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lunedì 19 giugno 2017

Sempre più formazione birraria?

E' di oggi - pubblicata su Il Trentino - la notizia che la Fondazione Mach, rinomato ente formativo e di ricerca di San Michele all'Adige, avvierà a gennaio 2018 un corso di alta formazione professionale volto a fornire la qualifica di "Tecnico superiore delle bevande": un percorso all'interno del quale troveranno spazio - a seconda dell'indirizzo scelto - birra, distillati, succhi di frutta e altre bevande diverse dal vino. Il dirigente del Centro di Istruzione e Formazione Marco Dal Rì, si legge nell'articolo, ha motivato la scelta dell'avvio del corso con il fatto che "il settore delle bevande diverse dal vino, in particolare di distillati e birra, è in forte crescita: tuttavia non esistono figure formate specificatamente per esso, e le aziende devono procedere alla formazione sia direttamente, sia inviando i dipendenti in realtà straniere". Il corso sarà articolato su 2 anni, con 1200 ore di praticantato, e aperto ai diplomati dei settori enologico, agrario, chimico e biologico.


La cosa mi ha stimolato alcune riflessioni. Intanto, evidentemente c'è una richiesta di maggiore formazione: vuoi da parte delle aziende, vuoi da parte dei ragazzi stessi - che sempre in maggior numero vogliono intraprendere questo percorso (qui poi si può aprire la diatriba sugli sbocchi lavorativi, specie in ambito birrario, ma questo è un altro capitolo) - con conseguente risposta da parte degli enti preposti. In secondo luogo, qui stiamo parlando di una formazione più ampia a livello di "industria del beverage": così come nel visitare la Doemens Akademie a Monaco di Baviera ho constatato che gli studenti imparano a cimentarsi anche su macchinari per la produzione di succhi e bibite - dato che, mi è stato riferito, in Germania è prassi per molti birrifici dedicarsi anche ad una linea di analcolici - così la fondazione Mach propone un corso di respiro più ampio, fatta salva la possibilità di scegliere la specializzazione. Un'offerta quindi almeno in parte complementare a quella di realtà come il master in tecnologie birrarie dell'Università di Perugia, i corsi dell'Accademia Dieffe o quelli dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo o di Udine - per citarne solo alcuni, e peraltro significativamente diversi tra loro.

Certo non è possibile esprimere valutazioni su un corso che non è nemmeno inziato; ma rimane ad ogni modo una notizia significativa il fatto che un ente come la Fondazione Mach abbia rivolto la sua attenzione al settore. Stiamo andando anche in Italia - pur ancora lontani da isittuzioni come quelle presenti in Germania e Belgio - verso una formazione sempre più "accademica" anche nel campo birrario? Parrebbe di sì, il tempo ne darà prova.

venerdì 20 novembre 2015

Parte da Trento l'accisa un po' meno nera, parte seconda

Qualcuno di voi avrà forse letto il mio post dello scorso 25 settembre in cui parlavo della mozione presentata dalla Lega Nord in Consiglio comunale a Trento, per l'applicazione dell'accisa agevolata ai microbirrifici; e oggi ho avuto modo di fare una chiacchierata al telefono con il consigliere Devid Moranduzzo (nella foto), da cui la proposta è partita. "Ho presentato questo documento dopo aver parlato con l'ex vicesindaco di Pavia, Matteo Marnaschi - ha raccontato -, che aveva preso qusta iniziativa pochi mesi prima a Pavia. Dato che in questo momento i microbirrifici sono in crescita anche in Trentino, così come il consumo di birra artigianale, mi è sembrato giusato portare il documento in aula per abbassare i costi sia ai produttori che ai clienti".

Moranduzzo assicura che non è mancato il confronto con i birrai della provincia, che hanno - naturalmente - accolto con favore il provvedimento; ma il limite di 650 hl non è troppo stringente? "Se avessimo posto una soglia più alta, il rischio era quello che la mozione venisse bocciata - ha osservato -; per cui, d'accordo anche con i produttori, siamo partiti così, per poi vedere quali potranno essere eventuali margini di intervento in futuro".

Già, perché le intenzioni, anticipate già a settembre, sono quelle di portare la mozione prima in Consiglio provinciale e poi alle due Camere, fino al Parlamento europeo - il testo si richiama appunto ad una direttiva comunitaria, la 92/83, che all'articolo 4 prevede la possibilità per gli Stati membri di applicare aliquote di accisa diversificate in base alle dimensioni del birrificio: con la soglia però di 200.000 ettolitri. A che punto siamo dunque? "Siamo riusciti a far passare la mozione, che pur proviene dal centrodestra, in due comuni guidati dal centrosinistra, Trento e Pavia: il che è già un buon risultato. Ora il testo è allo studio del nostro unico consigliere provinciale, che sta lavorando per far sì che risulti più incisivo a livello locale e riuscire a ridurre l'accisa quanto più possibile".

Insomma, pur con le tempistiche della burocrazia italiana, l'impressione è quella di tanti piccoli tasselli che si stanno muovendo: basti ricordare la proposta di legge avanzata da Unionbirrai e Cna lo scorso febbraio direttamente ai deputati, che prevedeva quattro aliquote di riduzione dell'accisa (del 50% per chi produce fino a 5000 ettolitri annui, del 40% fino a 10.000, del 30% fino a 20.000 e del 20% fino a 40.000) nonché il calcolo di questa non sul mosto ma sulla birra effettivamente commercializzata. Chissà che prima o poi, se si mettono insieme nel modo giusto abbastanza tasselli, si riesca a fare il puzzle.

venerdì 25 gennaio 2013

Quando il treno parla tedesco


Lo so, lo so: parlare male di Trenitalia, di questi tempi, è un po' come sparare sulla croce rossa. Ma a vedere il servizio offerto dall'italica compagnia ferroviaria, c'è poco da scherzare se qualcuno – dalla Svp ai leghisti più o meno convinti – ci farebbe un pensierino a tornare ai bei tempi della dominazione austroungarica. Soprattutto se, per quanto pochi lo sappiano, al nord c'è modo di provare che cosa offre Vienna in proposito.

Supponiamo, ad esempio, che un baldo giovane trentino voglia raggiungere un amico a Udine (ok, ogni riferimento è puramente casuale). Se volesse farlo in treno e cercasse una soluzione di viaggio sul sito di Trenitalia, l'opzione più rapida prevede un viaggio di 4 ore e 21 minuti, con cambio a Verona e a Mestre, al modico prezzo di 53 euro e 95 centesimi. Volendo potrebbe spendere molto meno, ossia 18 euro e 5 centesimi; ma allora ci metterebbe 5 ore e 48 minuti (e forse lascerebbe perdere). Un po' troppo per un tragitto che in auto richiederebbe circa 3 ore e mezza (322 km), e una spesa di carburante stimata da Via Michelin in poco più di 30 euro.

Se però qualche amico altoatesino gli suggerisse di guardare piuttosto il sito delle Obb, le ferrovie austriache, che all'insaputa dei più servono anche alcune zone del Nord Italia, scoprirebbe che per la ragiovevole cifra di 26 euro potrebbe fare lo stesso tragitto in 3 ore e 49 minuti, con un solo cambio a Mestre. Se volesse pazientare dieci minuti in più ed impiegarci 4 ore e 1 minuto, dovrebbe investire appena 16 euro con un cambio a Verona. Insomma, non c'è confronto, e per trovare esempi simili basta solo scandagliare un po' gli orari e le offerte.

Le domande da fare su come vengono gestite le ferrovie in Italia sarebbero molte, e lasciarsi andare a frettolosi giudizi sarebbe certo poco costruttivo: ma casi come questi dimostrano che, come cittadini, possiamo fare qualcosa di più che stare a lamentarci dell'ennesimo disservizio di mamma Trenitalia. Anche solo cercare soluzioni di viaggio alternative.