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giovedì 3 aprile 2014

Il cielo d'Irlanda

 Si beh, più che il cielo d'Irlanda sarebbe meglio dire il cibo (e il bere) d'Irlanda: sto naturalmente parlando della consueta degustazione del mercoledì alla Brasserie, che questa volta ha portato a Udine un po' di Cork con le birre dell'Eight Degrees Brewing e relativi abbinamenti. Ammetto che non ero proprio entusiasta, perché le birre irlandesi che apprezzo si contano sulle dita di una mano, pollice opponibile escluso; però partecipare a queste serate è comunque istruttivo perché si scopre sempre qualcosa di nuovo, per cui non mi sono tirata indietro (ci mancherebbe).

La prima birra che Matilde ci ha messo davanti è stata la Howling Gale Ale, dall'aroma ben agrumato e dalla convivenza piuttosto insolita tra un corpo discretamente dolce ed una luppolatura ben decisa (tre diversi luppoli, American Chinook, Amarillo e Centennial per la precisione) che mi ha ricordato quella delle Ipa, anche se Ipa non è. Per quanto abbia apprezzato da subito l'accostamento con il crostino alla crema di merluzzo, date le note di agrumi che ci andavano a pennello, ci ho messo decisamente di più ad apprezzare la birra in sé, che all'inizio mi ha lasciato - appunto - l'amaro in bocca, dato il contrasto marcato con quel "sottofondo" di dolce. In realtà poi, sorso dopo sorso, ho iniziato a lodarne le virtù, fino a concludere che era decisamente degna di nota. Mai come in questo caso, direi, la mia opinione su una birra è cambiata così tanto in corso d'opera.

In seconda battuta è arrivata la Sunburnt Irish Red, una rossa come dice il nome stesso. Abbastanza "classica" nel suo genere direi, dagli aromi dolci e corpo caramellato, pur bilanciato nel finale da una luppolatura non troppo pronunciata. Indovinato anche in questo caso l'abbinamento con il Dublin Coddle, un crostino di salsiccia, carote e patate, dato che carni rosse e birra di questo tipo si riciamano l'un l'altra; birra che però, per quanto apprezzata, non mi ha impressionata.

Dulcis in fundo, in tutti i sensi, ci siamo dati alla Knockmealdown Porter (un nome, un programma, si direbbe, dato che significa letteralmente "Porter abbatti pasto", quindi si presume ottima come digestivo) insieme alla Porter cake. Perdonatemi se mi soffermo prima su quest'ultimo, piccolo grande capolavoro di Matilde: una torta al cioccolato e porter con una crema di formaggio dolce, che oserei definire libidine pura. Generalmente gli abbinamenti per accostamento mi lasciano un po' perplessa, preferisco di gran lunga quelli per contrasto, meno "ripetitivi" anche se più difficili da fare; però questa volta devo ammettere che le note di caffè - che definirei la particolarità di questa porter, che per il resto, checché ne dica la descrizione che la vuole come un'evoluzione delle stout inglesi di epoca vittoriana, non mi è sembrata differenziarsi molto dalle altre del suo genere - erano il degno coronamento del cioccolato della torta, "sgrassando" peraltro ben bene.

Dovendo, ma proprio proprio dovendo, azzardare una valutazione finale, direi che la Gale Ale vince come birra in sé e per sé, e la porter con relativa torta come abbinamento. Ma, si sa, sono scelte difficili: per cui meglio non farle, ed assaggiare un po' di tutto...

giovedì 27 febbraio 2014

Dall'Ambrosia al Duca d'Orleans

Anche questo mese, come di consueto, la Brasserie ha organizzato la degustazione di tre colibrì con annessi abbinamenti gastronomici: questa volta però Matilde e Norberto hanno scelto di non farla con le birre di un solo marchio, ma con quelle di due birrifici. Insomma, c'era da aspettarsi più varietà, sulla scia della degustazione natalizia di cui avevo parlato in questo post.

Nel primo caso già conoscevo , diciamo così, il creatore, il Toccalmatto di Parma - già oggetto di questa degustazione - ma non la creatura, ossia la Ambrosia: una blanche fortemente aromatica dalle note di frumento parecchio persistenti, che tendono quasi a coprire quelle di agrumi e di fiori di sambuco, erica e gelsomino (che infatti non avevo identificato come tali finché non ho letto la descrizione). Apprezzabile perché ha molto più corpo e carattere rispetto alla maggior parte delle blanche, nonché per l'abbinamento assai ben riuscito con la torta salata al tonno e gamberetti: probabilmente non la accosterei ad un pesce dal gusto troppo delicato perché rischierebbe quasi di soverchiarlo, ma uno dal sapore più deciso come il tonno va a pennello.

Anche il secondo birrificio, l'Un Terzo di Biella, non era una nuova conoscenza; lo era però la prima delle due birre, la Margot, una blonde ale caratterizzata dai luppoli cechi dedicata alla regina Margot, sorella del re di Francia Enrico III. Il corpo, per quanto equilibrato, è abbastanza deciso; personalmente non sono una grande fan dei luppoli cechi - ma è solo una questione di gusti -, l'equilibrio di cui sopra fa comunque sì che l'amaro erbaceo che li contraddistingue non sia troppo persistente. Ammetto invece di non aver colto il perché dell'abbinamento con il - peraltro buonissimo - timballo di pasta con emmental e noce moscata: mi dispiace, ma non sono riuscita ad apprezzare l'accostamento tra i due gusti.

Già conoscevo invece la terza birra, la Duca d'O, che avevo assaggiato in questa degustazione; all'epoca però non avevo avuto modo di apprezzarla fino in fondo, perché la vera rivelazione è stata abbinarla al crostino con radicchio e mortadella. Un'american pale ale rossa dall'aroma così intenso (e questa volta ho colto pure il pompelmo rosa), e dal corpo deciso inizialmente molto maltato che vira preò subito verso l'amaro del luppolo, viene esaltata alla perfezione da quello del radicchio, contrastandolo ed accompagnandolo al tempo stesso. Insomma, davvero indovinato.

A quel punto però sono dovuta andare a dire a Matilde che, per quanto fosse tutto buonissimo, il secondo abbinamento proprio non l'avevo capito; e al suo commento ironico per cui "sei proprio dura, ce n'è sempre uno che non capisci", è stato fin troppo facile rispondere che allora bisognerà organizzare degustazioni finché arrivo a capirli tutti...

martedì 24 dicembre 2013

Hoppy Christmas

Sì, lo so, è un titolo per soli anglofoni e me ne scuso: ma non ho potuto resistere alla tentazione di "riciclare" il gioco di parole tra "Happy Cristmas" (Felice Natale) e "Hoppy Christmas" ("Luppoloso" Natale), nome di una delle birre natalizie della Brewdog che Matilde mi ha gentilmente fatto assaggiare qualche giorno fa. Ora che so che "è tutta questione di luppoli", tanto di cappello per la mia prima Ipa di Natale: per quanto fossi stata avvertita che "è molto amara, non so se ti piaccia", la rosa di luppoli diversi che si alternano - e che non coprono gli aromi fruttati tipici delle Ipa - fanno sì che questo amaro non risulti "pesante", e che anzi si bilanci bene con le note di frutta. Insomma, promossa.

Ma veniamo a noi. Quella sera ero in Brasserie appunto per la degustazione di tre birre di Natale con relativi abbinamenti gastronomici: la Smokin' hops di Foglie d'erba, la Krampus del Birrificio del Ducato, e la Rudolph di Garlatti Costa. Tre nomi di tutto rispetto, che lasciavano ben presagire.

Siamo appunto partiti dalla Smokin' hops, una Ipa che Ipa non avrei mai detto perché affumicata, come dice il nome stesso. L'aroma è probabilmente il tratto che più mi ha colpito, perché i profumi tipici delle Ipa non vengono comunque del tutto nascosti dall'affumicatura: ne nasce quindi un mix parecchio originale, che apriva bene la strada all'abbinamento con la torta salata con pancetta affumicata.
Ho trovato che il gusto tendesse un po' a "morire in bocca", come si suol dire, perché dopo il primo sorso l'impressione è stata quella che fosse tutto finito lì: in realtà una certa persistenza - non retrogusto - c'è, anche se meno marcato di quanto ci si possa aspettare da un'affumicata.

Insieme alla polenta con funghi porcini è poi arrivata la Krampus, un'ambrata dalla gradazione alcolica notevole - 9 gradi - che prende il nome dai demoni natalizi della tradizione ladina e carnica. Bisogna dire che si tratta di una birra per intenditori, come ha ammesso anche Norberto: il gusto particolarmente complesso, che unisce frutta, spezie, caramello (io ho sentito anche quello), risultando particolarmente dolce (nonostante abbia percepito anche qualche nota più acida), non la rende di facile apprezzabilità. Personalmente mi ha ricordato per certi versi - e qui dico un'eresia - la Coca Cola, lasciandomi un po' perplessa; salvo poi perdere questi sentori qualche minuto dopo, una volta leggermente più calda. L'abbinamento non era del tutto fuori luogo, ma dato che mi era rimasta un po' di Smokin' hops ho fatto la prova anche con quella: e devo dire che polenta e affumicato sono sempre una coppia vincente.

Da ultimo ci siamo dati alla Rudolph di Garlatti Costa, che prende invece il nome dalla leggendaria renna dal naso rosso (chi non la conoscesse, clicchi qui o qui). Trattasi di una belgian strong dark ale ad alta fermentazione che, nonostante le note di malto siano prevalenti al gusto, non fa mancare poi un'ultimo sentore di luppolo che - detto fra noi - la rende di facile bevibilità a scapito dei suoi 10 gradi a rischio e pericolo dell'avventore. Particolarmente apprezzato poi l'abbinamento con il crostino tartufato al gorgonzola piccante, perché la sapidità e il sapore forte del formaggio andavano proprio a braccetto con quello altrettanto deciso della birra.

In definitiva tre birre di tutto rispetto, al di là dei gusti personali: la prima per l'originalità della combinazione, la seconda per la complessità, e la terza - diciamocelo - per la pura e semplice gradevolezza, ed ogni tanto ci vuole pure quella, senza andare troppo in cerca di cose complicate.

Detto ciò, non mi resta che aggiungere gli auguri di Natale: i più cari pensieri a tutti i lettori, perché questa giornata porti, a chi crede e a chi no, una ventata di speranza e fiducia nel futuro! Buon Natale!