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lunedì 15 aprile 2019

Santa Lucia, terzo weekend

Nel terzo weekend, tradizionalmente dedicato ai birrifici stranieri, quest'anno a Santa Lucia si sono di fatto alternati birrifici nazionali e internazionali; di cui, tra i primi, alcuni già presenti anche negli scorsi fine settimana. E' il caso ad esempio dei Chianti Brew Fighters, che hanno portato in anteprima la loro nuova double ipa - battezzata "Cioni Mario", in omaggio questa volta, invece che a Dante, al Roberto Benigni di "Berlinguer ti voglio bene" (e chissà se sarà l'inizio di una serie di omaggi ad altri toscani illustri, verrebbe da chiedersi). Per quanto fosse estremamente giovane ed appena infustata, la Cioni Mario si è presentata bene: otto gradi e non sentirli, aromi tropicali e agrumati intensi ma non invadenti - non direi che abbiano voluto strafare, insomma -, corpo snello e ben bilanciato prima di un finale di un amaro citrico moderatamente persistente e secco.

Per quanto sia poi tutt'altro che amante delle birre al peperoncino, mi sono fatta convincere dal vulcanico Matteo Plotegher del birrificio omonimo a provare la Picanta, una lager chiara al peperoncino coltivato da un'azienda agricola locale - la Peperoncino Trentino. Leggeri aromi vegetali al naso ed un corpo leggermente maltato e scorrevole, prima di un finale piccante notevole ma comunque equilibrato per quanto non abbia un corpo robusto a contrastarlo - caratteristica che si intuisce comunque essere voluta. Sempre di Plotegher ho poi provato la nuova versione della porter Corcolocia, di cui sono stati rivisti i malti: toni di cioccolato più intensi di quanto me li ricordassi, a beneficio di una maggiore dolcezza dell'insieme, senza togliere la peculiare nota balsamica delle bacche di ginepro.

Spostandoci invece all'estero ho provato la double ipa di Kees, magnificata come una delle più notevoli creazioni del birrificio olandese. In effetti ammetto che l'ho trovata essere forse la double ipa più "succosa" e morbida, quasi cremosa, che mi sia mai capitato di provare; tra aromi e sapori di frutta tropicale, frutta gialla e agrume, affatto amara sul finale se non per un tocco citrico, estremamente beverina nonostante gli otto gradi. Volutamente "ruffiana", direi - senza con questo voler dare un giudizio morale al termine.

Tornando in Italia ho fatto una conoscenza interessante, i Blond Brothers di San Donà di Piave - così battezzati perché i fondatori sono biondi. Aperto da meno di un anno, conta anch'esso un birraio Dieffe tra i soci; nonché una decina di birre in repertorio - tra cui anche alcuni stili meno battuti, come la Koelsch -, tutte improntate a semplicità, pulizia e facilità di beva. Ormai sazia di double ipa - e qui ci potrebbe stare un pensiero su questo stile che pare essere di ritorno dopo la pausa "post sbronza da luppoli" - ho preferito provare una session ipa in monoluppolo Nelson Sauvin, la Pop Hop. Fresca e beverina, i tipici toni delicatamente fruttati nell'aroma si ritrovano ben calibrati poi in bocca, molto elegante anche sul finale nonostante il double dry hopping. Devo dire che mi ha positivamente colpita per l'equilibrio complessivo, che per me - assai "sensibile al luppolo" - non è poca cosa.

Sempre rimanendo in Italia veniamo alla "Into the mild", una (appunto) Mild - stile inglese poco battuto in Italia, incentrato su toni di malto e zucchero caramellato, corpo scarico per quanto non evanescente a beneficio della facilità di beva, e finale secco per quanto la luppolatura in amaro non arrivi ad obliterare i toni dolci. Di fatto una mild in stile: dalle nocciole caramellate e tostate, al caramello vero e proprio, al biscotto, al toffee, la rosa di aromi c'è tutta; e persiste anche nel corpo scorrevole, prima di un finale in cui il taglio di un delicato amaro erbaceo per invogliare al sorso successivo è comunque presente, per quanto non predominante. Ben costruita, pulita e gradevole a bersi.

Da ultimo segnalo la Caberbi, iga al Cabernet di La Ru: aromi del vitigno ben robusti all'aroma, si rivelano poi più delicati nel corpo caramellato robusto ma scorrevole, per tornare con una nota vinosa nel finale. Appare più forte dei suoi 6 gradi in virtù del leggero tono alcolico sul finale, ma senza che questo risulti sgradevole né fuori luogo trattandosi di una iga.

Chiudo quindi qui con la mia carrellata sull'ottava edizione di Santa Lucia. Sicuramente, come già ho fatto in altri post, ci sarebbe molto da dire su quello che è il ruolo attualmente giocato dalle fiere, su quali continuino - nonostante le difficoltà attraversate in questi ultimi tempi dagli eventi del settore - a rappresentare comunque, anche al di là dei numeri in crescita o in calo, un appuntamento significativo per i birrai e per il pubblico; non allungo però un post già prolisso, e riservo queste considerazioni a future uscite...

sabato 1 aprile 2017

Santa Lucia: weekend secondo, capitolo primo

E ieri sono tornata in pista per il secondo fine settimana della Fiera della Birra Artigianale di santa Lucia di Piave, dedicato ai birrifici triveneti. Ho iniziato da un birrificio a me ancora sconosciuto per quanto abbia aperto lo scorso anno, il Lzo-Lorenzetto di Conegliano. Agribirrificio per la precisione - per quanto il titolare, Jacopo, affermi di non voler calcare la mano su questa definizione - che produce da sé l'orzo che fa poi maltare in Germania e il coriandolo - il luppolo è nei progetti del prossimo futuro, per ora si appoggia  a Villa Chazil. Tra la red ale Baal, la bianca Candice, la golden ale Cima, la california (un)common Riot Ale e la golden ale con luppolo fresco Wet Hop ho provato quest'ultima: trattasi di una monoluppolo Cascade - costata ore di duro lavoro, ha riferito Jacopo, dato che il luppolo fresco deve essere lavorato entro poche ore - in cui l'agrumato tipico del cascade risulta ancora più fresco e quasi erbaceo, senza però lasciare persistenze vegetali ma chiudendo anzi in maniera pulita e di un amaro non aggressivo.

E' stato poi un piacere ritrovare il Couture, di cui ho provato la Helles biologica e la Pils interamente prodotta con materie prime proprie. Un tedesco "purista" la troverebbe probabilmente un po' "sbilanciata" verso il luppolo (Perle per la precisione), con i suoi aromi floreali; rimane comunque una birra piacevole e discretamente aromatica per il genere, con un cirpo sì sile e scorrevole ma non evanescente, che chiude poi su un amaro delicato che richiama i toni dell'aroma. Sono poi passata alla Pils, con Saaz e Northern Brewer di loro produzione. Anche questa decisamente aromatica per lo stile, è l'ultima nata di casa Couture; a mio parere - condiviso peraltro anche dal birraio - c'è un attimo da aggiustare l'equilibrio tra la componente maltata e quella luppolata (del resto si sa che le pils sono terreno delicato), ma ho fiducia nell'operato di Andrea.
Interessante è stata anche la sosta al Salgaro, beerfirm che si sta avviando ad avere un impianto proprio - e che ha pure rinnovato lo stand, con sgabelli e tavoli di legno, rendendolo decisamente accogliente. Salgaro ha portato in anteprima la nuova Brown Ale, la Siora Bruna: una birra che, pur scontando al momento il fatto di essere ancora giovane, esibisce una componente tra il tostato e il caramellato ben bilanciata - con il tostato che emerge man mano che si scalda - e chiude sull'amaro erbaceo del Fuggle.

Anche Mr Sez ha portato una novità, una Vienna con mandarina bavaria in monoluppolo: come Vienna è piuttosto fuori stile, ma credo potrà fare la felicità degli amanti di certe apa, dalla luppolatura agrumata sì ma morbida e non eccessiva, e dal corpo dai sentori biscottati ma comunque snello. Novità anche in casa Sognandobirra, con la ale ambrata della nuova linea F999 - una linea "semplice", intesa come complementare a quella classica e più ricercata - dalla luppolatura estremamente lieve e dal corpo che nonostante la tostatura ben presente risulta snello e beverino.

Simpatica conoscenza è stato poi il birrificio Plotegher, da Besenello (TN). Se passate di lì, fatevi raccontare la curiosa storia di come, seguendo le tracce dei cimbri che hanno popolato le valli trentine, la famiglia Plotegher sia arrivata fino in Danimarca; dove non solo ha imparato a fare la birra, ma si è anche imbattuta in un'antica ricetta che - almeno così si racconta - è stata tramandata attraverso le generazioni dai tempi appunto dei vichinghi. Ricetta che peraltro i Plotegher intendono riprodurre fedelmente, ricreando addirittura alcuni aspetti che in sé e per sé sarebbero oggi considerati difetti - grazie anche ad un impianto realizzato da loro. È così nata la Valkirija, definita come "viking keller"; a cui si sono aggiunte la Ol - "birra" in danese -, una lager chiara semplice e beverina; e la Corcolocia, una "Viking porter" che prende il nome da un gallinaceo che abita le valli trentine (il corcolocio) e che presenta la peculiarità dell'aggiunta di resina di larice da Guardia di Folgaria. Ieri ho scelto di provare quest'ultima: schiuma fine e persistentissima, aromi e sapori intensamente tostati e di cioccolato, che si uniscono al balsamico della resina man mano che la temperatura sale. Inutile dire che mi è rimasta la curiosità di assaggiare che cosa sia una "Viking Keller", provvederò a togliermi lo sfizio...