neanche parente.

Da ultimo, dopo la cena che come sempre non ha deluso - ricchi spaghetti allo scoglio per Enrico, e tagliata di tonno per me (tanto morbida che questa sì che si tagliava con un grissino, altro che scatolette) - il pezzo da novanta per chiudere la serata: stout passata in botti di whisky Long John. Nonostante il breve passaggio (poco più di un mese), la birra presenta comunque notevoli particolarità che me l'hanno fatta definire "un tiramisù": intensissimi aromi tostati di caffè che salgono da sotto la schiuma compatta, e una cremosità al palato che unisce toni dolci, amari e liquorosi amalgamandoli con eleganza, prima di chiudere tornando su persistenti note di caffè. Senz'altro una birra decisamente impegnativa, che verrebbe quasi voglia di affrontare con un cucchiaino tanto appare cremosa e corposa. Per palati forti, ma di grande soddisfazione.


Di nuovo un grazie a tutto lo staff, che ci ha come sempre accolti con la massima cordialità; ora ci sono in cantina due sour che attendono, rimanete sintonizzati...

lunedì 14 settembre 2015

Degustando a Friulidoc

Ad ulteriore dimostrazione del maggiore spazio che la birra artigianale ha avuto quest'anno a Friulidoc, anche Confartigianato ha organizzato tre degustazioni: la prima dedicata al birrificio Grana 40, la seconda a Villa Chazil, e la terza a Garlatti Costa. Personalmente sono riuscita a partecipare soltanto alle ultime due, e non me ne voglia il Grana 40; ma il buon numero di partecipanti a tutte e tre le serate conferma l'interesse diffuso per la birra artigianale anche nell'ambito di un evento come Friulidoc, tradizionalmente più incentrato sul mondo del vino.

La prima degustazione a cui personalmente ho preso parte, dicevamo, è stata quella di Villa Chazil. Il birraio Carlo Antonio Venier, con inaspettate doti istrioniche, ha raccontato ai presenti come è nata la sua azienda agricola e che cosa si intenda per agrobirrificio, illustrato la sua coltivazione di luppolo chinhook, cascade e willamette, nonché alcuni aspetti tecnici della produzione; sucitando l'interesse e la curiosità anche dei "non addetti ai lavori", e coinvolgendo l'uditorio nella discussione. Le birre in degustazione erano tre - sambuco, lager e pale ale -; la prima - definita dal birraio "una birra da aperitivo" -, con il suo aroma floreale, il corpo leggero e la chiusura dolce del sambuco; la seconda con gli aromi delicati del willamette, ed una persistenza assai meno amara della media delle lager chiare (al di là dell'estrema variabilità all'interno del genere); e l'ultima caratterizzata dall'agrumato del luppolo citra e dalle note speziate del lievito. Il raccolto di luppolo, ha assicurato Antonio, è andato bene; chissà che non possa uscire un'edizione limitata di lager con luppolo a km zero, come "chicca" della produzione del birrificio.

La seconda degustazione è stata dedicata a Garlatti Costa, con il buon Severino la cui imponenza fisica, se mi consentite l'ironia, è inversamente proporzionale alle doti brassicole e di conferenziere: dalla storia della birra, agli aspetti tecnici della produzione, fino ad arrivare ai lambic e a ricordi del tipo "quando ho cominciato a fare birra io, i libri per imparare erano ancora solo in inglese", Severino ha intrattenuto a tutto tondo una platea ancora più numerosa di quella del giorno precedente. La degustazione è partita dalla birra di frumento Opalita, la cui peculiarità è l'aggiunta di avena; per proseguire con la ale chiara Lupus - in cui si riconosce l'uso dello stesso lievito della Opalita, dato che Severino ha scelto di mantenerlo identico per tutte le sue birre "perché lo conosco ed è consono al mio stile" - pur essendo intensi anche gli aromi del luppolo; passare poi alla Liquidambra, in cui i toni di caramello e di lieve tostato che caratterizza le ambrate si fa notare già all'olfatto per poi essere confermato nel corpo rotondo e dalla persistenza lunga; e chiudere con la Orzobruno, una nera dai profumi intensi di tostato e di caffè, a cui si aggiunge il cioccolato nel corpo per poi chiudere nuovamente sul caffè. Pare che a riscuotere successo siano state soprattutto quest'ultima e la Lupus, ma si sa, è questione di gusti.

Un'ultima nota va riservata agli accompagnamenti proposti da Confartigianato, una coppetta di patate, formaggio e salsa di fichi la prima sera, e una di polenta, formaggio e funghi la seconda. Certo era impossibile, data l'eterogeneità delle birre, pensare ad uno stuzzichino che andasse bene per tutte; ma sono stati comuqnue graditi, se non altro perché espressione del territorio in cui la manifestazione si è svolta.

lunedì 26 gennaio 2015

Una kriek...che è una kriek

Parlando appunto di kriek, qualche giorno fa mi è capitato di assaggiarne una fatta secondo il metodo tradizionale belga: l'occasione era la mia terza visita in casa Sancolodi per una cena di famiglia, provvidenzialmente capitata pochi giorni dopo l'imbottigliamento della kriek che stava nelle botti del buon Roberto da quasi un anno. Anche questa volta il cuoco si è fatto onore: pizzoccheri con code di gambero e carciofi alla "Luna bianca" (la loro blanche), e trancio di pesce spada in crosta di nocciole alla stout "Guilty" e porcini accompagnato da un tortino di erbe e patate spadellate. Il tutto accompagnato naturalmente dalle loro birre che già ho descritto in questo e questo post - nella fattispecie la lager chiara "La vita è bella" con il primo, e la stout Guilty con il secondo - più una piacevole sopresa in fase di aperitivo, ossia un'altra lager chiara di nuova sperimentazione di cui i fratelli Sancolodi hanno "rivisto" i lieviti: lieviti che in effetti risaltano molto bene all'olfatto insieme ad una rosa ben corposa - perdonate la rima - di profumi di cereale, che lasciano poi in bocca un sapore pieno di crosta di pane che mi ha per certi versi ricordato alcune pils ceche. Decisamente una birra con una sua personalità assai più che "La vita è bella", che personalmente - almeno in questa cotta, con una ricetta leggermente diversa da quella provata nella mia prima visita - non ho mai trovato avere note altrettanto particolari. Quest'ultima rimane comunque la birra più versatile tra quelle della casa nell'accompagnare i piatti, per cui sotto questo profilo certo non la sconsiglio.

Ma dicevamo quindi della kriek, in merito alla quale Roberto mi aveva creato una certa curiosità. Una kriek di pura scuola belga, con l'aggiunta delle cilegie non denocciolate (nella foto) ad una base di lambic, e l'invecchiamento in botti di rovere; con tanto di piccolo inconveniente di una botte "rotolata" a causa del cedimento di un piedino e risollevata da Roberto con in cric della sua macchina, il che me l'ha fatta scherzosamente ribattezzare "la kriek col cric". Cric o non cric, il buon risultato c'è stato, e la guida di Roberto nel degustarla mi ha consentito anche di apprezzarlo appieno (le birre acide, diciamocelo, sono birre "difficili", che rischiano di essere derubricate a "puro aceto" da chi non abbia un minimo di conoscenza della materia): se all'aroma risalta quasi unicamente l'acidità, in bocca questa si accompagna in maniera equilibrata al dolce della ciliegia, per poi chiudere con la nota amara dei noccioli che arriva soltanto in un secondo momento. Anche quest'ultima peraltro crea un buon connubio con l'acido, lasciando la bocca pulita - e ben sgrassata, nel caso l'abbiate accompagnata ad un formaggio o a qualche pietanza ben corposa. Anche questa dunque una piacevole sorpresa, in quanto - almeno da noi in Italia - non capita spesso di trovare kriek così "pulite" e ben riuscite. Certo vi devono piacere le birre acide - perché non è nonostante tutto una kriek "ruffiana", che possa carpire esaltando il dolce del frutto anche chi non le ama: però merita un assaggio se non altro "per conoscenza", in quanto, come dicevo, si tratta indubbiamente di una rarità nel nostro panorama.

venerdì 16 gennaio 2015

Una birra sulle rive del Danubio

Avendo già visitato con sommo piacere Praga e la Repubblica Ceca - come rendicontato in un post sulla capitale, uno sul suo festival della birra e uno su un piccolo birrificio artigianale di Zvikov - questa volta ho optato per Bratislava, capitale della Repubblica Slovacca adagiata sulle rive del celbre fiume. Certo non una città dal fascino turistico della sua omologa né dalle dimensioni altrettanto imponenti - meno di mezzo milione di abitanti -; ma tranquilla e piacevole, e meta da scoprire anche per gli amanti delle birre in quanto - sebbene quelle importate dalla Repubblica Ceca rappresentino una buona parte dell'offerta - non mancano nemmeno le produzioni locali e i brewpub (ristoranti che servono la birra da loro prodotta, ndr) di un certo interesse.

Il primo locale che ho visitato su consiglio di un amico, a onor del vero, non era propriamente "slovacco": trattasi dello Uisce Beatha - "acqua di vita" in gaelico, nome di un whisky irlandese - pub gestito appunto da un simpatico e socievole espatriato dalla terra di San Patrizio. Oltre all'ambiente pittoresco - una vecchia cantina con volte di mattoni rossi, arredata con autentici pezzi d'antiquariato - nota distintiva del locale è il listino stampato sulla bottiglia che si trova al centro di ogni tavolo; e per quanto riguarda le birre a rotazione, basta vedere il talloncino legato al collo della bottiglia. Il pub serve perlopiù birre ceche di marchio Primator, e quindi anche in questo senso non può definirsi del tutto espressione dello spirito locale; c'è però da dire che, se la lager bionda classica non si distingue all'interno del genere, la English Pale Ale offre un buon connubio tra il sapore di cereali tipico della tradizione ceca e l'amaro delicato del luppolo, e la stout con le sue marcate note di caffè probabilmente non fa rimpiangere a turisti ed espatriati irlandesi avventori del locale la loro birra nazionale.

La prima birra di produzione slovacca che ho provato è stata quindi la Zlatý Bažant (letteralmente "fagiano d'oro"), che mi era stata descritta come uno dei marchi più significativi dela Paese: anche qui però nel 1995 è arrivata la lunga mano del gruppo Heineken, che l'ha acquisita. Rimane comunque una delle bandiere nazionali in campo birrario; e pur trattandosi di una lager che ho trovato del tutto ordinaria, pur nelle sue varie declinazioni - la bionda da 10 e da 12 gradi plato e la scura - proprio questo suo essere abbastanza "neutra" la rende particolarmente versatile nell'accompagnare i piatti della tradizione locale - dalla zuppa di crauti e salsiccia a quella all'aglio servita in una pagnotta scavata, agli gnocchetti di patate "halusky" con il bryndza, tipico formaggio di pecora. Piatti che ho peraltro provato in un ristorante dal nome che è un programma, "Slovak pub"; dove, se capitate da quelle parti, vi suggerisco di affrontare una volta nella vita e poi mai più - magari documentandola con tanto di foto - l'impresa della tipica colazione del luogo: tre uova con cipolla, prosciutto, cetriolini e pane, accompagnati magari da una delle birre suddette. Se sopravvivete, siete pronti ad entrare nello spirito della città - per la cronaca, non ce l'ho fatta: il terzo uovo l'ho dovuto cedere a Enrico, abbandonando il campo di battaglia con disonore. Onore invece a lui, che di uova ne ha quindi affrontate quattro, non toccando più cibo fino a sera.

Per bere qualcosa di davvero "a km zero" mi sono così rivolta al Bratislavsky Mestiansky Pivovar - "birrificio cittadino di Bratislava -, un brewpub che considererei la chicca della mia trasferta: non solo i piatti offerti - dai bocconcini di pollo alla stout allo stinco di maiale - erano davvero notevoli, ma la birra prodotta nei sotterranei del locale mi ha colpita per il sapore di cereali maltati particolarmente deciso e del tutto peculiare, che pur nell'intensità del corpo lascia comunque la bocca pulita grazie ad una luppolatura ben calibrata. Oltre alla lager chiara che ho appena descritto il brewpub offre anche una scura: ho trovato però che quest'ultima avesse meno "personalità", perché, se la prima mira non solo all'eccellenza all'interno di un genere canonico ma anche a trovare una sua nota distintiva, la seconda rinuncia un po' all'unicità non distinguendosi molto da altre dello stesso tipo.

Per concludere, una città che, posto che amiate le pils, non è da disdegnare; magari facendovi guidare da qualcuno che sappia consigliarvi, non essendo l'offerta turistica e birraria pari a quella di altre capitali mitteleuropee come Praga o Vienna, ma avendo appunto per questo il pregio di essere meno "inflazionata" sotto il profilo del numero di visitatori.

martedì 11 novembre 2014

Una raffica di vento

Come promesso al birrificio Campagnolo, ieri sera ho fatto il sacrificio di stappare la Refolo: una lager scura tra le ultime novità del birrificio di Muggia, anche in questo caso battezzata ispirandosi alla proverbiale ventosità della zona - "refolo" significa "raffica", termine del dialetto veneziano tuttora in uso in terra triestina. Diciamocelo: la lager scura è un genere un po' infido. Perché, avendo in virtù dei malti torrefatti molto in comune con la ben più nota cugina ad alta fermentazione stout - dal colore, alle note di tostato e di caffè -, rischia di deludere chi, molto banalmente, si aspettava una Guinness: facile quindi cadere nella critica "Buona, ma c'è qualcosa che non mi torna", dimenticandosi che si tratta di due generi diversi e quindi non direttamente confrontabili - per quanto, almeno a sentire Meni e la storia della sua Pirinat, si possa riuscire a confondere le acque, anzi le birre.

La Refolo, comunque, sicuramente non lascerebbe insoddisfatto nemmeno il più accanito estimatore della stout - schiuma a parte, dato che è a grana piuttosto grossa e di color cappuccino. All'aroma il tostato è intenso e deciso, e al palato il caffè la fa da padrone pur senza risultare squilibrato rispetto al tostato di cui sopra: non sfigurerebbbe affatto a fine pasto, al posto della tradizionale "tazzulella" (no, non sono napoletana, ma l'espressione mi è sempre stata simpatica). Interessanti anche i sentori di fave di cacao - mi ha ricordato quelle che ho mangiato "a km 0" in Guatemala, per cui sì, vi garantisco che quello è il sapore delle fave - che arrivano a chiudere, e lasciano quasi una punta di asprigno che comunque non persiste.

La definirei una birra che non cerca di stupire, ma piuttosto di cercare quell' "eccellenza all'interno del genere canonico" verso cui tanti birrai artigianali sembrano ormai tornare dopo periodi di sperimentazione più o meno audaci: e se non mi sbilancio nel dire che sia "eccellenza", avendo pochi termini di confronto in quanto a lager scure tra le birre che ho assaggiato, senza dubbio è una birra di ottima qualità e ben riuscita. E senz'altro consigliabile ai caffeinomani: probabilmente è più salutare una pinta di Refolo che tre o quattro espressi in una mattina...

martedì 23 settembre 2014

Una stout che stout non è

Al Festival di Fiume, quando ho notato che allo stand della Birra di Meni c'era nientemeno che Meni stesso, sono subito andata a fare conoscenza: e devo dire che è stata una chiacchierata davvero piacevole, considerando che mi ero parecchio incuriosita nel conoscere la sua storia di birraio - che ho raccontato in questo post. Mi ha peraltro raccontato che tuttora va raccogliere luppolo selvatico - "ce n'è tantissimo dalle nostre parti" -: per cui, stappando una bottiglia di Meni, se siete fortunati potrebbe capitarvene una con autentico luppolo autoctono.

Dato il mio buon proposito di provare qualche altra birra delle loro, questa volta mi sono diretta sulla Pirinat, una scura. Per quanto la schiuma fosse ben poco consistente, una volta portato il bicchiere al naso ho subito detto: "Ah, una stout?". Meni ha sorriso, affermando: "Pensa un po', abbiamo ingannato perfino gli irlandesi con questa". In effetti è una lager scura: ma a quanto pare non sono stata l'unica a cadere nell'errore, dato che all'olfatto prevale il tostato tipico delle stout - personalmente ho sentito soprattutto note di caffè. Mi sarei aspettata un corpo più robusto da una birra di questo genere, invece è piacevolmente delicato pur confermando le caratteristiche dell'aroma: magari da accompagnare a del cioccolato o ad un dolce al caffè, per valorizzare allo stesso tempo sia la birra - dato che, non avendo molta persistenza, potrebbe dare l'impressione di "morire in bocca" a chi è abituato a sapori più decisi - che l'abbinamento, visto che in virtù della delicatezza di cui parlavo non andrebbe a sovrapporvisi. In tutto e per tutto, insomma, una particolarità nel panorama delle lager scure, tanto da classificarsi prima come "Birra dell'anno" al concorso Unionbirrai 2010 per la categoria bassa fermentazione e terza all'International Beer Challenge lo stesso anno.

Un'ultima nota, più che altro per mettervi in guardia e preservare la patente: attenti perché farà pure sei gradi e mezzo, scende che è un piacere...

mercoledì 4 giugno 2014

Cesky Pivnì Festival, dove la bibita verde non è acqua e menta

Nel sito lo descrivono come "L'Oktoberfest di Praga", dotato di tendone con 4500 posti a sedere, cibo e birra a volontà, e un palco su cui si sono alternate 45 band: ma dato che l'aver presenziato il celebre evento bavarese è una gravissima lacuna che purtroppo non sono ancora riuscita a colmare, non posso dire se i promotori del Cesky Pivnì Festival - o Festival ceco della birra, per i non indigeni - dicano il vero. Quel che è certo è che, qualunque cosa accada a Monaco ad ottobre, nemmeno quel che accade a Praga nelle ultime due settimane di maggio lascia a desiderare.

Tanto per cominciare, erano circa un centinaio i tipi di birra disponibili: inutile specificare che ce n'era davvero per tutti i gusti, per quanto con una nettissima predominanza delle tipiche lager ceche. Non fatevi ingannare, però: le interpretazioni sono così varie che non possono dirsi nemmeno parenti l'una dell'altra, e anzi, molte sono così corpose che le si potrebbe quasi prendere per belghe. Dato che i boccali erano solo da litro, abbiamo deciso di condividere, scegliendo peraltro abbastanza alla ceca - oops, cieca....scusate la gag: scelta che è caduta sulla Musketyr della Krusovice, una lager non filtrata, dal colore che vira quasi verso l'ambrato e una schiuma molto consistente. Il corpo è ben pieno e rende giustizia ai numerosi malti boemi e moravi pubblicizzati nella descrizione (che in realtà abbiamo visto solo a posteriori), e pur essendo piuttosto dolce è ben bilanciato dalla luppolatura decisa che chiude il sorso. Forse non troppo beverina, ma gradevole.


Ad attirare la nostra attenzione sono stati però dei bicchieri pieni di una bibita verde, che ci hanno fatto domandare come mai l'acqua e menta avesse diritto di cittadinanza ad un festival della birra. Ebbene, perché acqua e menta non era: trattasi della Zelene Pivo - appunto "birra verde" -, produzione del birrificio Starobrno nonché creazione speciale per la primavera del birrificio Malastrana. E' una lager chiara a cui Starobrno aggiunge una miscela - naturalmente segreta, sennò non c'è gusto - di erbe e un goccio di liquore, mentre Malastrana ottiene il tipico colore grazie alla clorofilla. Il risultato è comunque una birra dalle notevoli note erbacee - perdonate il gioco di parole - e dalla persistenza amara assai decisa, pur se diversa nell'uno e nell'altro caso. Insomma, le curiosità non mancavano.

Per chiudere, nota di merito e di encomio all'organizzazione: ciascun avventore viene dotato, al momento di pagare l'ingresso al festival, di una tessera magnetica tipo carta di credito, su cui caricare i propri "tol" - sorta di "gettoni", del valore di 45 corone l'uno. Al momento di ordinare qualcosa, la carta viene strisciata dai camerieri provvisti di palmare, e i "tol" sono automaticamente scalati dal credito disponibile. Niente contanti che girano, né resti da dare, tutto è molto più rapido. Se poi vi servissero altri "tol" lo stesso cameriere che vi prende l'ordinazione vi può anche ricaricare la carta, e se viceversa a fine serata ve ne fossero rimasti non avete che da farveli rimborsare alla cassa. Insomma, non saranno tedeschi, ma il senso dell'ordine e dell'efficienza ce l'hanno. Pienamente soddisfatti poi anche del cibo, nella fattispecie un goulasch che non aveva assolutamente nulla da invidiare a quello di un ristorante pur essendo stato servito sotto un tendone. Insomma, altro che le patatine fritte e una birra qualsiasi alle sagre...

giovedì 19 dicembre 2013

Non chiamatelo retrogusto

C'è da dire che Udine, per gli amanti della birra, è una città che offre parecchio: non solo perché l'università è stata una delle prime in Italia a brassare ed avviare corsi in merito alla facoltà di agraria, o perché è sede del Bire, uno dei più antichi brewpub friulani; ma anche perché le associazioni di categoria si impegnano su questo fronte, per promuovere i numerosi birrifici artigianali locali. Così la Confartigianato ha organizzato due degustazioni guidate, condotte da Walter Filiputti insieme ad alcuni mastri birrai. Chiaramente l'occasione era ghiotta e non ho potuto mancarla, per quanto si trattasse di due birrifici che già conoscevo bene: il Villa Chazil, di cui avevo parlato in questo post, e il Valscura, sul quale è suprfluo aggiungere qualcosa (ma chi non lo conoscesse, clicchi qui).

La serata si è aperta con una dotta e interessante dissertazione di Antonio, il proprietario di Villa Chazil: un'occasione per scoprire tante cose che non conoscevo sulla produzione della birra, tanto più nel caso di un agribirrificio che fa da sé sia l'orzo che il luppolo. Ad esempio, non avevo idea del fatto che i maltifici italiani non garantiscano la tracciabilità del prodotto: ossia, voi consegnate l'orzo perché venga maltato (come vedete nella foto), ma poi non potete sapere se il malto che vi viene restituito è davvero il vostro, perché viene sostanzialmente messo tutto insieme per lavorarlo abbattendo i costi. Il che, chiaramente, non ha alcun senso nel caso di un agribirrificio, il cui punto di forza è appunto quello di produrre la birra esclusivamente con le proprie coltivazioni: così Villa Chazil porta il suo orzo a maltare in Austria - come Zahre -, data la vicinanza al confine. Oppure ho scoperto che il luppolo va messo "a crudo", alla fine, perché conservi gli aromi: se viene cotto, infatti, perde tutto quel bouquet di profumi che caratterizzano le birre ben luppolate. Insomma, una scoperta dopo l'altra.

Detto ciò, si è passati alla degustazione. Avevo sinora assaggiato solo una delle loro birre, la lager, che se devo essere sincera non mi aveva entusiasmata: non perché non l'abbia gradita, semplicemente perché non ci avevo visto quel tocco di originalità che in genere tanto apprezzo nelle produzioni artigianali. Alla degustazione c'era però oltre a quella anche la Pale Ale, e in questo caso devo dire che Villa Chazil ha fatto centro: senz'altro molto più corposa, dall'aroma fruttato e da un bel color rame, che una volta in bocca fa sentire in pieno la rosa di sapori del luppolo di cui sopra lasciando un amaro che, se all'inizio mi è parso quasi troppo forte, si è poi smorzato nel retrogusto.

E qui ho avuto la pessima idea di domandare al mastro birraio che guidava la degustazione come si faccia a "controllare" il retrogusto. Non l'avessi mai fatto: dopo avermi gentilmente spiegato che è una questione di luppoli, di quali tipi vengono usati, come vengono dosati e quando vengono aggiunti, mi ha infatti puntualizzato che "non si chiama retrogusto, si chiama persistenza: se parliamo di retrogusto vuol dire che non è una birra di qualità, perché questo sta a indicare che ha lasciato in bocca una sorta di saporaccio". Insomma, come sempre bisogna imparare ad usare bene le parole: e mi sono quasi vergognata di tutte le volte in cui in questo blog ho parlato di retrogusto, per quanto sia un termine comunemente usato, senza sapere di aver inconsciamente denigrato le birre che avevo bevuto.

La seconda parte della degustazione era appunto dedicata alle birre Valscura, nella fattispecie la Blanche de Sarone e la Nadal, la birra di Natale. E qui il buon Gabriele dovrà assumersi la responsabilità di avermi ripresa perché "Non devi solo scrivere le cose che ti sono piaciute nelle birre, devi anche dire quelle che non vanno": perché se la Blanche mi ha lasciata - letteralmente - a bocca aperta per la particolarità sia dell'aroma che del gusto, date le note di frutta che giudicherei uniche, la Nadal devo ammettere che mi ha un po' delusa. Intendiamoci, non che sia male: le spezie e gli aromi caldi tipici delle birre di questo genere si fanno sentire, ma ho trovato il gusto troppo liquoroso, quasi dolciastro. Gusti personali, per carità; e a onor di Valscura c'è da dire che è la prima volta che una loro birra mi lascia non del tutto soddisfatta - e dire che ne ho provate parecchie. Insomma, che dire? Toccherà farsi la bocca buona assaggiandone un'altra...